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Antifascismo in Italia

Primo dopoguerraModifica

Al termine della prima guerra mondiale, il movimento antifascista è costituito da una parte dai componenti delle organizzazioni operaie, dai militanti socialisti, comunisti e anarchici (la cui presenza è nettamente maggioritaria), e dai rappresentanti delle organizzazioni liberali. Accanto ad essi erano presenti frange militari, associazioni di reduci della prima guerra mondiale, cattolici e liberali, che poi in parte confluiranno nel Partito d'Azione (seguendo i dettami di Piero Gobetti).

Non trascurabile è l'apporto dei repubblicani e dei popolari. Negli anni venti questi ultimi dettero all'antifascismo capi militari come Vincenzo Baldazzi, poi capo della Resistenza romana per Giustizia e Libertà e il consigliere Ulisse Corazza, che partecipò con una squadra di popolari alla difesa di Parma del 1922. Malgrado comunque inizialmente il partito popolare facesse parte della coalizione di governo di Mussolini, sin dal 1920 realizzò un progressivo allontanamento dal fascismo che, all'indomani del delitto Matteotti, diventò opposizione politica con l'uscita dei popolari (attaccati sempre più spesso dalle squadre fasciste) dalla coalizione di governo.

L'Antifascismo fu, comunque, un fenomeno che coinvolse trasversalmente tutti i ceti di tutti gli orientamenti politici, anche non in modo organizzato, dagli operai fino a personale della pubblica amministrazione, compresi addirittura accademici[1] e ufficiali dell'esercito[2].

Durante il periodo immediatamente successivo all'affermarsi del fascismo gli scontri continuarono in molte città, come ad esempio Genova, nelle quali erano attive formazioni di difesa proletaria. La classe operaia espresse personalità di livello sia sotto il profilo intellettuale che militare come Umberto Marzocchi, Lorenzo Parodi, Giuseppe Di Vittorio, Ilio Barontini ed Emilio Canzi. Il Partito Liberale Italiano (PLI), anche se non svolse quasi mai una funzione di grande rilevanza nel panorama politico italiano, non raggiungendo mai un ragguardevole consenso di voti, ebbe, invece, sempre grande prestigio intellettuale e i primi due Presidenti della Repubblica Italiana: Enrico De Nicola e Luigi Einaudi.

A causa dell'eterogeneità politica di chi concepisce l'antifascismo tra i propri principi, nella storia si sono verificati tensioni o scontri tra le diverse anime del movimento.

Nell'immediato primo dopoguerra non compaiono divisioni di rilievo tra gli antifascisti.[senza fonte] Avviene invece una divisione fra gruppi di matrice comunista e libertaria a livelli di impostazione teorica ma, se a livello strategico questo portò a una disorganizzazione militare delle formazioni antifasciste[senza fonte], a livello tattico la collaborazione permaneva al di là dei dissidi ideologici. Da parte sua l'Internazionale, in contrasto con la linea del PCdI, spingeva per un ingresso della squadre militarizzate comuniste nel fronte unito Arditi del Popolo, con lo scopo di conquistare la direzione del movimento.[senza fonte]

Lo spirito collaborativo tattico fra le varie frange delle formazioni di difesa proletaria, nel periodo, traspare dall'intervista a Francesco Leone, comunista e uno dei principali capi degli Arditi del Popolo di Vercelli, comandante partigiano di importanza nazionale, dichiarato Padre Costituente[3], sindacalista e organizzatore delle lotte di emancipazione nel settore risiero. In tale intervista egli racconta che una squadra di anarchici operai coprì i suoi movimenti dopo la partecipazione a un'azione durissima contro i fascisti e a sua insaputa era stato identificato. La squadra anarchica lo seguiva di notte quando rincasava per proteggergli le spalle[4], per cui la situazione espressa precedentemente è collegabile all'ascesa e all'instaurarsi dello stalinismo.[senza fonte]

L'avvento al potere: il ventennio fascista e l'opposizione al regimeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'Italia fascista, Delitto Matteotti e Secessione dell'Aventino.

«Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l'Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda la loro bandiera.»

(Benedetto Croce, Manifesto degli intellettuali antifascisti)

In vista delle elezioni del 6 aprile 1924, Mussolini fece approvare una nuova legge elettorale (legge Acerbo) che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno il 25% dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 64,9% dei voti. Le Elezioni politiche italiane del 1924, come ha scritto lo storico e senatore comunista Francesco Renda, furono comunque "la prima e ultima legittimazione costituzionale del fascismo"[5].

 
Giacomo Matteotti

Il 30 maggio 1924, il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando i risultati delle elezioni.[6] Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso dagli squadristi.

L'opposizione rispose a questo avvenimento ritirandosi sull'Aventino (Secessione aventiniana), ma la posizione di Mussolini tenne fino a quando il 16 agosto il corpo decomposto di Matteotti fu ritrovato nei pressi di Roma. Uomini come Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando esercitarono allora pressioni sul re affinché Mussolini fosse destituito, Giovanni Amendola gli prospettò scenari inquietanti, ma Vittorio Emanuele III appellandosi allo Statuto Albertino replicò: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera»[7] e quindi non intervenne.

Ciò che accadde esattamente la notte di San Silvestro del 1924 non sarà forse mai accertato; secondo la ricostruzione maggiormente condivisa, compiuta da Renzo De Felice[8], una quarantina di consoli della Milizia, guidati da Enzo Galbiati, ingiunsero a Mussolini di instaurare la dittatura minacciando di rovesciarlo in caso contrario.

Il 3 gennaio 1925, alla Camera, Mussolini recitò il famoso discorso in cui si assunse ogni responsabilità per i fatti avvenuti, che preludeva all'avvento della dittatura.[9]

Il 26 gennaio, nel suo primo e unico intervento da deputato, Gramsci denunciò il carattere di regime piccolo-borghese del fascismo, alleato e sponsorizzato dai grandi proprietari terrieri e industriali e ironizza pesantemente sull'ex alleato di partito, rievocando il suo passato socialista.

Nel biennio 1925-1926, vennero emanati una serie di provvedimenti liberticidi: vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni sindacali non fasciste, venne soppressa ogni libertà di stampa, di riunione o di parola, venne ripristinata la pena di morte e venne creato un Tribunale speciale con amplissimi poteri, in grado di mandare al confino con un semplice provvedimento amministrativo le persone sgradite al regime.

Il 24 dicembre 1925, una legge cambia le caratteristiche dello stato liberale: Benito Mussolini cessa di essere presidente del Consiglio, cioè primus inter pares tra i ministri e diventa primo ministro segretario di Stato, nominato dal re e responsabile di fronte a lui e non più al Parlamento; a loro volta i vari ministri sono nominati dal re su proposta del primo ministro e responsabili sia di fronte al re sia di fronte al primo ministro. Inoltre la legge stabilisce che nessun progetto potrà essere discusso dal Parlamento senza l'approvazione del primo ministro.

Il 4 febbraio 1926, i sindaci elettivi vengono sostituiti da podestà nominati con decreto reale, mentre gli organi elettivi quali consigli e giunte vengono sostituiti da consulte comunali di nomina prefettizia.

Il 16 marzo 1928, la Camera dei deputati è chiamata a votare il criterio per il rinnovo della rappresentanza nazionale. Il criterio prevede una lista unica di 400 candidati scelti dal Gran Consiglio del Fascismo su proposta dalle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro nonché da altre associazioni riconosciute. Gli elettori approveranno o meno tale lista. La riforma passa, quasi senza discussioni, con 216 sì e 15 no. Giolitti è uno dei pochi a protestare, ma viene messo subito a tacere da Mussolini con la frase: «Verremo da lei a imparare come si fanno le elezioni». Al Senato del Regno le proteste sono leggermente più animate, ma la legge passa con 161 favorevoli e 46 contrari. L'8 dicembre si chiude così la 28ª legislatura.

Il 24 marzo 1929, il popolo italiano è chiamato a votare la lista di deputati proposta dal Gran Consiglio del Fascismo: otto milioni e mezzo voterà sì, soltanto 136.000 voterà no, la percentuale dei votanti è dell'89,6%.

Gli antifascisti si riuniscono in gran parte nella Concentrazione antifascista di Parigi, oltre che intorno a Benedetto Croce, che scrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Mussolini subirà alcuni attentati, ma riuscirà sempre a sopravvivere.

Conflitti intestini all'antifascismo durante gli anni trentaModifica

Con la completa presa del potere da parte di Stalin e, soprattutto, con la guerra di Spagna si verificò una frattura cruenta all'interno del movimento antifascista italiano e internazionale tra la frangia stalinista e quella libertaria degli anarco-comunisti e degli azionisti di Giustizia e Libertà.

 
Il poeta Lauro De Bosis fondò l'Alleanza Nazionale per la Libertà, gruppo antifascista che escludeva però i comunisti. De Bosis morì nella caduta in mare del suo aereo, dopo aver lanciato manifesti antifascisti su Roma nel 1931

Personaggi simbolo di questa frattura furono Camillo Berneri, Andreu Nin e Pietro Tresso. In tale situazione forti personalità quali Vittorio Vidali, combattente di osservanza moscovita e forse legato ai servizi segreti di Stalin, e Pietro Tresso, contrario invece alla linea stalinista, si trovarono su due sponde opposte della comune lotta antifascista.

La frattura, che si ricomponeva contro i fascisti, perdurò durante la Resistenza. La vicenda che rese più evidente la situazione fu quella di Emilio Canzi, nome di battaglia "Ezio Franchi", comandante unico della XIII zona operativa dell'Appennino Tosco Emiliano e soprannominato il "colonnello anarchico", che subì anche un breve arresto da parte della frangia stalinista, nettamente maggioritaria fra i comunisti della Resistenza italiana (eccezion fatta per alcune brigate come Bandiera Rossa o anarchiche come la Errico Malatesta-Bruzzi[10] di Milano, radicate sul territorio ma non a valenza nazionale). Emilio Canzi poté ritornare al suo posto di comando proprio grazie all'appoggio dell'ala azionista.

Vi furono inoltre alcuni tradimenti, omicidi e spaccature provocate dai servizi segreti fascisti o da personaggi, per amore o per forza cooptati dai servizi stessi, come nel caso di Vittorio Ambrosini e analoghi.[senza fonte]

Gli omicidi su commissione assegnati dai servizi fascisti all'estero non erano una novità.[senza fonte] Ben conosciuto è quello di Carlo Rosselli, assassinato con il fratello Nello dal gruppo di estrema destra della Cagoule (è invece una leggenda infondata che del gruppo facesse parte anche François Mitterrand prima di passare all'antifascismo militante).[11] Probabilmente l'omicidio venne ordinato dai servizi segreti fascisti o da Galeazzo Ciano, potente gerarca nonché genero di Mussolini.[12]

Recentemente alcuni storici, come Mauro Canali e Mimmo Franzinelli (accreditati di veridicità delle loro ricostruzioni storiche presso il SISDE[senza fonte]), hanno approfondito il periodo in questione. Franzinelli in particolare segue il filone che afferma l'incapacità della dirigenza antifascista postresistenziale di perseguire mandanti ed esecutori di delitti, del "fuoriuscitismo" e dei crimini di guerra, presentando come esempio principale quello dell'omicidio dei fratelli Rosselli, attraversato secondo lo storico da intrecci di magistratura e politica che non portano a condanne.

Altra vicenda è quella di Carlo Tresca, editore del Martello e assassinato sia in quanto avversario del fascismo e della mafia sia per aver tentato di spaccare il fronte antifascista negli USA, ripresa in un libro di Mauro Canali.[13]. La colpa venne addebitata a Vittorio Vidali e stalinista, mentre il mandante presumibilmente dagli ultimi atti desecretati e citati dall'autore fu Vito Genovese, boss mafioso, su incarico del regime fascista. Vito Genovese, a metà degli anni '30, si rifugiò in Italia a causa di un mandato di cattura per omicidio: da opportunista, prima appoggiò il fascismo (costruendo a proprie spese la casa del fascio di Nola, cosa che traspare anche in un interrogatorio della moglie ma la vicenda giudiziaria è stata riaperta) poi (1943) divenne interprete ufficiale del colonnello americano Charles Poletti durante lo sbarco degli alleati in Sicilia.

Corpi di polizia e repressione della lotta antifascistaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Repressione del dissenso nell'Italia fascista.

Ottenuto il controllo dell'apparato statale, il Partito Nazionale Fascista iniziò a usare le forze di polizia per reprimere l'antifascismo, inserito nel frattempo come reato nel codice penale di Alfredo Rocco. La repressione dell'antifascismo veniva operata da più apparati: da un lato l'OVRA e la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, corpi creati dal fascismo, dall'altro la polizia e i carabinieri. Secondo quanto affermato da Luigi Federzoni in un discorso alla camera il numero di uomini nelle forze di polizia ascese rapidamente a 100.000 uomini.[senza fonte]

La repressione dell'antifascismo raggiunse l'apice della sua ferocia durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana, in concomitanza con la durezza dell'occupazione militare tedesca.

Antifascismo ed ebreiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fascismo e questione ebraica.
 
Monumento ai soldati ebrei morti nella seconda guerra mondiale per combattere nazismo e fascismo (Ashkelon, Israele)

I rapporti del fascismo con gli ebrei non furono sempre di persecuzione: fino a metà degli anni trenta, infatti, furono diverse le personalità di origine ebraica che ebbero ruoli di primo piano nel regime.[14]L'adesione al fascismo, tuttavia, interessò soprattutto i ceti ebrei abbienti, tanto che gli iscritti al PNF furono meno del 10% degli ebrei italiani.[senza fonte]

Viceversa, il contributo all'antifascismo da parte degli ebrei, specialmente a sinistra, fu numericamente rilevante e contò esponenti quali Umberto Terracini, Carlo Rosselli, Pio Donati. Durante la resistenza ebrei italiani combatterono nelle brigate partigiane, soprattutto garibaldine e di Giustizia e Libertà (azioniste), senza costituire formazioni autonome: la Brigata Ebraica, attiva in Emilia-Romagna, era una formazione regolare dell'esercito inglese e raccoglieva principalmente militi non italiani. Fra comandanti partigiani ricordiamo Eugenio Calò, Isacco Nahoum, detto Milan[15] e Isacco Levi.[16]

Seconda guerra mondialeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Resistenza italiana.

Anche durante la Resistenza vi furono antifascisti non di sinistra. Ad esempio il capo partigiano genovese Aldo Gastaldi, popolare con tendenze monarchiche, legato a Paolo Emilio Taviani o formazioni sostanzialmente apolitiche, come la Brigata Partigiana Stella Rossa del comandante Mario Musolesi e la Piccola Banda di Ariano di Gianluca Spinola, che si distinsero anche per efficienza militare. Caso molto singolare poiché al tempo era anche "avanguardia" e "ariete" della brigata partigiana comunista di Spartaco Lavagnini.

 
Bandiera del Comitato di Liberazione Nazionale
(19431945)

In generale la condanna dell'ideologia nazista da parte del mondo cattolico è netta, come si evince dall'enciclica Mit brennender Sorge (peraltro critica che si appunta, più che sulla natura totalitaria del nazismo, sulla sua irreligiosità e sulle politiche razziali, laddove gli ambienti cattolici tedeschi propendevano storicamente per un razzismo basato sulla limitazione delle libertà civili piuttosto che su una precisa politica persecutoria). Per quanto concerne la posizione nei confronti del fascismo italiano, la posizione non può dirsi altrettanto definita (si ricordi il sostegno dato dai religiosi al nascente fascismo in chiave anti comunista). Solamente in seguito, con il progressivo scalzamento operato dal fascismo nell'educazione dei giovani ai danni del mondo cattolico (nonostante le garanzie presenti nei patti lateranensi) cominciarono a formarsi gruppi di dissenso ad esso. Importante fu la presenza di partigiani di ispirazione cattolica nella resistenza italiana, come ad esempio nelle Brigata Osoppo e Fiamme Verdi, oltre numerosi combattenti non comunisti delle Brigate Garibaldi, nate su specifica indicazione del PCI. A questo proposito si ricorda il legame fra Paolo Emilio Taviani e Aldo Gastaldi. Furono moltissimi anche i preti partigiani. Questi erano impegnati come cappellani di Brigata, in appoggio logistico nelle retrovie e anche come combattenti. Numerosi di essi vennero barbaramente uccisi dai nazifascisti.[17] Perlopiù gli esponenti religiosi erano incaricati di mediare tra partigiani e repubblicani di Salò. Figure emblematiche furono Giovanni Minzoni, precursore ideale di molti preti partigiani, ucciso nella prima fase dell'ascesa al potere del fascismo; Bartolomeo Ferrari, detto "don Berto" a Genova, cappellano-combattente e biografo della Divisione Mingo); Pietro Pappagallo, prete e partigiano, amico della gente ebraica, trucidato dai nazi-fascisti in una rappresaglia (ricordato nel film Roma città aperta, impersonato da Aldo Fabrizi).

Differenze sociopolitiche tra il primo antifascismo e la ResistenzaModifica

L'antifascismo degli anni venti voleva una società più egualitaria, più avanzata socialmente di quella nata dalla Resistenza e i tentativi di strutturazione di Soviet e/o governi libertari locali.[senza fonte]

La Resistenza nacque come moto antifascista spontaneo, spesso su posizioni di classe e con nucleo portante le formazioni della sinistra (le Brigate Garibaldi furono una "filiazione" del Partito Comunista, le Giustizia e Libertà del Partito d'Azione). In questa fase l'antifascismo fu tuttavia gestito strategicamente dalla classi dirigenti che, prefigurando la sconfitta bellica e la fine del fascismo, agirono in vista della strutturazione della società del dopoguerra, quando vi fu un'ampia convergenza dei movimenti antifascisti con il neonato Partito Comunista Italiano (PCI). Il suo vincolo agli equilibri geopolitici nati dalla suddivisione del mondo nei due blocchi filoamericano e sovietico, entrò in contrasto con la formazione di una struttura sociale più progressista di quella italiana.[senza fonte]

Oppositori non collegati a partiti e ideologie politicheModifica

Vi furono gruppi sociali e religiosi che, seppur non antifascisti militanti in generale, erano considerati in Italia intrinsecamente nemici dai fascisti o avevano regole di vita del tutto incompatibili col fascismo e quindi, per quest'ultimo, si trovarono oggettivamente nella stessa (o peggiore) posizione degli antifascisti, come gli Ebrei. Sono inoltre testimoniati episodi in cui zingari aiutarono i partigiani:

«Ma mio padre arrivato a Domegliara è riuscito a scendere e a portare con sé mia madre e i miei fratelli ed è rimasto sulle montagne assieme ai partigiani fino alla fine della guerra. Assisteva i partigiani e le mie sorelle più grandi medicavano i partigiani.»

(Testimonianza curate da Riccarda Turrina, sul quotidiano L'Adige[18])

Tra gli oppositori non per motivi politici vanno considerati anche i Testimoni di Geova e gli omosessuali. Sul caso di questi ultimi la situazione è ben illustrata anche se in modo romanzato nel film Una giornata particolare con Marcello Mastroianni e Sofia Loren.

Il secondo dopoguerra e l'antifascismo in ItaliaModifica

 
Manifestazione antifascista nell'Italia del secondo dopoguerra

Nei giorni che precedettero la fine della seconda guerra mondiale, il numero di partigiani o comunque di uomini che presero le armi crebbe molto rapidamente, si passò infatti da circa 70 000 uomini a 300 000.[19] Finita la guerra in molti chiesero l'integrazione di tutti i reparti partigiani (o di quelli militarmente più validi) nell'esercito regolare,[senza fonte] prevalse invece la linea del disarmo eseguito fra molti contrasti sotto la direzione del Ministro dell'interno Mario Scelba.

Nel frattempo l'Italia, soprattutto al nord, divenne teatro di violenze generalizzate: da un lato ebbero luogo vendette sia politiche che personali che portarono all'omicidio di decine di migliaia di fascisti e non[senza fonte], dall'altro la liquidazione e il disarmo del movimento partigiano attuata dal governo. Le stime delle vittime delle violenze del periodo si stimano, secondo uno studio di Giorgio Bocca, in 3000 persone a Milano e fra le 12 e le 15 000 in tutta l'Italia del Nord, altre stime fanno ascendere questa cifra fino a 50-70 000 persone o addirittura 300.000 uomini, stima quest'ultima, definita come "una fantasiosa esagerazione" in un documento dell'Amministrazione alleata in Italia.[20] Lo smantellamento dell'apparato resistenziale antifascista avvenne in parte: ad esempio, il Partito Comunista Italiano conservò a lungo un apparato paramilitare dormiente, da usare in caso di reazione fascista.

L'amnistia TogliattiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Amnistia Togliatti.

L'amnistia Togliatti fu un provvedimento di condono delle pene proposto dall'allora Ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti, comprende i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi. Lo scopo era la pacificazione nazionale dopo gli anni della guerra civile. Vi furono comunque polemiche sulla sua estensione, e il 2 luglio 1946 Togliatti con l'emanazione della circolare n. 9796/110, raccomandò interpretazioni restrittive nella concessione del beneficio.

Dopo l'Assemblea Costituente della Repubblica ItalianaModifica

Tra il 1948 e il 1954, si contano 148.269 fra arresti e fermi per motivi politici, di cui l'80% vicini ad ambienti comunisti con 61.243 condanne a complessivi 20.426 anni di carcere (18 ergastoli). Gli arresti di ex-partigiani nello stesso periodo sono 1.697, mentre si contano almeno 5.104 feriti di cui 350 da armi da fuoco, un numero imprecisato di contusi e 145 morti in scontri in piazza, cui si aggiungono 19 vittime fra le forze dell'ordine[21].

 
La Costituzione della Repubblica Italiana vieta la riorganizzazione del partito fascista (XII disposizione finale)

Una situazione particolarmente tesa venne raggiunta all'indomani del ferimento dello stesso Palmiro Togliatti per mano di uno studente siciliano, Antonio Pallante: il Paese si trovò sull'orlo della guerra civile[22], con scontri in piazza e assalti contro la polizia. Si contarono 9 morti e 120 feriti fra le forze dell'ordine e 7 morti e 186 feriti fra i civili, secondo cifre fornite dal ministro dell'interno Mario Scelba.[senza fonte]

Parlando di questo periodo storico lo stesso Scelba disse:

«Nel dopoguerra i pericoli per la sicurezza dello stato venivano dalle organizzazioni paramilitari comuniste che non avevano accettato l'ordine emanato dai governi dei Comitati di Liberazione Nazionale per la consegna delle armi, e anzi le custodivano ben oliate e pronte per l'uso.[senza fonte]»

Nello stesso periodo il ministero dell'interno elaborò dei piani per sventare un eventuale tentativo insurrezionale da parte del partito comunista. Il Paese venne diviso in una serie di grosse "circoscrizioni" formate da più province, con alla testa una specie di prefetto regionale, prosegue Scelba dicendo: ”I superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base a un piano prestabilito, che cosa fare”[23].

L'intera storia recente italiana è stata dominata dal timore che il Partito Comunista Italiano (il più forte come elettorato a ovest della cortina di ferro) potesse andare al potere, negli anni l'Italia fu quindi teatro di uno scontro sotterraneo fra varie forze, in primo luogo i servizi segreti statunitensi e lo stesso KGB sovietico, contrari alla rottura degli equilibri di Jalta che avevano assegnato l'Italia al blocco occidentale[24].

Genova 1960Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti di Genova del 30 giugno 1960.

«La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente

(Discorso di Sandro Pertini il 28 giugno 1960)

A maggio del 1960 il Movimento Sociale Italiano decise di convocare il suo quinto congresso a Genova, la decisione fu giudicata da più parti provocatoria in quanto dalla città, decorata medaglia d'oro della Resistenza, era partita l'insurrezione del 25 aprile. A peggiorare la situazione intervenne la notizia che ai lavori del congresso avrebbe partecipato anche Carlo Emanuele Basile, prefetto della città durante la RSI[25].

 
Il futuro presidente Sandro Pertini incitò a contrastare il neofascismo durante i fatti di Genova

Il 6 giugno dello stesso anno, i rappresentanti locali del PCI, Partito Radicale, PSDI, PSI e PRI fecero stampare un manifesto dove esprimevano il disprezzo del popolo genovese nei confronti degli eredi del fascismo[26].

Il 25 giugno, durante un corteo di protesta vi furono alcuni incidenti. Il 28 giugno il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini, uno dei maggiori protagonisti della Resistenza antifascista e antinazista, manifestò la propria opposizione al congresso, mentre per il 30 giugno la camera del lavoro cittadina indisse uno sciopero generale dalle 14 alle 20. Verso le 17:30 il corteo che accompagnava lo sciopero cominciò a sciogliersi, mentre in piazza De Ferrari iniziò una vera e propria battaglia che si estese rapidamente in via XX Settembre. Il giorno dopo, quando i gestori del teatro Margherita, dove si sarebbe dovuto tenere il congresso, annunciarono che il teatro non era più disponibile, il comitato centrale missino annunciò l'annullamento del congresso.

Nel frattempo vi erano stati scontri anche a Roma e soprattutto a Reggio Emilia, dove si contarono cinque vittime fra i manifestanti antifascisti.

Golpe BorgheseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Golpe Borghese.

Reggio Calabria 1970Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti di Reggio.

Quando nel 1970 venne istituita la regione Calabria, si aprì il dibattito su quale città dovesse divenirne capoluogo. Malgrado Reggio Calabria venisse considerata da molti capoluogo "storico" della regione e fosse la città più popolata, venne scelta Catanzaro perché sede della Corte d'appello. Tutta la classe politica reggina, ad eccezione del Partito comunista, si schierò contro la decisione del governo. All'interno del direttivo, composto da forze trasversali, era presente anche l'esponente del MSI Ciccio Franco.

Nei mesi successivi gli scioperi e le proteste si fecero sempre più violente, mentre il governo Colombo rifiutò qualunque negoziato e inviò forti contingenti militari verso la città. A Reggio Calabria si viveva un clima semi-insurrezionale, con la creazione di "Repubbliche" formate da vie o quartieri che proclamavano la secessione, si susseguivano attentati dinamitardi, culminati nella bomba che il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro fece deragliare il treno "Treno del Sole", Palermo-Torino, provocando 6 morti e 54 feriti (strage di Gioia Tauro).

Secondo le rivelazioni di Giacomo Lauro un pentito della 'ndrangheta, avvenute nel novembre 1993, alcuni esponenti del Comitato d'azione per Reggio Capitale guidato da Franco, avrebbero commissionato[27] alla 'ndrangheta alcune azioni eversive tra cui il deragliamento del treno di Gioia Tauro, avendo ottenuto finanziamenti da alcuni industriali[28]. Le dichiarazioni del pentito provocarono il coinvolgimento di Fortunato Aloi e del senatore Renato Meduri di Alleanza Nazionale[29] ipotizzando un piano preciso per destabilizzare il paese a partire dal sud, dopo l'inizio da nord della Strategia della tensione (vedi paragrafo successivo).

 
Manifestazione di protesta in Piazza Maggiore a Bologna, durante la celebrazione dei funerali delle 85 vittime della bomba del 2 agosto 1980, di matrice eversiva, per cui furono condannati alcuni militanti neofascisti come esecutori materiali

Tutti i personaggi coinvolti nell'inchiesta furono però prosciolti in fase istruttoria[30] ad eccezione di Lauro stesso che dopo essere stato inizialmente assolto il 27 febbraio 2001 per mancanza di dolo, nel gennaio 2006, fu condannato per concorso anomalo in omicidio plurimo, reato ormai prescritto[31]. Alcuni mesi dopo 5 giovani anarchici morirono in un misterioso incidente stradale che, secondo dichiarazioni di pentiti[32], avrebbe impedito la consegna di dossier riguardanti i rapporti fra neofascisti e rivoltosi.

Gli anni dell'antifascismo militante e gli anni di piomboModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Anni di piombo, Strategia della tensione in Italia e Terrorismo di Stato.

Per strategia della tensione viene generalmente riferita ad un periodo storico, individuato nell'arco temporale tra la strage di piazza Fontana del dicembre 1969, e la strage della stazione di Bologna del 1980.

Si caratterizzò per la connivenza di elementi ed organizzazioni legate agli apparati più reazionari della società italiana, alla destra eversiva e massonica, ai settori deviati dello Stato e dei servizi di sicurezza i quali, attraverso la soluzione stragista, l'organizzazione di strutture segrete eversive e la progettazione di colpi di Stato, intesero perseguire i loro obiettivi di condizionamento della vita politica italiana.[33]

A questi rigurgiti di neofascismo si contrappose un forte movimento antifascista, sia legale, sia legato a formazioni della sinistra extraparlamentare sia a formazioni terroristiche di estrema sinistra (cfr. teoria degli opposti estremismi).

Il fenomeno del neofascismoModifica

 
Simbolo antifascista moderno

In Italia, il più importante partito politico di destra fu il Movimento sociale italiano. Sebbene costituito principalmente da ex reduci della Repubblica Sociale Italiana e da ex membri del disciolto Partito Nazionale Fascista, il MSI - anche se a più riprese accusato di ricostituzione del Partito Nazionale Fascista - non fu mai disciolto. Infatti anche non rientrando nel cosiddetto Arco costituzionale fu costantemente presente sulla scena politica italiana, già dalle elezioni politiche italiane del 1948 elesse sei deputati e un senatore, fino alla sua trasformazione in Alleanza Nazionale nel 1994, che ha dato a sua volta vita a molti movimenti di destra non più dichiaratamente neofascisti (anche se molti movimenti di estrema destra permangono nel panorama politico italiano, seppur minoritari: ad esempio Forza Nuova, il Nuovo MSI, il Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, Fascismo e Libertà, ecc.)

Alla destra del MSI, a partire dagli anni '60 si formarono anche diversi movimenti extraparlamentari, come Terza Posizione, alcuni dei quali passarono al terrorismo nero, come accadde con Avanguardia Nazionale, i Nuclei Armati Rivoluzionari, Ordine Nero e il gruppo Ordine Nuovo (che si rifaceva al disciolto Centro Studi Ordine Nuovo, un partito extraparlamentare nato da alcuni esponenti delle cosiddette "sinistra missina" e "corrente spiritualista"), i quali stimolarono una nuova fase dei movimenti antifascisti. Il movimento Ordine Nuovo e quello di Avanguardia Nazionale ebbero un provvedimento attivo di scioglimento per la violazione della legge Scelba, che recepiva la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana, ossia il divieto di ricostituire il partito fascista sotto qualsiasi forma.

Accuse di fascismo vengono spesso rivolte, dalla sinistra radicale o da altri, a vari atteggiamenti o dichiarazioni di esponenti di partiti ritenuti conservatori o xenofobi.[34]

Antifascismo in Italia oggiModifica

Dalla tradizione dei vari movimenti di sinistra radicale, unita all'anarchismo, al movimento no global e quello dei centri sociali autogestiti, è nato negli anni '90 il gruppo di Antifa (Azione Antifascista) in Italia, che talvolta supporta anche iniziative dell'antifascismo storico e istituzionalizzato, come quelle dei gruppi di ex partigiani dell'ANPI. Si oppone inoltre a cortei di estrema destra.

NoteModifica

  1. ^ I professori che dissero no a Mussolini, di Simonetta Fiori, su La Repubblica, 16 aprile 2000.
  2. ^ Ad esempio, il capitano Ciaramella, citato in Aragno, Antifascismo popolare, op. cit.
  3. ^ Elenco riportato dal segretario generale della camera Grisolia: la Costituzione della Repubblica nei lavori preparativi dell'assemblea costituente, Roma 1970, Vol I-VIII
  4. ^ "Vedi, c'era un gruppo di anarchici. Qui c'era stato Luigi Galleani, che era stato in America e per un certo periodo poi era stato anche qui. Anzi, io credo che questo gruppo di anarchici si chiamasse il gruppo Galleani. E questo gruppo era composto da elementi molto decisi, molto decisi. Ricordo, per esempio, dopo quella lotta lì con i fascisti, io son sempre uscito tutte le sere, nonostante che ci fossero sempre scontri, una volta mi hanno anche sparato da un viale: a pochi metri di distanza non m'hanno preso. Ebbene, questi anarchici, a mia insaputa, dopo questo atto, si distribuivano la notte nei giardini proprio a mia difesa, senza che io neanche lo sapessi", intervista rilasciata a Cesare Birmani storico e studioso antifascismo
  5. ^ Francesco Renda, Storia della Sicilia, Sellerio, 2003, III volume, pagina 1176
  6. ^ Testo del discorso su Wikisource
  7. ^ Fonte: Luciano Regolo, Il re signore: tutto il racconto della vita di Umberto di Savoia, Simonelli Editore, 1998 - ISBN 88-86792-14-X
  8. ^ Mussolini il fascista. Vol. I: La conquista del potere, 1921-1925, Collana Biblioteca di cultura storica. Einaudi, Torino, 1966.
  9. ^

    «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.»

  10. ^ Anarchici e Resistenza: testimonianze su cd commentate da uno storico - Breve sintesi scritta su anarchici e Resistenza
  11. ^ Pierre Péan, Une jeunesse française, François Mitterrand 1934-1947, Fayard 1998, pp. 537-554
  12. ^ Giuseppe Fiori, Casa Rosselli, Einaudi, 1999, pp. 202 e segg.
  13. ^ sintesi biografica autore
  14. ^ Per un inquadramento del ruolo degli ebrei durante il regime, si veda: Michele Sarfatti, Gli ebrei nell'Italia fascista, Feltrinelli, 2007.
  15. ^ Nahoum Milan, Esperienze di un comandante partigiano, Edizioni La Pietra, Segrate, 1981.
  16. ^ Alessandro Ghisolfi e Isacco Levi, I Levi di via Spielberg, Clavilux editore, 2005. nel testo si fa riferimento anche alle vicende della Valvaraita, dove furono perpetrati numerosi crimini dal battaglione Bassano comandato da Adriano Adami della Divisione Alpina Monterosa battaglione Bassano, che collaborava con i rastrellamenti nazifascisti.
  17. ^ Dino Messina, Preti morti per la libertà [collegamento interrotto], in Corriere.it, 3 luglio 2008. URL consultato il 14 dicembre 2010.
  18. ^ Fonte: Nonluoghi.info
  19. ^ Indro Montanelli Storia d'Italia - L'Italia del '900, Edizione Fabbri Editori, 2001, pag. 285
  20. ^ Indro Montanelli, Storia d'Italia - L'Italia del Novecento, pagine 290 e 291 ed. Fabbri Editori 2001
  21. ^ Articolo di Gianni Viola disponibile a questo link
  22. ^ Indro Montanelli (cit.) pagina 353
  23. ^ Antonio Gambino, Storia dell'Italia nel dopoguerra, Laterza, 1975, pp. 473-474.
  24. ^ Giovanni Fasanella, Claudio Sestrieri e Giovanni Pellegrino Segreto di Stato
  25. ^ Nicola Tranfaglia, L'Italia repubblicana in La storia, Mondadori, pag. 307
  26. ^ Indro Montanelli, op. cit., pag. 416
  27. ^ Osservatorio Democratico Archiviato il 22 marzo 2015 in Internet Archive."Giacomo Lauro indicò negli ambienti di Avanguardia Nazionale e del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” gli ispiratori della strage. Accusò Renato Marino, Carmine Dominici, Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro, di essere stati “il braccio armato che metteva le bombe e faceva azioni di guerriglia” per conto del “Comitato”, diretto da Ciccio Franco,”".
  28. ^ Osservatorio Democratico Archiviato il 22 marzo 2015 in Internet Archive."Tra i finanziatori indicò il “commendatore Mauro”, “quello del caffè”, e l’imprenditore “Amedeo Matacena”, “quello dei traghetti”. “Davano i soldi” – testimoniò – “per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell’esplosivo”".
  29. ^ Osservatorio Democratico Archiviato il 22 marzo 2015 in Internet Archive."Nel luglio 1995, per concorso nella strage di Gioia Tauro, furono indagati dalla procura distrettuale di Reggio Calabria, l’armatore Amedeo Matacena, Angelo Calafiore, ex-consigliere provinciale di Reggio Calabria per il Msi- Destra nazionale, l’On. Fortunato Aloi e il senatore Renato Meduri, entrambi di Alleanza nazionale".
  30. ^ Osservatorio Democratico Archiviato il 22 marzo 2015 in Internet Archive."Furono prosciolti tutti in istruttoria".
  31. ^ Osservatorio Democratico Archiviato il 22 marzo 2015 in Internet Archive."Stabilì che il reato di Giacomo Lauro fu di concorso anomalo in omicidio plurimo, ormai estinto per prescrizione".
  32. ^ Cuzzola, F. Cinque Anarchici del sud. Una storia negata, Città del sole edizioni, 2005
  33. ^ Strategia della tensione in Dizionario di storia Treccani
  34. ^ Berlusconi e le vere radici del fascismo

BibliografiaModifica

  • Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare: i volti e le storie, Manifestolibri, 2009, ISBN 8872855659

Voci correlateModifica