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Arturo Martini

scultore, pittore e incisore italiano
Giuditta e Oloferne, 1932 ca.
Museo Kröller-Müller, Otterlo

Arturo Martini (Treviso, 11 agosto 1889Milano, 22 marzo 1947) è stato uno scultore, pittore, incisore e docente italiano.

Indice

BiografiaModifica

Gli iniziModifica

Nasce in una famiglia economicamente disagiata, terzo dei quattro figli di Antonio, cuoco di professione, e Maria Della Valle, cameriera originaria di Brisighella.

Espulso dalla scuola nel 1901, a causa di ripetute bocciature, diviene apprendista presso un'oreficeria a Treviso e subito dopo frequenta la scuola di ceramica (collabora in particolare con la Fornace Guerra Gregorj) dove apprende la pratica artigianale del modellare[1]. Affascinato da questa tecnica inizia a frequentare lo studio dello scultore Antonio Carlini a Treviso e contemporaneamente frequenta il primo anno (1906-07) dell'Accademia di belle arti di Venezia. Riesce ad ideare una nuova tecnica incisoria di tipo calcografico che lui stesso denomina cheramografia.[senza fonte] A questo periodo risalgono le sua prime opere conosciute: il Ritratto di Fanny Nado Martini, in terracotta (1905) e il Busto del pittore Pinelli, che si rifanno alla scultura di fine Ottocento. Nel 1908 a Venezia partecipa alla prima edizione delle mostre di Ca' Pesaro con la piccola scultura il Palloncino.[2]

L'esordio in Europa e la rivista "Valori Plastici"Modifica

Interessato al movimenti artistici europei, frequenta nel 1909 a Monaco la Scuola di Adolf von Hildebrand. Nel 1912 si trasferìsce per alcuni mesi a Parigi dove approfondisce la conoscenza del cubismo e delle avanguardie e dove espone al Salon d'Automne.

Partecipa all'Esposizione Libera Futurista Internazionale, tenutasi a Roma, tra aprile maggio del 1914 con il Ritratto di Omero Soppelsa, considerato un omaggio al futurismo. Negli stessi anni collabora con la rivista futurista L'Eroica, dedicata ai temi dell'arte, della letteratura e della xilografia. Interrompe forzatamente l'attività a causa della guerra, a cui partecipa. Si avvicina quindi alla grafica astratta e nascono i primi abbozzi del suo libro d'artista Contemplazioni[3]. Il libro presenta, al posto del testo, una sequenza di segni geometrici[4]. Nell'aprile del 1920 sposa Brigida Pessano, di Vado Ligure, luogo in cui si stabilirà per alcuni anni. Dal loro matrimonio nascono Maria Antonietta (1921) e Antonio (1928). Questo è il periodo in cui realizza L'Amante morta, Fecondità e Il Dormiente [5]. Collabora, fra il 1918-22, con Mario Broglio alla rivista Valori Plastici, aderendo all'omonimo movimento artistico[6]. Grazie a questa esperienza riscopre la scultura antica, superando così naturalismo ottocentesco al quale era ancora legato. Tra le opere di rilievo di questo periodo si ricordano La Maternità (1925) e Il Bevitore (1926), quest'ultima un'opera in terracotta custodita alla Pinacoteca di Brera[7]. Nel 1925 è invitato ad esporre in una sala alla III Biennale Romana; l'anno dopo partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia, dopo i precedenti rifiuti. Nello stesso anno espone alla prima mostra di Novecento. Sarà presente anche alla seconda edizione del 1929, con Il Figliol prodigo (1926). Nel novembre 1927 inaugura una personale di ceramiche a Milano alla Galleria Pesaro.

La maturità artisticaModifica

In quest'ultimo periodo definisce la sua arte che si traduce in un'ideale punto d'incontro tra antico e moderno. Nel 1928 realizza grandi opere come La Pisana, Il bevitore e la monumentale (quattro metri) Tomba di Ippolito Nievo. Nel 1929 viene chiamato alla cattedra di plastica decorativa all'ISIA di Monza e vi rimane fino all'anno successivo: la sua Leda col cigno, scultura in gesso, è rimasta ad arricchire la raccolta dei Musei civici monzesi[8]. Allestisce, nel 1930, uno "studio-forno" nello stabilimento dell'Ilva Refrattari, a Vado Ligure, dove può modellare e cuocere le terrecotte senza doverle spostare. Crea così una serie di grandi opere, come Il Pastore e Il Ragazzo seduto (1930), Il Sogno (1931), Chiaro di Luna e Sport Invernali (1931-32), opere in cui "l'allusione al movimento che sembra irrigidirsi nella forma"[9]. Nel 1931 riceve un premio di centomila lire alla Prima Quadriennale di Roma, somma che gli permette di risolvere temporaneamente i diversi problemi economici che lo avevano sempre tormentato. Nel 1932 ha una sala personale alla Biennale veneziana, da cui ottiene un vasto successo[10]. Nel 1933 si stabilisce a Milano e tiene una personale alla Galleria d'Arte Moderna. In questo periodo sperimenta l'utilizzo di nuove tecniche espressive come il legno, la pietra, la creta e l bronzo, lo si vede infatti partecipare regolarmente alle grandi esposizioni nazionali: alla Biennale di Venezia (1934-36-38), alla Triennale di Milano (1933-36-40) e alla Quadriennale di Roma (1935-39). Realizza in questo periodo numerose sculture monumentali tra cui il gigantesco gesso Mosè salvato dalle acque, alto sei metri, esposto alla Triennale di Milano nel 1933; La sete (1934), in pietra, dove riemerge il ricordo dei calchi di Pompei; il bronzo di Athena (1935), alto cinque metri; I morti di Bligny trasalirebbero (1936), ispirato al discorso di Mussolini contro le sanzioni economiche imposte all'Italia dopo l'occupazione dell'Etiopia del 1935; Il Leone di Giuda (1936), dedicato alla vittoria fascista sull'Etiopia; La Giustizia Corporativa, destinata al Palazzo di Giustizia di Milano; Il Gruppo degli Sforza (1938-39), opera destinata all'Ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano.[11]

La pitturaModifica

Negli anni 1939 e 1940 inizia a dipingere. Nel 1940 espone con successo le sue opere alla Galleria Barbaroux. Scrive, nel febbraio 1940, in alcune lettere indirizzate a Carlo Anti, rettore dell'Università degli studi di Padova:Io farò assolutamente il pittore […] la mia conversione non è un capriccio, ma è grande e forte come quella di Van Gogh[12] ee ancora Sono felice, la pittura mi diverte e mi dà altre speranze che ormai la scultura non mi dava più>>[13] Realizza tra il 1940-42 per il Palazzo dell'Arengario di Milano alcuni altorilievi: Il Tito Livio e La donna che nuota sott'acqua. In queste opere si muove verso una sempre maggiore libertà espressiva, convinto della necessità di superare la statuaria e che la scultura "se vuol vivere, deve morire nell'astrazione"[14]. Riprenderà questo tema nei suoi Colloqui sulla scultura[15].

Gli ultimi anniModifica

Nel 1942-44 si trasferisce a Venezia dove diventa insegnante di scultura presso l'Accademia di belle arti. Nell'estate del 1945 viene sospeso dall'insegnamento per aver aderito al fascismo. Rispetto a questa scelta aveva scritto: "Siccome morivo di fame con il giolittismo, ho creduto a questo movimento, cioè al fascismo"[16].

In conclusione della sua carriera artistica gli viene commissionata la realizzazione della statua dell'eroe virgiliano Palinuro (1946) per l'Università degli Studi di Padova; realizza anche il monumento funebre dedicato a un partigiano caduto, Monumento al partigiano Masaccio (1947). Infine progetta un'appendice al libretto La scultura lingua morta, comunicando i suoi pensieri allo scrittore Antonio Pinghelli, che li pubblicherà postumi, nel 1948, con il titolo Il trucco di Michelangelo.

Muore il 22 marzo 1947, colpito da paralisi cerebrale[17]. Tra i suoi allievi c'è l'artista Maria Lai.

RiconoscimentiModifica

Già nel 1948, gli viene tributato un omaggio postumo alla V Quadriennale di Roma. Nel 1967 la grande mostra monografica, allestita su progetto di Carlo Scarpa nel Convento di Santa Maria a Treviso, spinge l'amministrazione ad acquisire il Complesso di Santa Caterina, oggi sede principale dei Musei civici di Treviso. A lui sono dedicati numerose scuole italiane, tra le quali la scuola media statale di Santa Maria del Rovere a Treviso e il Liceo Artistico di Savona.

OpereModifica

 
Terrecotte. Galleria Il Milione, Milano, 1963
 
Annunciazione. Milano, 1963.
 
Milano, 1963

Arturo Martini nei MuseiModifica

Arturo Martini nelle collezioni privateModifica

NoteModifica

  1. ^ Arturo Martini, su treccani.it. URL consultato il 23 maggio 2019.
  2. ^ Gianni Vianello (a cura di), Arturo Martini l'ultimo grande interprete dell'imagine in scultura, 1979.
  3. ^ Il libro fu pubblicato a Faenza nel 1918.
  4. ^ L'opera rappresenta il primo libro a "scrittura asemantica" Contemplazioni (rist. anast. 1918), su IBS.it. URL consultato il 23 maggio 2019.
  5. ^ Le opere si trovano a Roma, presso la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea)
  6. ^ Gianni Vianello Montecarlo (a cura di), Arturo Martini-l'ultimo grande interprete dell'immagine in scultura - 17 opere degli anni Venti e Trenta, Busto Arsizio, Il calligramma, 1979.
  7. ^ Il bevitore, su http://pinacotecabrera.org. URL consultato il 23 maggio 2019.
  8. ^ Gianni Vianello (a cura di), Arturo Martini l'ultimo grande interprete dell'immagine in scultura, Busto Arsizio, Il Calligrammma, 1979.
  9. ^ Arturo Martini, La scultura lingua morta e altri scritti, a cura di Elena Pontiggia, Milano, Abscondita, 2001.
  10. ^ Arturo Martini l'ultimo grande interprete dell'immagine in scultura, p. 10.
  11. ^ Arturo Martini, La scrittura lingua morta e altri scritti, a cura di Elena Pontiggia, Milano, Abscondita, 2001.
  12. ^ Arturo Martini, Le lettere di Arturo Martini/con testi di Mario De Micheli, Claudia Gian Ferrari, Giovanni Comisso, Milano, Charta, 1992, p. 148.
  13. ^ Guido Perrocco, Arturo Martini, Roma, Editalia, 1962.
  14. ^ Arturo Martini, La scultura lingua morta e altri scritti, in Elena Pontiggia (a cura di), Carte d'artisti ; 15, Milano, Abscondita, 2016, ISBN 978-88-8416-743-9.
  15. ^ Martini Arturo, Colloqui sulla scultura : 1944-1945, in Memoranda. Arte, Treviso, Canova, 2006, ISBN 88-8409-174-8.
  16. ^ Le lettere di Arturo Martini, p.264
  17. ^ Carlo Carrà, Testimonianze su Arturo Martini, in Le tre Venezie.
  18. ^ Guida d'Italia - Calabria: dal Pollino all'Aspromonte le spiagge dei due mari le città, i borghi arroccati, Milano, Touring Editore, 2003. ISBN 8836512569
  19. ^ Gli amanti Martini, Arturo, su lombardiabeniculturali.it, 4 gennaio 2018. URL consultato il 22 marzo 2018.
  20. ^ L'amante morta Martini, Arturo, su lombardiabeniculturali.it, 4 gennaio 2018. URL consultato il 22 marzo 2018.
  21. ^ Busto di fanciulla Martini, Arturo, su lombardiabeniculturali.it, 4 gennaio 2018. URL consultato il 22 marzo 2018.
  22. ^ Enrico Magliano, Arturo Martini: il Gruppo degli Sforza, su ospedaleniguarda.it, 2 febbraio 2017. URL consultato il 6 settembre 2018.
  23. ^ Comune di Milano (a cura di), Il cimitero monumentale di Milano, guida storico-artistica, Silvana Editoriale, 1996, p. 137.

BibliografiaModifica

  • Arturo Martini, La scrittura lingua morta e altri scritti, Abscondita, 2001.
  • Gino Scarpa, Colloqui con Arturo Martini, Milano, Rizzoli, 1968.
  • Mario De Micheli, Claudia Gian Ferrari e Giovanni Comisso, Le lettere di Arturo Martini, Charta, 1992.
  • Guido Perocco (a cura di), Arturo Martini, Roma, Editalia, 1962.
  • Pontiggia Elena, Arturo Martini: la vita in figure, Monza, Johan & Levi, 2017.
  • Pontiggia Elena, I volti e il cuore. La figura femminile da Ranzoni a Sironi e Martini, catalogo della mostra, Verbania, Museo del Paesaggio 2017 ISBN 978-88-941034-3-4
  • Gianni Vianello, Claudia Gian Ferrari, Nico Stringa, Arturo Martini. Catalogo ragionato delle sculture, Neri Pozza, Vicenza, 1998
  • Nico Stringa, Arturo Martini, Gruppo editoriale L'Espresso, Roma, 2005
  • Gian Ferrari Claudia, Elena Pontiggia, Velani Livia (a cura di), Arturo Martini, Milano, Skira Editore, 2006, ISBN 8876249397
  • Antonella Crippa, Arturo Martini, catalogo online Artgate della Fondazione Cariplo, 2010, CC-BY-SA.
  • Maria Gioia Tavoni, Riproporre il silenzio per le Contemplazioni di Arturo Martini, Faenza, Fratelli Lega Editori, 2017

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