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1leftarrow blue.svgVoce principale: Canti (Giacomo Leopardi).

All'Italia
Liberti Italia 1861.jpg
Monumento all'Italia turrita
AutoreGiacomo Leopardi
1ª ed. originale1818
Generepoesia
Lingua originaleitaliano

All'Italia è una lirica di Giacomo Leopardi, composta a Recanati nel settembre 1818 all'età di vent'anni, e pubblicata a Roma agli inizi dell'anno seguente insieme alla canzone gemella Sopra il monumento di Dante.

Prima poesia dell'edizione dei Canti, appartiene alla tradizione delle liriche civili italiane,[1] ispirate cioè a tematiche politiche e patriottiche, di cui furono esempi il VI canto del Purgatorio di Dante, o le canzoni Spirto gentil e Italia mia del Canzoniere di Petrarca;[2] è rinvenibile anche l'influsso foscoliano delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.[3]

ContenutoModifica

«O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l'erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo [...]»
(All'Italia, vv. 1-4)

 
L'Italia all'indomani della Restaurazione

Si tratta di un componimento poetico di forte contenuto patriottico, scritto pochi anni dopo il Congresso di Vienna, che aveva sancito con la Restaurazione la sottomissione politica dell'Italia alle potenze straniere, una condizione di cui Leopardi si rammarica raffrontandola con la grandezza dei tempi antichi.

Se un tale sentimento accomuna Leopardi al nazionalismo italiano di quel periodo, esso si distanzia però dal liberalismo anti-austriaco, nutrendosi inizialmente di un'avversità di tipo reazionario alle ingerenze straniere, soprattutto francesi, che Leopardi aveva assimilato dal padre Monaldo, e di cui aveva già offerto una testimonianza nell'Orazione agli Italiani, in occasione della liberazione del Piceno scritta nel 1815.

Nella poesia si scorge anche un motivo autobiografico, per cui la condizione dell'Italia funge da specchio a quella del poeta, la cui felicità di un tempo lontano stride con la miseria del presente.[4]

Le strofeModifica

La poesia è composta da sette strofe, di inconsueta lunghezza, raggiungendo ognuna i venti versi; l'ordine degli endecasillabi e dei settenari è diverso tra le strofe pari e quelle dispari.[1]

Nella prima strofa Leopardi denuncia la decadenza morale e civile dell'Italia, paragonata a una bellissima donna incatenata e disprezzata, senza più i simboli della gloria che la connotavano:

«Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.»

(All'Italia, versi 18-20)

Nella seconda si domanda chi sia stato a ridurla così, e perché nessuno la difenda. Invocando a sé le armi, si fa avanti il poeta stesso per combattere contro i suoi nemici ed incitare gli animi dei propri concittadini.

Nella terza vengono ricordati i giovani italiani caduti nelle guerre napoleoniche, costretti a morire non per la patria ma per una nazione straniera, la Francia.

A partire dalla quarta strofa Leopardi rievoca i tempi antichi quando i popoli in massa erano disposti a combattere fino alla morte per la loro patria, prendendo ad esempio i giovani Spartani caduti alle Termopili per fermare l'avanzata degli invasori Persiani.

Nelle ultime tre strofe egli immagina quindi il poeta Simonide che celebra il sacrificio di quei giovani Greci, capaci di infliggere una cocente sconfitta all'esercito di Serse, sperando di associare la propria memoria alla loro fama imperitura.[1]

Ricezione criticaModifica

 
Intestazione della poesia All'Italia nell'edizione di Antonio Ranieri in Opere di Giacomo Leopardi, vol. I, Napoli, Saverio Starita, 1835

La critica risorgimentale si entusiasmò per l'impegno civile contenuto nella lirica All'Italia.[5] Vincenzo Monti ad esempio la definì «bella e veramente Italiana», mentre Pietro Giordani scrisse in una lettera a Leopardi: «La tua canzone gira per questa città come fuoco elettrico: tutti la vogliono, tutti ne sono invasati».[5]

A coloro che, come De Sanctis, giudicarono puramente retorica la sua lirica,[5] rispose Giosué Carducci:

«Il mio De Sanctis dice che l'è una canzone da fanciullo, nella quale non c'è altro che il ricordo della scuola. Ti rammenti, o amico mio, del tempo della nostra giovinezza [...]? Quel nostro mondo d'allora, quei nostri cari studi, quei palpiti, quei disegni smisurati, quelle immaginazioni, quella poesia, tutta quella luce ideale che ne circondava in mezzo alle tenebre ed al mondo reale, tutto quel contrasto tra il mondo e la scuola fu rappresentato dal Leopardi in questa canzone e nelle altre. [...]

Quando in mezzo al gran movimento dei popoli nell'anno 1848 l'amore e il valore italiano tonarono come un nembo di maggio su la primavera del Risorgimento, la gioventù italiana sentì ispiratrice e partecipe la poesia del Leopardi.»

(Giosué Carducci, Degli spiriti e delle forme nella poesia di Giacomo Leopardi: considerazioni, pag. 151, Bologna, Zanichelli, 1898)

Lo stesso Leopardi, del resto, già in una lettera del 1817 sosteneva che «mia Madre è l'Italia, per la quale ardo d'amore, ringraziando il Cielo d'avermi fatto italiano», e così nel 1818: «o Patria, o Patria mia, non posso spargere il sangue per te, che non esisti più. In che opera, per chi, per qual patria spenderò i sudori, i dolori, il sangue mio?».[6] E aggiungeva che l'amor di Patria, già difficile in un paese dalla storia così antica e frammentata, non poteva per natura estendersi a dimensioni artificiali più ampie come quella europea:

«La patria moderna dev'essere abbastanza grande, ma non tanto che la comunione d'interessi non vi si possa trovare, come chi ci volesse dare per patria l'Europa. La propria nazione, coi suoi confini segnati dalla natura, è la società che ci conviene. E conchiudo che senza amor nazionale non si dà virtù grande.»

(Giacomo Leopardi, Zibaldone [7])

NoteModifica

  1. ^ a b c F. Flora (a cura di), All'Italia, in Tutte le opere (PDF), su online.scuola.zanichelli.it, Milano, 1968.
  2. ^ Michelangelo Picone, Il Canzoniere: lettura micro e macrotestuale, pag. 155, Longo, 2007.
  3. ^ Ad esempio il verso 41 che recita «Dove sono i tuoi figli?» è stato ripreso letteralmente dal romanzo di Foscolo, cfr. Guido Davico Bonino, commento a Ultime lettere di Jacopo Ortis, pp. 206-207, Milano, Mondadori, 1986.
  4. ^ Egidio Curi, Storia della letteratura italiana: L'Ottocento, il Novecento, pag. 190, Zanichelli, 1961.
  5. ^ a b c Romeo Vuoli, Nota sulla canzone "All'Italia", in Nuova antologia di lettere, scienze ed arti, vol. 225, pp. 76-80, Roma, settembre-ottobre 1912.
  6. ^ Cfr. R. Vuoli, Nota sulla canzone "All'Italia", op. cit.
  7. ^ Cit. in Zibaldone, Firenze, Le Monnier, 1898, p. 896.

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