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Argo 16

incidente aereo avvenuto a Porto Marghera (Venezia)
Argo 16
Argo 16.jpeg
Argo 16 qualche mese prima dell'incidente
Tipo di eventonon accertato
Data23 novembre 1973
LuogoMarghera
StatoItalia Italia
Coordinate45°28′33″N 12°13′29″E / 45.475833°N 12.224722°E45.475833; 12.224722Coordinate: 45°28′33″N 12°13′29″E / 45.475833°N 12.224722°E45.475833; 12.224722
Tipo di aeromobileDouglas C-47 Dakota
Nome dell'aeromobileArgo 16
OperatoreAeronautica Militare
Numero di registrazioneMM61832
PartenzaLibia
Scalo intermedioMalta
Equipaggio4
Vittime4
Mappa di localizzazione
Mappa di localizzazione: Italia
Argo 16
voci di incidenti aerei presenti su Wikipedia

Argo16 è il nome in codice di un aereo Douglas C-47 Dakota dell'Aeronautica Militare italiana precipitato a Marghera il 23 novembre 1973, causando la morte dei quattro membri dell'equipaggio e sfiorando un disastro ambientale (la caduta si verificò molto vicino ad un bunker per lo stoccaggio del fosgene nel polo petrolchimico).

L'utilizzo dell'aereoModifica

Argo16 è il "Radio Callsign" dell'apparecchio appartenente al 306º Gruppo, 31º Stormo dell'Aeronautica Militare Italiana, serve a comunicare con la Torre di controllo la propria identità (il numero "16" dovrebbe apparire sulla fusoliera, persino manca lo stemma del Gruppo in coda, ma in effetti la sua identità doveva rimanere segreta). Nell'audizione davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia l'ammiraglio Fulvio Martini, dichiarò che l'aereo era chiamato Argo in riferimento al gigante mitologico Argo "che tutto vede" perché svolgeva missioni speciali per il SID ed i SIOS delle FFAA ed effettuava le misure elettroniche nell'Adriatico contro la rete radar jugoslava[1].

Fonti giornalistiche attestano che l'aereo, registrato con il codice MM61832, fosse stato usato anche da Gladio per trasferire uomini alla base di addestramento denominata Centro Addestramento Guastatori di Capo Marrargiu, in Sardegna e per trasportare le armi dei NASCO, i depositi segreti dei gladiatori[2][3].

Servì inoltre per riportare in Libia un gruppo di terroristi arabi accusati di progettare un attentato alle linee aeree israeliane in Italia, dopo il loro arresto ad Ostia.

La tesi della ritorsione per il lodo MoroModifica

La liberazione degli arabi era avvenuta su richiesta dell'OLP di Arafat: in cambio del rilascio, l'OLP si sarebbe impegnata nella circostanza a non porre più in atto condotte di terrorismo in territorio italiano[4][5][6], con un impegno assunto direttamente col ministro degli esteri italiano pro tempore, nell'ambito di quello che poi fu battezzato patto Moro o lodo Moro.

Secondo le informazioni elencate nell'interrogazione 4-01014 depositata al Senato il 20 gennaio 2009, l'esistenza di tale patto (e la sua validità per oltre un decennio) fu confermata da Bassam Abu Sharif (leader "storico" del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), «[...] che ha seguito, tra gli anni settanta e ottanta, la "politica estera" dell'FPLP, i rapporti internazionali, compresi quelli con l'Italia»[7]), dall'avvocato Giovanni Pellegrino (già presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione di responsabili delle stragi)[8], dal senatore Francesco Cossiga[9] e dal giudice Rosario Priore (che fu istruttore dei procedimenti relativi al sequestro di Aldo Moro)[10].

Benché sia un fatto che la politica estera italiana sotto la reggenza della Farnesina di Aldo Moro[11] abbia seguito un indirizzo più filoarabo[12], la tempistica della sostituzione del lodo De Gasperi con un lodo Moro[13], nei rapporti con il mondo dell'intelligence mediorientale, non combacia pienamente con la vicenda della fine dell'aereo Argo 16. Poiché molte fonti collocano l'impegno assunto da Moro a seguito della strage di Fiumicino (1973)[14], non sarebbe stato possibile reagire nel novembre ad un evento che ancora doveva accadere[15]; pertanto, altre fonti sostengono che l'impegno fu deciso prima[16] (in reazione ad una sequenza di altri episodi di terrorismo avvenuti sul territorio italiano)[17], e che esso fu soltanto "stipulato" formalmente[18] dopo la strage del dicembre 1973[19].

Le cause dell'incidenteModifica

Anche se nel 1999 la Corte d'Assise di Venezia sentenziò che la caduta dell'aereo deve essere imputata a un incidente, ci sono altre teorie che cercano di spiegare le cause del disastro.

Ad una trasmissione televisiva il generale Geraldo Serravalle, capo di Gladio dal 1971 al 1974, dichiarò che, malgrado sia largamente diffusa l'opinione che l'aereo sia stato sabotato dai servizi segreti israeliani del Mossad, è probabile che l'esplosione sia attribuibile ai gladiatori che rifiutavano di consegnare le armi[20]. Della stessa opinione è l'ex presidente della commissione Stragi Giovanni Pellegrino, che ritiene che la spiegazione dell'incidente vada cercata nell'uso che Gladio faceva dell'aereo[21]. Entrambe le tesi sono risibili[senza fonte] in quanto a bordo non vi erano elementi estranei e il velivolo rientrava da una missione all'estero.

Nel 2000 Gianadelio Maletti ha dichiarato al giornalista della Repubblica Daniele Mastrogiacomo che l'aereo stava facendo ritorno dalla Libia dove aveva appena lasciato i 5 palestinesi presi ad Ostia e che una "sosta infelice" a Malta aveva definitivamente confermato agli agenti dei servizi segreti israeliani quanto stava accadendo. Ha inoltre dichiarato di essere stato contattato dall'allora capo della stazione del servizi segreti israeliani a Roma, Asa Leven, prima dell'operazione e che questi, a conoscenza delle intenzioni del governo italiano, gli propose di collaborare per sequestrare i cinque ed estradarli a Gerusalemme ma "non se ne fa nulla" e "Argo 16 precipita"[22].

Anche l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha rilasciato un'intervista pubblica in cui dichiara che l'abbattimento di Argo 16 fu dovuto ad una vendetta dei servizi segreti israeliani[23].

Il procedimento giudiziarioModifica

Nel marzo del 1997 il giudice istruttore Carlo Mastelloni, incriminò 22 ufficiali dell'Aeronautica con l'accusa di soppressione, falsificazione e sottrazione di atti concernenti la sicurezza dello Stato. A suo giudizio, infatti, «coloro che negli anni si sono occupati dell'inchiesta hanno sistematicamente occultato, falsato o distrutto ogni elemento che poteva portare sulla strada giusta»[24]. Tra coloro che furono accusati di strage Zvi Zamir, ex-capo del Mossad, e Asa Leven, ex-responsabile del Mossad in Italia[25].

Vennero infine rinviati a giudizio 9 tra ufficiali, funzionari e consulenti del SID e del Sismi[26]. Il pubblico ministero Remo Smitti chiese la condanna ad otto anni per Maletti, Viezzer e Lehmann, l'assoluzione per tutti gli altri e il proscioglimento per Zvi Zamir, ritenuto da Mastelloni il mandante del sabotaggio. Gli avvocati della difesa riuscirono però a smontare tutte le accuse e il 16 dicembre 1999 i giudici conclusero il processo stabilendo che l'aereo cadde per un'avaria o per un errore del pilota[27].

Il segreto di StatoModifica

Nel 1988 le indagini del giudice Carlo Mastelloni furono ostacolate dall'opposizione del segreto di Stato[28], che rimane ancora oggi[23].

NoteModifica

  1. ^ Audizione del 27 luglio 1999.
  2. ^ Articolo del Corriere della Sera del 17 dicembre 1999.
  3. ^ Philip P. Willan, Puppetmasters: The Political Use of Terrorism in Italy (pag. 154), iUniverse, 2002.
  4. ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro (pp. 197-198), Kaos edizioni, 2003.
  5. ^ Tribunale di Venezia, procedimento penale nº204 del 1983, pagine 1161-1163.
  6. ^ Appunti trasmessi dalla Presidenza del Consiglio con missiva del 27/01/1998.
  7. ^ Corriere della Sera, 14 agosto 2008, pagina 19, intervista di Davide Frattini: in risposta a una domanda del giornalista su quanto dichiarato dal senatore Francesco Cossiga in merito all'esistenza di un "lodo Moro" con l'Italia, ovvero di "un'intesa con il Fronte Popolare" per cui appartenenti a quest'ultimo potevano "trasportare armi e esplosivi, garantendo in cambio immunità dagli attacchi", l'intervistato palestinese dichiarava: «Ho seguito personalmente le trattative per l'accordo. Aldo Moro era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare all'Italia qualche mal di testa. Non l'ho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut). Incontri a Roma e in Libano. L'intesa venne definita e da allora l'abbiamo sempre rispettata [...]», e ancora: «Ci veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza coinvolgere italiani. Dovevamo informare le persone opportune: stiamo trasportando A, B, C… Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi. Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano», specificando che ad essere informati fossero i servizi segreti italiani.
  8. ^ Secondo un articolo di Dino Martirano («Corriere della Sera» del 15 agosto 2008, pagina 21), Pellegrino definisce l'esistenza del lodo Moro "una certezza", e spiega: « [...] Moro ne accenna in una lettera all'ambasciatore Cottafavi del 22 aprile del '78, durante la sua prigionia: Noi con i palestinesi ci regoliamo in altro modo…". E commentando questa lettera, da ultimo, Miguel Gotor (autore del saggio "Lettere dalla prigionia", Einaudi) ha individuato la genesi del "lodo Moro" nell'ottobre del ' 73, "l'anno della guerra del Kippur[...]», e più avanti nella stessa intervista ricorda che "In una delle lettere dalla prigionia Moro richiama l'esperienza di Giovannone (capo centro del Sid a Beirut) dicendo che solo i palestinesi potevano fare da intermediari con le Br. E, ora, Abu Sharif conferma".
  9. ^ lettera al direttore del "Corriere della Sera" pubblicata nella stessa edizione del 15 agosto 2008 a pagina 21, in cui scrive: "Ho sempre saputo non da carte o informazioni ufficiali - che mi sono state sempre tenute segrete -, dell'esistenza di un "patto di non belligeranza" segreto tra lo Stato italiano e le organizzazioni della resistenza palestinese, comprese quelle terroristiche quali la Fplp, che si è fatta viva nuovamente in questi giorni. Questo patto fu ideato e concluso da Aldo Moro [...]. Le clausole di questo patto prevedevano che le organizzazioni palestinesi potessero avere basi anche di armamento nel Paese, che avessero libertà di entrata e uscita e di circolazione senza essere assoggettati ai normali controlli di polizia perché "gestiti" dai servizi segreti [...]".
  10. ^ l'agenzia di stampa AGI il 16 agosto 2008 pubblica il suo commento secondo cui "Il patto Moro esisteva ed è esistito per anni".
  11. ^ Moro fu ministro degli esteri, in quel periodo, dal 7 luglio 1973 al 23 novembre 1974; successivamente, assunse la guida del governo fino alle elezioni del 1976.
  12. ^ Contesta questo fatto Giancarlo Elia Valori, L'intelligence secondo l'ammiraglio Martini, Formiche, 22/02/2015, secondo cui "Che poi Aldo Moro sia stato il capofila dei filopalestinesi dentro i nostri Servizi è ormai una vecchia favola. Aldo Moro, l'unico che capiva davvero di intelligence tra i leader politici italiani (e non solo) (...) voleva l'assoluta autonomia, dentro la rete dell'Alleanza Atlantica, dei Servizi italiani, che dovevano unicamente tutelare e rafforzare i nostri interessi nazionali, non quelli di Paesi che mediterranei non erano per niente. Questo poi non significava un cedimento al terrorismo palestinese e poi panarabo, era piuttosto lo strumento per penetrare fin nella psiche operativa profonda di tutta la galassia della “rabbia militare” del mondo palestinese. E dei suoi referenti internazionali".
  13. ^ http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2012/12/lodo-moro-prevenire-e-vietare-in-italia-il-manifestarsi-del-sanguinoso-conflitto-israelo-palestinese/.
  14. ^ http://www.segretidistato.it/?p=82.
  15. ^ Alcune fonti cadono addirittura nell'errore di narrare l'abbattimento di Argo 16 come "successivo" alla strage di Fiumicino del dicembre 1973: v. http://apocalisselaica.net/affare-moro-180-secondi-per-una-strage/ Archiviato l'8 dicembre 2015 in Internet Archive..
  16. ^ Per Bassam Abu Sharif "sarà stato l’inizio del 73": F. Paci, “Fu il Lodo Moro a tenere gli italiani al sicuro a Beirut nell’82”, La Stampa, 2 luglio 2017.
  17. ^ V. http://www.iltempo.it/cronache/2013/10/10/da-israele-ai-blitz-in-italia-i-terroristi-indossavano-la-kefia-1.1179237?locallinksenabled=false . Per un'altra fonte che collega l'intesa ad un evento precedente, v. Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 46a SEDUTA, 10 FEBBRAIO 1999, audizione del consigliere Ancora: "nella lettera a Pennacchini - che io naturalmente non lessi - c'era il ricordo dei libici. Pennacchini doveva essere addentro a quella vicenda; era sottosegretario, non era nei servizi segreti. Fece andare via i libici purché non facessero una strage".
  18. ^ "Io proposi che avrei chiesto un documento firmato in cui il Fplp affermasse che non avrebbe mai messo a rischio la sicurezza dell’Italia e non avrebbe mai collaborato con chi lo facesse. Voi lo chiamate accordo ma in realtà fu una promessa scritta. Una copia per noi e una per voi, sarà stato l’inizio del 73. Non so a chi la diede Giovannone, doveva convincere qualcuno in Italia riguardo a noi": F. Paci, “Fu il Lodo Moro a tenere gli italiani al sicuro a Beirut nell’82”, La Stampa, 2 luglio 2017.
  19. ^ Per essere, poi, sostanzialmente rispettato per tutto il successivo decennio, fino alla strage di Fiumicino (1985).
  20. ^ Articolo del quotidiano britannico The Independent del 1º dicembre 1990 [1].
  21. ^ Articolo del Tirreno del 1º maggio 2002 intitolato "Caso Moro: le rivelazioni di Arconte" [2].
  22. ^ Articolo di Daniele Mastrogiacomo pubblicato su La Repubblica il 4 agosto 2000. Copia archiviata, su almanaccodeimisteri.info. URL consultato il 27 gennaio 2008 (archiviato dall'url originale il 15 maggio 2008)..
  23. ^ a b Giovanni Minoli, La storia siamo noi, Rai Education 2, Hotbird, 20 novembre, 2008.
  24. ^ articolo del Corriere della Sera del 28 marzo 1997.
  25. ^ Articolo del Corriere della sera del 16 dicembre 1998.
  26. ^ Tra questi il generale Gian Adelio Maletti, il generale Antonio Viezzer, il generale Ambrogio Viviani, il colonnello Gerardo Capotorti, Giuseppe Castaldo, Giorgio Genovesi, Silvano Russomanno e Giorgio Lehmann, ex-consulente giuridico del Sismi.
  27. ^ Articolo del Corriere della Sera del 17 dicembre 1999.
  28. ^ Articolo della Repubblica del 3 agosto 1998 Archiviato il 25 ottobre 2007 in Internet Archive..

BibliografiaModifica

  • Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin, La strage. Piazza Fontana: verità e memoria (pp. 186–188), Feltrinelli, 1999
  • Kameel B. Nasr, Arab and Israeli Terrorism (pp. 86–87), McFarland, 1997
  • Paolo Emilio Taviani, Politica a memoria d'uomo (pp. 385–387), Il mulino, 2002

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica