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Aleksandr Dmitrievič Michajlov

rvoluzionario dell'Impero russo

«La natura mi fu cara e vicina... L'amore per la natura si trasformò insensibilmente in amore per gli uomini. Sorse in me l'appassionato desiderio di vedere l'umanità altrettanto armonica e bella quanto la natura stessa, sorse in me il desiderio di sacrificare per questa felicità tutte le forze e la vita mia.»

(Nota autobiografica in Anna P. Pribylëva-Korba, Vera N. Figner, Narodovolec Aleksandr Dmitrievič Michajlov, Leningrado, 1925, pp. 40-41)
Aleksandr Dmitrievič Michajlov

Aleksandr Dmitrievič Michajlov, in russo: Алекcандр Дмитриeвич Михайлов? e in ucraino: Олекса́ндр Дми́трович Миха́йлов? (Putivl', 29 gennaio 1855San Pietroburgo, 30 marzo 1884), è stato un rivoluzionario russo, esponente di spicco di Zemlja i Volja e, dopo la scissione, membro del Comitato esecutivo di Narodnaja volja. I compagni lo soprannominarono «Dvornik», il «Guardiano», per il non comune talento organizzativo e la ferrea gestione della rete cospirativa.

BiografiaModifica

Infanzia e formazioneModifica

Aleksandr Michajlov, nato il 17 (29) gennaio del 1855[1] a Putivl', città a nord-est dell'Ucraina,[2] era il primogenito di Dmitrij Michajlovič Michajlov, figlio illegittimo di una nobile proprietaria terriera del governatorato di Kursk, che aveva avuto una relazione con un lavorante del suo podere, ex soldato, e di Klavdija Osipovna Verbickaja.[3] I suoi primi anni di vita, nonostante le scarse risorse economiche della famiglia (il padre, agrimensore, percepiva un salario annuo di duecento rubli-argento), trascorsero leggeri e sereni. «Fin dalla prima giovinezza — scrive Aleksandr — la buona stella brillò sul mio capo. La mia infanzia fu una delle più felici che si possano immaginare. Non posso paragonarla che a una luminosa aurora di primavera che non conosce né tempeste, né maltempo, e quasi non vede giorni nuvolosi. La casa dei miei genitori era un mondo miracoloso nel quale regnavano l'armonia e l'amore reciproco, e che ignorava quelle passioni perniciose e quei cattivi esempi i quali avrebbero potuto agire da spinta corruttrice per noi fratelli.[4] [...] Ci sono stati momenti in cui il mio cuore di bambino riusciva a stento a contenere tutta la felicità e la gioia da cui era circondato». A creare questo clima di letizia domestica, che gli ispirerà nell'animo sentimenti di compassione per tutti i derelitti, contribuirono i genitori e la zia materna, Anastasija Osipovna Verbickaja (da sposata, Vartanova), cui Aleksandr, dal carcere, scriverà una lettera piena di tenerezza in ricordo del periodo trascorso insieme a Kiev, prima di iniziare il liceo.[5] A quel tempo, dopo l'arresto, non verrà a mancargli l'affetto dei genitori che si recherano a trovarlo in prigione e sempre saranno fieri di lui, benché non presenzieranno in aula durante il processo.[6]

 
Aleksandr Michajlov liceale

Il suo primo istitutore viveva in casa di Aleksandr Barannikov, futuro rivoluzionario sul cui sviluppo spirituale Michajlov avrebbe influito in maniera decisiva. I due, amici fin dall'infanzia, studiarono insieme, avendo le rispettive famiglie, le cui fattorie erano confinanti, stabilito ottimi rapporti di vicinato. Da questo mondo bucolico e gentile Michajlov fu strappato undicenne per frequentare la seconda classe al liceo di Novgorod-Severskij, mentre Barannikov fu inviato a Orël, presso la scuola militare, per poi riprendere costantemente i contatti con lui durante le vacanze estive.[7]

Il preside del liceo di Novgorod-Severskij,[8] Pavel F. Freze, essendo un alcolizzato, non era nelle condizioni ideali per esercitare la sua professione, di modo che il vero direttore dell'istituto era l'ispettore scolastico German E. Francen, un uomo corrotto che sfruttava qualsiasi occasione gli si presentasse per fare guadagni extra. E il personale docente non era migliore di lui. Il professore di storia e geografia, per fare un esempio, aveva la discutibile abitudine di chiedere denaro in prestito alle famiglie dei suoi allievi, e di minacciare ritorsioni sui ragazzi in caso di rifiuto.[9] Michajlov non si sentiva a suo agio in questo ambiente moralmente disdicevole, brutale e conservatore, che sembrava fatto apposta per umiliare gli studenti, e visse l'esperienza liceale come un'angoscia infinita. Nelle prime quattro classi fu, a suo dire, «indolente». Poi iniziò a leggere le opere di Puškin, Lermontov, Tolstoj, Gogol' e Turgenev, e il suo sviluppo mentale si accelerò. Studiava con piacere e senza fatica la matematica, la storia, la fisica e la geografia, non così le lingue antiche, soprattutto il latino. Giudicando il programma scolastico troppo lacunoso sul versante delle scienze e perciò incapace di formare una personalità compiuta, in grado di pianificare consapevolmente il proprio futuro, decise con alcuni amici di allestire una biblioteca illegale. Quella che era a disposizione degli studenti conteneva solo libri per l'infanzia e classici, come disposto dal ministero dell'Istruzione, ma, grazie agli sforzi di Aleksandr e dei suoi compagni, furono messi assieme circa centocinquanta volumi che coprivano tutte le branche delle scienze. In meno di due anni, la possibilità di accedere a buoni testi agì da forte stimolo educativo e distolse i ragazzi da altri futili, nocivi passatempi, quali l'alcool e le carte, che avevano causato l'espulsione di diversi studenti per condotta vergognosa. Da lì venne l'idea di diffondere presso il popolo, in città e nei villaggi, le conoscenze racchiuse in quei libri che tanto avevano contribuito alla crescita delle loro giovani menti, e fecero un gran numero di copie manoscritte delle pagine migliori per distribuirle.[10] La pur modesta attività fu duramente repressa dalla polizia. Alcuni compagni di Michajlov furono deportati in Siberia — uno fu persino condannato a due anni di carcere — e lui stesso sfuggì alla retata per puro caso.[11]

Nella primavera del 1875, alla vigilia dell'esame finale per il diploma, cambiarono le regole interne al liceo e fu introdotta una prova scritta di latino che richiedeva una buona conoscenza della lingua. Michajlov, che aveva già risolto di proseguire gli studi in un istituto tecnico dove la padronanza del latino era superflua, ritenne non valesse la pena affannarsi tanto su quella materia indigesta e diede l'ultimo esame al liceo di Nemirov, che non prevedeva verifiche nelle lingue classiche.[10] Nonostante il breve soggiorno a Nemirov, Michajlov riuscì a organizzarvi un sindacato studentesco fornito di cassa per aiutare i ragazzi più poveri, confermando di possedere innate attitudini dirigenziali.[12]

Diplomatosi a luglio e trascorso il mese di agosto a Putivl' con la famiglia, Aleksandr giunse nell'autunno del 1875 a San Pietroburgo per frequentare l'Istituto tecnologico. Superato il test d'ingresso, scoprì che la frequenza diveniva obbligatoria, — l'accertamento delle presenze era curiosamente effettuato controllando che sull'apposito gancio dell'attaccapanni, riservato per ciascuno studente, ci fosse il cappotto — ogni giorno era programmata una prova di verifica sulle precedenti lezioni, e non erano più previsti corsi gratuiti. L'ambiente universitario parve allora a Michajlov una copia di quello del ginnasio. Anche qui si sentiva «disprezzato come persona» e «la coercizione e la violenza» continuavano a esser considerati i migliori rimedi educativi.[13] Ebbe viva la percezione che una simile istituzione non potesse rispondere ai suoi bisogni spirituali, ma solo formare arrampicatori sociali, gente capace di adattarsi ai meccanismi della vita burocratica. Questa riflessione, unita alla lettura di un opuscolo manoscritto che faceva il punto sulla repressione delle attività socialiste in diverse province dell'Impero, lo avvicinò a un circolo composto da una trentina di studenti provenienti oltre che dall'Istituto tecnologico, anche dall'Istituto minerario e dall'Accademia medico-chirurgica. Il circolo, nato con l'ambizione di sviluppare una maggiore sensibilizzazione ai problemi sociali del paese, assorbì tutto il tempo di Aleksandr Dmitrievič, che aveva nel frattempo disertato le prove di verifica.

Quando gli studenti del primo corso presentarono in massa una petizione al preside dell'Istituto, Ivan Vyšnegradskij (1832-1895),[14] per protestare contro le sue direttive, Michajlov, certo che sarebbe stato comunque estromesso dall'università a causa delle ripetute assenze, non la firmò. La risposta del rettore fu la soppressione del corso, con l'opportunità offerta a chi volesse riscriversi di fare appello. Era un chiaro tentativo di ridurre all'obbedienza gli studenti ribelli. Quanti non presentarono appello — una ventina di giovani in tutto — furono colpiti da un provvedimento d'immediata espulsione da San Pietroburgo. Nell'elenco degli espulsi figurò anche Michajlov, il quale, se aveva messo in conto di essere cacciato dall'università, non si aspettava di dover pure lasciare la capitale, giacché si era rifiutato di apporre la firma alla petizione. Nel giro di ventiquattr'ore, fu prelevato e accompagnato sotto scorta a Putivl'.[15]

A casa però non trovò nessuno a riceverlo: il padre era in viaggio da un villaggio all'altro per lavoro, e la madre con le sorelle e il fratello minore erano a Kiev. Non essendo la monotona vita di provincia adatta a lui, Michajlov sfidò il divieto della polizia e raggiunse i suoi a Kiev. Qui si attivò subito per entrare in contatto con i gruppi socialisti e nei sei mesi di permanenza, esplorando le varie tendenze del movimento rivoluzionario e senza legarsi a nessuna di esse, conobbe Lizogub, Davidenko (1856 -1879), Stefanovič (1854-1915), e Gol'denberg (1856-1880).[16] Ai propagandisti, che erano soprattutto studenti, Michajlov rimproverava la carenza di ardore rivoluzionario; ai rivoltosi, — come erano detti gli anarchici — gente d'esperienza che aveva preso le distanze dall'università e che viveva per la causa, obiettava la frantumazione in fazioni, la reciproca intolleranza, l'assenza di un piano d'azione concertato, ed erano fattori, questi, che vanificavano gli occasionali e sudati successi dei singoli; ai giacobini, infine, cui per un istante si era accostato, attratto dall'accento posto sul tema, a lui caro, della necessità di far confluire in un partito nazionale, centralizzato e governato con disciplina, la dispersa gioventù rivoluzionaria, e di abbattere per suo tramite il regime autocratico, rinfacciava lo scarso impegno nel passare dalla formulazione teorica ai fatti. In generale, però, il limite più grave che condannava era la mancanza di un progetto unitario, con il conseguente spreco di energie in operazioni locali di corto respiro.[17][18]

Nei primi mesi del 1876 Michajlov aveva inviato al Ministero dell'Interno una domanda in cui chiedeva il permesso di rientrare a San Pietroburgo per completare la propria istruzione, intenzionato a procurarsi nel frattempo un certificato di buona condotta dal governatore di Kiev. A giugno tornò a Putivl', a luglio ricevette la notizia che la sua richiesta era stata accolta e ad agosto riapparve a San Pietroburgo, l'epicentro del movimento populista.

Le origini di «Zemlja i Volja» e la seconda «andata nel popolo»Modifica

 
Il simbolo di «Zemlja i Volja»

Giunto nella capitale, Aleksandr s'iscrisse all'Istituto minerario e superò l'esame d'ammissione, per scoprire subito dopo che in realtà c'era posto solo per trenta matricole, numero nel quale, a causa della buona ma non eccezionale valutazione della prova offerta, non rientrava. Così ebbero termine i suoi studi. Egli ne fu sollevato, essendo ormai sua convinzione che fosse inconcepibile pensare a crearsi una posizione quando così drammatica era la crisi della società russa. Dirà infatti dopo l'arresto: «La società è priva di ogni diritto e passiva. Lo spirito civico è sostituito in lei dall'amore per il grado gerarchico nella carriera, e ristretti istinti individualistici vi dominano largamente. Le tendenze di carattere sociale vengono soffocate, e la gente animata da idee di libertà è perseguitata».[19]

Verso la metà di agosto del 1876 si era unito al circolo che si raccoglieva attorno a Mark Natanson (1850-1919), a sua moglie Ol'ga Šlejsner (1850-1881), e ad Aleksej Obolešev (1853-1881), denominato «Gruppo populista rivoluzionario del Nord» e ribattezzato da uno dei membri, Dmitrij Klemenc, dei «trogloditi», con riferimento all'attività illegale svolta in segreto.

Nei mesi successivi, questo primo gruppo avviò trattative con la compagine di Char'kov, guidata da Osip Aptekman, con quella di Rostov, diretta da Jurij Tiščenko (1856-1922), con i rivoltosi di Kiev e con la fazione di Odessa, che aveva in Michajlo Frolenko (1848-1938) il suo uomo più rappresentativo.[20] Dalla loro unione nascerà «Zemlja i Volja».

In realtà la bandiera rossa di Zemlja i Volja fece la sua prima apparizione pubblica quando la fusione era ancora in fase di gestazione. Il 6 (18) dicembre del 1876, sulla piazza della Cattedrale di Kazan' che s'apre sul Nevskij prospekt, s'era svolta una manifestazione studentesca, alla quale s'era associato, per la prima volta, un drappello di operai.

Michajlov così ne delineò gli obiettivi davanti agli inquirenti: «La dimostrazione di Kazan' è stato il primo atto concreto organizzato dal movimento populista, che guardò a essa come all'iniziativa più naturale e idonea, fra tutte, per protestare con energia contro la violenza dilagante. Era questo, a nostro avviso, un esempio di propaganda col fatto, dal grande e forte impatto. Raggiungere a piedi la piazza era anche un modo di mettere alla prova le nostre convinzioni, d'iniziare a coltivare l'abitudine di accordare il dire con il fare. Intesa come mezzo di autoformazione, la manifestazione doveva coinvolgere il maggior numero possibile di persone, e quindi furono chiamati a parteciparvi tutti i settori della società civile: funzionari, studenti, operai. Non potevamo prevedere le conseguenze della nostra iniziativa, essendo incalcolabile il concorso degli accidenti fortuiti, ma di sicuro non era nelle nostre aspettative che avremmo avuto l'approvazione del governo».[21]

 
Panoramica della piazza antistante la Cattedrale di Kazan' a San Pietroburgo

La protesta era stata indetta, ufficialmente, per chiedere che lo studente dell'Accademia medico-chirurgica Pavel Černyšev, un ventitreenne morto in carcere di tisi, malattia contratta nei tre anni di detenzione preventiva (se fosse sopravvissuto sarebbe stato uno degli imputati al processo dei 193), e le cui esequie s'erano già tenute a marzo, avesse i funerali religiosi. I rivoluzionari volevano usare questo pretesto per raccontare nelle strade la storia del giovane, e misurare nel contempo il grado di penetrazione nelle fabbriche, da poco toccate dalla propaganda populista. Poiché la partecipazione alla manifestazione fu piuttosto scarsa, Georgij Plechanov, che aveva condotto l'agitazione nelle officine, pensò che valesse comunque la pena di scongiurare il completo fallimento e fece spiegare in alto la bandiera. A quel punto i gendarmi tentarono di arrestarlo, gli operai lo protessero, e cominciò un fuggi fuggi generale che la polizia, sostenuta da passanti, portinai e qualche mercante, provò a impedire con violente battiture e numerosi arresti fatti a casaccio. Uno dei fermati fu Archip Petrovič Emel'janov, un agitatore che si nascondeva sotto le false generalità di Aleksej Bogoljubov (1854-dopo il 1887). Egli s'era trovato sul posto a dimostrazione ormai conclusa, ma avendo avuto la sfortuna di essere confuso con un altro contestatore, che aveva invece partecipato ai tafferugli, fu preso e condannato a quindici anni di lavori forzati. In seguito, Bogoljubov, sarà causa indiretta del primo atto terroristico di Zemlja i Volja.[22]

Michajlov collaborò alla stesura del programma di Zemlja i Volja insistendo, con una chiarezza teorica maggiore di altri, sulla necessità di abbandonare l'impostazione strategica di Bakunin, fino ad allora seguita, e d'imboccare una nuova strada. La fiducia del grande anarchico nell'istinto rivoluzionario del popolo, pronto a ridestarsi se sollecitato, alla prova dei fatti si era rivelata una pia illusione. L'insegnamento da trarne era che, invece di prospettare ai contadini le delizie di una futura società socialista, occorresse appoggiarne le immediate rivendicazioni: il possesso della terra e l'autonomia amministrativa delle comunità di villaggio, le obščiny. Non essendo il popolo organizzato in una «intelligente e forte opposizione», sarebbe stato il partito a innalzare «la bandiera di questi diritti, di generazione in generazione, fino al momento in cui le circostanze avrebbero permesso di entrare in lotta aperta contro gli sfruttatori»,[23] e compito dei populisti sarebbe stato quello di aiutare in loco i contadini a contrastare le angherie di kulaki (gli agricoltori ricchi) e pomeščiki (i proprietari terrieri), nonché di formarne l'élite. Il tipo sociale di riferimento presso cui agire sarebbe stato il contadino di condizione media, non ancora agente di sfruttamento e parassita com'era il kulak. Naturalmente non si potevano realizzare obiettivi di così vasta portata senza un rivolgimento sociale. Gli strumenti per prepararlo erano la propaganda, per mezzo della parola e dei fatti (partecipazione alle proteste studentesche, sostegno agli scioperi nelle città), e la disorganizzazione dello Stato, ovvero il ricorso al terrorismo politico. Quest'ultimo punto, fuorché al Sud, fu per quasi due anni trascurato, giacché la dirigenza di Zemlja i Volja voleva testare l'efficacia della propaganda secondo l'inedita impostazione.[24]

Nell'inverno del 1877, Michajlov organizzò un primo laboratorio per la fabbricazione dei documenti falsi, e stabilì, assieme a Troščanskij (1843-1898), dei fruttuosi contatti con un agente di polizia, Vasilij Davidovič Bereznevskij, che per più di un anno e mezzo avrebbe fornito, nella misura consentitagli dalla sua posizione non molto privilegiata, preziose informazioni al partito rivoluzionario.[25]

In primavera anche Michajlov, come i suoi amici, prese la via delle campagne. La seconda «andata nel popolo» vide impegnati gli elementi migliori e si concentrò nell'area di Saratov, dove l'eco delle gesta di Pugačëv e di Sten'ka Razin non s'era mai spenta. Egli prestò la sua assistenza come maestro nel villaggio di Sinen'kie,[26] presso i bespopovcy. [27] In materia di sette si fece presto una cultura tanto vasta da poter difendere le tesi scismatiche in pubbliche discussioni con i preti ortodossi, lì presenti per fare opera di conversione al credo ufficiale.[28] Fu un'esperienza molto dura, scandita dalla stretta osservanza di antichi e spesso incomprensibili rituali, come le innumerevoli e prolungate prostrazioni quotidiane, o l'uso di speciali utensili per bere e mangiare, il tutto in un ambiente chiuso al mondo esterno. Ma in fondo non gli dispiacque, perché a un rivoluzionario tornava utile imparare a sopportare meglio i disagi e a temprare la volontà. E poi si sentiva spiritualmente affine a quella gente; in essa ritrovava lo stesso elemento di protesta sociale, combinato con la speranza nel rinnovamento futuro del mondo, che era radicato in lui. Racconta Plechanov nelle sue memorie che Michajlov sognò di poter essere un giorno il creatore di una religione razionalistica e socialista, vicina all'intimo sentire del popolo ed eretta sulle sue antiche credenze.[29]

 
Ol'ga Šlejsner Natanson in un'illustrazione
 
Anna Korba

Era stata la Šlejsner, che sostituì il marito quando questi fu arrestato nel maggio del 1877,[30] a organizzare il centro amministrativo per gli insediamenti di Zemlja i Volja nella regione di Saratov, e Michajlov ebbe modo in quel periodo di apprezzarla, e in qualche maniera d'innamorarsene. Nelle sue memorie scritte in prigione ricorda: «Nel 1876 ho incontrato per la prima volta una donna cui mi sono sentito molto legato. Era l'indimenticabile Ol'ga Natanson. Tuttavia ella amava appassionatamente il marito e anch'io ero infinitamente affezionato a Mark. Così ho onorato la sua felicità e i miei sentimenti per Olga non sono mai andati oltre una profonda amicizia».[31]

Sulla sua vita privata si sa poco. La Figner afferma che per Michajlov il vero rivoluzionario doveva essere in grado di sacrificare ai superiori interessi della causa ogni cosa, comprese le proprie passioni, e che in conformità con tali precetti condusse un'esistenza povera di affetti personali, tutto teso a rifuggire ciò che poteva distrarlo o indebolirlo.[32] Plechanov aggiunge che Michajlov poteva amare una donna solo astrattamente, come un compagno di lotta, che per lui, come per Proudhon, l'amore era «una violazione della giustizia sociale», senza tener conto che il suo tempo era completamente assorbito dagli affari del partito.[33] Certo è che sul principio del 1880, in occasione di un lavoro rivoluzionario congiunto con Anna Korba,[34] Michajlov s'infiammò d'amore per lei, pur non lasciando mai trapelare nulla all'esterno, e risolvendosi a confessare i suoi sentimenti solo dopo l'arresto. Dal carcere le scriverà: «Ti ho amata in silenzio, con calma, ma profondamente e per sempre». E ancora: «È troppo tardi, ma sono contento che tu conosca la forza del mio amore». Ne parlerà anche alla sorella Klavdija in una lettera del 14 (26) febbraio 1882: «Il mio cuore è spezzato... Ho perso ciò che avevo nella vita di più luminoso, di più caldo... mi è stata portata via la mia amica, la mia cara colomba, il mio bel sole...[35] Solo la consapevolezza del mio sommo dovere placa la tempesta nel mio animo. Ma credo che in ogni caso non vivrò a lungo senza di lei, senza la mia gioia...».[36]

Al principio di aprile del 1878, Michajlov rientrò a San Pietroburgo con in tasca un programma su come penetrare più ampiamente le sette, che pensava di sottoporre ai compagni, ma gli bastò rituffarsi per qualche giorno nella caotica vita del partito per comprendere che la sua priorità fosse la conquista delle libertà politiche, mancando le quali era impensabile una seria e capillare attività in mezzo al popolo. Del resto non era l'unico a dover ammettere il sostanziale fallimento dell'agitazione nelle campagne: sul finire dell'anno restavano in piedi solo le colonie di Tambov e di Novosaratovka.[37]

Il 1878: un anno di transizioneModifica

 
Il generale Trepov nel 1865
 
Vera Zasulič

L'anno si aprì con un atto di terrorismo, il primo, scatenato dalla ventinovenne Vera Zasulič, che il 24 gennaio (5 febbraio) 1878 sparò al governatore di San Pietroburgo, generale Trepov, nel suo ufficio, ferendolo non gravemente. Le ragioni del gesto riposano in un episodio accaduto a luglio quando, nel cortile della «Casa di detenzione preventiva», un prigioniero, quello stesso Bogoljubov condannato a quindici anni per la manifestazione sulla piazza della Cattedrale di Kazan', non si era tolto il berretto al passaggio del governatore, in visita al carcere. Trepov, furioso per l'insolenza fattagli, si scagliò contro Bogoljubov e lo fece fustigare.[38] Alla scena di inaudita violenza avevano assistito, dalle finestre delle loro celle, alcuni di coloro che stavano per essere giudicati nel processo dei 193.[39] Ne seguì una grande protesta, che si spense solo quando si seppe che quelli di fuori avrebbero vendicato Bogoljubov. E infatti gli zemlevol'cy del sud, Osinskij, Frolenko, Popko (1852-1885) e Vološenko (1848-1908), avevano progettato un'azione di risposta ai danni di Trepov, ma la Zasulič, che veniva dalle loro fila, agì, anticipandoli, proprio il giorno successivo alla lettura del verdetto, e certo a impedirle di colpire prima era stato il desiderio di non nuocere a chi era sotto processo.[40]

Da quel giorno l'idea di rispondere alla violenza con la violenza si fece largo nella coscienza dei rivoluzionari, assieme al proposito di resistere con le armi in pugno all'arresto e di liberare i compagni prigionieri. Fu nel 1878 che Zemlja i Volja prese la sua forma definitiva, quella voluta da Michajlov, che vennero a precisarsi e chiarirsi i metodi di lotta, che si cominciò a ragionare seriamente sul terrorismo, sulle conseguenze della sua adozione, cosa che rivelò l'esistenza nel suo seno di due correnti: i politiki (i politici), fautori della lotta aperta per la conquista delle libertà democratiche, e i derevenščiki (i campagnoli), fedeli al programma originario populista, i quali sostenevano che il cambiamento attuato senza il popolo avrebbe avvantaggiato solo i liberali, e che quindi non bisognava allentare i legami con i contadini. Ma era appunto il popolo a disertare, avvilito dal pregiudizio, dall'ignoranza, dall'inalterata fede nello zar, e intanto i diritti umani erano negati ogni giorno.[41] Michajlov riassumeva il contrasto scrivendo: «La maggioranza ha un solo desiderio, che è battersi fino in fondo contro il potere statale, ma ci sono taluni per i quali la teoria ha un peso di gran lunga superiore alla logica dei fatti».[42] Il terrorismo era perciò un aspetto dell'evoluzione, in un contesto di assolutismo autocratico, di un partito rivoluzionario risoluto a ribaltare lo status quo, ed era l'espressione più appariscente e sofferta della grave crisi in cui si dibatteva la Russia.

L'attività terroristicaModifica

 
Porfirij Vojnaral'skij
 
Adrian Michajlov

Di ritorno a San Pietroburgo, Michajlov fu coinvolto da Sof'ja Perovskaja nel suo piano per liberare Vojnaral'skij (1844-1898) — uno dei cinque condannati nel processo dei 193 alla pena più alta, dieci anni di lavori forzati —[43] a Chark'ov, dove avrebbe fatto sosta prima di essere trasferito alla prigione di Novobelgorodsk.[44] All'impresa, attuata il 1º (13) luglio, parteciparono, oltre a Aleksandr Michajlov, Kvjatkovskij, Barannikov, Frolenko, Adrian Michajlov (1853- 1929), Marija Ošanina, e Medvedev-Fomin (1852-1926). Michajlov operò nel ruolo di intestatario della casa sicura (l'appartamento in cui era coordinata l'azione) e, quando il tentativo fallì, predispose la fuga degli amici. Ci fu comunque una perdita, Medvedev, che non aveva rispettato i tempi e, arrivato in ritardo alla stazione, era stato catturato dalla polizia.[45]

Un mese dopo Michajlov, su decisione di Ol'ga Šlejsner, diresse l'omicidio del generale Mezencov (1827-1878), il capo della Terza Sezione. Egli ne seguì gli spostamenti, e il giorno dell'attentato segnalò agli esecutori designati l'approssimarsi dell'obiettivo.[46] La decisione di uccidere Mezencov fu presa perché era ritenuto il principale responsabile dei fatti relativi al processo dei 193. Nei tre anni e mezzo che era durata l'inchiesta, più di quattromila persone erano state arrestate, e quando fu chiaro che la stragrande maggioranza di esse non aveva legame alcuno con il movimento rivoluzionario, invece di essere lasciate tranquille, subirono un provvedimento amministrativo di espulsione da San Pietroburgo. Dei circa trecento restanti, durante gli anni della detenzione preventiva, trentotto impazzirono, dodici si suicidarono, quarantatré morirono prima del processo. Dei centonovantatré portati a giudizio, quattro morirono subito dopo il processo, ventotto furono condannati ai lavori forzati per un periodo dai tre ai dieci anni, una trentina a pene minori, ma più di ottanta sentenze di assoluzione furono convertite nell'esilio o nell'espulsione.[47]

 
Sergej Kravčinskij
 
Il generale Mezencov

Il 4 (16) agosto Kravčinskij, mentre Mezencov passeggiava in piazza Michajlovskij, all'angolo tra via Ital'janskaja e la pasticceria Kočkurova, lo pugnalò mortalmente nella cavità addominale con uno stiletto che aveva nascosto nel giornale. In quello stesso momento, Barannikov sparava a vuoto contro l'assistente di Mezencov, Makarov, quindi entrambi salivano di corsa su un calesse condotto da Adrian Michajlov e facevano perdere le proprie tracce.[48] Poiché l'attacco era stato sferrato solo due giorni dopo l'impiccagione a Odessa di Ivan Koval'skij, un agitatore del sud che aveva inaugurato il metodo della resistenza armata all'arresto, il governo e l'opinione pubblica ebbero la terribile impressione che il partito rivoluzionario fosse in grado di rispondere colpo su colpo e con fulminea prontezza. L'attentato contro Mezencov fu quindi un successo anche a livello propagandistico.[49]

L'8 (20) agosto, il giorno dei funerali di Mezencov, al Palazzo d'Inverno, sotto la presidenza di Alessandro II, si riuniva il Consiglio dei ministri per discutere le misure da prendere contro il bellicoso movimento rivoluzionario. Fu approvata la vecchia proposta avanzata dal ministro della Giustizia all'indomani dell'assoluzione della Zasulič, di sottoporre ai tribunali militari il giudizio sui reati politici. Furono inoltre dati maggiori poteri alla polizia, che ora poteva esiliare per via amministrativa nella Siberia orientale le persone anche vagamente sospette, e furono ancora più inasprite le condizioni detentive.[50]

La caduta del «centro» e la ricostruzione di «Zemlja i Volja»Modifica

A maggio era stato emendato lo statuto di Zemlja i Volja. In questa occasione Michajlov era riuscito a far prevalere, sia pure tra qualche malumore, la propria concezione cospirativa che, da quanti restavano ancorati al modello bakuninista, era considerata troppo autoritaria. Michajlov aveva cercato di far loro capire che era in atto una guerra tra lo Stato e un pugno di individui, e che per poter far fronte a un nemico tanto potente non vi era alternativa allo sviluppo di una società centralizzata, compatta, disciplinata e segreta, abile ad attrarre le forze migliori e a garantire rapidità di pensiero e d'azione.

 
La prima pagina manoscritta da Aleksej Obolešev del programma di «Zemlja i Volja», nella redazione finale del maggio 1878

Gli uomini disposti a sacrificare all'organizzazione tutte le proprie forze, legami, averi, a darsi integralmente alla causa, avrebbero costituito il «circolo fondamentale». Ogni membro, che aveva facoltà di scegliere la zona territoriale e il campo di attività in cui lavorare, avrebbe creato un suo gruppo e provveduto alle questioni amministrative in piena autonomia. Uniche restrizioni alla sua indipendenza erano la fedeltà al programma e l'obbligo di partecipare alle imprese decise dal centro, quando ne fosse stata fatta richiesta. Per rafforzare la segretezza, ciascun capo avrebbe ignorato le attività dei suoi pari grado, e ciascun affiliato avrebbe conosciuto solo ciò che era indispensabile all'adempimento dei propri compiti specifici. Sarebbero state prese maggiori precauzioni al momento di introdurre nel partito nuovi elementi, come un'attenta valutazione della personalità e la garanzia di almeno due membri del circolo fondamentale. Fu poi creato un organo detto «comunione», composto da tre-cinque persone nominate a tempo indeterminato e a maggioranza di due terzi dal circolo fondamentale. Esso avrebbe avuto facoltà di stipulare accordi federativi con altre organizzazioni, o anche singoli individui, per portare avanti una particolare operazione; raccogliere informazioni sia interne che esterne, per proteggersi da traditori e infiltrati; mettere a punto il bilancio; procedere all'equa ripartizione dei fondi tra le varie cellule. Fu infine deciso che il circolo fondamentale, o almeno i due terzi di esso, si sarebbe riunito ogni anno a San Pietroburgo, in un congresso, per tirare le somme del lavoro svolto e fissare le nuove disposizioni.[51]

La revisione dello statuto comportò il riassestamento del programma, nel senso che la disorganizzazione dello Stato diventava un punto prioritario. L'ambizioso traguardo non era impossibile da raggiungere. Occorreva avviare contatti con l'esercito, cercare di portare gli ufficiali a condividere le aspirazioni delle masse popolari, così da averne l'appoggio allo scoccare dell'ora decisiva.[52] Ma questa strategia, affinché maturasse, richiedeva tempo; per l'innanzi, si doveva procedere alla «eliminazione sistematica delle personalità più pericolose o più autorevoli del governo, coloro che, in un modo o nell'altro, mantengono in piedi l'odiato regime».[53]

 
Leontij Berdnikov

Nella prassi quotidiana, non tutti i membri di Zemlja i Volja si conformarono alle norme statutarie, con grande disappunto di Michajlov. La dannosa tendenza fu abbandonata solo dopo la caduta del nucleo centrale del partito, decimato dagli arresti di fine ottobre e inizio novembre. L'impulso che determinò la perdita dei dirigenti presenti a San Pietroburgo venne da nove lettere di denuncia anonime. Non è stato mai appurato chi fosse l'autore delle missive, ma secondo uno degli arrestati e futuro membro di Narodnaja volja, Leontij Berdnikov (1852-dopo 1917), all'origine dell'intrigo ci sarebbe la sorella maggiore di Aleksandra Malinovskaja, Vera. Costei conosceva molti dei rivoluzionari e qualcuno dei loro affari, e in più era, a detta di Berdnikov, una gran pettegola che deplorava l'operato della sorella. È quindi piuttosto probabile che abbia fatto esplicite rivelazioni a una sua cara zia, davanti al marito di lei, un ufficiale noto per essere un nemico dei socialisti, il quale sarebbe, appunto, il delatore. Comunque siano andate le cose, la polizia pose sotto sorveglianza la casa in cui la Malinovskaja viveva con la Kolenkina. Del piantonamento si accorse Aleksandr Michajlov, che, in partenza per Rostov sul Don, dove aveva ricevuto l'incarico di indagare sui disordini scoppiati in un villaggio di cosacchi e organizzare nella zona un gruppo d'azione, intimò agli zemlevol'cy di non riunirsi in quell'appartamento. Nondimeno, l'ammonimento di Michajlov non bastò a evitare gli arresti.

La polizia riuscì infatti a non perdere i contatti con la Malinovskaja e la Kolenkina. Le pedinò, scoprì la casa sicura di Berdnikov, precedente alloggio di Michajlov, e introdusse le sue spie nel cortile. La notte tra l'11 e il 12 (23 e 24) ottobre furono presi la Malinovskaja e la Kolenkina, che offrirono resistenza armata, la sorella di Kovalik e Berdnikov, nella cui abitazione c'erano opuscoli illegali, carta per la stampa, inchiostro e l'attrezzatura per la rilegatura.

 
Leonid Bulanov

La mattina seguente Adrian Michajlov e Leonid Bulanov (1856-1922), entrambi membri fondatori di Zemlja i Volja, furono fatti prigionieri nell'appartamento di Berdinkov. Adrian Michajlov racconta nella sua autobiografia che, saputo dell'arresto della Malinovskaja e della Kolenkina, si apprestò a mettere in guardia gli altri, a cominciare da Bulanov, il più vicino da raggiungere, e che assieme a lui decisero quali compagni ognuno di loro due dovesse avvertire. Aleksej Obolešev, uno degli elementi più validi del partito, toccò a Bulanov, che però non ne ricordava il nome clandestino e l'indirizzo. Molto scioccamente i dati, riferiti da Michajlov, furono scritti su un biglietto, invece che essere memorizzati. Poi accadde qualcosa di incredibile. La situazione, che esigeva prudenza e ottemperanza delle norme cospirative, fu presa con faciloneria dai due rivoluzionari, i quali, scesi in strada, non si separarono affatto e quasi senza rendersene conto, discutendo di un articolo di Michajlovskij, appena pubblicato su «Otečestvennye Zapiski» e intitolato “Dühring e Renan”, giunsero alla meta cui era diretto Adrian Fëdorovič: l'appartamento di Berdnikov. Distratti dal confronto verbale, non notarono nemmeno l'assenza del segnale di sicurezza, che prima dell'arresto Berdnikov aveva tolto, e chiesero di lui al portiere. La trappola scattò immediatamente. Alla stazione di polizia, Bulanov cercò di disfarsi del foglietto con l'indirizzo e il nome illegale di Obolešev, che era Vladimir Saburov, ma il suo tentativo fu notato e il pezzo di carta gli fu strappato dalle mani. Quella notte Obolešev fu arrestato e con lui fu sequestrato il materiale utile alla fabbricazione dei falsi documenti. Il 13, furono fermati quanti si recarono da Obolešev, e tra questi c'era Ol'ga Šlejsner. Nei giorni successivi, gli arresti continuarono, sulla base di nuove informazioni rinvenute a casa di Obolešev.[54]

Pochi giorni prima che avesse inizio l'effetto domino degli arresti a catena, da Rostov, Aleksandr Michajlov aveva inviato una lettera di biasimo ai compagni, lamentando lo scarso rispetto delle norme statutarie: «È intollerabile e pericolosa l'assenza di disciplina che regna tra noi. Ho provato a contrastare questa miserabile abitudine, nemica della sicurezza e che non conduce a nulla di buono, con la speranza di creare una società meglio organizzata. Ora, l'osservanza dello statuto è obbligatoria per ciascun membro, e io chiedo a coloro che hanno manifestato insoddisfazione e sfiducia di tenere verso di esso un atteggiamento più serio».[55]

 
Vasilij Troščanskij

Una seconda notevole spinta agli arresti venne dalla negligenza di Troščanskij, incaricato da Michajlov di coltivare i rapporti con un impiegato della cancelleria, Aleksandr Ždanov, da lui reclutato nel tardo inverno del 1877 perché fornisse informazioni a pagamento. Troščanskij, di propria iniziativa, aveva chiesto a Ždanov di consegnargli una circolare del ministero degli Interni, che era pervenuta al dipartimento di polizia. Nel giro di qualche giorno, la fuga di notizie fu scoperta e Ždanov arrestato. Questi rese subito una piena confessione e denunciò sia Bereznevskij che Troščanskij, il quale aveva incautamente riferito a Ždanov dettagli importanti sull'omicidio di Mezencov.[56]

Per salvare il salvabile, non avendo i restanti membri dell'organizzazione né denaro, né documenti, né la possibilità di stabilire contatti con gli elementi sparsi nelle colonie, giacché non conoscevano i luoghi di residenza, Plechanov e Kravčinskij convocarono Michajlov a San Pietroburgo. Questi rientrò nella capitale il 31 ottobre (12 novembre) e per poco non finì anche lui in prigione. Recatosi nell'appartamento di Troščanskij che, arrestato poche ore prima, non aveva avuto modo di togliere il segnale di sicurezza, Michajlov fu catturato e portato negli uffici della polizia. Qui, approfittò di un attimo di distrazione della guardia per darsi alla fuga. Inseguito dai gendarmi, che gridavano ai passanti di fermarlo, Michajlov cavò dalla tasca il suo tirapugni e lo mostrò per scoraggiare i bravi cittadini che provassero ad aiutare la polizia, svoltò quindi a un angolo, e si mise lui stesso a urlare ai pedoni come se stesse braccando qualcuno. La gente, interdetta e all'oscuro della verità, lo lasciò passare. Giunto all'inferriata di un giardino, tentò di scavalcarla, ma era troppo alta; poi, più avanti, trovò il cancello aperto, e per questa via si dileguò.[57]

Michajlov, attentissimo a muoversi con prudenza per scongiurare altri arresti, ricostruì in brevissimo tempo la rete dei rifugi, creò un ufficio tecnico abilitato alla falsificazione dei documenti, in modo da fornire immediatamente ai compagni le nuove identità, non ebbe troppe difficoltà a farsi finanziare da generosi simpatizzanti, richiamò a San Pietroburgo i rivoluzionari di sperimentata fede che erano ancora sparsi nelle campagne, e tra questi c'era Kvjatkovskij, suo grande amico. Fu allora che il gruppo della Perovskaja confluì in Zemlja i Volja, e vi entrarono Tichomirov, Morozov (1854-1946), Ol'ga Ljubatovič, cioè alcuni tra i reduci del processo ai 193 e di quello ai 50.[58]

 
La rivista «Zemlja i Volja!», № 2, dicembre 1878

Nel mese di novembre cominciò a uscire con regolarità mensile la rivista del partito, «Zemlja i Volja!», a testimoniare l'ottimo funzionamento dei rinati servizi tecnici. A stamparla era la Libera tipografia russa, la macchina tipografica acquistata da Zundelevič (1857-1923) a Berlino, e che per incarico di Natanson aveva pubblicato, da marzo ad aprile 1878, i quattro numeri del «Načalo», (l'Inizio), il primo giornale populista edito in patria. Michajlov ne aveva ripreso il controllo, l'aveva trasformata nella Libera tipografia di Pietroburgo e nascosta in un appartamento perfetto sotto il profilo delle esigenze cospirative, nel cuore stesso della capitale. Il responsabile della stamperia era sempre Zundelevič, e Michajlov assicurava i contatti con il centro.[59]

Michajlov attribuiva alla rivista un enorme significato. Un giorno disse a Tichomirov che essa era la prova tangibile dell'esistenza in Russia di una società segreta misteriosa e potente. «L'importante è che esca una rivista clandestina. La polizia la cerca e non la trova. Questo colpisce il pubblico. E quel che c'è scritto non conta. A parer mio, la rivista ideale sarebbe quella su cui non ci sia stampato alcunché».[60] Era solo una battuta. In realtà Michajlov, che non pubblicò mai nulla di suo sul giornale, era sempre presente alle riunioni della redazione, dava suggerimenti, esprimeva critiche e, particolare degno di nota, solea misurare con l'orologio il tempo di lettura degli articoli, per accertarsi che non fossero troppo lunghi da annoiare. Dopo l'uscita di ogni numero, «Catone il Censore», com'era chiamato Michajlov nel suo ruolo di supervisore dell'organo di partito, invitava gli amici nel suo appartamento e festeggiava con loro il felice evento. Queste serate amabili coi suoi compagni furono l'unico divertimento che si concesse.[61]

L'energia e l'intelligenza profuse da Michajlov nella ristrutturazione di Zemlja i Volja, quando era una società alla deriva e a pezzi, l'averne addirittura esteso l'influenza nella capitale e rafforzato l'assetto organizzativo, gli consentirono di accrescere la propria autorità all'interno del partito e di farne ciò che aveva sempre desiderato: un modello di efficienza cospiratoria.

Il «Guardiano» dell'organizzazioneModifica

Michajlov apprese da sé l'arte della cospirazione e di essa ne fu, per così dire, un maestro. Il complesso delle misure atte a proteggere l'organizzazione possono essere suddivise in interne ed esterne: le prime volte alla difesa della società segreta dai suoi stessi membri, in caso di tradimento; le seconde, volte a contrastare l'azione della polizia, delle sue spie, di quanti gravitavano intorno al partito, coi quali era giocoforza entrare in rapporto.

Nell'ambito della protezione interna, le misure principali consistevano nella separazione e indipendenza dei vari scomparti, di modo che ciascheduno ignorasse i segreti dell'altro, e l'uso da parte dei membri di nomi falsi o pseudonimi. Ogni rivoluzionario era tenuto a sapere soltanto ciò che aveva pertinenza diretta con la sua attività e nient'altro, almeno finché non entrava nel ristretto cerchio principale, il «circolo fondamentale» di Zemlja i Volja e, dopo la scissione, il «Comitato esecutivo» di Narodnaja volja; ma anche nel centro direttivo, l'unico a conoscere la mappa completa dell'organizzazione sarà sempre il solo Michajlov. Per fare qualche esempio, le vie per il passaggio illegale di merci e persone attraverso il confine erano note, oltre che a Michajlov, esclusivamente a Zundelevič, che aveva contatti con i contrabbandieri alle frontiere; i componenti della tipografia, dell'ufficio passaporti, del gruppo terrorista, si ignoravano l'un l'altro, e ogni sezione operativa aveva il proprio appartamento.[62]

 
Aleksandr Michajlov

Vivere in clandestinità significava nascondere il proprio nome alle autorità e ai compagni coi quali si entrava in contatto durante uno o più lavori rivoluzionari. I nomi falsi usati da Michajlov sono: Dmitrij Egorovič Sakotin, Illarion Konstantinovič Kožin, a Lipeck si presenterà con l'identità del mercante Bezmenov; a Mosca, durante la preparazione dell'attentato al treno dello zar, si celerà dietro la facciata del contadino Ivan Ploškin, e all'arresto esibirà i documenti del tenente d'artiglieria a riposo, Konstantin Polivanov. Tanti anche gli alias rivoluzionari, da Djaden'ka (lo Zio) a Catone il Censore, da Pëtr Ivanovič a Aleksandr Andreevič, fino al celebre e antonomastico Dvornik (il Guardiano).[63]

Due erano i modi coi quali i rivoluzionari si procuravano i passaporti quando entravano in clandestinità: acquistando i documenti originali e fabbricandone di falsi. Michajlov era abilissimo nel reperimento dei documenti originali, generalmente di persone morte lontano dalla Russia, giacché il loro decesso non era registrato in patria. Per la fabbricazione dei falsi, c'era un ufficio apposito in grado addirittura di creare, all'occorrenza, entro due e tre ore un buon documento contraffatto. L'ufficio disponeva di una gran quantità di modelli e timbri, circa centosessanta. I modelli per la stesura dei documenti falsi erano le stesse carte dei rivoluzionari, persone appartenenti in gran numero alla nobiltà, ragion per cui c'era penuria di originali del ceto borghese e contadino. Un sotterfugio spesso usato per raccogliere le informazioni utili a compilare i documenti era quello di affittare una stanza in un albergo e cercare, tramite un annuncio sui giornali, un coinquilino con cui dividere le spese, o qualcuno cui offrire un lavoro. Chi si presentava versava un anticipo e lasciava per le verifiche il proprio documento. Fatte le copie di questo, il passaporto e la caparra venivano restituiti, e l'affare svaniva con una scusa senza far nascere sospetti.[64]

Le misure ideate per la difesa dell'organizzazione dai pericoli esterni erano, a parte la possibilità di infiltrare un proprio agente nella polizia politica: l'impiego di codici cifrati nella corrispondenza e nei memorandum personali; un vestiario appropriato; la ricerca di precisi requisiti nella scelta degli appartamenti e l'applicazione di segnali alle finestre.

Michajlov controllava costantemente che i compagni scrivessero in codice. Negli anni di Zemlja i Volja e di Narodnaja volja, tanti furono i cifrari utilizzati, ma sempre la regola generale fu che il codice di decriptazione del testo fosse un segreto tra mittente e destinatario. Il cosiddetto cifrario nichilista utilizzato dai populisti rivoluzionari era in realtà il cifrario ideato da Léon Gambetta, una variante del Vigenère, nel quale la tabella delle lettere dell'alfabeto, corrispondente ciascuna a un numero, cominciava di volta in volta da una lettera diversa, previamente concordata.[65] Tra gli altri cifrari, ve n'erano anche di quelli dove al posto dei numeri c'erano simboli matematici o di genere diverso, e un sistema semplice ma efficace descritto da Morozov, consistente nell'inviare al destinatario una lettera dal contenuto innocuo, seguita a distanza di pochi giorni da un'altra riempita con coppie di numeri, laddove il primo indicava la riga e il secondo, la parola. Alcuni dei codici usati dai rivoluzionari non sono mai stati decriptati, come gran parte del taccuino di Michajlov e il quadernetto di Kvjatkovskij, altri lo furono solo perché il traditore Okladskij fornì alla polizia la chiave.[64]

Una particolare attenzione, secondo Michajlov, andava riposta nell'abbigliamento, che doveva essere curato e perciò passare inosservato, diversamente dall'«abito nichilista», con la sua coperta sulle spalle e gli stivali alti, che era una palese dichiarazione di fede politica.

 
Nikolaj Kletočnikov

Nessuno come Michajlov sapeva trovare gli appartamenti più idonei ai fini cospiratori e, finché non sopravvenne l'arresto, fu il solo a occuparsene. Era importante che la «casa sicura» fosse collocata ai piani alti, avesse mura spesse, due ingressi e due uscite, disponesse di acqua corrente per limitare le intrusioni del portinaio nell'appartamento. Altrettanto indagati da Michajlov erano il cortile — meglio se doppio — e il pianerottolo. Ma, per quanto un appartamento fosse confortevole e funzionale alle esigenze cospirative, poteva sempre risultare fatale a chiunque vi si recasse, se era stato individuato dalla polizia; di qui il ricorso a segnali d'allarme da apporre alle finestre visibili dalla strada. Michajlov ne ideò tutta una serie e non cessò mai di insistere coi compagni affinché non dimenticassero di mettere l'avviso di pericolo. Se non c'era tempo e modo di procedere con il segnale prestabilito, nel caso, ad esempio, di un'irruzione inattesa della polizia, Michajlov stabilì che i vetri delle finestre fossero rotti. E così fu fatto allorché cadde la tipografia. I vetri furono frantumati dal lancio delle sedie e quando, l'indomani, di buon'ora, Michajlov giunse al vicolo Sapernyj, vide le finestre infrante e passò oltre. Da oculato protettore dell'organizzazione qual era, Michajlov faceva ogni mattina, dalle 06:00 alle 08:00, il giro degli appartamenti clandestini, che erano tutti ubicati nei quartieri centrali di San Pietroburgo, e se constatava, dalla segnaletica o da altri indizi rivelatori, che qualcuno era perduto, si affrettava a informarne gli amici.[66]

La guerra contro le spie cominciava per le strade, dove saperle identificare poteva salvare la vita, e Michajlov possedeva questo talento. Scrive Kravčinskij: «Il Dvornik era un vero specialista in tutto ciò che spetta alla lotta con la polizia e le spie, e in codesto ramo possedeva delle cognizioni vastissime, aumentate con uno studio lungo e indefesso. Avendo affittato a bella posta una stanzetta dirimpetto alla casa del capo della polizia segreta, egli passò intere giornate a osservare tutte le persone che v'entravano. Così egli conosceva in faccia una buona parte delle spie di Pietroburgo e ne fece una specie di classificazione, secondo i costumi, il carattere, il modo di sorvegliare, di dare la caccia, ecc., e poteva fare dei ragguagli interessantissimi su tutte queste particolarità. Per aver avuto tanto a che fare con tale genia, egli acquistò un'abilità speciale nel riconoscerli d'un sol colpo d'occhio».[67] E in segreto, per valutare quanto dei suoi insegnamenti in questo specifico settore dell'arte cospiratoria i compagni avessero interiorizzato, di tanto in tanto ne sorvegliava qualcuno. Se era stato notato, bene; all'opposto, le sue rimostranze non avevano fine.[68]

Naturalmente, il modo migliore di salvaguardare l'organizzazione era ripetere l'impresa compiuta con Bereznevskij, ma stavolta muovendosi con maggior circospezione, assumendo su di sé solamente l'intera operazione, e a dicembre del 1878 Michajlov compì il prodigio di introdurre un proprio uomo, Nikolaj Kletočnikov, addirittura nella Terza sezione.

Michajlov conosceva a menadito San Pietroburgo e, in generale, poteva memorizzare la topografia di qualunque posto in cui capitava, e specialmente vicoli e cortili interni: se ce ne fosse stato bisogno, erano ideali vie di fuga. Regolò nei minuti dettagli la vita illegale del partito, insegnò ai compagni come camuffare il proprio aspetto, capire di essere pedinati, eludere la sorveglianza, schivare le trappole. Sul finire del 1878 Michajlov era dunque riuscito nell'arduo compito di fare di Zemlja i Volja una società segreta esemplare e, per conseguenza e in modo molto naturale, a divenirne il capo indiscusso, la «pietra su cui tutto poggia», il custode riconosciuto dell'organizzazione.[69]

Il 1879: l'anno della svoltaModifica

Nei primi mesi del 1879 si inasprì ulteriormente il confronto tra le due correnti interne a Zemlja i Volja. In discussione era il fondamento stesso dell'ideologia populista: lo spirito rivoluzionario del contadino russo. I derevenščiki, sebbene non potessero negare l'insuccesso del lavoro nelle campagne, pur tuttavia non potevano accettare il postulato dei politiki, della rivoluzione fatta senza il popolo, o perlomeno, iniziata senza il suo concorso. I politiki, dal canto loro, ritenevano che la continua pressione sul governo di una minoranza di rivoluzionari inflessibili e coraggiosi, potesse strappare, col terrore, le libertà democratiche e, forte del successo, trascinare con sé il popolo.

 
Nikolaj Morozov nel 1878

Lo scontro coinvolse anche il giornale. In un primo momento ne era stato redattore capo e direttore Klemenc, il quale aveva mantenuto la linea editoriale entro gli schemi del populismo classico, ma a marzo era stato arrestato e alla ribalta erano saliti Tichomirov e Morozov, noti partigiani del terrorismo. A sostenere le vecchie tesi, nella redazione, restava il solo Plechanov. Lo spostamento di prospettiva fu subito evidente con l'uscita del «Listok Zemli i Voli!» (Il Foglio volante di Zemlja i Volja!), presentato come il necessario complemento di una rivista mensile che, in quanto mensile, non poteva seguire di pari passo l'incalzare degli eventi. Esso venne a sostituire in pratica la stessa rivista, di cui sarebbe uscito ancora solo un numero, mentre il «Listok» fino a giugno avrebbe, in cinque veri e propri bollettini di guerra, celebrato le azioni compiute dal partito.[70]

A quel tempo risale l'iniziativa dei derevenščiki di stendere un promemoria da indirizzare ai politiki, per provare a superare le divergenze. L'incarico fu affidato ad Aptekman. Nelle sue note, questi esortava ad «abbandonare la via del terrorismo, perché estremamente pericolosa e tale che potrebbe condurci in un vicolo cieco, in un labirinto dal quale non sapremmo più come uscirne». La lotta politica, anche se fosse terminata con la conquista delle libertà democratiche, avrebbe svuotato il popolo di ogni energia, esso si sarebbe per così dire accontentato, e il traguardo del socialismo si sarebbe allontanato. Per l'altra parte, un documento analogo fu scritto da Aleksandr Kvjatkovskij. Egli sosteneva che Zemlja i Volja era in crisi proprio a causa dei pregiudizi contro la lotta politica, i quali le stavano impedendo di sfruttare il malcontento generale a favore degli interessi popolari. «Mentre la società è sempre più portata all'agitazione, comincia a sollevare il capo, freme, aspetta qualcosa», il partito esitava, restava immobile.[71] Il conflitto non si risolse, e anzi si aggravò, per il sovrapporsi di nuove complicazioni legate alla volontà di un uomo, giunto in febbraio a San Pietroburgo, di uccidere lo zar.

Il tentativo di Solov'ëvModifica

 
Il tentativo di Solov'ëv visto dalla rivista liberale «Vsemirnoj illjustracii» (Illustrazioni dal mondo)

Aleksandr Solov'ëv non apparteneva a Zemlja i Volja, ma a un gruppo, di cui facevano parte anche Vera Figner e Jurij Bogdanovič, ad essa federato, e fino a due anni prima aveva abitato vicino a Michajlov, quand'egli stava con gli scismatici. Perciò, arrivato nella capitale, lo cercò immediatamente e gli confessò tutto l'affanno degli ultimi mesi che lo aveva infine condotto alla risoluzione di eliminare Alessandro II. Non credeva più nella propaganda e si era persuaso che l'emancipazione del popolo non potesse compiersi sotto il regime imperiale. Occorreva produrre uno sconquasso tale da innescare la rivolta, e un cataclisma tanto potente non poteva che venire dalla morte violenta dello zar. Al suo amico chiedeva solo un'arma e del veleno per porre fine alla sua vita dopo aver sparato.[72]

Michajlov non provò a dissuadere Solov'ëv, la sua mente «era già orientata in tal senso»,[73] e accettò la sua proposta. Plekanov conferma l'evoluzione del suo pensiero: «Nella primavera del '79, abbiamo assistito a un drastico cambiamento nelle vedute di Michajlov. Ha cominciato a propendere verso il cosiddetto modus operandi del terrorismo. Questa rottura non si è verificata all'improvviso. Già da un po' criticava i fondamenti del vecchio programma, sebbene, al contempo non perdesse occasione di rilevare che non avevamo neanche un decimo delle forze necessarie a fare del vero terrorismo».[74]

In quel frangente a San Pietroburgo erano presenti altri due uomini che accarezzavano lo stesso progetto. Si trattava di Ludwik Kobyljanskij (1858-1886) e di Griša Gol'denberg, che poco prima, il 9 (21) febbraio, avevano ucciso il governatore di Char'kov, principe Kropotkin (1836-1879), cugino del celebre anarchico. Michajlov, che ne era informato, organizzò una serie di incontri per discutere la delicata questione, cui invitò a partecipare due politiki, Kvjatkovskij e Zundelevič, oltre ai tre aspiranti regicidi. In linea di principio, l'attentato non fu mai in forse: l'incognita era unicamente il nome dell'esecutore. Prevalse la candidatura di Solov'ëv, anche in ragione del fatto che era preferibile, per evitare rappresaglie contro le nazionalità minoritarie, fosse un russo ad uccidere lo zar, mentre Gol'denberg era ebreo e Kobyljanskij, polacco.[75]

Una volta raggiunto l'accordo, Michajlov attese un po' prima di riferire agli altri del circolo fondamentale, giacché erano in fase di definizione due attentati, l'uno contro una spia, e l'altro contro il nuovo responsabile della Terza Sezione.

 
Viktor Obnorskij
 
Illustrazione di Michail Popov

Sulla base di informazioni prodotte da Kletočnikov, l'«Unione settentrionale degli operai russi» di Viktor Obnorskij (1851-1919) e Stepan Chalturin era stata annientata in seguito alla delazione di Nikolaj Rejnštejn. Si era decisa pertanto, con l'approvazione del nucleo centrale, la sua soppressione. Rejnštejn, nella sua qualità di agente provocatore, era coadiuvato dalla moglie Tat'jana. Era stata lei a entrare in confidenza con Obnorskij e a trasmettere al marito quel che veniva di volta in volta a sapere. Sembra che la Terza sezione avrebbe lasciato in libertà Obnorskij ancora il tempo necessario a scoprire il cuore della cospirazione, e cioè i capi di Zemlja i Volja, se non avesse temuto che la Rejnštejn si sarebbe tradita, avendo manifestato per l'uomo un sentimento d'amore incompatibile con il suo ruolo di spia. Così Obnorskij era stato arrestato alla fine di gennaio, senza che Rejnštejn avesse avuto modo di raggiungere quello che era l'obiettivo principale. Il 5 (17) marzo del 1879 Reinštejn fu freddato da Michail Popov (1851-1908), scelto per la missione da Michajlov.[76]

Il «Listok» rivendicò l'uccisione della spia a nome del «Comitato esecutivo del partito social-rivoluzionario», denominazione sconosciuta nelle regioni settentrionali della Russia, ma che a Kiev era ben nota per essere stata usata dal circolo terrorista di Valerian Osinskij, ormai semidistrutto. La riproposizione di quel nome era chiaramente una sfida al governo, significava che l'eredità del Sud era stata raccolta dai rivoluzionari del Nord.[77]

 
Lev Mirskij
 
Il generale Drentel'n

Pochi giorni dopo, il 13 (25) marzo, un colpo di pistola, sparato attraverso il finestrino di una carrozza, mancava il sostituto di Mezencov, Drentel'n (1820-1888). L'attentatore, il nobile Lev Mirskij (1859-1920), che era a cavallo, non aveva potuto far fuoco di nuovo, perché il suo destriero si era impennato ed era partito al galoppo.[78] Come nella faccenda di Solov'ëv, anche in questo caso, l'iniziativa non era partita da Michajlov. Era stato Mirskij a proporsi e Michajlov, facendo affidamento sulle doti di cavallerizzo dell'aristocratico polacco, aveva ideato il piano assistito da Morozov, che aveva seguito gli spostamenti di Drentel'n e procurato la pistola.[79]

Michajlov motivò l'attacco a Drentel'n con il dovere di vendicare i maltrattamenti subiti in carcere dai prigionieri per estorcere loro le confessioni, e con i continui arbitri della polizia che, nella guerra intrapresa contro il partito rivoluzionario, non risparmiava gli innocenti. «Il nuovo capo della gendarmeria — dirà agli inquirenti — era evidentemente fautore dell'annientamento dei sospetti, intendendo questa parola nel senso più vasto. E poiché la banda dei malintenzionati viveva nel mondo dei sospetti, sradicando quelli sarebbe perita anch'essa. Solo che il loro ambiente era variegato, e comprendeva: tutti gli studenti, una parte dei letterati, gli avvocati, i giovani senza una determinata occupazione...».[80]

Il fallito omicidio di Drentel'n esasperò gli avversari del terrorismo politico all'interno di Zemlja i Volja, e quando, il 29 marzo (10 aprile), all'assemblea di tutti i membri dell'organizzazione presenti a San Pietroburgo, Michajlov sollevò la questione del regicidio, senza peraltro svelare l'identità dell'attentatore, la tensione, già alta, esplose. I derevenščiki più duri, Plechanov, Aptekman e Popov, temendo di dover così rinunciare al lavoro nei villaggi, si opposero strenuamente all'idea. La riunione fu burrascosa, volarono minacce, si rischiò la rissa tra Popov e Kvjatkovskij, che pure erano amici e avevano fatto assieme l'esperienza dell'«andata nel popolo». Michajlov, per riportare la calma, dovette ricordare ai compagni il pericolo concreto che il portiere, allarmato dalle grida, avrebbe potuto chiamare la polizia... La seduta si concluse con l'ordine rivolto ai clandestini di abbandonare temporaneamente la capitale in vista dell'inevitabile repressione governativa, un'ammissione che la macchina s'era messa in moto e non la si poteva più fermare. Inoltre i derevenščiki furono invitati a stilare un volantino sull'attentato e a Popov fu chiesto di sorvegliare lo zar.[81]

La notte del 2 (14) aprile, Solov'ëv la trascorse con Michajlov, poi, la mattina seguente, un lunedì di pasqua, si diressero entrambi nei pressi del Palazzo d'Inverno. Sotto lo sguardo di Michajlov, che era dalla parte opposta, Solov'ëv sparò in direzione del sovrano, il quale passeggiava come d'abitudine da solo e con la scorta a una certa distanza, quattro o cinque colpi, ma nessuno centrò il bersaglio. Lo zar si muoveva, correva, inciampò. I gendarmi si lanciarono addosso a Solov'ëv, lui ferì uno di loro, fu abbattuto e preso a sciabolate, ma riuscì a masticare il veleno. Non a morire, però. Essendo visibili i sintomi provocati dal cianuro ingerito, gli fu prontamente somministrato un antidoto. Nel corso dell'istruttoria fu attento a nascondere i suoi movimenti, che avrebbero potuto portare la polizia sulle tracce degli amici, e disse ad esempio di essere stato con una prostituta la sera precedente l'attentato. Affermò di aver agito da solo e per ribellarsi in qualche modo alle atrocità, alle miserie che aveva visto moltiplicarsi intorno a sé. Fu condannato a morte e impiccato il 28 maggio (9 giugno) del 1879. Era calmo, quasi indifferente, deferente con il pubblico, cui s'inchinò.[82]

Il processo di scissioneModifica

L'atto di Solov'ëv provocò l'ennesima ondata di arresti, perquisizioni e vessazioni da parte della polizia. Il Consiglio dei ministri, subito riunito, dispose che tutti i gendarmi avessero in dotazione armi da fuoco, e decise di dividere la Russia in sei governatorati generali militari provvisori. Ai tre già esistenti (Mosca, Kiev e Varsavia), furono aggiunti quelli di San Pietroburgo, Odessa e Char'kov, assegnati rispettivamente a Gurko, Totleben (1818-1884), e Loris-Melikov. Era consentito loro di ordinare l'arresto di qualunque sospetto, senza distinzione di rango o di status sociale, e di esiliarlo, nonché di punire qualsivoglia reato politico con la condanna a morte.[83] Così poté accadere che il 5 (17) marzo 1880 fosse impiccato un minorenne reo di aver diffuso dei proclami.[84]

 
Nikolaj Kibal'čič
 
Aaron Zundelevič

Alla repressione governativa, l'ala politica di Zemlja i Volja, che come Comitato esecutivo aveva firmato l'esecuzione di Rejnštein e sotto la cui denominazione si raccoglievano allora Michajlov, Kvjatkovskij, Morozov, Tichomirov, Zundelevič e Stepan Širjaev, rispose creando una sezione interna propedeutica all'attività terroristica, la «Svoboda ili smert» (Libertà o Morte).

In estate, quando si avvicinò al gruppo Nikolaj Kibal'čič, straordinaria figura di rivoluzionario e scienziato, Širjaev montò con lui un laboratorio per la produzione di nitroglicerina e dinamite, «sotto il costante pericolo di essere scoperti dalla polizia e di saltare assieme a tutta la casa».[85] Questo laboratorio, che aveva in Kibal'čič il suo capo tecnico e tra gli affiliati gli studenti Griša Isaev, Ajzik Arončik (1860-1888), due donne reduci dal processo dei 193, Sofija Ivanova e Anna Jakimova, e l'operaio Andrej Presnjakov (1856-1880), riuscì a confezionare in pochi mesi qualche chilo di esplosivo, successivamente impiegato negli attacchi al treno imperiale e al Palazzo d'Inverno.[86]

Alla fine della primavera del 1879, Zemlja i Volja cominciò a organizzare il congresso nel quale avrebbe dovuto affrontare il dissidio interno. I derevenščiki erano in una posizione migliore dal punto di vista numerico e, tuttavia, più debole sul piano politico, essendo incapaci di opporre al progetto dei politiki una valida alternativa. Quanto a Michajlov, era in minoranza e, volendo arrivare al congresso preparato a tutto, anche alla scissione, eventualità che non si augurava ma possibile, inviò Frolenko nel Sud, allo scopo di reclutare nuovi compagni di lotta. Frolenko non lo deluse, e radunò un gruppetto di rivoluzionari illegali da tempo, rodati, conosciuti e rispettati nell'ambiente del sottosuolo. Erano i novelli sposi Aleksandr Barannikov e Marija Ošanina, Gol'denberg, Nikolaj Kolodkevič, e Andrej Željabov.[87]

 
La cittadina di Lipeck
 
Andreij Željabov

Michajlov intendeva presentarsi al congresso, fissato nella cittadina balneare di Voronež, con l'abbozzo di un programma di base e il nucleo di un'organizzazione compatta, pronta ad agire, così decise di tenere a Lipeck, una località non distante dal luogo del confronto decisivo, un'assemblea preliminare, cui rischiò di non presenziare. Nelle settimane precedenti la riunione, fissata per il 17 (29) giugno,[88] era infatti a Černigov per occuparsi della sempre più intricata vicenda dell'eredità di Lizogub. Questo grosso possidente che stava per essere processato a Odessa, aveva incaricato Vladimir Driga, che credeva un amico fidato, di provvedere alla liquidazione dei suoi beni a vantaggio di Zemlja i Volja. Così era stato fatto nei primi tempi, ma poi Driga aveva tenuto per sé i danari, costringendo Michajlov a intervenire personalmente. A Černigov non lo trovò. Driga era stato fermato dalla polizia nella sua nuova tenuta di Dovzik, acquistata coi soldi che avrebbe dovuto consegnare ai rivoluzionari, condotto in città, interrogato, e presto rilasciato. Michajlov lo avvicinò per strada e gli chiese spiegazioni. Driga gli fissò un appuntamento per quella sera, e lo informò che era stato sentito, su ordine del generale governatore di Odessa, Totleben, a proposito dei suoi rapporti con Lizogub. Michajlov, prudentemente, giunse sul luogo dell'incontro in anticipo, intuì immediatamente, da un insolito movimento di gente per la via, di essere stato ingannato, e si diresse alla vicina stazione ferroviaria.

Al congresso di Lipeck parteciparono in undici: Frolenko, i cinque che aveva reclutato, Kvjatkovskij, Morozov, Tichomirov, Širjaev, e Michajlov. Nei primi due giorni, furono discussi il programma e lo statuto. Il programma non era altro che un appello rivolto a ogni progressista onesto di abbattere il governo tirannico — e non più solo di disorganizzarlo — per conquistare le libertà democratiche e consentire al popolo di eleggere l'Assemblea costituente. Lo statuto, che sarà ripreso senza modifiche da Narodnaja volja, era invece quello complesso e articolato di un'organizzazione di combattenti, centralizzata, disciplinata, segreta e, novità assoluta nella storia del populismo, gerarchica. Si sacrificava l'uguaglianza di tutti i membri di fronte al partito, anche se il principio paritario restava in vigore all'interno del Comitato esecutivo, il nome evocativo di un tempo, finalmente divenuto un soggetto politico concreto. Seguivano, sotto il suo diretto controllo, i «vassalli», agenti di secondo grado, e gli «alleati», elementi di fatto esterni all'organizzazione, utilizzabili come ultima risorsa e per incarichi marginali. Allo scopo di sviare gli inquirenti sull'effettivo potenziale del partito, fu stabilito che nel caso in cui un esponente del Comitato esecutivo venisse arrestato, avrebbe dovuto dichiararsi agente di terzo grado (in realtà categoria inesistente, e anche gli agenti di secondo livello non furono mai più di una decina), lasciando supporre l'esistenza di un centro di comando irraggiungibile, giacché nessuno di coloro che erano in carcere sarebbe rientrato in questa denominazione. Era una mistificazione, un'arma psicologica utile a creare attorno al Comitato un fitto alone di mistero, ad alimentare la leggenda della sua invulnerabilità.[89] Lo statuto prevedeva, infine, la formazione di gruppi di combattimento, suddivisi anch'essi in tre ordini decrescenti, tenuti a eseguire i piani terroristici orditi dal Comitato, e confermava l'elezione d'una «amministrazione», dai compiti similari alla «comunione» di Zemlja i Volja.[90]

Nella terza e ultima seduta Michajlov pronunciò il suo atto d'accusa contro l'imperatore. Alessandro II aveva inaugurato il suo governo con l'emancipazione dei servi e la riforma della giustizia, ma la successiva politica reazionaria aveva lacerato il velo dell'inganno e mostrato il suo volto autentico: lo zar liberatore era in realtà lo zar forcaiolo. Mai in Russia erano stati eretti tanti patiboli, mai così tante erano state le impiccagioni, e dei più valorosi per giunta, mai i prigionieri avevano subito tali brutali maltrattamenti. Ogni parola di libertà e di costituzione era stata zittita, la vita dei cittadini era sempre più miserabile e infelice. «Dobbiamo perdonare per due atti buoni compiuti all'inizio del suo regno, tutto il male fatto poi e che compirà in futuro?», domandò Michajlov al termine della sua filippica. La domanda era retorica, ma i presenti risposero lo stesso, e all'unisono, che no, non avrebbero perdonato. Morozov definisce questo discorso «uno dei più potenti che mi sia capitato di ascoltare in vita mia, anche se per sua natura Michajlov non era un oratore».[91]

 
Il luogo del congresso di Voronež
 
Georgij Plechanov

Il 21 giugno (3 luglio) a Voronež, il gruppo di Lipeck con l'esclusione di Gol'denberg, ritenuto dai più persona poco affidabile, si aggregò agli altri congressisti: Plechanov, Popov, Preobraženskij, Tiščenko, Aptekman, Debel' (1846-1927), Chotinskij (1852-1883), le sorelle Figner, Vera e Evgenija, la Perovskaja, e Isaev.[92]

In apertura di riunione Morozov lesse l'ultima lettera di Osinskij, scritta il giorno prima dell'esecuzione e fatta uscire per vie traverse dalla prigione, in cui tra l'altro diceva: «Noi non abbiamo dubbi che la vostra attività sarà orientata in una sola direzione [...] null'altro il partito può fisicamente intraprendere. Ma per fare veramente del terrorismo ci vogliono mezzi e gente».[93] La lettera contribuì, quando fu il momento di votare il regicidio, a far sì che la maggioranza fosse a favore, seppure con la precisazione che la questione di principio restava aperta e la discussione al riguardo, rimandata.

Fu presentata, e accolta, formale domanda d'ingresso in Zemlja i Volja di Širjaev, Kolodkevič, e Željabov. Fu confermato il vecchio programma e accentuato l'aspetto della disorganizzazione, ma poi Plechanov, forse credendo di essere spalleggiato, portò il discorso sul terrorismo politico e chiese ai suoi simpatizzanti cosa volessero mai ottenere. Željabov e Michajlov parlarono della costituzione, di quanto l'impotenza dei liberali in Russia costringesse i socialisti a lottare anche per il conseguimento delle istituzioni democratiche, senza cui era impensabile condurre una qualsiasi battaglia d'idee. Plechanov ribatté che la costituzione avrebbe solo dato il potere alla borghesia, quindi si scagliò contro Morozov per il tono usato nei suoi articoli. Questi si giustificò, scherzò. Nessuno diede manforte a Plechanov, ed egli se ne andò.[94]

Con l'uscita di scena del più pervicace detrattore del terrorismo, la rottura si faceva meno probabile, e a quel punto a Michajlov anche il compromesso dovette sembrare un buon risultato. C'era ancora la possibilità, non alzando il livello dello scontro, di convincere gli elementi più energici. E infatti, le Figner e la Perovskaja avrebbero aderito a Narodnaja volja.

Le successive delibere rifletterono una certa prevalenza della fazione terrorista. Michajlov, Frolenko e Tiščenko furono eletti nella nuova «comunione», cioè due membri su tre erano politiki. Stessa proporzione, se non qualcosa di più, nella redazione del «Listok», giacché erano stati confermati Morozov e Tichomirov, ma al posto del transfuga Plechanov era stato nominato il solito Tiščenko, una figura di minore ampiezza intellettuale. Anche la decisione di impegnare un terzo delle risorse finanziarie nelle attività terroristiche era stata un'inconsapevole vittoria dei politiki. Al momento di dividere le sostanze del partito, infatti, si appurò che nel periodo tra l'ottobre del 1878 e l'agosto del 1879, solo un quarto dei fondi era andato ad alimentare la lotta armata. Senza contare che i due terzi di un modesto capitale, qual era quello di Zemlja i Volja, sarebbero comunque finiti con l'essere assorbiti dal nucleo cittadino, che doveva far fronte alle tante spese legate alla gestione di un'organizzazione illegale: gli affitti degli appartamenti, l'acquisto dei materiali per la tipografia, il rimborso degli spostamenti in lungo e in largo per la Russia, i compensi da elargire agli informatori, la sopravvivenza fisica di quanti passavano alla clandestinità e non potevano più mantenersi da soli, ecc.[95]

 
Alessandro II nel 1880

Nel corso dell'ultima sessione, il 24 giugno (6 luglio), furono ammessi nel «circolo fondamentale» altri tre membri, candidati questa volta dai derevenščiki e appena rientrati dall'estero: Dejč, Stefanovič (1854-1915), e la Zasulič. Il loro intervento chiarì che non si trattava tanto di approvare o condannare il terrorismo, quanto di decidere se dovesse essere rivolto contro funzionari governativi, spie e kulaki, per la difesa del popolo oppresso e dell'organizzazione, o contro lo zar in persona, per la costituzione. Essi assicuravano che l'insurrezione contadina era possibile, che il popolo stava cominciando a capire chi davvero tutelava i loro interessi, e che era perciò insensato interrompere il lavoro nelle colonie.[96]

Il congresso di Voronež si chiuse amichevolmente, ma tornati a San Pietroburgo i derevenščiki che non s'erano uniti a Plechanov cominciarono a organizzare una loro fazione. Ci furono ancora due mesi di discussioni, di temporeggiamenti, finché il 25 agosto (6 settembre), il nodo gordiano non fu tagliato. Bisognava che ognuno percorresse la propria strada. Il primo passo il Comitato esecutivo lo compì il giorno appresso, condannando a morte Alessandro II.

Si procedette alla divisione dell'eredità di Zemlja i Volja: la tipografia, i fondi, perfino il nome. La responsabile della tipografia si schierò con i derevenščiki, ma i tipografi seguirono Michajlov. L'esile cassa del partito, in realtà, non fu scissa. I politiki trovarono le risorse economiche per conto proprio, con le sottoscrizioni e con un ultimo fondo lasciato loro da Lizogub, che era stato recuperato. E infine, il nome. I politiki si presero «volja», nel suo duplice significato di «volontà» e di «libertà», e si denominarono «Narodnaja volja» (Volontà del popolo); i derevenščiki si presero «zemlja», e si battezzarono «Čërnyj peredel» (Ripartizione nera),[97] intendendo con questo riallacciarsi all'originario programma populista che chiedeva la ridistribuzione delle terre alle comunità contadine.[98]

L'ultimo anno di attività nella neo costituita «Narodnaja volja»Modifica

 
Il quarto numero del mensile «Narodnaja Volja», 5 (17) dicembre 1880

Già a ottobre, l'efficiente stamperia organizzata da Michajlov, Kvjatkovskij e Zundelevič, con la collaborazione dei tipografi Buch (1853-1934) e Ivanova, poteva presentare al pubblico la rivista mensile «Narodnaja Volja». In essa i narodovol'cy avevano modo di far circolare le proprie idee, di impostare su solide basi politiche la campagna terroristica avviata all'indomani della scissione, di dimostrare infine di non essere la «banda di malintenzionati» dipinta dal governo, bensì l'unica forza rivoluzionaria attiva in Russia. Tre numeri di «Narodnaja Volja» furono pubblicati uno dietro l'altro, promossi con una tiratura superiore ai 2500 esemplari; poi, nel gennaio del 1880 la stamperia fu scoperta, e la rivista sostituita con un «Listok», di cui uscirono tre numeri fino a dicembre, e nei quali l'organizzazione di Michajlov non ebbe più spazio per le analisi teoriche e dovette limitarsi alla cronaca della sua battaglia contro l'autocrazia.[99]

Il pensiero politico di Michajlov, quale è venuto delineandosi in occasione della lunga dichiarazione scritta resa agli inquirenti prima del processo, rispecchia naturalmente le opinioni espresse nel giornale. La lotta che era stata intrapresa aveva delle ragioni precise, un'urgenza immediata e uno scopo determinato. L'origine della lotta era nell'oppressione dello Stato e nella passività della società civile. C'era un'eccessiva ingerenza dello Stato negli affari dell'obščina, un'istituzione ormai privata di qualsiasi contenuto e ridotta a una riserva di uomini da spedire al fronte.[100] Lo Stato non poteva reggersi «se non schiacciando completamente ogni pensiero, se non distruggendo tutti gli organi in cui si esprime la volontà del popolo, se non col terrore». Tutta la politica governativa era pensata al fine di impoverire le masse, «togliendole ogni possibilità di lottare contro lo sfruttamento», e di annichilirle moralmente, portandole «alla miseria civile e politica», alla completa demoralizzazione e al soffocamento di ogni vitalità.[101]

Non che l'apatia dilagasse solo tra i contadini. Essa era un male comune alla stessa intelligencija, che pure aspirava alla libertà ed era orientata verso il socialismo, e alle classi privilegiate, svuotate di ogni energia e pensiero dal secolare accentramento di tutti i poteri nella divina persona dello zar. In Russia non c'erano forze sociali in grado di opporsi al sovrano ad eccezione del popolo, il quale non insorgeva forse per fatalismo, per una profonda sfiducia nella possibilità di riuscire a cambiare la propria triste sorte. L'autocrazia sapeva perfettamente di essere fragile e che alto era il rischio di dissoluzione cui la esponeva il mantenimento del potere assoluto, e cercava ora un appoggio nella borghesia, una realtà sociale da essa artificiosamente creata, più che il naturale esito del modo di produzione capitalistico. Questo era un fatto gravissimo che imponeva ai rivoluzionari di agire con tempestività. La borghesia, infatti, una volta che si fosse radicata nel tessuto sociale, avrebbe tenuto «il popolo schiavo più consequenzialmente di quanto non riuscisse a fare lo Stato, incapace d'andare oltre il carcere e la forca».[102] Ma fino a quel giorno, l'eventuale conquista delle libertà civili non avrebbe avvantaggiato altri che i contadini e gli operai, e non, come era accaduto in Occidente, la borghesia. In generale, la stessa dottrina socialista, — e s'intende il socialismo scientifico — così come s'era strutturata nei paesi di avanzato sviluppo capitalistico, pur restando intatto l'impianto ideologico di fondo, trasposta in Russia, doveva tener conto della diversa realtà socio-economica, Scrive Michajlov: «I tre quarti della nostra ricchezza sono il risultato della capacità produttiva della terra; i nove decimi dei lavoratori sono occupati nella sua coltivazione, da essa dipende la felicità di settanta milioni di persone. La terra è per il lavoratore russo la principale fonte di sussistenza, il principale strumento di lavoro. Una delle maggiori aspirazioni dei socialisti è il passaggio degli strumenti di lavoro nelle mani dei lavoratori. In questo senso, il passaggio della terra, in quanto principale strumento di lavoro, è in linea con il programma dei socialisti, ma dal momento che in Russia, dove la fabbrica e l'industria sono ancora nella loro infanzia rispetto ai paesi occidentali, e dove non creano proletariato, ma attirano solo manodopera temporaneamente libera dall'agricoltura, senza strapparla per sempre dalle aree rurali, non è solo il principale strumento di lavoro, bensì quasi l'unico, In questa situazione, l'esproprio delle terre a beneficio del popolo è il grande obiettivo del partito social-rivoluzionario, davanti al quale ammutoliscono le considerazioni teoriche che hanno un peso in Occidente, nei paesi della produzione industriale capitalistica».[103]

Colpire l'imperatore era il mezzo che avrebbe consentito alla cospirazione di realizzare le aspirazioni popolari, che così Michajlov sintetizzava: «Conquistare la libertà per avere la terra; conquistare la terra e la libertà per essere felici».[104] La morte del sovrano avrebbe creato confusione nel governo, dato il via all'insurrezione e consentito al partito rivoluzionario di introdurre i diritti politici e preparare «il passaggio del potere supremo nelle mani del popolo». Solo allora Narodnaja volja, che si sarebbe candidata alle elezioni con il suo programma, avrebbe iniziato la battaglia finale per il socialismo in un'assemblea costituente, verosimilmente composta in larghissima maggioranza dai legittimi rappresentanti dei contadini e degli operai.[105]

 
Aleksandr Barannikov

Ai primi di autunno del 1879, il Comitato esecutivo elaborò un triplice piano per uccidere lo zar quando, verso novembre, sarebbe rientrato a San Pietroburgo dalle vacanze estive, trascorse a Livadija in Crimea. L'idea era di minare i binari e farli saltare in aria al momento del passaggio del treno imperiale, ma poiché il sovrano avrebbe potuto sia arrivare a Odessa per mare e poi prendere il treno, sia servirsi della ferrovia che da Simferopol' — via Char'kov, Kursk e Mosca — raggiungeva San Pietroburgo, selezionarono tre siti: Odessa, Mosca e Aleksandrovsk.[106]

Michajlov fu impegnato nel tentativo di Mosca. Egli, usando vecchi contatti stabiliti ai tempi della sua «andata nel popolo», acquistò dai Vecchi credenti per duemila e trecentocinquanta rubli nel villaggio di Novaja Andronovka una piccola casa di legno a due piani con cortile e capannone annesso, in un'area scarsamente popolata e illuminata, che godeva di una buona vista della ferrovia e della strada. Nella casa, distante poco più di tre chilometri dalla stazione di Mosca, sulla linea ferroviaria Mosca-Kursk, vi stabilì come padroni di casa i coniugi Suchorukov, ovvero Sof'ja Perovskaja e Lev Gartman (1850-1913). A Mosca, affittò un appartamento in piazza Sobač'ej, che affidò ad Arončik e a Galina Černjavskaja (1854-dopo 1927), per avere una casa sicura dove accogliere i Suchorukovy e altri partecipanti all'impresa dopo che fosse stata compiuta. Michajlov, Barannikov, Isaev, Gartman, e per un periodo più breve Gol'denberg e Širjaev, scavarono una galleria, che dalle cantine doveva condurre alla massicciata della ferrovia, lunga all'incirca 42 metri, ma il grosso del lavoro fu fatto principalmente dai primi due.[107]

Lo scavo si rivelò molto pericoloso e faticoso. Carponi, in uno spazio alto circa 79 centimetri, sterravano con le vanghe, quindi rigettavano indietro il terreno, su apposite piastre metalliche tirate da una corda, che poi veniva spalato, ammassato nel luogo dove era stata aperta la buca, e sparso nel cortile. La volta era rinforzata da assi, come pure il terreno, ma l'acqua colava dall'alto e il fango si insinuava dal basso. L'aria era irrespirabile, faceva freddo, gli scavatori erano illuminati solo da una candela, e permanente era il rischio di un crollo. All'inizio di novembre, il terreno s'impregnò d'acqua e la galleria fu inondata fino a un'altezza di mezzo metro. Fu necessario pompare l'acqua. Poi, ci fu un altro imprevisto. Dalla strada, sopra la galleria, era visibile un fossato: la terra poteva franare. Di notte, l'avvallamento fu colmato di terra e spianato.[108]

Alla fine la galleria fu completata, ma temendo che l'esplosivo non fosse sufficiente, Michajlov inviò Gol'denberg a prenderne da quelli di Odessa, essendo ormai certo che a causa del maltempo lo zar non avrebbe viaggiato per mare. Il 14 (26) novembre il pesatore della stazione di Elizavetgrad si accorse che una piccola valigia proveniente da Odessa era insolitamente pesante date le dimensioni, e la consegnò a un gendarme. Gol'denberg, che vi aveva nascosto la dinamite, riconobbe la valigia per la propria, ma quando gli chiesero di aprirla, tentò senza fortuna la fuga.[109]

 
Stepan Širjaev

Il 18 (30) il treno imperiale attraversò Aleksandrovsk, ove la direzione dell'attentato era stata affidata a Željabov, ma l'esplosione per una ragione ignota non si verificò. Restava l'opzione di Mosca. Il 19 (1º dicembre), Širjaev, che aveva deposto la mina e doveva farla detonare, quando vide passare un convoglio troppo in anticipo sull'orario che, secondo le informazioni in suo possesso, era quello stabilito per il transito dello zar, lo lasciò stare, e azionò la batteria poco dopo, al passaggio di un secondo treno. Era questo il treno di servizio, coi bagagli dell'imperatore e il personale di cancelleria. Non ci furono vittime, nonostante il deragliamento dei binari. Alessandro II, che era sul primo convoglio, apprese a Mosca del pericolo scampato.[110][111]

Il 28 ottobre (9 novembre), nella biblioteca pubblica, fu catturato Aaron Zundelevič. Il 24 novembre (6 dicembre) furono arrestati Kvjatkovskij e Evgenija Figner, sembra per una leggerezza della donna che aveva distribuito materiale propagandistico alle persone sbagliate. Nella tasca di Kvjatkovskij fu trovata una pianta del Palazzo d'Inverno, con una crocetta su una stanza. Era egli a quel tempo, su indicazione di Michajlov, il contatto esterno di Chalturin, che s'era fatto assumere come ebanista nella residenza imperiale e stava accumulando da mesi una significativa quantità di dinamite. Il 5 (17) febbraio 1880, di sera, la forte esplosione che scosse il Palazzo d'Inverno causò la morte di 11 persone e il ferimento di 56.

Il 4 (16) dicembre fu arrestato Širjaev, e nella notte tra il 17 e il 18 (29 e 30) gennaio, cadde la tipografia. Era stata scoperta durante una perquisizione in casa di un narodovolec che non aveva rapporti con la stamperia. Qui era stato trovato un modello di passaporto falso, usato per gli esercizi di contraffazione, sul quale compariva il nome con cui Buch era iscritto nei registri della polizia.[112]

 
Il conte Loris-Melikov

Dopo l'attentato di Chalturin, l'imperatore decise la creazione di una Commissione suprema per farla finita con la sedizione, a capo della quale nominò il governatore di Char'kov, Loris-Melikov. Egli sarebbe stato l'unico responsabile di fronte allo zar del ristabilimento dell'ordine, e perciò gli furono attribuiti poteri quasi assoluti. Prese sotto il suo diretto comando la gendarmeria di San Pietroburgo, affinché fosse assicurata una più rapida circolazione delle informazioni e la piena collaborazione tra i vari organi governativi, e abolì la Terza sezione, le cui funzioni furono trasferite al Dipartimento della polizia di Stato presso il Ministero degli Interni. Loris fu destro a perfezionare la macchina della repressione, a razionalizzarla, avendo cura di evitare arbitri e di lasciare indisturbata la popolazione. Riuscì così a isolare i rivoluzionari. Il proselitismo languì. Gli indecisi, allettati dal nuovo clima distensivo e credendo vicino il momento delle riforme costituzionali, attendevano.[113] Praticamente l'unico collaboratore esterno su cui Narodnaja Volja poté contare fu lo scrittore Michajlovskij, che sul giornale dei narodovol'cy firmava i suoi articoli con lo pseudonimo «Gron'jar».[114]

Con l'opinione pubblica poco sollecita ai colpi di mano della gioventù ribelle, i narodovol'cy sospesero la preparazione del regicidio e intensificarono la propaganda tra gli studenti, gli operai e i militari. Michajlov si recò a Mosca, dove pose le basi del gruppo locale di Narodnaja Volja, e in autunno prese contatti con il partito operaio social-rivoluzionario polacco, in previsione di una reciproca assistenza. Inoltre, dovette ricostituire la tipografia, reperire fondi, vagliare le iniziative e coordinarle.[115]

Il 24 luglio (5 agosto) era preso Presnjakov, tradito da un amico operaio che lo aveva indicato per strada alla polizia. Egli si difese sparando, e ferì a morte un usciere che aveva aiutato i gendarmi a bloccarlo.[116]

Il 10 (22) marzo 1880 nel carcere di Odessa, Gol'denberg, il cui ruolo nell'omicidio del principe Kropotkin era già noto agli inquirenti, avendolo egli raccontato al suo compagno di cella, che era un agente provocatore, cominciò a parlare. Facendo leva sulle sue debolezze di carattere, un misto d'ingenuità, vanità ed esaltazione nervosa, il procuratore Dobržinskij (1844-1897) era riuscito a persuaderlo che un nuovo spirito animava il governo, che si stavano meditando le riforme, e che se lui avesse fatto rivelazioni importanti, avrebbe evitato ai suoi compagni di commettere ulteriori reati, salvandoli dalla morte. Ad accrescere la percezione che Gol'denberg cominciava ad avere di sé come pacificatore della Russia, contribuì la visita che, una volta trasferito nella fortezza di Pietro e Paolo, gli fece Loris-Melikov, il plenipotenziario di Alessandro II.

Gol'denberg comprese di essere stato ingannato solo quando fu avvicinato da Zundelevič, anch'egli nella fortezza dopo la cattura, che gli aprì gli occhi sul fatto che in Russia, contrariamente a quanto credeva, l'annientamento dei rivoluzionari continuava e le sue confidenze alla polizia avevano solo fatto il gioco del nemico. Disperato, Gol'denberg, s'impiccò il 15 (27) luglio, ma il gesto era tardivo: le dichiarazioni rese erano ormai agli atti.[117][118]

L'arrestoModifica

 
Aleksandr Kvjatkovskij
 
Andrej Presnjakov

Il processo dei 16 si svolse tra il 25 e il 30 ottobre (6-11 novembre) del 1880, e vide imputati Kvjatkovskij, Presnjakov, Širjaev, Zundelevič, i tipografi Buch, la Ivanova, Cukkerman(1852-1887) e una loro aiutante, la Grjaznova, i collaboratori di Željabov ad Aleksandrovsk, Okladskij e Tichonov, il complice di Gol'denberg nell'uccisione del principe Kropotkin, Kobyljanskij, Evgenija Figner, l'uomo che tradì Lizogub, Driga, e altri due. La sentenza, resa nota il 31 ottobre (12 novembre), condannava a morte Kvjatkovskij, Presnjakov, Širjaev, Tichonov e Okladskij.[119]

A Širjaev, Tichonov e Okladskij la pena fu commutata nella prigionia a vita. In realtà Okladskij aveva comprato la grazia accettando di lavorare per la polizia (sarà stipendiato dall'Ochrana per trentasette anni), e per coprire il suo tradimento era stata commutata la pena anche agli altri due condannati.[120] Presnjakov e Kvjatkovskij furono impiccati il 4 (16) novembre, alle nove di mattina, all'interno della fortezza Pietro e Paolo, sul lato sinistro del bastione Joannovskij, lo stesso luogo dove erano stati giustiziati nel luglio del 1826 i decabristi.[121]

Dopo la loro esecuzione, il Comitato esecutivo ritenne di poter concludere che la politica liberale di Loris-Melikov era una finzione. Il governo non voleva fare concessioni, si ostinava a impiccare, e anche i rivoluzionari avrebbero ripreso con eguale fermezza i preparativi per attentare alla vita dello zar.[122] Le linee generali del piano che il 1º marzo 1881 ucciderà Alessandro II, furono elaborate allora. Michajlov trovò le risorse finanziarie, tutto era in fase di attuazione, quando il 28 novembre (10 dicembre) fu arrestato.[123]

La morte di Presnjakov e, soprattutto, del caro amico Kvjatkovskij turbò moltissimo Michajlov. Il giorno successivo alla sentenza aveva fatto pervenire agli amici condannati, attraverso Nikolaj Bogordoskij, figlio del custode del bastione Trubeckoj, il suo estremo saluto. «Fratelli, vi scrivo alla vigilia dell'ultimo atto della vostra attività pubblica... Sentimenti violenti mi scuotono. Vorrei riversare tutta la mia anima in questo, probabilmente, ultimo saluto. Alcuni di voi sono sul punto di morire, altri, saranno separati dalla vita e dall'azione per molti anni. Voi, cari, ci siete stati strappati dal petto. Ma il grave atto di violenza non vi scoraggerà. State realizzando una grande impresa. Vi guida un'idea. Ed essa sprigiona un'enorme energia morale. Essa risveglia in tutte le persone oneste della Russia il dovere civico, accende l'odio per l'insopportabile oppressione... Sappiate che la vostra morte non passerà impunita per il governo, e che se voi avete compiuto azioni straordinarie, sono stati decisi provvedimenti ancora più tremendi... Un ultimo bacio, caldo come il fuoco... cari fratelli».[124] Erano parole sincere.

Michajlov, l'uomo che in quattro anni d'intenso lavoro aveva attraversato tutte le vicissitudini del movimento rivoluzionario e ne aveva guidato lo sviluppo, che per primo, in Russia, aveva organizzato una rete clandestina, secondo una concezione rigorosamente cospirativa, commise, per un estremo sentimento dei doveri dell'amicizia, un'imprudenza fatale e assurda.

 
Il Nevskij Prospekt, dove Michajlov fu arrestato

Era consuetudine distribuire ai seguaci le foto dei rivoluzionari giustiziati, qualcheduna era anche inviata ai parenti, altre erano conservate per la storia del movimento populista, perciò Michajlov aveva chiesto ad alcuni studenti, simpatizzanti di Narodnaja volja e che, essendo incensurati, rischiavano ben poco, di ordinare le copie delle foto di Kvjatkovskij e di Presnjakov. Nessuno aveva accettato, e si sentì in obbligo di farlo personalmente. Il padrone del negozio, il «Taub e Aleksandrovskij», al № 73 del Nevskij Prospekt, era un informatore della polizia. Le foto dei «criminali politici» erano note, l'uomo le identificò e segnalò la cosa alla gendarmeria, di modo che il suo esercizio fu posto sotto sorveglianza. Michajlov riferì la vicenda in un incontro del Comitato esecutivo, suscitando tra i compagni perplessità e sconcerto, che si tradussero nella proibizione assoluta di rifarsi vivo in quel negozio, quando descrisse un singolare accaduto. La moglie del fotografo, approfittando di un momento in cui erano da soli, lo aveva guardato negli occhi e si era messa la mano sul collo, come ad avvertirlo che poteva essere impiccato. Michajlov promise che non sarebbe tornato, e invece tornò, in spregio a quella disciplina di partito che aveva imposta con tanta fermezza. Tutta la sua vita egli l'aveva edificata sul motto: «Si deve, e dunque si può!»; e se questo era il principio ispiratore delle sue azioni, possiamo presumere che quando non trovò un solo studente disposto a fare la commissione richiesta e ritenendo, d'altra parte, doveroso l'eseguirla, abbia deciso di occuparsene lui stesso, mettendo da parte ogni cautela.[125]

Entrò nel negozio, gli fu chiesto di aspettare, e capì. Tentò la fuga, respinse il custode che gli sbarrava la via, prese di corsa un tranvai di passaggio. Inseguito dal poliziotto in borghese, che si era lanciato sulle sue tracce fin dalla bottega, fu atterrato, accorsero dei custodi, e non ci fu più scampo. Diede le sue false generalità e acconsentì a portare i gendarmi nel suo appartamento, al 2-4 del vicolo Orlovskij, a sud del Prospekt, sia perché poteva strada facendo cogliere l'occasione buona per scappare, sia per mettere sul davanzale il segnale di pericolo, e così salvare i compagni che si fossero recati da lui. Il segnale fu messo, ma la fuga non gli riuscì. Durante la perquisizione fu rinvenuta della dinamite, e poi foto di amici giustiziati, proclami del Comitato esecutivo, un tirapugni in rame, e un bastone animato.[126]

Il periodo di carcerazione preventivaModifica

 
Il procuratore Dobržinskij

Uno dei primi servigi resi da Okladskij alla polizia fu l'identificazione di Michajlov come uno dei membri più influenti del partito, quando il sedicente tenente Polivanov gli fu mostrato dallo spioncino di una porta. Infatti Okladskij ignorava il vero nome di Michajlov e lo apprese solo durante il processo, due anni dopo.[64] Probabilmente le dichiarazioni di Gol'denberg, che conosceva per nome Michajlov fin dal '76, comparate con quelle di Okladskij, fornirono ai gendarmi indizi concreti su chi fosse davvero l'uomo arrestato sul Nevskij, poi confermati dall'identificazione dei parenti chiamati a San Pietroburgo.

Nel corso della lunga fase preprocessuale, Michajlov fu ripetutamente — e senza risultato — interrogato da Dobržinskij in merito a un taccuino che aveva con sé al momento dell'arresto, e che solo in minima parte gli investigatori avevano decriptato. Di lui dice Michajlov nella lettera alla Korba del 5 (17) gennaio 1881: «Il responsabile del mio affare è estremamente cortese e rispettoso. Ma qui sta la malizia. Egli comprende che io so parecchio e che non otterrà nulla da me. La sua tattica è così quella di entrare in intimità per avere delle confidenze. È in possesso di molte precise informazioni e quindi, talvolta, anche la parola più innocente può palesargli il quadro intero della situazione. È gente senza cuore e abile».[127]

In quel periodo Michajlov, rinchiuso nel bastione Trubeckoj della fortezza Pietro e Paolo (ci resterà fino al termine del processo quando sarà trasferito al rivellino Alekseevskij), scrisse tra dicembre 1880 e gennaio 1881 una composita dichiarazione in forma di autobiografia, che era anche la storia del movimento rivoluzionario e nella quale si rivelava un teorico di spessore, cui fece una breve aggiunta dietro richiesta della polizia, in seguito all'attentato mortale contro Alessandro II, e una spontanea, il 7 (19) luglio, che concluse così:

Di quali mezzi può servirsi un partito, ancorché non riconosciuto dal governo ma di fatto esistente, per realizzare ciò in cui risiede la propria vocazione? C'erano altre vie oltre quella su cui si è messo? Per soddisfare le alte aspirazioni della mia vita, mi si presentava l'opzione di una scelta diversa? No! Prima che iniziasse la lotta sanguinosa, i socialisti hanno sperimentato tutti i mezzi che i partiti politici adoperano in Occidente. Ma dopo la propaganda, sono stati puniti con i lavori forzati; per un libro: il carcere e l'esilio. Chiunque si avvicina al popolo è perseguitato come un delinquente; le scuole popolari sono vietate agli insegnanti istruiti; ecc. Sbarrate tutte le vie, il governo ha dimenticato che quando si chiude la bocca a una persona che parla, gli si sciolgono di più le mani. Soffocata la rivoluzione armata di parole, ha chiamato davanti a sé quella che contrappone alla forza del nemico la dinamite. Sarebbe inqualificabile perfino se fosse il nemico a pensare che i socialisti siano sanguinari e crudeli per aver messo in atto questi estremi rimedi. Che nessuno osi condannare coloro che si sacrificano per alleviare la sofferenza umana! Solo il disperato e ineluttabile bisogno ha messo nelle loro mani questa forza distruttrice. Solo gli infiniti ostacoli eretti hanno creato tale necessità. Solo lo sterminio feroce dei propagandisti e degli ideologi ha prodotto questa urgenza. Finché dura, la lotta del partito contro il governo dovrà avere il carattere della guerra, e la guerra porta alla ribalta questa forza terribile e la forca... Con tutta l'anima, con tutto il mio cuore desidero che presto sia assicurata alla nostra patria la via pacifica del lavoro civile. Da quell'ambito momento il partito di Narodnaja volja abbandonerà per sempre la strada della lotta sanguinosa. Lasciate che si stabilisca una solida pace e che nella nostra patria si risveglino:[128]

(RU)

«Те честные мысли, которым нет воли,
которым нет смерти — дави не дави,
в которых так много и злобы и боли,
в которых так много любви!»

(IT)

«Quei pensieri onesti che non sono liberi,
che non muoiono, che calpestati, non si schiacciano,
dove tanta è la rabbia, tanto il dolore,
e dove tanto è l'amore!»

(Nekrasov, Крестьянские дети [I figli dei contadini], 1861)

Scrisse anche lettere alla famiglia e ai compagni. In una di queste ultime, elaborata però dopo il processo, il 16 (28) febbraio 1882, ricordava Ol'ga Šlejsner, «la mia bella amica addormentata», morta di tubercolosi il 16 (28) marzo 1881;[129] Aleksej Obolešev, «un uomo veramente straordinario... persona dai principi inflessibili, un rigorista dal pensiero logico sorprendentemente evoluto»,[130] morto anch'egli di tisi il 26 luglio (7 luglio) dello stesso anno;[131] e avanzava idee per perpetuare la memoria dei pervomartovcy: «Propongo di... istituire a loro nome una festa annuale obbligatoria per tutta l'organizzazione, o addirittura per il partito, facendo appello all'opinione pubblica. In questo modo renderete non soltanto onore a queste magnifiche, meravigliose persone, ma darete al partito un forte ascendente morale, ne rinsalderete lo spirito, chiamerete altra gente al sacrificio di sé».[132] Nella stessa lettera raccontava i primi mesi di prigionia che avevano visto lui, Barannikov, Trigoni, Kolodkevič, Kletočnikov e Suchanov piantonati da gendarmi e soldati giorno e notte. «All'inizio è stata una tortura. Poi mi sono adattato e non ci ho fatto più caso. Alla fine, da questa circostanza, ne ho ricavato persino un certo qual diletto, dato che le sfingi blu hanno sciolto la lingua.[133] Ho vissuto un anno con il pensiero della morte e si può dire che mi ci sono abituato... La mia politica è stata di non consumare, senza costrutto, forze e salute fino al processo. Nella fortezza è necessario avere cura costantemente della salute, c'è una terribile umidità e può esserci un gran fetore. Occorre lavare le pareti una decina di volte al giorno, aprire spesso la finestra, tenere immacolata la cella (c'è un secchio e una piccola sedia), versare di continuo acqua pulita..., altrimenti si muore in un anno... Al piano di sopra si sta meglio, c'è più luce; il piano inferiore è micidiale, malsano, il buio sepolcrale vi domina in permanenza».[134]

In una precedente epistola, scritta il 12 (24) febbraio, nel bel mezzo del processo, diceva imperterrito ai compagni di lotta, nonostante la morte di Alessandro II non avesse provocato l'insurrezione attesa, né mutato la rotta della politica governativa, la quale anzi s'era fatta più oppressiva, che il «colpo al centro» di prima era l'unica strada percorribile. Riuscire di nuovo a decapitare il vertice del potere autocratico avrebbe reso vicino l'obiettivo desiderato: «In cima regnano, ovviamente, i carnefici del governo. È giusto annegarli nel sangue che hanno versato. Ma con freddezza, in maniera ponderata e decisa! I tentativi inutili e senza senso vanno evitati, anche se si deve aspettare. Il successo, solo il successo è degno di voi dopo il 1º marzo. L'unico modo è colpire al centro. La priorità va ai due fratelli,[135] ma occorre cominciare da Vladimir. Con le libertà politiche, sarà meglio passare alla lotta ideologica. Ma prima di questo, un bersaglio ancora. E voi, cari, avete ormai imparato a colpire al centro. Per la libertà c'è un ostacolo: i due fratelli. Più oltre, a mio avviso, non si incontreranno impedimenti».[136]

Il processoModifica

 
L'avvocato Evgenij Kedrin nel 1906
 
Nikolaj Murav'ëv verso la metà degli anni '90

Dopo quattordici mesi di detenzione preventiva nel bastione Trubeckoj, Michajlov fu finalmente chiamato a giudizio. Il processo si celebrò dal 9 al 15 (21-27) febbraio nel medesimo tribunale distrettuale di via Špalernaja, № 23, adiacente alla Casa di detenzione preventiva cui era collegato da un corridoio interno,[137] dove dal 1877 venivano consumate tutte le vertenze politiche. Come quella dei pervomartovcy, si svolse davanti a una Commissione speciale del senato, ma, diversamente da questo, a porte chiuse; il procuratore generale era ancora Murav'ëv (1850-1908); l'avvocato di Michajlov era lo stesso Kedrin (1851-1921) che aveva difeso la Perovskaja. Diverso era il giudice: si trattava di Dejer (1832-1911), che nel gennaio 1873 aveva presieduto la causa contro Nečaev.

Fu questo il più grande processo mai tenuto fino allora contro Narodnaja Volja. Tra i venti imputati, c'erano ben dieci membri del Comitato esecutivo: Michajlov, Barannikov, Frolenko, Isaev, Suchanov (1851-1882), Langans (1852-1883), la Lebedeva (1854-1886), la Jakimova, Kolodkevič, Trigoni; agenti di rilievo, come Kletočnikov, Lev Zlatopol'skij,[138] Tetërka (1853-1883), Ljudmila Terent'eva (1862-1883) e Arončik; altri meno rimarchevoli, quali Ferdinand Ljustig (1854-1923), Grigorij Fridenson (1854-1913), il terzo lanciatore del 1º marzo, Ivan Emel'janov (1860-1916), il traditore Vasilij Merkulov, che si rivelò per tale ai compagni nel corso del dibattimento in aula; e, infine, Morozov.[139]

Il processo suscitò un grande interesse non solo in Russia, ma anche in America e in Europa, sebbene non furono ammessi in aula né corrispondenti locali, né stranieri. I giornali esteri pubblicarono ugualmente le note dei loro inviati a San Pietroburgo, i quali, per evitare il fermo, consegnavano gli articoli a corrieri che li telegrafavano da Tilsit o Berlino. In Russia, dalla stampa legale, fu diffuso un solo comunicato relativo al processo, il 21 febbraio (5 marzo) sul «Pravitel'stvennyj vestnik» (la Gazzetta ufficiale); mentre l'organo del partito rivoluzionario, «Narodnaja Volja», nel № 8-9 presentò un resoconto per quanto possibile minuzioso. Tra il pubblico sedevano, con l'eccezione della moglie di Murav'ëv e di due o tre parenti dei detenuti, che avevano usufruito del diritto di assistere al processo dei propri congiunti, solo funzionari governativi e militari, tra i quali il ministro della Giustizia Nabokov e il ministro dell'Interno Ignat'ev.[140]

Michajlov s'impose presto come la personalità principale del processo. Le sue parole, l'eccezionale autocontrollo che mostrò in condizioni di palese animosità, per rappresentare al meglio il partito di cui era il «custode», contribuirono a farne «l'incarnazione della coerenza, della rettitudine e della determinazione a sopportare tutte le conseguenze della sua attività», delle sue scelte di vita.[141]

Gli accusati furono condotti in aula, ognuno tra due gendarmi con le spade sguainate, e fatti sedere ai posti loro assegnati, in due file e in prossimità dei rispettivi difensori. Michajlov chiese il permesso di fare a nome di tutti una dichiarazione alla corte, la quale consisteva nella richiesta di essere giudicati da una giuria popolare, come era d'uso per tutti i processi, fuorché per quelli politici dopo che la Zasulič era stata assolta. Gli fu negato. Chiese allora di parlare a nome proprio e ottenne un secondo diniego. Si iniziò con la lettura dei capi d'imputazione e, poiché procedeva a rilento e gli imputati ne erano a conoscenza, quanti di loro non si vedevano da tempo, cominciarono a parlottare, ma furono immediatamente ammoniti da Dejer. Il clima nella sala del tribunale era teso e ostile. Al termine del pronunciamento degli atti d'accusa, i prigionieri furono riportati alla fortezza, non prima che la presidenza avesse stabilito che dal giorno seguente il dibattimento si sarebbe concentrato di volta in volta su un singolo reato e che sarebbero stati ascoltati solo i diretti interessati.

 
Nikolaj Kolodkevič

Sul finire del secondo giorno, Dejer si lamentò con gli avvocati difensori che avevano riferito ai propri clienti quanto nel frattempo era stato detto in aula e gli proibì di avere ulteriori incontri con gli imputati. L'insensato ordine cadde però da sé, quando i legali, a turno, chiesero di poter conferire con i propri assistiti in merito alle prove materiali depositate a loro carico, per garantire una minima tutela, altrimenti sarebbero stati costretti a rinunciare al patrocinio.

Michajlov doveva rispondere, in particolare, del reato di complicità nel tentativo di regicidio compiuto da Solov'ëv, dell'esplosione al treno del 19 novembre (1º dicembre), del progettato attentato al ponte Kamennyj, di corresponsabilità nei fatti del 1º marzo, e di aver aderito a una società segreta finalizzata al rovesciamento del governo. In relazione ai primi due capi d'accusa, imperniati sulle confessioni di Gol'denberg, Michajlov ammise le proprie responsabilità, previa precisazione di aver agito su ordine del Comitato esecutivo come agente di terzo grado. Per quanto riguarda il ruolo da lui svolto nella mancata esplosione al ponte, faccenda nella quale era stato implicato da Merkulov, spiegò che non vi aveva preso parte attiva in alcun modo, pur avendone notizia. Come del resto, non poteva conoscere i dettagli del piano relativo 1º marzo, né tutte le persone coinvolte, essendo stato arrestato tre mesi prima che il colpo andasse ad effetto, ma naturalmente non era all'oscuro che il partito stava tramando qualcosa contro il sovrano.

La discussione sul reato di appartenenza a una società segreta vide Michajlov quale primo teste e, dal modo in cui impostò il discorso, poté dare agli altri coimputati le indicazioni da seguire per non intaccare l'onore del partito:

«Nell'estate del '79, molti singoli membri del partito social-rivoluzionario russo, sotto l'impatto delle condizioni di vita russe e delle attività repressive del governo, furono indotti a ritenere necessarie alcune modifiche al programma che fino a quel momento aveva orientato il lavoro pratico del partito. L'identità d'opinione di ciascun membro dei vari circoli sparsi per la Russia, a seguito di vicendevoli contatti, si manifestò subito e portò molti di loro nel giugno del '79 a Lipeck, dove ebbe così luogo il famoso congresso di svariati membri del partito social-rivoluzionario. Però questo non può essere considerato il congresso generale di tutto il partito, come recita l'atto d'accusa. Anche le sue conclusioni non sono quelle illustrate, sulla base della testimonianza di Gol'denberg, dal procuratore. Alle sedute del congresso di Lipeck, che si tenne dal 17 al 21 giugno, si sviluppò, in primo luogo, il programma di una nuova corrente; in secondo luogo, furono fissati mezzi e principi d'azione; in terzo luogo, il congresso formalizzò l'esistenza di Narodnaja volja e la sua uscita dal partito social-rivoluzionario. Il programma lì elaborato si presenta come segue: l'obiettivo da perseguire è la sovranità popolare, il passaggio del potere assoluto nelle mani del popolo; il compito del partito è agevolare il passaggio e il consolidamento del potere nelle mani del popolo. Per quanto riguarda i mezzi, tutti i convenuti si sono all'unanimità espressi a favore di una pacifica battaglia ideologica; ma inutilmente le nostre facoltà mentali si sono sforzate di trovare, con il regime vigente, una qualche possibilità di azione legale tesa al conseguimento dell'obiettivo suddetto. Non c'erano vie. Quindi, in virtù di una fatale necessità, fu presa la via rivoluzionaria e ne fu tracciato il percorso. Si decise di iniziare una lotta contro il governo, che rigetta incondizionatamente e completamente il principio della sovranità popolare. La lotta doveva essere condotta dall'ardimentoso partito di Narodnaja volja e dalla sua organizzazione, con l'auspicabile supporto del popolo e della società. Tra i mezzi principali abbiamo incluso il regicidio, ma non come una vendetta personale contro un imperatore piuttosto che un altro, e certamente tenendo conto di altri importanti strumenti [...] , una volta che si fosse presentata la possibilità di avvicinarsi alla meta, quali la libertà di propaganda, la libertà di riunione, la libertà di stampa».

[...] «Narodnaja volja è stato il risultato del lavoro fatto tra la fine del 1879 e l'inizio del 1880. Sul Comitato esecutivo, testa e cuore dell'organizzazione di Narodnaja volja, non posso dir nulla, se non che è un organismo sfuggente e irraggiungibile».

 
Nikolaj Suchanov

[...] «Così, in questo modo, dopo il congresso di Lipeck, è stata sancita la nascita, all'interno del partito social-rivoluzionario — inteso come un aggregato di tutti i gruppi socialisti — del partito di Narodnaja volja, avente un determinato programma d'azione.
Il concetto di partito social-rivoluzionario, non può essere confuso, come sta facendo il procuratore, con la formula generica di società, con il partito e, a maggior ragione, con l'organizzazione di Narodnaja volja. Sul partito social-rivoluzionario non può ricadere l'accusa mossa dal governo di aver voluto esso stesso il regicidio, essendo questo un mezzo riconosciuto dal solo partito di Narodnaja volja».

[...] «Sarebbe opportuno inoltre distinguere il concetto di partito dal concetto di organizzazione. Il partito rappresenta un insieme di individui della stessa opinione, non legati l'uno all'altro da obblighi reciproci. L'organizzazione, oltre alla condizione irrinunciabile di condividere la stessa opinione, presuppone lo starsene appartati, una compattezza a tutta prova, e un affiatamento assoluto. Il partito contiene l'organizzazione, ma quest'ultima si esaurisce chiaramente in sé stessa. Il partito è solidarietà nel pensiero; l'organizzazione è solidarietà nell'azione. Io affermo che la definizione di società, contenuta nell'atto d'accusa e conforme all'articolo che prevede la pena di morte, può essere applicata solo a quelli la cui appartenenza al partito di Narodnaja volja sarà dimostrata o che l'ammettessero di propria iniziativa. E questo è tutto quel che posso dire del partito e dell'organizzazione di cui faccio parte».

Michajlov espresse infine alla Corte il suo intimo convincimento di quanto fosse inutile la difesa di un imputato in un tribunale presieduto da una commissione speciale del senato, e lo fece con parole forti:

«Noi siamo i membri del partito e dell'organizzazione di Narodnaja volja. Le nostre attività, signori della corte, sono state accertate. La lotta ci ha reso nemici personali dell'imperatore. La volontà del sovrano, del figlio offeso, ha consegnato nelle mani dei suoi servili esecutori, voi, signori senatori, la spada di Nemesi. Dov'è la garanzia di una giustizia imparziale? Dov'è il conciliatore cui appellarsi? Dove sono il pubblico, dove la stampa, che potevano testimoniare l'atteggiamento bellicoso? Non c'è nessuno, e le porte sono chiuse! Noi e voi, signori, gli uni di fronte agli altri! Come portarvi deferenza, signori senatori, quando davanti alla rappresentanza speciale, non sono che un prigioniero legato mani e piedi?».[142]

Il 15 (27) febbraio, l'ultimo giorno del processo, con gli imputati tutti presenti in aula per la dichiarazione finale sulla colpevolezza, Makar Tetërka colse l'occasione e sferrò un pugno al traditore Merkulov, che era stato suo amico nel circolo operaio di Narodnaja volja. Fu immediatamente riportato alla fortezza e messo in isolamento, e il processo, aggiornato alla sera, quando sarebbe stato annunciato il verdetto.

 
Makar Tetërka

Tornato nella sua cella Michajlov scrisse agli amici: «Siamo, da un momento all'altro, in attesa del verdetto. Saremo puniti per il nostro successo, per le ferite inflitte al governo. Ma questa sentenza, senza volerlo, castiga i nostri errori organizzativi. Vi scuoterà, certamente, la sua durezza; che possa almeno farvi più accorti, che possa evolvere il vostro pensiero sull'arte della lotta rivoluzionaria, indurvi a valutare, elaborare l'esperienza sul campo. Allora la nostra morte frutterà due volte. [...] Non ho il tempo di pensare a me stesso, con tanti condannati attorno a me, tanti amici fraterni con un piede nella fossa... Non riesco a credere che queste brave persone, esseri umani di sublime integrità, stiano per morire, che i carnefici avranno il coraggio di impiccare, sopprimere così tante belle vite. Kolodkevič, Suchanov, Barannikov hanno prodotto in tutti una profonda emozione. Kolodkevič è un vero apostolo della libertà. Così puro, così semplice, così maestosamente nobile il suo atteggiamento, le sue parole, la sua mimica. Suchanov è un uomo dai sentimenti potenti e sinceri. Il suo discorso, a tratti, ha dato una scossa anche ai giudici. Barannikov è un cavaliere senza macchia e senza paura, servo dell'ideale e dell'onore. Franco e fiero il suo contegno, come pure la sua giovane anima. Frolenko: silenzio pesante, fermezza e serenità. Isaev: determinazione incrollabile a morire. Terent'eva è un bocciolo di rosa, fresco e innocente, ma le sue spine pungono senza pietà la mano invadente del nemico. Lebedeva è una natura energica, risoluta, votata al sacrificio. Jakimova è una persona schietta, solida, pronta fino all'ultimo a gettarsi nella mischia. Kletočnikov è uomo degno del massimo rispetto. Tetërka ha oggi reso omaggio al disprezzo del popolo per i traditori. Ha, davanti al giudice, in pubblico, colpito Merkulov sulla guancia, e questo fatto, di sicuro, influirà negativamente sul suo destino. Tutti noi siamo rimasti impressionati da quest'atto di protesta estrema. Sì, Tetërka, è un figlio del popolo, il suo gesto è caratteristico del popolo. Ancora qualche giorno fa, nutrivo per lui il barlume d'un ingiusto sospetto».[143]

Il tribunale condannò alla pena di morte mediante impiccagione: Michajlov, Suchanov, Kolodkevič, Frolenko, Kletočnikov, Isaev, Tetërka, Emel'janov, la Lebedeva e la Jakimova; ai lavori forzati a vita: Barannikov, Langans, Morozov, Arončik e Merkulov; a venti anni di katorga i restanti cinque.

Il 23 marzo (4 aprile), l'avvocato Kedrin farà sapere al padre di Michajlov: «Sono riuscito a conoscerlo molto bene nel poco tempo dei nostri colloqui, e sono sicuro che non potrò mai cancellare dalla memoria la sua luminosa figura morale. Le sue dichiarazioni al tribunale, beninteso, hanno influito sul suo destino in senso negativo, ma al tempo stesso hanno ispirato perfino nel nemico meraviglia per la sua intelligenza e valore. Non solo tutti i difensori hanno ravvisato in lui il personaggio più importante del processo, ma questo fatto gli è stato riconosciuto anche dai suoi giudici-senatori. Devo altresì aggiungere che il ministro della Giustizia, Nabokov, mi ha confidato che, a suo parere, Aleksandr Michajlov sarebbe stato per talento, carattere, e doti personali, un elemento utile alla società, avendo scorso in lui amore filiale e attitudini speciali. Tuttavia, facendo l'elogio delle risorse intellettuali di Vostro figlio, si è involontariamente inchinato dinanzi al suo coraggio, alla sua forza, alla sua inarrivabile volontà. Non c'è il minimo dubbio che se in Russia ci fossero più persone del genere, le sorti della patria sarebbero diverse e non avremmo vissuto un evento tanto drammatico».[144]

Il testamento di MichajlovModifica

 
Aleksandr Michajlov

Ancora il 16 (28) febbraio, con nel cuore la certezza dell'imminente impiccagione, Michajlov indirizzò ai compagni una seconda lettera. Si trattava del suo messaggio d'addio, del suo testamento:

Lascio scritto a voi, fratelli, di non spendere energie per noi, rischiando solo di morire inutilmente, ma di concentrarle per raggiungere il nostro obiettivo.

Lascio scritto a voi, fratelli, di amare e di considerare sorelle le nostre compagne, e fratelli i nostri compagni, come avete fatto con noi.

Lascio scritto a voi, fratelli, di amare e di apprezzare il nostro buon vecchio,[145] la nostra maggiore risorsa intellettuale. Non dovrebbe prendere parte alle imprese sul campo, ad esse non è portato. Bisogna essere consapevoli di questo e non dobbiamo farci illusioni al riguardo.

Lascio scritto a voi, fratelli, di rendere note le decisioni del comitato esecutivo dalla sentenza contro A...[146] al pronunciamento della nostra condanna a morte (cioè dal 26 agosto 1879 al marzo 1882). Aggiungete una breve storia dell'organizzazione e succinte biografie dei membri defunti.

Lascio scritto a voi, fratelli, di non impegnare nella lotta fino alla morte i giovanissimi.[147] Cerchiamo di rafforzarne il carattere, prima, di dar loro tutto il tempo perché sviluppino le necessarie forze spirituali.

Lascio scritto a voi, fratelli, che abbiamo reso davanti al giudice una testimonianza unitaria e vi consiglio di evitare nuove puntualizzazioni per ribattere alle calunnie del processo, che potrebbero accrescere le informazioni in mano agli inquirenti. Questo ci salverà da molti errori.

Lascio scritto a voi, fratelli, di entrare in relazione con i parenti di chi è ancora in libertà, in modo che in caso di arresto e detenzione, si possano tenere i contatti con un compagno perduto. Questa strategia è diretta a nostro vantaggio e consentirà in diverse occasioni di salvare la dignità del partito in tribunale. Penso che non ci sia alcuna necessità di abbandonare la difesa in un processo a porte chiuse.

Lascio scritto a voi, fratelli, di sorvegliarvi a vicenda, in ogni attività, in ogni momento della vita. Questo vi proteggerà dagli errori, inevitabili per una persona ma disastrosi per l'organizzazione. Bisogna, affinché l'obbligo della reciproca sorveglianza penetri nella coscienza e cessi di essere biasimato, che l'orgoglio personale cada e resti muto davanti alle esigenze della ragione. È necessario conoscere tutti i compagni più vicini, come vivono, con chi si accompagnano, come e quali dati raccolgono, se sono perspicaci, cauti, di quali risorse dispongano. Tenetevi d'occhio l'un l'altro. In questo è la forza, nella disciplina dei membri dell'organizzazione.

Lascio scritto a voi, fratelli, di stabilire regole severe per la segnalazione del pericolo, che possono tutelare dal massacro indiscriminato.

Lascio scritto a voi, fratelli, di aver cura del soddisfacimento spirituale di ciascun elemento dell'organizzazione. Ciò manterrà tra voi la pace e l'amore. Questo vi renderà tutti felici, vi farà sempre vivere giornate indimenticabili nella nostra comunità.

Vi bacio quindi tutti, cari fratelli e care sorelle, tutti insieme e uno alla volta, tenendovi saldamente stretti al petto che è pieno d'ardore, di passione e che vi vuole incoraggiare. Scusatemi e non pensate male di me. Se ho offeso qualcuno, credetemi, non è stato per ragioni personali, ma solo per la consapevolezza di quale fosse il nostro bene comune, e per l'abitudine a persistere negli stessi atteggiamenti. Allora addio, cari. Interamente e per sempre vostro
Aleksandr Michajlov.[148]

La morteModifica

 
Il rivellino di Alessio in un'immagine del 1880

Il 17 (29) marzo, per volontà di Alessandro III, la sentenza di morte fu commutata nei lavori forzati a vita per tutti, con l'esclusione di Suchanov, ex tenente della flotta di stanza nel Baltico, che fu fucilato il 19 (31) marzo 1882 a Kronštadt, davanti ai suoi uomini. Era costui uno dei pilastri dell'organizzazione militare di Narodnaja volja, messa in piedi da Željabov e che sarà annientata a seguito del tradimento di uno dei suoi membri, Sergej Degaev (1857-1920), sul quale pesa anche la responsabilità dell'arresto di Vera Figner nel 1883.[149] Inoltre, la pena di Ljustig fu ridotta a quattro anni e quella di Fridenson a dieci. Quanto a Merkulov, fu confinato nel Caucaso finché non poté godere del perdono completo concessogli nel 1895.

Il 20 marzo (1º aprile) 1882, nell'ultima lettera che gli fu consentito scrivere, Michajlov dichiarò alla madre: «È bello anche sotto la minaccia di dieci condanne a morte, poter liberamente professare il proprio credo, le proprie più alte convinzioni. È stato un piacere aver tranquillamente guardato negli occhi coloro che avevano in pugno il mio destino. C'è stato in questo una grande soddisfazione morale. Forse non saranno in tanti ad essere d'accordo con me, ma io per quei pochi giorni sarei di nuovo pronto a dare la mia vita».[150]

I «graziati» e coloro che erano stati condannati alla servitù perpetua già in primo grado, non giunsero mai nei luoghi preposti ai lavori forzati e furono tradotti al rivellino Alekseevskij, un piccolo edificio circondato da un muro, organizzato in modo da provocare una morte lenta. Le celle erano umide e buie. Le finestre non presentavano aperture ed erano state imbiancate, cosicché non filtrava né aria né luce. Il pavimento era reso scivoloso dalla muffa e sulle pareti strisciavano porcellini di terra della lunghezza di un dito mignolo. Il cibo era scarso e ripetitivo: pane con vermi e persino centopiedi; acqua calda per colazione e cena, al posto del tè; la stessa acqua calda con foglie di cavolo, al posto del pranzo; o, in alternativa, una sorta di pappa fatta con grano saraceno, — miglio, la domenica — sempre fredda e condita con mezzo cucchiaino di grasso animale, sostituito il mercoledì e il venerdì da olio vegetale. Inoltre, i prigionieri non potevano scrivere, ricevere visite, leggere libri, — se si eccettua la Bibbia — e solo dopo cinque-sei mesi di detenzione, quando ormai erano tutti scorbutici, con le costole in fuori, le gambe gonfie come tronchi e i denti caduti, furono autorizzati a fare una passeggiata nel cortile della prigione della durata di quindici minuti, per respirare almeno un po' di aria fresca.[151] In queste condizioni, oltre allo scorbuto, colpiva la tubercolosi, e questi due morbi uccisero, più o meno celermente, Barannikov, Kletočnikov, Langans, Kolodkevič e Tetërka.[152]

Il destino di Michajlov fu anche più triste di quello dei suoi compagni. Il prigioniero nº 1 (come era indicato nei documenti ufficiali del rivellino)[153] visse due anni meno dieci giorni in totale isolamento, confinato in un corridoio separato, privato della passeggiata in cortile e del conforto di comunicare col vicino di cella, battendo colpi sul muro, scambiando in tal modo qualche informazione cifrata o parola amichevole. L'unico contatto, indiretto, che ebbe con gli altri detenuti fu la lampada da lui posizionata ogni mattina davanti alla finestra, come cenno di saluto. La mattina del 18 (30) marzo 1884 la lampada non c'era. Stando al certificato medico, Michajlov morì a mezzogiorno per un edema polmonare bilaterale, ma alcuni dei suoi compagni non hanno ritenuto di poter definire naturale la morte di una persona lasciata intenzionalmente senza cure. Fu segretamente sepolto, di notte, al cimitero della Trasfigurazione.[154] Sulla parete della cella lasciò scritta un'invocazione a Dio: «Signore, fa' il bene del popolo!».[155]

«Guardando indietro, posso dire che la mia vita è stata eccezionale per felicità attiva. Non conosco un uomo a cui il destino abbia donato tanto liberamente simile felicità pratica. Di fronte ai miei occhi è passato tutto quel che di grande c'è stato nella Russia dei nostri tempi. I miei sogni più belli si sono avverati, per qualche anno. Ho vissuto con gli uomini migliori e sempre sono stato degno del loro amore e della loro amicizia. Questa è una grande felicità per un uomo.»

(Nota autobiografica in A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, Narodovolec Aleksandr Dmitrievič Michajlov, cit., p. 53.)

NoteModifica

  1. ^ Tutte le date sono rese secondo il calendario giuliano, in vigore in Russia fino al 14 febbraio 1918, e ai giorni nostri per il computo delle festività religiose; fra parentesi, sono invece indicate le date corrispondenti secondo il calendario gregoriano.
  2. ^ All'epoca della Russia imperiale, Putivl' era una cittadina del governatorato di Kursk, mentre Novgorod-Severskij e Nemirov, poi citate, erano città appartenenti l'una, al governatorato di Černigov — (dal 10 ottobre 1925 oblast' di Černihiv); l'altra, al governatorato di Podolia — (dal 27 febbraio 1932 oblast' di Vinnycja).
  3. ^ Pis'ma narodovol'ca A. D. Michajlov (Lettere del narodovolec A. D. Michajlov), Mosca, 1933, p. 12.
  4. ^ Cfr. Ibid. Michajlov aveva tre sorelle e un fratello: Kleopatra (nata nel 1856), Klavdija (nata nel 1858), Mitrofan (nato nel 1863), e Anna (nata nel 1867).
  5. ^ Cfr. Ibid, pp. 266-270.
  6. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, Narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 58.
  7. ^ Vera Figner, "Il narodovolec A. Barannikov nelle sue lettere"
  8. ^ Nello stesso ginnasio studiava in quegli anni anche Nikolaj Kibal'čič. Aleksandr Dmitrievič, nella dichiarazione scritta il 15 (27) aprile 1881, conferma di aver conosciuto Kibal'čič al ginnasio, ma non ci sono testimonianze che strinsero amicizia allora, forse perché il più giovane Michajlov era tre classi indietro.
  9. ^ Questo insegnante, Pavel Petrovič Bezmenov, curiosamente qualche anno dopo sposerà Kleopatra Dmitrievna, la sorella di Michajlov, e abbraccerà ideali più liberali. Cfr. Vasilij I. Ivašenko, Arkadij S. Kravec, Nikolaj Kibal'čič, Mosca, 1995, cap. IV.
  10. ^ a b Dalla deposizione resa da Michajlov il 18 (30) dicembre 1880.
  11. ^ F. Venturi, Il populismo russo III. Dall'andata nel popolo al terrorismo, Torino, 1972, p.167.
  12. ^ La Figner, che riferisce la notizia, cita erroneamente il liceo di Nežin, mentre Michajlov, dopo Novgorod-Severskij, si trasferì a Nemirov. Cfr. Sito di «Narodnaja volja», Materiali biografici di e su Aleksandr Michajlov.
  13. ^ Dalla deposizione del 18 (30) dicembre 1880, cit.
  14. ^ Nel 1887-1892, Vyšnegradskij sarà ministro delle finanze.
  15. ^ Dalla deposizione del 19 (31) dicembre.
  16. ^ Dalla deposizione del 26 dicembre 1880 (7 gennaio 1881).
  17. ^ Gli ispiratori di queste tendenze erano rispettivamente: Lavrov, Bakunin, e Tkačëv, tutti e tre esuli in Europa. I giornali che diffondevano il loro credo e che sbarcavano clandestinamente in Russia erano il Vperëd, (Avanti), diretto da Lavrov; il Rabotnik, (il Lavoratore), diretto da Zemfirij K. Ralli; e il Nabat, (la Campana a stormo), diretto da Tkačëv.
  18. ^ F. Venturi, op. cit., pp. 168-171.
  19. ^ Dalla deposizione del 18 (30) dicembre 1881, cit.
  20. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., pp. 174-175.
  21. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, Narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 111.
  22. ^ F. Venturi, op. cit., pp. 125-126.
  23. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, op. cit., p.175.
  24. ^ F. Venturi, op. cit., pp.178-181.
  25. ^ Lettere del narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 219.
  26. ^ Jurij V. Trifonov, L'impazienza, Milano, 1978, p. 90.
  27. ^ In seguito allo scisma della seconda metà del XVII secolo, alla Chiesa ortodossa si affiancarono diverse sette, designate col nome generico dei «Vecchi credenti». A seconda che accettino o meno di ricevere i sacramenti dal clero ufficiale e nel rispetto dell'antico rituale, i raskol'niki (gli scismatici) si dividono in popovcy (i preteschi) e bespopovcy (i senza prete). Questi ultimi rifiutano il mondo e propugnano uno stile di vita ascetico. Sostengono pure che la vera Chiesa di Cristo ha cessato di esistere sulla terra e che, quindi, devono essere rifiutati tutti i sacramenti impartiti dai decaduti ministri del culto, ad eccezione del battesimo.
  28. ^ Hugh Seton-Watson, Storia dell'impero russo (1801-1917), Torino, 1971, p. 397.
  29. ^ Georgij V. Plechanov, Vospominanija ob A. D. Michajlove [Ricordi su A. D. Michajlov], in Sočinenija [Opere], vol. 1, p. 162.
  30. ^ F. Venturi, op. cit., p. 164.
  31. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, op. cit., p. 41.
  32. ^ V. N. Figner, Zapečatlennyi trud, [Opere concluse], tomo 1, Mosca, 1964, p. 229.
  33. ^ G. V. Plechanov, op. cit., p. 167.
  34. ^ Anna Pavlovna, nata Meinhard, divenuta Korba dopo il matrimonio nel 1869 con un ingegnere svizzero, alla fondazione di Narodnaja Volja, nell'estate del 1879, entrò nell'organizzazione come agente del Comitato esecutivo, per esserne membro a tutti gli effetti dal gennaio del 1880. Fu arrestata nel giugno del 1882. Il 14 luglio subì un'accurata perquisizione e cucite nel vestito le furono trovate cinque lettere, poi riconosciute di mano di Michajlov, già condannato nel marzo precedente. Questo fatto, che dimostrava lo stretto legame della Korba con il centro dirigente di Narodnaja Volja, ebbe un peso determinante nella sua condanna (fu giudicata al processo dei 17, tenutosi nell'aprile del 1883) a venti anni di lavori forzati, pena in seguito ridotta a tredici anni, tra carcere e deportazione. Gli editori che pubblicarono la raccolta delle lettere di Michajlov stralciarono da esse ogni riferimento di carattere amoroso, e la Pribylëva-Korba non scrisse mai nulla circa i suoi rapporti personali con lui.
  35. ^ L'aggettivo «krasnyj», traducibile con «rosso», nel XIX secolo era usato anche con il significato di «bello», divenuto desueto ai nostri tempi.
  36. ^ Jurij A. Pelevin, La corrispondenza tra Aleksandr Michajlov e Anna Pribylëva-Korba (5 gennaio 1881-17 marzo 1882).
  37. ^ Osip V. Aptekman, Obščestvo Zemlja i Volja 70-ch godov [La società «Zemlja i Volja» degli anni'70], Pietrogrado, 1924, p. 340.
  38. ^ L'umiliazione subita sconvolse Boguljubov, tanto che cominciò ad accusare problemi mentali. Fu mandato a scontare la pena a Char'kov, e quando le sue condizioni peggiorarono fu trasferito all'ospedale psichiatrico di Kazan'. Nel 1887 fu affidato al padre, per poi morire in un villaggio della Crimea, completamente pazzo. La Zasulič fu assolta dalla giuria popolare nel processo che la vide imputata, suscitando enorme entusiasmo negli ambienti antigovernativi.
  39. ^ Il processo dei 193 si tenne a San Pietroburgo tra il 18 (30) ottobre 1877 e il 23 gennaio (4 febbraio) 1878.
  40. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., p. 213.
  41. ^ V. A. Tvardovskaja, Il populismo russo. Da Zemlja i Volja a Narodnaja Volja, Roma, 1975, p. 39.
  42. ^ Ibid, p. 43.
  43. ^ Gli altri erano Ippolit Myškin, Dmitrij Michajlovič Rogačev (1851-1884), Sergej Filippovič Kovalik (1846-1926) e Mitro Danilovič Muravskij (1838-1879).
  44. ^ La cittadina, anche trascritta «Novoborisoglebskij» o «Novo-Belgorod», è stata poi rinominata «Pečenegi», capoluogo dell'omonimo distretto nell'Oblast' di Char'kov.
  45. ^ Michail F. Frolenko, Popytka osvoboždenija Vojnaral'skogo 1° ijulja 1878 g. [Il tentativo di liberare Vojnaral'skij del 1º luglio 1878], in «Katorga i ssylka» [Lavori forzati e deportazione],1929, fasc.IV, p. 276.
  46. ^ Process 20-ti narodovol'cev v 1882 [Il processo dei 20 narodovol'cy nel 1882], in «Byloe», fasc. 1, 1906, pp 11-13.
  47. ^ Cfr. nota XXX relativa al processo dei 193.
  48. ^ Tra Aleksandr e Adrian Michajlov non c'era alcun rapporto di parentela.
  49. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., p. 233.
  50. ^ Ibid, pp. 240-241.
  51. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., pp. 234-239.
  52. ^ Ibid, p. 240.
  53. ^ Archiv «Zemli i voli» i «Narodnoj voli» [L'archivio di Zemlja i Volja e di Narodnaja Volja], Mosca, 1932, pp. 62-63.
  54. ^ Ju. A. Pelevin, La caduta del centro di «Zemlja i Volja» e la sua riorganizzazione da parte di Aleksandr Michajlov.
  55. ^ L'archivio di «Zemlja i Volja» e di «Narodnaja volja», cit. p. 93.
  56. ^ Undici dirigenti di Zemlja i Volja furono processati dal 6 al 14 (18-26) maggio 1880. Ol'ga Šlejsner fu condannata a sei anni di lavori forzati, convertiti poco dopo nell'esilio in Siberia, la stessa pena comminata a Bulanov. A Troščanskij furono inflitti dieci anni di lavori forzati; a Berdnikov, otto. La sentenza di morte colpì invece Obolešev e A. F. Michajlov, ma mentre il primo non volle mai rivelare nemmeno il suo vero nome, il secondo confessò, presentò domanda di grazia e fece il nome degli esecutori materiali di Mezencov. La pena di entrambi fu poi commutata in venti anni di lavori forzati, apparentemente in virtù della confessione di Michajlov. Esiste però una nota della Terza Sezione che sottolinea come le dichiarazioni di Michajlov non facevano che confermare quanto già era stato rivelato alla polizia da Gol'denberg. Cfr. Ju. A. Pelevin, La caduta del centro di «Zemlja i Volja» e la sua riorganizzazione da parte di Aleksandr Michajlov, cit.
  57. ^ Revoljucionnaja žurnalistica 70-ch godov [Il giornalismo rivoluzionario degli anni '70], Parigi, 1905, p. 168.
  58. ^ F. Venturi, op. cit., pp. 245-246.
  59. ^ Ibid, p. 247.
  60. ^ Lev A. Tichomirov Vospominanija [Ricordi], Mosca-Leningrado, 1927, p. 133.
  61. ^ G. A. Plechanov, Ricordi su A. D. Michajlov, cit., p. 166.
  62. ^ Ju. A. Pelevin, L'attività cospiratoria di Aleksandr Michajolv in «Zemlja i Volja» e in «Narodnaja volja».
  63. ^ Il significato letterale del termine russo «Дворник» (Dvornik) è «portinaio». Il governo russo, nella sua opera di monitoraggio dell'ordine pubblico, usava un vero e proprio esercito di portinai, in maggioranza ex soldati reclutati per divenire l'occhio della gendarmeria, e spiare residenti e ospiti degli appartamenti presso i quali prestavano servizio. Inizialmente a Michajlov questo soprannome fu dato quasi per scherzo, come a sottolineare il suo voler tenere tutto sotto controllo, stare sempre all'erta, ammonire. Tuttavia, quando i suoi compagni si resero conto di quanto l'osservanza delle norme cospirative fosse indispensabile alla sopravvivenza dell'organizzazione, il nomignolo si tramutò in una testimonianza di gratitudine.
  64. ^ a b c Ju. A. Pelevin, L'attività cospiratoria di Aleksandr Michajlov in «Zemlja i Volja» e in «Narodnaja volja», cit.
  65. ^ Crittografia rivoluzionaria.
  66. ^ Ibid.
  67. ^ Stepniak-Sergej M. Kravčinskij, La Russia sotterranea, Milano, 1896, pp. 179-180.
  68. ^ Ju.. A. Pelevin, L'attività cospiratoria di Aleksandr Michajlov in «Zemlja i Volja» e in «Narodnaja volja», cit.
  69. ^ O. V. Aptekman, La società Zemlja i Volja degli anni'70, cit., p. 216.
  70. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., p. 261.
  71. ^ V. A. Tvardovskaja, Il populismo russo, cit. pp. 45-46.
  72. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., p. 262.
  73. ^ Il processo ai 20 narodovol'cy nel 1882, cit., p. 299.
  74. ^ G. V. Plechanov, Ricordi su A. D. Michajlov, in Opere, vol. 1, cit, p. 165.
  75. ^ V. A. Tvardovskaja, Il populismo russo, cit., p. 49.
  76. ^ Adam B. Ulam, In nome del popolo, Milano, 1978, pp. 313-314.
  77. ^ V. A. Tvardovskaja, op. cit., p. 44.
  78. ^ Mirskij è certamente un personaggio contraddittorio, desideroso di fare l'eroe ma privo della giusta tempra. Dopo il fallito attacco tornò a vivere a Kiev fino a quando, forse per essersi vantato della sua impresa, non fu arrestato nel mese di luglio. Condannato a morte nel novembre del 1879, chiese perdono allo zar, facendo mostra di umile pentimento, e la pena di morte gli fu commutata nel carcere a vita. Nel rivellino Alekseevskij della fortezza di Pietro e Paolo, c'era un altro prigioniero, rinchiuso dal 1872: Sergej Nečaev. Nel 1881, Mirskij, per migliorare la propria condizione carceraria, svelò il piano di fuga del suo vicino di cella. Nečaev, grazie a un paziente lavoro di indottrinamento, aveva portato dalla sua parte decine di guardie e con un simile appoggio interno, unito a un aiuto esterno che gli era stato promesso da Narodnaja volja, contava di poter evadere. In conseguenza della spiata di Mirskij, Nečaev, che era riuscito a sopravvivere nove anni nel rivellino, spesso in totale isolamento e con le catene, morirà nel giro di un anno di scorbuto. Quanto a Mirskij, nel 1884 fu inviato ai lavori forzati in Siberia. Nel 1890, la pena gli fu condonata per buona condotta, ma non ebbe il permesso di risiedere in Russia. Fu poi coinvolto nelle vicende rivoluzionarie del 1905-1907, arrestato e condannato a morte, di nuovo la pena si mutò in ergastolo. Liberato dalla rivoluzione del 1917, morirà nel 1920. Cfr.Ju. Trifonov, L'impazienza, cit., pp. 323 e sgg; A. B. Ulam, In nome del popolo, cit., pp. 317-318.
  79. ^ A. B. Ulam, op. cit., p. 315-317.
  80. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, Narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 124.
  81. ^ V. A. Tvardovskaja, op. cit., p. 50.
  82. ^ F Venturi, op. cit., pp. 263-265; Ju. Trifonov, op. cit., pp. 92, 98.
  83. ^ Chronica socialističeskogo dviženija v Rossii, 1878-1887. Oficial'nyj otčet [Cronaca del movimento socialista in Russia, 1878-1887. Rapporto ufficiale], Mosca, 1906, p. 99.
  84. ^ Ibid, pp. 129-130.
  85. ^ V. N. Figner, Opera conclusa, cit., p. 132.
  86. ^ Nikolaj A. Morozov, Povesti moej žižni, [Ricordi della mia vita], Mosca, 1933, vol. IV, pp. 285, 287.
  87. ^ M. F. Frolenko, Opere, cit., vol.2, pp. 11-18.
  88. ^ Le date dei Congressi di Lipeck e di Voronež non sono univoche. In base alla fonte utilizzata, il primo Congresso si tenne, secondo il calendario giuliano, dal 15 al 17 giugno, o dal 17 al 20 giugno; mentre quello di Voronež, dal 18 al 21 giugno, o dal 21 al 24 giugno.
  89. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., pp. 309-310.
  90. ^ Ibid, p. 312.
  91. ^ N. A. Morozov, op. cit, pp.290-291. Il commento di Morozov si apprezza di più e si chiarisce meglio se si considera che parlare a lungo riusciva penoso a Michajlov, soffrendo egli di una leggera forma di balbuzie.
  92. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., p. 314
  93. ^ Lev G. Dejč,Valerian Osinskij, in «Katorga i ssylka» [Lavori forzati e deportazione], 1929, fasc. V.
  94. ^ Cfr. Ju. V. Trifonov, L'impazienza, cit., pp. 128-131; V. N. Figner, op. cit., p. 134.
  95. ^ F. Venturi, op. cit., pp. 316-317.
  96. ^ Ibid, p. 317.
  97. ^ Il termine «čërnyj» (nero) è qui usato in senso traslato, a significare la terra coltivabile. Il terreno fertile, infatti, essendo ricco di humus è di colore nero.
  98. ^ F. Venturi, op. cit., pp. 318-319. La vita del Čërnyj peredel fu breve e quasi priva di storia. Nel gennaio del 1880 un traditore mise la polizia sulle tracce della tipografia, che aveva appena stampato il primo numero dell'organo di partito. Poco dopo il gruppo dirigente prendeva la via dell'esilio in Svizzera. Agli elementi più desiderosi di agire, privi di una guida, non restò che confluire nella Narodnaja Volja, praticamente la sola organizzazione rivoluzionaria operante nel paese. L'unico dirigente a seguire il loro esempio fu Stefanovič, che dopo il 1º marzo entrò a far parte del Comitato esecutivo, ma sarà arrestato nel 1882 e condannato a otto anni di lavori forzati. La partenza di Plechanov e compagni aveva dimostrato che l'alternativa alla lotta contro lo Stato era la rinuncia all'azione. Su di loro scrive Marx in una lettera al suo amico e attivista comunista Friedrich Adolph Sorge, datata 5 novembre 1880: «[Il programma del Comitato esecutivo], recentemente stampato e fatto uscire clandestinamente a Pietroburgo, ha suscitato grande rabbia tra gli anarchici russi in Svizzera, i quali pubblicano a Ginevra La ripartizione nera. Essi - per lo più (non tutti) gente che ha lasciato la Russia volontariamente - costituiscono, al contrario dei terroristi che rischiano la pelle, il cosiddetto partito della propaganda. Per fare propaganda in Russia si trasferiscono a Ginevra! Che quiproquo! Questi signori sono contrari a qualsiasi azione politico-rivoluzionaria». Cfr. Karl Marx - Friedrich Engels, Lettere 1880 - 1883, Milano, 2008, p. 35.
  99. ^ F. Venturi,Il populismo russo, cit., pp. 330-331.
  100. ^ V. A. Tvardovsksja, Il populismo russo, cit., p. 180.
  101. ^ Literatura partii «Narodnoj voli», Mosca, 1907, fasc. I, p. 4.
  102. ^ Ibid, pp. 43-44.
  103. ^ Dalla deposizione resa da Michajlov il 31 dicembre 1880 (12 gennaio 1881).
  104. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, Narodovolec A. D. Michajlov, cit, p. 205.
  105. ^ Ibid, p. 125.
  106. ^ Dopo il 1921, la città ucraina di Aleksandrovsk è stata rinominata Zaporižžja ed è il capoluogo dell'omonima regione.
  107. ^ Vasilij I. Ivaščenko, Arkadij S. Kravec, Nikolaj Ivanovič Kibal'čič, Mosca, 1995, cap. VII.
  108. ^ Ju. V. Trifonov, L'impazienza, cit., pp. 161-162.
  109. ^ Ibid, p. 163.
  110. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, op. cit., p. 142.
  111. ^ Esistono di questo evento versioni diverse. Bisogna infatti ricordare che le memorie dei narodovol'cy superstiti furono scritte tra i venti e i trent'anni dopo gli accadimenti raccontati.
  112. ^ F. Venturi, op. cit., p. 359.
  113. ^ Ibid, pp. 367-368.
  114. ^ Ju. V. Trifonov, op. cit., p. 320.
  115. ^ A. P. Pribylëëva-Korba, V. N. Figner, op. cit., p. 198.
  116. ^ Ju. V. Trifonov, op. cit., p. 283.
  117. ^ A. B. Ulam, op. cit., p. 348.
  118. ^ Su Gol'denberg, così si esprime Michajlov:«Nei primi mesi del '76 fu espulso da San Pietroburgo perché ebreo senza fissa occupazione e venne a Kiev... Non potendosi legare ai radicali dai quali era considerato un giovane immaturo e dalla mentalità ristretta, si avvicinò a me. Io, da parte mia, vedendo in lui una persona buona e onesta, in cerca di amici e imprese, non lo respinsi, benché, all'epoca, non lo reputassi neppure idoneo al lavoro rivoluzionario. Era uomo mosso unicamente dal sentimento e oltre a ciò non era affatto in grado di dominarlo. Quando il sentimento è stato diretto dal partito, egli ha realizzato grandi ed eroiche gesta. Ma, tagliato fuori da esso, non avendo in sé una forza regolatrice, si è reso protagonista di atti d'infamia incommensurabile ed è morto senza gloria. Che questo sciagurato sia generosamente perdonato dai suoi vecchi compagni!» Dalla deposizione del 26 dicembre 1880 (7 gennaio 1881).
  119. ^ F. Venturi, Il populismo russo, cit., p. 393.
  120. ^ Alla fin fine non si trattò che d'un rinvio dell'esecuzione, giacché entrambi morirono entro breve tempo. Širjaev perì all'improvviso nel rivellino Alekseevskij, e corse voce che fosse stato avvelenato, ma studi recenti dimostrano che si suicidò; Tichonov fu trasferito un anno dopo dalla fortezza Pietro e Paolo a Kara, dove morì nel 1883, perché fossero perdute le sue tracce e fosse consentito a Okladskij, nella sua nuova veste di agente provocatore, di spacciarsi per lui. Cfr. Ju. Trifonov, L'impazienza, cit., pp. 298, 376.
  121. ^ Ju. V. Trifonov, L'impazienza, cit., pp. 297-298.
  122. ^ F. Venturi, op. cit., p. 393.
  123. ^ A. P. Pribylëva-Korba, V. N. Figner, Narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 54.
  124. ^ Lettera di A. D. Michajlov ai condannati.
  125. ^ Cfr. Nikolaj A. Troickij, L'impresa di Nikolaj Kletočnikov, Mosca, 1872, cap. II, Due anni nel servizio segreto dello zar.
  126. ^ Ju. V. Trifonov, op. cit., pp. 303-306.
  127. ^ Ju. A. Pelevin, La corrispondenza tra Aleksandr Michajlov e Anna Pribyleva-Korba (5 gennaio 1881-17 marzo 1882), cit.
  128. ^ Dalla deposizione del 7 (19) luglio 1881.
  129. ^ Lettere del narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 226.
  130. ^ Ibid, p. 230.
  131. ^ La Šlejsner, che non era mai partita per l'esilio, fu rilasciata dal bastione Trubeckoj, ormai in agonia, per morire pochi giorni dopo a casa di un influente conoscente; Obolešev, si spense nella fortezza.
  132. ^ Lettere del narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 233.
  133. ^ Michajlov si riferisce ai gendarmi, la cui uniforme era blu e che avevano l'ordine di non rivolgere la parola ai prigionieri.
  134. ^ Lettere del narodovolec A. D. Michajlov, cit., pp. 233-234. Lettera ai compagni del 16 febbraio 1882.
  135. ^ Si tratta di Alessandro III e del fratello minore, il granduca Vladimir Aleksandrovič.
  136. ^ Lettere del narodovolec A. D. Michajlov, cit., pp. 194-195.
  137. ^ Il tribunale distrettuale fu bruciato dopo la rivoluzione russa di febbraio.
  138. ^ Da non confondersi con Savelij Solomonovič Zlatopol'skij (1855-1885), membro del Comitato esecutivo di Narodnaja volja.
  139. ^ Morozov al momento dell'arresto non faceva parte del gruppo dirigente di Narodnaja Volja. Aveva lasciato, per contrasti con gli altri membri del Comitato esecutivo, la Russia ai primi del 1880, era andato in Svizzera, e aveva lavorato a un accordo con i giacobini di Tkačëv per poi accorgersi che la sua idea di terrorismo non aveva molto in comune con la loro. Tornò in patria, richiamato dai narodovol'cy in difficoltà, ma fu fermato alla frontiera il 28 gennaio (9 febbraio).
  140. ^ Vera Figner, Il processo di Aleksandr Michajlov. Copia archiviata, su narodnaya-volya.ru. URL consultato l'11 luglio 2015 (archiviato dall'url originale il 12 luglio 2015).
  141. ^ Ibid.
  142. ^ Il processo ai 20 narodovol'cy, Le dichiarazioni di Aleksandr Michajlov.
  143. ^ Lettere del narodovolec A. D. Michajlov, cit., pp. 203-204.
  144. ^ E. Kedrin al padre di A. Michajlov.
  145. ^ Si tratta di Lev Tichomirov, così soprannominato dopo i quattro anni trascorsi in carcere dal 1873 al 1877.
  146. ^ S'intende: Alessandro II.
  147. ^ Probabile riferimento a Nikolaj Rysakov, reclutato diciannovenne come lanciatore nell'attentato contro Alessandro II.
  148. ^ Il testamento di Aleksandr Michajlov.
  149. ^ Degaev era stato assoldato nel 1882 da Georgij Sudejkin, tenente colonnello della gendarmeria e talento investigativo dell'Ochrana, a Odessa dove su ordine della Figner aveva impiantato una tipografia. Il traditore fu scoperto e costretto a confessare, tuttavia la dirigenza in esilio (ossia Tichomirov) preferì usarlo per eliminare Sudejkin piuttosto che sopprimerlo in quanto spia, così fece riferire a Degaev che se avesse collaborato, gli sarebbe stata risparmiata la vita. E Degaev accettò volentieri di fare il doppio gioco, attirò Sudejkin in un appartamento, e assisté alla morte del suo reclutatore per mano di due narodovol'cy, ivi nascosti. Dopodiché fuggì alla svelta dalla Russia, si rifugiò prima a Parigi e successivamente, quando l'Ochrana si fu rimessa sulle sue tracce, in America. Col nome di Alexander Pell si laureò in matematica e insegnò nell'università del Sud Dakota, dove dal 1952 esiste una borsa di studio a lui intitolata, e in Illinois. Cfr. A. Ulam, In nome del popolo, cit., pp. 317-318.
  150. ^ Lettere del narodovolec A. D. Michajlov, cit., p. 274.
  151. ^ Nikolaj A. Troickij, L'impresa di Kletočnikov, cit., cap. III Epilogo.
  152. ^ La morìa di prigionieri era così alta nel rivellino che nell'agosto del 1884 ne fu decisa la chiusura, e i quattordici detenuti ancora in vita furono trasferiti allo Šlissel'burg. Non che in questa fortezza il trattamento riservato ai prigionieri fosse più umano: Arončik, che vi fu recluso quando già erano manifesti i primi sintomi di una malattia psichica, fu colpito da paralisi alle gambe e abbandonato a sé stesso, con la luce della ragione che si offuscava, finché non morì. Ma nonostante tutto, qualcuno, come Morozov, Frolenko, la Figner, la Jakimova, poté uscirne vivo dopo più di vent'anni. Il rivellino Alekseevskij fu demolito nel 1895 e successivamente ricostruito per ospitare gli archivi della Marina.
  153. ^ Particolare conosciuto dai resoconti fatti alle autorità dal medico ufficiale della fortezza, in servizio dal 1863, il dottor Gavril Ivanovič Wil'ms, classe 1822. Cfr. Sito di «Narodnaja volja», cit.
  154. ^ Ju. V. Trifonov, L'impazienza, cit., p. 376.
  155. ^ Pëtr S. Polivanov, Vospominanija, in Gazzetta della Rivoluzione russa, № 4, 1905, p. 79.

BibliografiaModifica

  • Franco Venturi, Il populismo russo III. Dall'andata nel popolo al terrorismo, Torino, Einaudi, 1972
  • Valentina A. Tvardovskaja, Il populismo russo, Roma, Ed. Riuniti, 1975
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  • Vasilij Ja. Bogučarskij, Iz istorij političeskoj bor'dy v 70-ch i 80-ch gg. XIX veka [Dalla storia della lotta politica negli anni '70 e '80 del secolo XIX], Mosca, 1922
  • M. M. Klevenskij, Aleksandr Dmitrievič Michajlov, Mosca, 1925
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  • Michail G. Sedov, Geroičeskij period revoljucionnogo narodničestva [Il periodo eroico del populismo rivoluzionario], Mosca, 1966
  • Jurij V. Davydov, Zaveščaju vam, brat'ja... Povest' ob Aleksandre Michajlove [Lascio a voi, fratelli... La storia di Aleksandr Michajlov], Mosca, 1977
  • Nikolaj A. Troickij, Bezumstvo chrabrych. Russkie revoljucionery i karatel'naja politika carizma 1866-1882 gg. [La follia dei coraggiosi. I rivoluzionari russi e la politica repressiva zarista nel 1866-1882], Mosca, 1978
  • Process 20-ti narodovol'cev v 1882 godu [Il processo ai 20 «narodovol'cy» nel 1882], in «Byloe», 1906, fasc. I.
  • Literatura partii «Narodnoj Voli» [Letteratura del partito «Narodnaja Volja»], Mosca, 1930
  • Archiv «Zemli i Voli» i «Narodnoj Voli» [L'archivio di «Zemlja i Volja» e di «Narodnaja Volja»], Mosca, 1932
  • Pis'ma narodovol'ca A. D. Michajlov [Lettere del narodovolec A. D. Michajlov], Mosca, 1933

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