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BiografiaModifica

Nato a Napoli nel 1900, frequentò l'Accademia navale di Livorno, uscendone nel 1916 col grado di guardiamarina. Durante la prima guerra mondiale fu imbarcato sulla corazzata Conte di Cavour. Partecipò alla Guerra d'Etiopia ed alla guerra civile spagnola, al comando di MAS, sommergibili e siluranti.

All'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale Cocchia, col grado di capitano di fregata, comandava il sommergibile Luigi Torelli; lo comandò durante la prima missione in Oceano Atlantico, dopo di che venne assegnato alla base di Betasom (Bordeaux) come Capo di Stato Maggiore.

Rimpatriato e promosso capitano di vascello, nel maggio 1941 guidò l'eterogenea flottiglia che trasportò e sbarcò a Sitia (costa orientale di Creta), durante l'invasione tedesca dell'isola, un reggimento italiano inviato in rinforzo alle truppe tedesche impegnate nella battaglia. Fu poi nominato comandante militare dell'isola di Lero, ruolo che ricoprì fino all'aprile del 1942, quando venne avvicendato dal parigrado Luigi Mascherpa.

Nell'aprile 1942 Cocchia ricevette il comando del cacciatorpediniere Nicoloso da Recco e della XVI Squadriglia Cacciatorpediniere; nei sette mesi successivi fu caposcorta di numerosi convogli di rifornimenti in navigazione dall'Italia e dalla Grecia verso l'Africa Settentrionale, affrontando in numerose occasioni e con alterne fortune gli attacchi aerei e subacquei britannici.

La sua ultima missione di scorta terminò, il 2 dicembre 1942, con la battaglia del banco di Skerki: il suo convoglio (composto dai mercantili Aventino, Aspromonte, Puccini e KT 1), difeso da tre cacciatorpediniere (Da Recco, Folgore e Camicia Nera) e da due torpediniere (Procione e Clio), venne attaccato nottetempo dalla Forza Q britannica, formata dagli incrociatori leggeri Aurora, Sirius ed Argonaut e dai cacciatorpediniere Quiberon e Quentin. Per ordine di Cocchia, tutta la scorta andò decisamente al contrattacco, ma non poté impedire la distruzione del convoglio; il Da Recco, dopo due infruttuosi attacchi col cannone e col siluro, serrò le distanze per sferrare un terzo attacco, ma la combustione accidentale di nafta contenuta nel fumaiolo prodiero generò una colonna di scintille che ne rivelò al nemico la posizione. Il preciso tiro britannico danneggiò gravemente il Da Recco, provocando la deflagrazione dei depositi munizioni prodieri; più di metà dell'equipaggio rimase ucciso o ferito, compreso lo stesso Cocchia, che riportò gravi ustioni specie al volto. Temporaneamente accecato, dovette cedere il comando al comandante in seconda; ricoverato inizialmente presso l'ospedale di Torrebianca (Trapani), dovette trascorrere i tre anni successivi in diverse cliniche, sottoponendosi a numerosi interventi di chirurgia nel tentativo di mitigare i danni causati dal fuoco. Rimase sfigurato; per la sua decisa azione di difesa del convoglio contro forze superiori ricevette la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Trasferito per le ferite di guerra nel Ruolo d'Onore, conseguì il grado di Ammiraglio di Squadra; dal novembre 1958 fu Direttore della "Rivista Marittima" e dal luglio 1960 al giugno 1963 fu capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Marina, dirigendo la stesura di parte dei volumi della collana relativa all'attività della Marina italiana nella seconda guerra mondiale. Fu egli stesso, privatamente, autore di alcuni libri rievocativi e di memorie.

Morì a Napoli il 12 dicembre 1968.

DecorazioniModifica

  Medaglia d'oro al valor militare
«Comandante di cacciatorpediniere e capo scorta di un convoglio che, nottetempo, attraversava una zona di mare fortemente insidiata, accortosi dell’avvicinarsi di unità navali nemiche soverchianti per numero, tonnellaggio e mezzi tecnici, si lanciava immediatamente colla propria e colle unità dipendenti all’attacco, disponendo altresì per la protezione delle navi del convoglio. Apprezzata prontamente la situazione, iniziava una audace manovra di aggiramento dell’avversario, svolgendo tre distinte azioni di fuoco per tentare di agganciarlo, distrarre il suo tiro dalle unità del convoglio e poterlo battere da posizione favorevole anche al lancio dei siluri. Durante la terza azione di fuoco alcune salve avversarie centravano la sua unità, arrestandola e provocando un violento incendio dentro e fuori il deposito munizioni prodiero, la cui vampata ustionava gravemente e carbonizzava quasi tutti i presenti sul ponte di comando. Pur menomato fisicamente per le ustioni gravissime alla testa ed alle mani, manteneva il comando della sua nave per oltre due ore, svolgendo efficace azione per tentarne il salvataggio. Anche quando le sue condizioni fisiche, impedendo gli l’uso della vista, lo costringevano a passare il comando al suo secondo, manteneva la direzione delle operazioni di salvataggio, con alto senso dì responsabilità e con stoica noncuranza delle atroci sofferenze, riuscendo a mantenere a galla la sua nave, che altrimenti sarebbe andata perduta col suo equipaggio.[1]»
— Banco Sherki (Canale di Sicilia), notte sul 2 dicembre 1942.
  Medaglia d'argento al valor militare
— Mediterraneo centrale— marzo 1942 - gennaio 1943
  Medaglia di bronzo al valor militare
— Egeo— maggio 1941
  Medaglia di bronzo al valor militare
— Mediterraneo centrale— giugno 1942
  Medaglia di bronzo al valor militare
— Mediterraneo orientale— agosto 1942

NoteModifica

BibliografiaModifica

Collegamenti esterniModifica

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