Archivio di Stato di Napoli

archivio di Stato italiano
Archivio di Stato di Napoli
Chiostro di Marmo o Grande. 0054 (23452848426).jpg
Il chiostro del Monastero dei Santi Severino e Sossio, dell'omonima chiesa
Ubicazione
StatoItalia Italia
CittàNapoli
IndirizzoPiazzetta del Grande Archivio, 5 - Napoli
Dati generali
Tipologia funzionalearchivio di Stato italiano
Caratteristiche
Fondazione22 dicembre 1808
SANscheda SAN
Sito web ufficiale

Coordinate: 40°50′54.24″N 14°15′33.48″E / 40.8484°N 14.2593°E40.8484; 14.2593

L'Archivio di Stato di Napoli è un ufficio periferico del Ministero dei beni e delle attività culturali e per il turismo. Provvede alla conservazione, alla tutela e alla promozione del patrimonio documentario e ne favorisce la fruizione da parte degli studiosi e dei cittadini. Fondato nel 1808, l’Archivio di Stato di Napoli, dal 1845 ha sede nel complesso monumentale dei SS. Severino e Sossio, uno dei più importanti e antichi centri della spiritualità benedettina del Mezzogiorno. Con i suoi quattro piani e i suoi depositi di oltre settanta chilometri lineari di documenti, l’Archivio napoletano rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per la ricerca nel settore della storia medievale, moderna e contemporanea d’Italia e d’Europa, nonché in maniera precipua, della storia del Meridione d’Italia. L’Istituto esercita la sorveglianza sugli archivi degli uffici periferici dello Stato che hanno sede nella provincia di Napoli. Uno dei fondi più preziosi e ricco di notizie è quello degli archivi dei notai, che vengono periodicamente versati dall’archivio del Distretto notarile di Napoli. Oggi l’Archivio custodisce i protocolli dei notai che hanno rogato fra il XV e il XIX secolo. Acquisiti più recentemente, gli archivi privati dell’intellettuale Paolo Ricci, della scrittrice Annamaria Ortese e dell’architetto Luigi Cosenza, conservato presso la Sede sussidiaria di Pizzofalcone. Di particolare interesse è, inoltre, l’Archivio Borbone acquistato nel 1951, che ha integrato la documentazione di Casa Reale andata parzialmente distrutta nel 1943 durante l’ultima guerra. Pezzi preziosi dell’Archivio: il «Codice di Santa Marta», fogli di pergamena miniati con gli stemmi dei sovrani e dei membri delle famiglie più notevoli del Regno; la raccolta di sigilli e matrici e la «Carta lapidaria», un documento dell’VIII secolo inciso su marmo, recuperato in una campagna presso Cuma.

StoriaModifica

L'Archivio di Stato nacque nel periodo napoleonico, il 22 dicembre 1808,con un regio decreto a firma di Gioacchino Murat per concentrare in un sol luogo gli antichi archivi del regno ("Archivio Generale del Regno": gli archivi della Regia Camera della Sommaria, della Zecca, della Cancelleria e dei Viceré, quelli della Giunta degli abusi, della Giunta di Sicilia e della Curia del Cappellano maggiore, e infine gli archivi degli antichi banchi pubblici, degli arrendamenti e di tutte le antiche amministrazioni. Di fatto, però, gli archivi dei Banchi non fecero mai parte del patrimonio dell’Archivio Generale. Essi furono concentrati presso l’ente bancario che diventerà il Banco di Napoli, e tale è tuttora la loro sistemazione. Con la restaurazione, l'istituzione mutò il nome in "Grande Archivio del Regno" e vi stabilito di conservare anche le carte delle amministrazioni vigenti dopo autorizzazione del relativo ministero titolare. Primi direttori ne furono Michele de Dominicis, (dal 1808 al 1820), Giuseppe Ceva Grimaldi Pisanelli di Pietracatella (fino al 1826), Antonio Spinelli di Scalea (fino al 1847) e Angelo Granito di Belmonte fino al 1860. Dopo l'Unità d'Italia vi furono raccolti anche i documenti provenienti dalla Consulta di Stato e della Gran Corte dei Conti del Regno delle Due Sicilie.

In continuità con il lavoro critico iniziato da Camillo Minieri Riccio nel 1874, l'archivio napoletano, sotto la direzione di Bartolommeo Capasso, dal 1882 al 1900, poté beneficiare di un rigoroso ammodernamento[1][2] e, in particolare, di un «magistrale riordinamento della Cancelleria angioina»[3], che tuttavia fu precorso, ad insaputa dello stesso Capasso, dal riordino dei volumi angioini e di altre carte, ad opera di Annibale Mastrogiudice, archivario dell'Archivio della Regia Zecca di Napoli per circa un quarantennio nel Cinquecento[4].

I danni della seconda guerra mondialeModifica

 
Riccardo Filangieri di Candida, soprintendente dal 1934 al 1956

Perdite più gravi avvennero durante la seconda guerra mondiale: sulla sede centrale, vicina al porto, caddero bombe e spezzoni incendiari e, in seguito all'esplosione di una nave di munizioni, perfino lamiere infocate, che provocarono l'incendio e la totale distruzione dei depositi dell'ultimo piano di un'ala del fabbricato. Il bombardamento del 4 agosto 1943 semidistrusse l'edificio di Pizzofalcone e travolse nella rovina tutte le scritture. L'ultimo e più grave disastro si verificò nel deposito di sicurezza di villa Montesano nel Nolano, presso San Paolo Belsito, dove erano state trasportate le serie più preziose, quando non si supponeva che la guerra si sarebbe spostata sul territorio nazionale[5]: nel settembre 1943 le truppe tedesche in ritirata vi appiccarono il fuoco per rappresaglia, su ordine del comando della Wehrmacht, ben consapevole dell'immenso valore del suo prezioso contenuto[6].

Sia pure nell'ambito dello sconcerto per la tragedia in cui versava il paese, l'evento ebbe un grande rilievo mediatico[7]: il 2 gennaio 1944 ne diede conferma in tutt'Italia la trasmissione pomeridiana di Radio Londra, ma già sul suo diario del 14 ottobre 1943 Benedetto Croce ne commentava la gravità.

«… con l'animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l'immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica…»

Il totale delle perdite non è stato mai completamente inventariato, ma una ricognizione approssimativa fu compiuta nel Rapporto finale sugli Archivi della commissione alleata e nella Guida redatta dallo stesso Archivio[8]. Per essa, risultano perduti negli incendi tutti i 378 volumi in pergamena contenenti i Registri delle Cancellerie angioina e aragonese (che coprivano un vastissimo intervallo temporale, dal 1265 al 1505), l'unico registro superstite (aa. 1239-1240) della cancelleria imperiale di Federico II[6], gran parte dei processi indicizzati della Regia Camera della Sommaria (tranne 5 volumi, relativi a 39 processi; si conservano inoltre alcune decine di migliaia di fascicoli processuali non ordinati), i registri del periodo vicereale attinenti al Consiglio collaterale (i processi penali sono andati tutti distrutti, ad eccezione del fascicolo relativo agli anni 1588- 1590), parte del fondo contenente gli atti della Segreteria dei viceré (1555-1734), il fondo della Cappellania maggiore (sec. XV-1808), l'Archivio riservato di Casa reale borbonica (1794-1823), l'Archivio amministrativo della medesima Casa reale (1712-1830), i fondi attinenti vari ministeri del Regno (a partire dalla Segreteria di Stato (1728-1807) compresa la Segreteria particolare del re (protocolli del Consiglio di Stato, 1821-1861), l'intero incartamento dei processi politici dell'Ottocento borbonico.

Soltanto undici faldoni furono fortunosamente sottratti alle fiamme.

Ricostruzione della Cancelleria angioinaModifica

 
Il primo volume de I registri della cancelleria angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani editi dall'Accademia Pontaniana

Riccardo Filangieri, prima Soprintendente per le Province Napoletane dal 1940 al 1952 e poi Direttore dell'Archivio di Stato di Napoli, dedicò tutta la parte finale della sua vita a ricostruire - da varie fonti, sia pur incomplete e spesso di mera indicizzazione - i contenuti dell'immenso patrimonio perduto (in termini di storia diplomatica del Regno delle due Sicilie, curando i primi volumi della raccolta dei Registri della cancelleria angioina edita dall'Accademia Pontaniana.Inoltre intraprese una politica di acquisizione, mediante acquisto, deposito o donazione, degli archivi delle famiglie nobili napoletane, in quanto la documentazione in essi raccolta consente di integrare le numerose perdite, dolose o accidentali, dei documenti prodotti dalle istituzioni pubbliche del Regno meridionale.

SediModifica

La sede principale è in via del Grande Archivio, nel monastero dei SS. Severino e Sossio, nel cuore del centro antico della città. La sua storia è legata alla presenza dei Benedettini che, fin dal IX secolo, vi avevano fondato un cenobio dove nel 902, trasferirono il corpo di S. Severino e successivamente le reliquie di S. Sossio. L’articolato complesso si incentra su quattro atri-chiostro del XVI e XVII secolo accanto alla chiesa dedicata ai due santi. Uno dei chiostri, detto Atrio del Platano, costituisce la parte più antica del monastero e prende il nome dall’albero che -secondo la leggenda- sarebbe stato piantato da San Benedetto. Il ciclo degli affreschi rinascimentali che lo decora è il più completo della città e raffigura episodi della vita del Santo. Fu ultimato nel 1515 da Antonio Solario detto “lo Zingaro”. Il Primo Atrio corrisponde all’ingresso originario su vico S. Severino. Di grande suggestione è l’Atrio dei Marmi, iniziato nel 1598 e completato nel 1623, che rappresenta il culmine del programma di rinnovamento del monastero. Sono di notevole interesse il Capitolo dei monaci, oggi Sala Catasti, affrescato da Belisario Corenzio agli inizi del ‘600 con parabole, figure allegoriche e scene del Vangelo; l’ex Refettorio ora Sala Filangieri, con il grande affresco della moltiplicazione dei pani e dei pesci e l’allegoria della fondazione dell’Ordine benedettino, anch’esso opera del Corenzio; la pregevole Sala Tasso, così chiamata in ricordo del soggiorno del poeta nel monastero, che ospita il preziosissimo e famoso Codice di Santa Marta. Nel 1799 il monastero fu destinato per breve tempo a sede dell’Accademia di Marina; nel 1845 l’Archivio di Stato venne definitivamente trasferito nel complesso monastico. La struttura fu adattata alla nuova funzione d’uso per cui furono realizzati arredi lignei destinati alla conservazione della documentazione. Di grande pregio anche la Farmacia, caratterizzata da scaffali intarsiati e da una bella pavimentazione; la Biblioteca; la Sala Diplomatica; il Salone degli Archivi gentilizi; la Regia Camera della Sommaria e la sede della Scuola di Paleografia, Archivistica e Diplomatica.

La sede sussidiaria di Pizzofalcone, detta anche «Archivio Militare, era la villa rinascimentale di Andrea Carafa della Spina, conte di Santa Severina. Fu in seguito destinata a vari usi, da quartiere militare per i soldati spagnoli a sede del Real Officio Topografico. Nel 1855 l’edificio è ceduto dall’Amministrazione militare all’Archivio di Stato. Conserva soprattutto documenti di storia militare e archivi provenienti da magistrature militari, fra le quali il Ministero di Guerra e Marina di epoca borbonica, l’Orfanotrofio militare, i Tribunali militari, le carte del Reale Officio Topografico, ma anche i registri dei Distretti militari di Napoli, Aversa e Nola, comprendenti i fogli matricolari degli arruolati, e le carte dell’Ufficio provinciale di leva di Napoli. Sono inoltre ospitati, in occasione dei lavori di ristrutturazione della sede centrale altri fondi, tra cui gli Archivi notarili dal secolo XV al secolo XVIII.

NoteModifica

  1. ^ «Capasso, Bartolomeo» dal Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Roma (on-line)
  2. ^ Guido Fagioli Vercellone, «FILANGIERI DI CANDIDA GONZAGA, Riccardo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Roma (on-line)
  3. ^ Serena Morelli, Il "risveglio" della storiografia politico-istituzionale sul regno angioino di Napoli[collegamento interrotto], da Reti Medievali, I - 2000, Firenze University Press
  4. ^ Simonluca Perfetto, «Era grandissima confusione che non se posseva ritrovarse quella scriptura che si desiderava e cercava»: il riordino dell’archivio della Regia Zecca di Napoli (1545-63), in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXXXVII (2019), pp. 243-280.
  5. ^ (EN) Sanja Zgonjanin, The Prosecution of War Crimes for the Destruction of Libraries and Archives during Times of Armed Conflict, Libraries & Culture, Vol. 40, No. 2 (Spring, 2005), pp. 128-144.
  6. ^ a b Cristina Carbonetti Vendittelli, Registro della cancelleria di Federico II (1239-1240), Enciclopedia Federiciana, dal sito dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani
  7. ^ Andrea Capaccioni, Ruggero Ranieri, Le biblioteche e gli archivi durante la seconda guerra mondiale: il caso italiano Editore Edizioni Pendragon, 2007, pp. 411-413. Di tale rilevanza nell'immaginario collettivo resta traccia, ancora settant'anni dopo, nella citazione dell'evento in un'interrogazione parlamentare: v. ((http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=811858)).
  8. ^ Unknown

BibliografiaModifica

  • Ugo Bellocchi, Bandiera madre - I tre colori della vita, Reggio Emilia, Scripta Maneant, 2008, ISBN 88-95847-01-6.
  • Gian Luca Borghese, Les registres de la chancellerie angevine de Naples. Un exemple de destruction et reconstitution de sources archivistiques à travers les siècles, Médiévales 2015/2 (n° 69).
  • Simonluca Perfetto, «Era grandissima confusione che non se posseva ritrovarse quella scriptura che si desiderava e cercava»: il riordino dell’archivio della regia zecca di Napoli (1545-63), in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXXXVII (2019), pp. 243-280

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