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al-Hakam ibn Hisham

emiro omayyade indipendente di al-Andalus

al-Hakam ibn Hishām (in arabo: الحكم بن هشام‎; Cordova, 770Cordova, 21 maggio 822) fu il terzo Emiro omayyade indipendente di al-Andalus dal 796 all'822.

Indice

OrigineModifica

Figlio secondogenito dell'emiro Hishām ibn ʿAbd al-Rahmān.

BiografiaModifica

Succeduto sul trono di Cordova, nel 796, su indicazione paterna, malgrado fosse il secondogenito, il giovane Emiro non dovette affrontare le pretese del fratello maggiore ʿAbd al-Malik, bensì quelle di due suoi zii che intendevano avvalersi dell'antica legge consuetudinaria araba del cosiddetto "seniorato" che privilegiava non tanto il figlio di chi deteneva una carica bensì il più anziano della famiglia.

Avuta la meglio nel conflitto dinastico, con la morte dello zio Sulaymān e l'assegnazione all'altro zio, ʿAbd Allāh del governo pressoché esclusivo della città di Valencia (tanto da fargli guadagnare la nisba di "al-Balansī", ossia "il Valenciano"), al-Hakam dovette presto affrontare le ribellioni della cosiddetta "Marca Superiore" (con capitale Saragozza), maggiormente prossima ai domini franchi, della "Marca Centrale" (con capitale Toledo) e di quella Inferiore (con capitale Mérida).

Nella prima i principali signori musulmani erano i Banū Qasī, discendenti di un comes visigoto, Cassio o Casi, che si alleò con i musulmani e, convertitosi poco dopo la conquista islamica, il nome Casius fu arabizzato in Qasi, e dei quali conosciamo il figlio Fortūn (Fortunatus) il nipote Musa I ed il pronipote Musa II.
L'azione delle forze lealiste valse a riportare la situazione alla calma, anche nei confronti di talune spinte autonomistiche dei Banū Qasī, e fu in tali frangenti che si costruì la piazzaforte di Tudela.

Nei confronti della Marca Centrale l'azione di repressione delle forze omayyadi contro i fermenti insurrezionali a Toledo si tradusse nel "Massacro del Fossato" (il "giorno del Fossato" secondo l'abitudine arabo-islamica di indicare un fatto importante con la semplice parola "Giorno", yawm, già in uso nel periodo preislamico).
ʿAmrūs ibn Yūsuf - l'Amorroz delle cronache franche, un 'muwallad, "adottato", e cioè un convertito, originario di Huesca, che teneva la piazza di Talavera, appena nominato governatore di Toledo, conquistata la fiducia dei toledani, fece costruire un castello in centro alla città, per alloggiare le truppe dell'emiro.
Quando, nel 797, vi giunsero le truppe, comandate dal principe Abd al-Rahman, i più eminenti cittadini di Toledo furono invitati al castello per un banchetto e furono pregati di entrare uno ad uno. ʿAmrūs fece decapitare nel cortile del castello, il capo dei rivoltosi, ʿUbayd Allāh ibn Khamīr, e gran parte della borghesia cittadina, e le loro teste furono gettate nel fossato: quasi 5.000 uomini che, però, secondo Lévi-Provençal, furono invece 700.

Nella Marca Inferiore infine l'azione di repressione durò quasi 7 anni e si concluse con la fine delle agitazioni che avevano il loro centro proprio a Mérida.

Il fatto più significativo, oltre al Giorno del Massacro di Toledo, fu però l'insurrezione del rabad (sobborgo)' di Cordova stessa, sorto sulla riva sinistra del fiume Guadalquivir.

Già un'avvisaglia della rivolta si era avuta già nell'805, allorché 62 persone furono crocifisse per ordine dell'Emiro. I fermenti, ripetutisi l'anno dopo, indussero al-Hakam I a rafforzare la propria guardia personale: i cosiddetti "muti" ( kurs), schiavi cioè ( ʿabīd) o mercenari che non sapevano parlare in arabo e che per questo erano ritenuti affidabili per non poter essere coinvolti in eventuali complotti di Palazzo. Fra essi - circa 2.000 - i preferiti erano gli uomini del Narbonese e della Settimania e della stessa Galizia

Il loro capo era un cristiano, il kumis (conte) Rabīʿ figlio di Teodulfo, cui era stato affidato anche l'ingrato compito di esigere dai musulmani le tasse extra-coraniche (quelle cioè non riconducibili alla zakat), che erano assai pesanti.

Nell'818 la violenza esplose a seguito dell'inasprimento delle imposte. Il corteo dell'Emiro, che tornava da una battuta di caccia, fu attaccato e a stento al-Hakam I scampò alla morte. La sua sete vendetta non si placò con l'uccisione da parte della sua scorta di 10 dimostranti che furono subito crocefissi sul posto. Il rabad fu circondato e cominciò la mattanza da parte delle forze regolari emirali che durò 3 giorni, con un numero di morti incalcolabile.

Alle preghiere di fare arrestare il massacro l'Emiro, al-Hakam (che si guadagnò il soprannome di al-Rabadī (quello del rabad) accondiscese purché, dopo l'esecuzione di 300 fra gli abitanti più facinorosi, l'intera popolazione del sobborgo (circa 20.000 persone) partisse per un esilio al di fuori dei confini dell'Emirato omayyade.

Gli esiliati si rifugiarono per lo più in Maghreb - dove Idris I, scampato alla repressione abbaside dopo i fatti di Fakhkh s'era rifugiato e aveva edificato il suo personale dominio idriside - andando ad abitare la neo-costituita città di Fès. Un gruppo però si recò ad Alessandria d'Egitto ma, allontanati anche da lì, dove costituivano un elemento di disordine e di insubordinazione, conquistarono l'isola di Creta, dedicandosi da quel momento alla guerra di corsa contro il naviglio cristiano.

Riguardo all'insurrezione di Cordova, esiste un'altra versione che sostiene che avvenne nel maggio 814: un soldato uccise un lucidatore che aveva rifiutato di lucidargli la spada, e questo fornì il pretesto per la ribellione del quartiere di Arrabal del Sur, fomentata da studenti e fuqaha; un'enorme folla attaccò il palazzo dell'emiro e continuò ad attaccarlo nonostante la cariche della cavalleria; allora Hakam prima ordinò l'esecuzione di alcuni fuqahāʾ che erano prigionieri e dato che l'assalto continuava ordinò d'incendiare il quartiere di Arrabal del Sur. I ribelli, come previsto, accorsero in aiuto delle loro famiglie; circondati dai "muti", furono massacrati.

Dopodiché ordinò che tutti gli abitanti dell'Arrabal del Sur lasciassero l'emirato entro 3 giorni, pena la crocefissione: circa 8.000 famiglie si stabilirono a Fes in Marocco, mentre circa altre 15.000, passate in Nordafrica, dopo aver combattuto contro i beduini, si impadronirono di Alessandria, vennero sconfitti e cacciati dal generale abbaside 'Abd Allah ibn Tahir, si diressero quindi verso Creta, che venne conquistata e vi fondarono un regno indipendente sotto Abu Hafs Omar al-Balluti.

A quel punto Hakam concesse un'amnistia ai fuqaha e li autorizzò a stabilirsi in qualunque parte dell'emirato, ad eccezione di Cordova e dintorni; Yahya ibn Yahya, che era il loro capo riconosciuto già ai tempi di Hisham I, riuscì persino ad assicurarsi le grazie del sovrano Hakam I.

Dopo 25 anni impegnati a domare tali insurrezioni interne, al-Hakam I riprese anche le offensive contro il regno cristiano asturiano. Il suo generale ʿAbd al-Karīm ibn Mughīt aveva in realtà già colpito nel 796 l'antica Castiglia (al-Qilāʿ nelle fonti arabe) ma fu nell'803 (dopo un rovescio patito nell'801) che i musulmani di al-Andalus tornarono a effettuare incursioni (ṣāʾifa) in profondità, per reiterare le loro azioni nell'808 e, su scala assai maggiore, nell'816.

Uomo di forte carattere, uno dei pochi a bere apertamente vino (la qual cosa gli attirò l'odio dei fuqaha di al-Andalus capeggiati da Yahya ibn Yahya che non gli risparmiarono attacchi per tutta la durata del suo regno) fra i sovrani omayyadi di al-Andalus, e dotato di ottima cultura letteraria (lui stesso fu poeta non disprezzabile), al-Hakam I indicò il 6-5-822, in un'adunanza solenne nell'Alcazar di Cordova, il proprio figlio ʿAbd al-Rahmān come wali l-'ahd (erede designato) destinato a succedergli.

Quindici giorni dopo (21-5-822) l'Emiro moriva nel chiuso del suo Palazzo, accudito dalle donne del suo gineceo e dai suoi eunuchi a 53 anni.

Gli succedette al trono il figlio Abd al-Rahman II ibn al-Hakam.

Secondo il cronista Ibn Hazm (Cordova 7 novembre 994 - Huelva 15 agosto 1063), che fu anche filosofo, teologo, storico e poeta, al-Ḥakam fu il più sanguinario e dispotico di tutti gli emiri omayyadi di al-Andalus.

BibliografiaModifica

  • E. Lévi-Provençal, Historie de l'Espagne musulmane, Parigi-Leida, G.-P. Maisonneuve-E.J. Brill, 1950 (vol. II).
  • Ibn Ḥazm, Jamharat ansāb al-ʿArab, Cairo, Dar al-Maʿārif, s.d. (ma 1953).
  • Rafael Altamira, "Il califfato occidentale", in «Storia del mondo medievale», vol. II, 1999, pp. 477-515.
  • René Poupardin, "Ludovico il Pio", in «Storia del mondo medievale», vol. II, 1999, pp. 558-582.

Voci correlateModifica

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