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BiografiaModifica

A 10 anni perde il padre, Rocco, a 15 anni la madre, Faustina, rimanendo con il fratello Gennaro e con le sorelle Settimia e Giustina. Passava il tempo con le mandrie al pascolo, vedendo spesso passare le bande dei briganti. Si diede al brigantaggio uccidendo il fratello della donna che aveva chiesto in sposa, Michelina Rinaldi, dopo che fu rifiutato dalla famiglia di lei poiché, in occasione del perdono di Pio VII, fu ritenuto fratello di brigante. Inizialmente egli fece parte della banda di Domenico il Calabrese, e successivamente riuscì ad organizzare una banda tutta sua (1814) insieme a Alessandro Massaroni e Bartolomeo Varrone, ambedue di Vallecorsa, e Luigi Masocco, di Giuliano.
Nel febbraio del 1818 fu persuaso dal cardinale Ercole Consalvi, a Terracina, ad abbandonare il brigantaggio e si consegnò allo Stato Pontificio insieme ad altri 12 compagni. Viene alloggiato a Castel Sant'Angelo, dove in seguito sposa Demira, sorella del compagno Angelo De Paolis. Nel marzo del 1819 viene spedito a Cento (FE) con la moglie, mentre il cognato viene spedito a Comacchio (FE) e Pietro Rinaldi a Ferrara, tutti con pensione mensile ed alloggio gratuito. Qui nacque il suo primo figlio. Dopo poco tempo i tre tentarono la fuga e Gasbarrone arrivò dopo 16 giorni a Carpineto, dove fu ospitato da un pastore suo amico. Qui seppe tutto quello che era successo durante la sua assenza e si riunì alla banda di Massaroni. Il De Paolis ed il Rinaldi invece furono giustiziati a Bologna per l'omicidio della contessina Mariscotti.
Nel 1820 fu amnistiato suo fratello Gennaro, un anno dopo, nel giugno del 1821, a Monticelli, muore Massaroni. Gasbarrone forma una nuova banda di 15 persone, con all'interno il sacerdote Nicola Tolfa di Patrica e 4 suoi vecchi compagni: Antonio Vittori, Michele Feudi, Pasquale Di Girolamo e Luigi Minocci. Rientrato nello Stato Pontificio si vendica di un pastore, si dirige poi verso Frascati per assalire la Certosa dove sequestra 4 religiosi. Gli eventi non andarono come programmato, ci fu una prima consegna di riscatto con meno denaro della somma richiesta, alla seconda consegna ci fu uno scontro a fuoco dove persero la vita un religioso ed un brigante. Gasbarrone e la sua banda fuggirono in Abruzzo rilasciando i restanti religiosi.
L'inverno rigido lo riportò a rientrare verso zone più miti ed in questo periodo venne a conoscenza delle misure inasprite nei confronti dei briganti: era previsto l'arresto dei familiari e la demolizione delle case. Seppe inoltre di una notifica ufficiale di Monsignor Zacchia, Delegato di Frosinone, che così lo definì: riconosciuto come il flagello ed il nemico del genere umano ed anche Tigre capace di divorare sia la mano che lo nutre, sia la mano che lo colpisce. Dopo la morte di Massaroni, molti briganti si unirono a lui, e fu con questi che, nel 1822, rapì un Colonnello austriaco. Fu in questa occasione che diede prova della sua furbizia. La vallata dove si erano rifugiati, fu accerchiata dalle truppe pontificie, da soldati austriaci e dalla Guardia civica. Questi ultimi avevano un fazzoletto bianco annodato sul cappello come segno di riconoscimento, per confondere i soldati usò lo stesso segno: in questo modo passò in mezzo ai soldati senza che fosse sparato un solo colpo, liberando il Colonnello.

Il 23 agosto 1823 muore Pio VII e diviene Papa Leone XII. In questo periodo, fu di nuovo arrestato il fratello Gennaro e portato a Civitavecchia, insieme agli altri amnistiati. Nel 1825, Papa Leone XII, a conoscenza dell'opera di san Gaspare del Bufalo, inviò don Pietro Pellegrini, vicario generale di Sezze, a trattare la resa di Gasbarrone con la promessa del perdono pontificio. Il luogo deputato fu la Chiesa della Madonna della Pietà. L'operazione del Vicario fu possibile per la partecipazione alla resa di due donne di Sonnino, Rosana Jannettoni e Maria Grazia Monacelli, rispettivamente cugina di Alessandro Leoni e cognata di Gennaro Gasbarrone, fratello di Antonio.[1]

 
F. Raggi, Ritratto di A. Gasparone e sua moglie Geltrude, acquerello, 1839

In cambio della loro resa veniva promesso:

(FR)

«que tout brigand, ayant encore des moyens d'existence dans ses foyers, pourrait y retourner librement; et que les autres, depourvus de cette ressource, seraient employes par le Gouvernement comme geoliers ou gardiens de la Chambre apostolique.»

(IT)

«che ogni brigante, che avesse i mezzi di sussistenza nella propria abitazione, avrebbe potuto tornarvi liberamente; mentre per gli altri, privati di questa risorsa, sarebbero stati impiegati dal governo come carcerieri o custodi della Camera Apostolica.»

Dopo nove giorni (19 settembre 1825) passati nella Chiesa a mangiare, bere, cantare e ballare[2], memore del precedente tra il Card. Consalvi e il brigante Masocco, Gasbarrone decise di arrendersi, insieme ad altri 7 compagni, tra cui Pietro Masi e Alessandro Leoni. Il giorno dopo fu inoltre costretto a sposare Gertrude De Marchis.

Quattro giorni dopo rimise piede a Castel S. Angelo, qui fu separato dalla moglie. Dopo 8 mesi fu trasferito nel carcere di Civitavecchia, dove per 7 anni rimase isolato dagli altri. Nel 1848 fu trasferito a Spoleto e poi a Civitacastellana (1851). Rimase in carcere fino al 1870 quando fu graziato all'età di 77 anni dal Governo Nazionale, in seguito all'Unità d'Italia[3], dopo aver passato 45 anni in prigione senza aver mai subito un processo né sentenza di condanna.
Visse un periodo a Trastevere in Via del Moro, tentò di ritornare nel proprio paese natale ma non fu accolto molto bene e fu trasferito nella Pia Casa degli Incurabili di Abbiategrasso, amministrata dalla Congregazione di Carità di Milano, insieme a un altro superstite della sua banda, Pietro Cipolla [4]. Qui morì il 1º aprile del 1882, all'età di 89 anni.

Il mitoModifica

La fama del mitico brigante è nota anche oltralpe; a Parigi viene pubblicata la vita di Antonio Gasperoni di Pietro Masi (1867). Gasbarrone è colui che ha visto prostrati ai suoi piedi principi e signori, ricchi sfondati che sfruttavano i poveri Cristi; è colui che ha realizzato una «rivincita» contro le umiliazioni dei potenti: «Ha umiliato i ricchi - dicono ancora i più anziani- e ha difeso i poveri. Se ha ucciso qualche poveraccio, questi era reo di delazione, colpa che non era ammissibile agli occhi del brigante sonninese. Chi fa la spia campa poco. Ha tolto poi ai ricchi e ha dato ai poveri».[5]

Così lo descrive Pietro Masi:

(FR)

«Antoine Gasbaroni était d'une taille élevée, assez forte et bien proportionnée. Il avait les cheveux , les sourcils, les yeux et la barbe châtains, mais le nez relativement petit. [...] Il n'avait pas d'avarice pour l’argent; et, au lieu de s‘en faire une fortune après ses nombreux butins, il se plaisait a le distribuer à tous les gens qu'il rencontrait, particulièrement aux vieillards et aux enfants pauvres. Il avait des instincts sanguinaires; et je dois dire , par amour de la vérité , qu’il tuait un homme avec moins de répugnance qu'un boucher ne tue un agneau. Mais il est juste de reconnaître en même temps, qu’il ne tuait jamais sans motifs et sans preuves, et non par pur plaisir, comme quelquesuns veulent le faire croire. Les hommes que Gasbaroni immolait sans pitié, étaient les espions, les mouchards, les gendarmes et les archers. Son courage était surprenant. J'eus plusieurs fois l'occasion de le voir à l'épreuve dans des rencontres avec la force-armée; particulièrement à San-Salvatore dans la Sabine, où cette force était redoutable par son nombre. Je vis alors Gasbaroni, avec un visage aussi rouge et animé qu'au milieu d’un festin, donner ses ordres énergiquement, encourager les uns, menacer les autres plus timides, et toujours sans trahir la moindre émotion ou la moindre faiblesse. Il était d’un tempérament très libidineux; et cette passion lui avait fait commettre tant d’excès à Gaëte, qu’il en était sorti presque sans argent.»

(IT)

«Antonio Gasbarrone era un uomo alto, abbastanza forte e ben proporzionato. I suoi capelli, le sopracciglia, gli occhi e la barba castani, con il naso relativamente piccolo. [...] Non era avido di denaro; e, invece di fare una fortuna dai suoi numerosi bottini, gli piaceva distribuirli a tutte le persone che incontrava, in particolare ad anziani e bambini poveri. Ha istinti sanguinari; e devo dire, per amore della verità, ha ucciso un uomo con meno riluttanza di un macellaio che uccide un agnello. Ma è giusto dire, allo stesso tempo, non ha mai ucciso senza ragione e senza prove, non solo per puro divertimento, come alcuni vogliono farci credere. Gli uomini sacrificati da Gasbarrone senza pietà erano spie, informatori, poliziotti e arcieri. Il suo coraggio era incredibile. Ho avuto diverse occasioni di vederlo all'opera in scontri con le forze armate; in particolare a San Salvatore in Sabina, dove queste forze erano in numero superiore. Allora ho visto Gasbarrone, con volto così rosso e animato come nel bel mezzo di una festa, dare ordini energicamente, incoraggiando alcuni, minacciare gli altri più timidi, e sempre senza tradire alcuna emozione o la minima debolezza. Era di temperamento molto libidinoso; e per questa passione commise tali eccessi a Gaeta, tanto da rimanere quasi senza un soldo.»

(Pietro Masi, Mémoires de Gasbaroni célèbre chef de bande de la province de Frosinone rédigés par Pierre Masi, son compagnon, dans la montagne et dans la prison)

Così lo descrive Stendhal, in modo eccessivo e non corrispondente alla biografia, in I briganti in Italia:

«Il brigante Gasperoni, attualmente in prigione a Roma, ha guidato una banda che è arrivata a comprendere fino a duecento uomini; egli è accusato di centoquarantatre omicidi. Compì il suo primo delitto all’età di sedici anni, uccidendo il curato della sua parrocchia che, cosa strana, gli aveva rifiutato l’assoluzione per un furto da lui commesso. A diciott’anni Gasperoni si distinse in un combattimento contro l’esercito, ove ferì o uccise venti persone, e questa clamorosa azione gli valse il comando della banda di cui faceva parte. Fra le imprese memorabili di quella banda, si cita il rapimento da un convento di monache di Monte Commodo: trentaquattro ragazze che si trovavano nel convento ne furono portate via a viva forza e in pieno giorno. I briganti avevano scelto quelle i cui genitori potevano pagare il riscatto più alto; le tennero nascoste per dieci giorni sulla montagna; ma, per una felice eccezione agli usi dei banditi, le fanciulle furono trattate con tutti i riguardi possibili in quella triste situazione. Il riscatto richiesto per ciascuna di esse variava dai duecento ai mille scudi romani (cinquemilaquattrocento franchi). Gasperoni, inoltre, osservava strettamente tutte le forme esteriori della religione: lui e la sua banda non avrebbero mai commesso un furto o un delitto di venerdì; in tal giorno della settimana, e in tutti gli altri periodi fissati dalla Chiesa, osservavano strettamente il digiuno; tutti i mesi chiamavano a confessarli un prete che, per paura o per qualsiasi altro motivo, non mancava mai di dar loro l’assoluzione. Una donna con cui Gasperoni aveva una relazione diventò lo strumento di cui le autorità si servirono per distruggere la sua banda e impadronirsi della sua persona, nonché di alcuni dei suoi. La polizia romana allettò la donna, che non seppe resistere all’attrattiva di una ricompensa di seimila scudi romani (trentaduemilaquattrocento franchi); il brigante si lasciò prendere nella trappola tesagli da lei; si recò fiducioso in un bosco fissato per l’appuntamento; ma, indovinando subito di essere stato tradito dalla sua amante, Gasperoni riuscì ancora a strangolarla prima di cadere nelle mani degli sbirri. Così quella disgraziata non poté godere dei frutti della sua perfidia.»

CuriositàModifica

  • Stendhal, console francese, il 29 gennaio 1840 scrisse all'amico Di Fiore: «Su cento stranieri che passano di qui (e nel 1839 cinquemila erano diretti a Roma), cinquanta vogliono vedere il celebre brigante Gasparone, e quattro o cinque M. de Stendhal».[6]
  • Stendhal cita il brigante nella sua opera Pages d'Italie nel capitolo "Les brigands en Italie".[7]
  • Viene citato anche ne Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, cui fece visita nel 1835 durante la detenzione a Civitavecchia;
  • Il suo teschio, il suo fucile e i suoi abiti sono conservati nel Museo di antropologia criminale "Cesare Lombroso" di Torino.[8]

NoteModifica

  1. ^ Aldo Cardosi, Sonnino d'altri tempi - I giorni della storia - Ed. 1993 p. 117
  2. ^ Pietro Masi, Mémoires de Gasbaroni célèbre chef de bande de la province de Frosinone rédigés par Pierre Masi, son compagnon, dans la montagne et dans la prison, 1867, p. 333
  3. ^ Aldo Cardosi, op. cit., p. 120
  4. ^ Le peripezie del brigante Gasparone Archiviato il 25 febbraio 2015 in Internet Archive.
  5. ^ Marino Bono, Antonio Gasbarrone realtà storica e sociale del suo tempo, 1988.
  6. ^ Vito Lattanzi, Vincenzo Padiglione, Storie estreme e storie future, 2012, p. 145;
  7. ^ Pages d'Italie, 1932, su fr.wikisource.org.
  8. ^ Museo di Antropologia criminale - Visita virtuale, su museounito.it. URL consultato il 14 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale l'11 maggio 2006).

BibliografiaModifica

  • Pietro Masi, Mémoires de Gasbaroni célèbre chef de bande de la province de Frosinone rédigés par Pierre Masi, son compagnon, dans la montagne et dans la prison, 1867
  • Aldo Cardosi, Sonnino d'altri tempi - I giorni della storia - Ed. 1993
  • Marino Bono, Antonio Gasbarrone realtà storia e sociale del suo tempo, 1988
  • Vito Lattanzi, Vincenzo Padiglione, Storie estreme e storie future, 2012

Collegamenti esterniModifica

http://www.sonnino.info/Sonnino/personaggi/gasbarrone.html

Controllo di autoritàISNI (EN0000 0004 3484 9870 · LCCN (ENno2017008416 · WorldCat Identities (ENno2017-008416
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