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Con il termine architettura italiana del Novecento si intendono tutte quelle correnti architettoniche che, partendo dal movimento artistico del liberty, si sono sviluppate in Italia nel XX secolo.

Indice

Architettura modernista. Il Liberty STOModifica

Nel ventennio a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, l'ambiente artistico e culturale italiano recepì gli stimoli di questa nuova corrente stilistica. Ernesto Basile ne fu uno dei principali interpreti con le sue numerosissime realizzazioni di teatri, palazzi e villini, fra i quali Villa Igiea a Palermo (1899-1900) e l'ampliamento di Palazzo Montecitorio a Roma. L'occasione principale fu quella dell'Esposizione Internazionale d'Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902, in quella occasione Raimondo D'Aronco progettò il Padiglione italiano. Altra personalità di spicco fu Giuseppe Sommaruga che sempre in quegli anni realizzò Palazzo Castiglioni a Milano.

Il futurismoModifica

 
Disegni per una città futurista

Antonio Sant'Elia (1888 - 1916) è l'esponente più rappresentativo dell'architettura futurista. Il suo futurismo è architettura in "movimento", lo spazio architettonico che si lega al tempo in un progetto sistemico della scienza tecnologica della macchina. L'universo dell'architettura si amplia e viene a interessare la dimensione urbana, appunto la Città Nuova il più importante progetto di questo architetto del 1913-1914, nel quale si immagina in una raccolta di schizzi e progetti la Milano del futuro. Il lavoro di Sant'Elia fu dell'"avanguardia" ed ebbe influsso a livello Europeo, e sebbene in parte legato all'Art Nouveau e alla Secessione viennese in alcuni caratteri, porta indiscutibilmente i segni di rottura con il passato che vuole trasfigurare. I disegni sono quasi tutti prospettici ma da essi si denota il "movimento" delle forme architettoniche delle megastrutture rappresentate. La morte prematura di Antonio Sant'Elia, al fronte durante la prima guerra mondiale, ha impedito lo sviluppo delle idee futuristiche in architettura, ma proprio in questi archetipi molti hanno visto un'anticipazione di Walter Gropius e di Le Corbusier.

Architettura del periodo fascistaModifica

 
Arnaldo Dell'Ira - Atrio per il Dicastero delle Comunicazioni, 1932.

Scomparso Antonio Sant'Elia, caduto nella Grande Guerra, negli anni venti il futurismo aveva ormai esaurito il suo slancio e nel successivo periodo del Fascismo si svilupparono contemporaneamente due correnti architettoniche diverse: da un lato l'architettura razionalista che rappresentava il movimento più moderno, in sintonia con le tendenze europee del funzionalismo. Sull'altro versante nell'intento di diffondere i propri ideali tra le masse e trasmettere quindi l'idea di grandezza del regime, il fascismo privilegerà le realizzazioni di edifici monumentali e con forte caratterizzazioni scenografiche. L'architetto e urbanista che realizzò e sviluppò questo linguaggio monumentalista fu Marcello Piacentini.

Il Gruppo 7, il M.I.A.R. e alcune figure isolateModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Razionalismo italiano.

Nel 1926 si forma il "Gruppo sette" di cui fanno parte, fra gli altri, Figini e Pollini e Giuseppe Terragni, qualche tempo dopo si aggregherà anche Adalberto Libera. Il gruppo iniziò a farsi conoscere con una serie di articoli apparsi sulla rivista Rassegna Italiana, ma l'occasione più importante fu quella dell'Esposizione di architettura razionale che ebbe luogo a Roma nel 1928. Il gruppo si presentò non come una rivoluzione e cercò in ogni modo di ridisegnare il nuovo stile come il più adatto al regime fascista, di cui dall'altro canto molti giovani contadini (come Terragni e Giuseppe Pagano (architetto)) sono sostenitori convinti. Si costituisce, così il M.I.A.R, movimento italiano per l'architettura razionale, cui aderiscono quasi 50 architetti che rappresentano tutte le varie regioni italiane. All'esposizione del 1931 a Roma l'impatto è molto più forte e appare chiaro che le opere razionaliste sono in realtà troppo rivoluzionarie e mal si adattano a un regime autoritario. Le polemiche che ne nascono con i sostenitori della vecchia accademia, che poi sono la maggioranza, generano molte defezioni nel MIAR, tanto che il suo segretario Libera è costretto a sciogliere il movimento.

Da questo momento in poi gli architetti razionalisti si ritireranno ognuno in proprio lavorando nel privato e abbandonando di fatto gli incarichi pubblici, anche se riusciranno comunque a portare avanti varie realizzazioni. La Casa del Fascio a Como (1932) di Giuseppe Terragni è una di queste opere pubbliche ed è anche la maggiore dal punto di vista formale, tanto che Zevi la definisce il "capolavoro del razionalismo Italiano", per quel suo volume puro disegnato sulla sezione aurea, che possiede un solido impianto e consistenza quasi "classica". Da notare all'interno della Casa del Fascio la decorazione astratta (ora perduta) realizzata da Mario Radice che richiama in chiave attualissima l'impianto del palazzo pubblico medievale, quasi sempre dotato di corte interna affrescata. Per traslazione i pittori del gruppo degli Astrattisti comaschi, Mario Radice, Manlio Rho, Aldo Galli sono anche detti "Razionalisti", a testimonianza di una comune fucina culturale che accomunava pittura e architettura.

L'Istituto di Fisica dell'Università degli studi di Roma "La Sapienza" di Giuseppe Pagano - dove il tema razionale è controllato e non esposto come nella Casa del Fascio sopradetta - rappresenta, invece, la maggiore opera dal punto di vista funzionale, in quanto in essa si legge un nuovo metodo di progettazione: l'edificio pensato per la funzione a cui è destinato. Un'altra opera fondamentale è senz'altro la Stazione S. Maria Novella a Firenze (1933), dove il concorso per la progettazione è vinto da Giovanni Michelucci e da i suoi allievi Baroni, Bernardi, Gamberini, Guarnieri, Lusanna. I classicisti forse si ritirano volutamente nella preoccupazione di doversi confrontare con il retro dell'abside di Santa Maria Novella. L'edificio, invece, pur nella sua razionalità, si integra bene all'ambiente con quel suo rivestimento di pietra e nel disegno, apparendo come lo sviluppo dell'architettura del passato. In questo inaugurerà uno “modus” proprio di Michelucci, forse un "organicità" di integrare edifici razionali nell'ambiente costruito storico, in un sapiente lavoro di materiali, di elementi, di rapporti, di particolari architettonici. Nel 1939 viene costruita la Cittadella d'Assisi da Gaetano Brusa.

A Milano, grazie alla rivista Casabella - Costruzioni diretta negli anni quaranta da Giuseppe Pagano (architetto) e da Giancarlo Palanti vengono indicati, nel celebre articolo Intervallo ottimista di Raffaello Giolli[1], a testimonianza dell'importanza della scuola milanese, Gianni Albricci, Achille e Piergiacomo Castiglioni, Mario Tevarotto, Enea Manfredini[2], Anna Ferrieri, Luciano Canella, Mario Righini, Augusto Magnaghi, Mario Terzaghi, Vittorio Gandolfi, Marco Zanuso, Renato Radici quali giovani architetti razionalisti.

Dal 2008 è diventata accessibile al pubblico grazie alla donazione al FAI la villa Necchi Campiglio in via Mozart a Milano, esempio forse unico per bellezza e conservazione di villa privata razionalista degli anni trenta progettata e realizzata con maestria da Piero Portaluppi.

Altri edifici di rilievo, su incarichi minori o da privati sono:

Il monumentalismo. Il ruolo di PiacentiniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Monumentalismo.

Marcello Piacentini è la figura che più di ogni altro dominò l'architettura italiana durante il regime fascista: suoi sono i maggiori incarichi pubblici e il suo stile influenzerà, o in qualche modo verrà imposto non solo a molti architetti negli incarichi minori, ma anche ai maggiori razionalisti come Pagano, Libera, Michelucci. L'esempio più significativo di questa compromissione lo si avrà per il progetto dell'EUR o E42, nel quale la presenza di quattro architetti razionalisti su cinque componenti la commissione non riesce a imporre la propria linea; Piacentini, usando la sua tattica di mediatore fra tradizionalisti e modernisti, vince, e il suo stile trionfa in tutti i sensi nelle architetture dell'esposizione.

La sua architettura è una sorta di "neoclassicismo semplificato" che si può fare rientrare in quella serie di tendenze che sono state definite dai critici col termine Monumentalismo; planimetrie simmetriche e bloccate, volumi chiusi che devono ricordare il “Mar Mediterraneo”; particolari architettonici classici con rivestimenti in lastre di marmo, ritmici porticati, colonne, archi, simmetrie. Molte città italiane vengono monumentalmente ridisegnate, con la demolizione di fette importanti di centro storico e la ridefinizione dei suoi edifici più importanti in un ideale collegamento alla "romanità" passata.

Oggi v'è una certa rivalutazione del "Neoclassicismo semplificato" piacentiniano, e questo è legato al suo apparente collegamento alle forme del Postmoderno. Un fatto comunque è certo e accettato da tutti: l'Italia del ventennio è isolata dal mondo culturale europeo più evoluto, che propone in architettura i temi del Movimento Moderno, così questi non sono conosciuti o vengono mal interpretati dagli architetti italiani. Il tutto si concentra in dibattito superficiale, che non coglie i caratteri originari dell'International Style e si riduce a una modernizzazione esteriore dello stile, con l'adozione di forme semplificate, murature lisce, balconi pieni, cornici spianate, capitelli alleggeriti, archi elementarizzati, colonne smussate, abbassando così notevolmente il livello dell'edilizia pubblica.

Le più importanti realizzazioni della monumentalizzazione italiana sono:

Alcune nuove città sfuggono a questa logica del monumentalismo:

Il dopoguerraModifica

Nel secondo dopoguerra viene definitivamente superato il neoclassicismo semplificato di Piacentini e il razionalismo prende il sopravvento riconoscendosi nella linea della rivista "Casabella-continuità" che fu già di Pagano e Persico. Il movimento è caratterizzato da architetti di notevoli capacità come Albini, Luigi Walter Moretti, Gio Ponti, Galmanini, Portaluppi, Carlo Scarpa, Figini, Pollini, BBPR, Michelucci, Giuseppe Samonà, ma con personalità oscillanti, ed è disunito e non porta avanti un discorso unitario.

 
La Torre Velasca del gruppo BBPR a Milano, 1958

A livello internazionale emerge la personalità di Pier Luigi Nervi, ma anch'egli con il linguaggio delle sue strutture, eccellente sintesi di bellezza e staticità segue una strada che appare unica e personale. Mentre da un altro lato Bruno Zevi, teorico dell'architettura, fonda nel 1945 a Roma assieme a Luigi Piccinato, Mario Ridolfi, Pier Luigi Nervi e altri l'Associazione per l'Architettura organica, che però nell'ambiente Italiano stenta a imporsi.

L'Italia in qualche modo rimane ancora chiusa ad alcuni pregnanti temi dell'International Style, i canoni dell'architettura internazionale del Novecento, passano in Italia, ma vengono come filtrati e si cerca una strada italiana. Quasi simbolo di questo freno a scelte, che rompano decisamente con il passato, è l'impossibilità dei due più grandi Maestri del Movimento Moderno, Le Corbusier e Wright di realizzare due loro progetti a Venezia (Ospedale e Palazzetto sul Canal Grande).

Opere importanti di questa logica razionale ma con influssi prettamente italiani sono:

La reazione all'International StyleModifica

L'architettura così come la vita di tutto il paese, dopo la seconda guerra mondiale, sembra risvegliarsi da un lungo sonno e vedere dopo tanto tempo la realtà. È così che nasce il Neorealismo architettonico, che prende forse spunto dalla stagione di grande valore che questa forma di espressione aveva già avuto nel cinema; nell'architettura, infatti, il movimento è successivo a quello cinematografico; questa è la prima reazione al Movimento Moderno. I suoi maestri sono Mario Ridolfi, Carlo Aymonino, Ludovico Quaroni, Giovanni Michelucci, anche se quest'ultimo spazia anche in altre tendenze. La ricerca neorealista è incentrata sulla coerenza compositiva dei materiali, delle scelte tecnologiche, dei particolari architettonici e costruttivi, delle interpretazioni sociologiche e psicologiche dell'ambiente costruito e dello spazio architettonico esistente e storico.

È proprio in quest'ottica di analisi storica delle tecniche edilizie del passato che nasce il bisogno già avvertito alla fine degli anni trenta della codificazione delle conoscenze dell'arte del costruire. Sarà appunto Mario Ridolfi, che provenendo da una famiglia di impresari, medierà tra "teoria" e "prassi" costruttiva e curerà la pubblicazione del Manuale dell'Architetto edito dal CNR nel 1946. Tutto questo insieme di informazioni verrà poi immediatamente trasferito nella ricostruzione post-bellica di cui l'edilizia pubblica con i quartieri INA-Casa ne rappresenterà l'esempio e il modello più significativo.

Esempi di tutto ciò sono:

Questa abitudine della cultura architettonica italiana a riciclare le forme tradizionali porta i migliori architetti a un'importante scelta metodologica, propria del costume progettuale del passato, che è quella di trattare ogni progetto come evento irripetibile e isolato e non come programma di una nuova organizzazione della città. Esempi significativi di questo atteggiamento sono le citate Torre Velasca a Milano dello studio BBPR l'edificio INA di Franco Albini a Parma, la Cassa di Risparmio di Giovanni Michelucci a Firenze, che rappresentano "l'originalità eccellente" a fronte della mediocrità generale dell'architettura italiana. L'atteggiamento deriva dalla difficoltà di sviluppare le questioni dell'urbanizzazione della città attuale sopra una certa dimensione, con la conseguente incoerenza tra coscienza architettonica e urbanistica. E la questione urbanistica esploderà con veemenza, sotto il peso della ricostruzione prima e del boom edilizio poi degli anni sessanta, che portano con sé la speculazione edilizia. Le città si espandono a macchia d'olio senza precise direttive e le periferie si vestono di grigiore e caos tipici degli abitati paleo industriali. In Italia manca quell'approccio ai problemi urbanistici, che è proprio del Movimento Moderno, gli architetti possono anche aver individuato i problemi ma non riescono a trovare le soluzioni e questo porta a una crisi della cultura architettonica Italiana.

Fenomeni come il Neoliberty, di reazione alla mancanza di umanità dell'International Style, possono essere inquadrati in questo ambito. Da un lato v'è la volontà di recupero delle idee di familiarità e di buona grazia delle architetture delle costruzioni dei primi decenni del XX secolo, e dall'altro v'è questo richiudersi in se stessi in un ritorno al passato, per evitare di affrontare i problemi attuali e urgenti che appaiono irrisolvibili. Emblematiche in proposito sono le parole del critico Britannico Reyner Banham che individuerà il ("ritiro spirituale Italiano dall'architettura moderna"). Nasce così una stagione di breve durata alla fine degli anni cinquanta, che si rifà ai temi formali dell'Art Nouveau rielaborandoli in senso più moderno.

Le opere principali da ricordare sono:

Il Brutalismo invece nasce con Le Corbusier a Chandigarh, ma non può essere considerato un vero e proprio superamento del Movimento Moderno, semmai un'evoluzione. In Italia trova diversi seguaci: molti hanno riconosciuto i suoi segni anche in quell'evento unico che è la citata Torre Velasca a Milano, o nella dirompente plasticità del cemento a vista della Chiesa dell'Autostrada del Sole di Giovanni Michelucci (1964); poi, sicuramente, nell'Istituto Marchiondi a Milano di Vittoriano Viganò (1957), nelle abitazioni del quartiere Sorgane a Firenze, di Leonardo Ricci e altri (1966), negli edifici per unità abitative del quartiere Matteotti di Terni di Giancarlo De Carlo (1971-74).

Le ultime tendenzeModifica

Altri movimenti più o meno recenti, rappresentano, invece, il superamento del Movimento Moderno in Italia, perché apportano nuove espressioni e canoni. Possono individuarsi nel corso degli ultimi 40 anni:

NoteModifica

  1. ^ R. Giolli, "Intervallo ottimista", Casabella - Costruzioni, anno XVI, num. 184-185, aprile maggio 1943, pp. 9-73.
  2. ^ E. Mantero, Il Razionalismo italiano, Bologna, Zanichelli, 1984, pp. 178, 196-198.
  3. ^ Casabella - continuità, n. 205, aprile maggio 1955, pp. 52-59; L'Architecture d'Aujord'hui, n. 58, febbraio 1955, pp. 68-73.
  4. ^ Casabella-Continuità, n. 223, gennaio 1959, pp. 19-23.
  5. ^ Casabella, n. 345, febbraio 1970, pp. 10-15.
  6. ^ K. Frampton, Anti tabula rasa: verso un Regionalismo critico, in Casabella, n° 500, marzo 1984.
  7. ^ K. Frampton, Luogo, forma, identità culturale, in Domus, 1986.

BibliografiaModifica

  • [de] Luigi Monzo: Kontinuität und Aufbruch im Zeichen der Macht. Der italienische Kirchenbau in der Zeit des Faschismus. In: Koldewey-Gesellschaft (Hg.): Bericht über die 49. Tagung für Ausgrabungswissenschaft und Bauforschung vom 4. bis 8. Mai 2016 in Innsbruck, Dresden 2017, S. 230-237.
  • Manfredo Tafuri, Storia dell'architettura italiana (1944- 1985), Torino, Einaudi, 1986, ISBN 88-06-59493-1.
  • Ulisse Tramonti, Le radici del razionalismo in Romagna. Itinerari nel comprensorio forlivese, Forlì, Menabò, 2005, SBN IT\ICCU\UBO\2856109.
  • (EN) Luigi Monzo, Margherita Sarfatti on architecture, su luigimonzo.wordpress.com, 22 settembre 2012. URL consultato il 15 febbraio 2016.
  • Marco Biraghi e Silvia Micheli, “Storia dell’architettura italiana dal 1985 al 2015”, 2016, Einaudi.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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