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Assedio di Gaeta e battaglia di Ponza

eventi bellici del 1435
Nota disambigua.svg Disambiguazione – "Battaglia di Ponza" rimanda qui. Se stai cercando l'omonimo scontro sui mari tra Aragonesi e Angioini nel 1300, vedi Battaglia navale di Ponza.

L'assedio di Gaeta e la conseguente battaglia di Ponza sono due eventi storici accaduti nel 1435. In quell'anno Alfonso il Magnanimo (Alfonso d'Aragona), nella lotta per impossessarsi del trono napoletano di Renato d'Angiò, si rivolgeva contro la roccaforte di Gaeta che ancora gli resisteva. Nel corso degli eventi veniva sconfitto e catturato dal genovese Biagio Assereto, e poi liberato dal Duca di Milano Filippo Maria Visconti.

Alfonso D'Aragona nella sua conquista del Regno di Napoli doveva eliminare la resistenza di Gaeta. La Repubblica di Genova, avversaria tradizionale degli Aragonesi, nel giugno del 1435 inviò a Gaeta, come comandante del presidio genovese in difesa della città, Francesco Spinola (?-1442), appartenente all'illustre famiglia genovese degli Spinola, signore di Pieve di Teco (dal 1426 al 1436).

Francesco Spinola a GaetaModifica

Spinola parte con due navi che recano i rifornimenti alla parte di Renato d'Angiò che contende il Regno di Napoli ad Alfonso d'Aragona, e dirige 800 uomini, di cui circa 400 sono balestrieri. Quando giunge a Gaeta viene subito acclamato governatore e immediatamente comincia a preparare le fortificazioni per una estrema e disperata difesa. Con lui a Gaeta si trova Ottolino Zoppo.

Alfonso d'Aragona mette allora la città sotto assedio e comincia a bombardarla. L'assedio dura a lungo, è pesante, ma la resistenza di Francesco Spinola non cede. Vari i modi e le invenzioni dei combattenti. I marinai genovesi da una caracca impediscono l'avvicinarsi di particolari macchine d'assedio con lunghe aste e lancio di sassi.

L'assedio di GaetaModifica

Gli assedianti decidono di prendere la città per fame. Mancando i viveri con cui sfamare la popolazione, lo Spinola allontana dalla città i vecchi e i bambini, circa 4000 persone, che trovano ricovero nel campo nemico grazie alla generosità di Alfonso. Rimangono solo pochi combattenti ormai allo stremo, che non possono più reggersi per la fame, ma lo Spinola non accetta neppure che si parli di resa, in ciò fidando nei soccorsi da Genova. In un combattimento Francesco Spinola è ferito da un dardo ad una coscia, e il suo presidio si trova decimato dalle malattie.
I Genovesi erano stati finanziariamente stremati dal sostegno alle continue guerre del Duca Filippo Maria Visconti, ma egualmente con un ultimo sforzo riescono ad armare una flotta di soccorso composta da 14 navi grosse, requisite in fretta dalla Repubblica per l'occasione, una navicella, 3 galee, con 7000 uomini a bordo.

Il Visconti nel frattempo invia in segreto un messo al re Alfonso per avvisarlo dell'arrivo della spedizione genovese e per incitarlo ad una battaglia navale di vittoria sicura. Il Duca milanese confidava infatti di procurare una sconfitta che avrebbe ulteriormente indebolito Genova e l'avrebbe resa ancora più sottomessa al suo dominio.[1]

La spedizione di Biagio AsseretoModifica

Il comando della spedizione genovese viene affidato a Biagio Assereto, un notaio che aveva abbandonato le carte per la spada e aveva già nel suo curriculum di capitano una serie di successi in vari scontri navali contro Fiorentini e Veneziani. Biagio Assereto agisce in veste di Cancelliere della Repubblica ed è assistito da Guido Torelli. Successivamente viene coadiuvato da Francesco Spinola, Filippo Giustiniani e Cipriano De Mari.

La sua spedizione parte quasi di nascosto per evitare celebrazioni premature dell'impresa, dicendo che avrebbero avuto senso solo se compiute a vittoria conseguita. Organizzato in ogni dettaglio il viaggio della sua piccola, ma efficiente flotta, Assereto salpa passando davanti a Recco e Portofino, e fa rotta per sud giungendo in vista di Gaeta.

Con questi navigli faticosamente allestiti Assereto si trova a fronteggiare la flotta aragonese numericamente superiore, sapendo che lo Spinola era stato ferito e che la resistenza di Gaeta era allo stremo.

Alfonso, con una flotta di 14 navi e 13 galee, forte di 13.000 combattenti gli dirige incontro. Alla notizia dell'arrivo delle navi genovesi gli aragonesi si erano mostrati euforici e sprezzanti per il fatto che i Genovesi avevano posto al comando delle loro navi un semplice notaio e perché essi, da uomini d'armi, si ritenevano ben più esperti e forti[2]. Alfonso invia Francesco Pandone a bordo dell'ammiraglia genovese per sondarvi le forze e gli intenti dell'avversario.
L'arroganza aragonese si accresce quando l'Assereto invia loro un messo a comunicare che non vi è ostilità da parte dei Genovesi poiché intendono solo portare vettovaglie ai gaetani: chiedono quindi che il re aragonese consenta loro di scaricare i rifornimenti, dopodiché sarebbero ripartiti con le loro navi.
Qualcuno, ricordando le sconfitte subite a Bonifacio, consiglia il re di non attaccare i Genovesi e di consentire loro quanto chiedevano e senza avere fretta, poiché unico esito di questo rifornimento sarebbe comunque un breve prolungamento dell'assedio. Ma Alfonso, determinato a combattere, risponde con una battuta di scherno alla proposta genovese.

Le cronache riportano che l'Assereto continuava a dormire poco, ad ispezionare le sue forze con pignoleria, a coordinare, a istruire i comandanti e gli equipaggi. Era un uomo modesto, ma concreto e non considerava altro che l'obiettivo da raggiungere. Prima della battaglia tenne un breve discorso in cui espose ai suoi il fatto che a bordo delle navi nemiche erano un re, dei principi, dei duchi, dei marchesi, dei conti e dei baroni che certamente avevano con sé oro, pietre preziose, vasi d'argento e altre cose di grande valore che in caso di vittoria sarebbero stati il premio degli equipaggi genovesi.

La battaglia di PonzaModifica

Gli eventi nei dintorni di Gaeta sembrarono inizialmente favorire gli Aragonesi; ma lo scontro decisivo del 5 agosto, al largo di Ponza, iniziato a mezzogiorno e protrattosi senza sosta fino alle dieci di sera, diede la vittoria alla flotta genovese.

I fatti sono narrati dal letterato Ciriaco d'Ancona all'amico Francesco Scalamonti, un mese dopo la battaglia fatti:

«E per uno stratagemma dei Genovesi, avresti potuto vedere levarsi tra le navi del re, per tenere a freno i soldati inesperti di combattimenti navali, nubi fumose e caliginose di calce sparsa e globi di fiamme. Poi avresti potuto scorgere soprattutto, spettacolo miserevole, navi squassate, battute e spezzate dalla violenza delle cannonate e semi-sommerse dalle onde, e infine marinai naufraghi andar giù attraverso le onde, tra i banchi e i remi e gli scudi, e cadaveri ondeggiare tra i flutti rosseggianti di sangue.»

La vittoria premiava i Genovesi ben oltre le loro speranze. Oltre al bottino erano importanti prigionieri di cui chiedere il riscatto, tra i quali lo stesso re Alfonso e i suoi fratelli, il re di Navarra, il Gran Maestro di San Jacopo, il duca di Sessa, il principe di Taranto, Meneguccio dell'Aquila capitano di 500 lance, e gran parte del suo seguito, oltre a molte navi aragonesi. Una sola nave aragonese si era salvata e le perdite di Alfonso ammontavano a 600 morti e 5.000 prigionieri.

Alfonso V, preso a bordo della capitana, volle conoscere i comandanti delle navi. Elogiò Biagio Assereto per l'abilità, la prudenza, il coraggio; ma quando si trattò di consegnare la propria spada secondo il cerimoniale della prigionia, non volle sopportare l'umiliazione di consegnarla ad un avversario di un adeguato livello sociale, essendo per lui solo un semplice notaio di provincia. L'Assereto pretendeva invece tale onore, pare lo sollecitasse, ma il suo desiderio non fu esaudito. Tra i Genovesi era Gianni Giustiniani, dei Giustiniani di Scio, nobile, seppur di recente. Solo a lui il re consentì di cedere la spada, ed altrettanto fecero i suoi fratelli.

Assereto diede notizia della vittoria a Genova e a Filippo Maria Visconti con una relazione esemplare per dignitosa moderazione e modestia. A Genova fu festa grande per tre giorni. Il bottino era di dimensioni mai viste e venne, come promesso, distribuito ai membri dell'equipaggio. Al Governatore genovese ed agli Anziani vennero riservate le croci, i libri, i paramenti, i candelabri e tutti gli altri oggetti sacri che avrebbero adornato la chiesa di San Domenico. La vittoria aveva conseguito inoltre il risultato di evitare che i catalani potessero escludere Genova dai traffici per il Levante.

La città si attendeva ora l'arrivo della parte spettante per i riscatti, ammontante a cifre immense. Ma la vittoria ebbe per l'ammiraglio e per la sua città altre conseguenze.

Il mutamento nella politica di Filippo Maria ViscontiModifica

Filippo Maria Visconti dapprima cercò di convincere il Senato genovese e l'Assereto a proseguire la guerra occupando la Sicilia, ma l'ammiraglio rifiutò perché per concludere una simile impresa di terra mancavano sufficienti truppe e denaro.

Il Duca ordinò di sbarcare il re ed i prigionieri a Savona e di consegnarli a lui e non a Genova; questa volta l'Assereto obbedì, pur privato del meritato trionfo in città. Assereto ricevette in premio il feudo di Serravalle, per il quale accettò di sottoscrivere un atto di obbedienza che gli alienò le simpatie della sua città e lo sottopose a varie accuse, tra cui quella, volta ad incitare le ciurme alla ribellione contro di lui, di non versare le paghe a tempo dovuto.

Alfonso ed il seguito furono portati a Milano alla corte di Filippo Maria Visconti. Tra i prigionieri era il re di Navarra che rifiutava di muoversi per una questione di etichetta: voleva fare il viaggio sotto un baldacchino perché glielo imponeva il rango.

Dalla situazione per lui difficilissima Alfonso uscì grazie al mutato e imprevedibile atteggiamento del Visconti. A questo proposito le versioni sono contrastanti.
Gli storici genovesi affermano che Filippo Maria fosse uomo controverso, dai nervi deboli e dal carattere ombroso, nonché superstizioso cabalista (questo nella tradizione di luci ed ombre dei personaggi di questa famiglia).
Per tre giorni il Duca rifiutò di vedere Alfonso, in attesa di un giorno astrologicamente propizio. Ma quando lo incontrò, lo ossequiò, si tolse il berretto, si inginocchiò.
L'Aragonese come ammiraglio era uno sconfitto, ma era un abile argomentatore: persuase Filippo Maria che commetteva un grave errore parteggiando per i Francesi che volevano riprendersi Genova e magari anche Milano. Lui stesso era stato sconfitto più a causa dei Francesi che del Duca, ed altre ragioni. Il Visconti, memore del pensiero del padre Gian Galeazzo in merito ai Francesi che intendeva escluderne l'azione dall'Italia, si lasciò convincere e preferì accordarsi con il re.

Filippo Maria tralasciò di esigere il riscatto, per il quale si doveva versare una prima rata di 30.000 fiorini, e tributò onori e festeggiamenti ad Alfonso, gli offrì doni, si disse onorato d'averlo a convitto. E mandò a Genova i suoi fidi per ordinare che si apprestassero sei grosse navi e si pagasse il soldo alle ciurme per riportare Alfonso d'Aragona e i suoi uomini a Napoli, che adesso anche Filippo Maria considerava regno di Alfonso.

Gli storici milanesi considerano invece la manovra di Filippo Maria come un'abile e machiavellica politica del doppio gioco. In questa versione il Visconti il 21 settembre 1435 riceveva a Milano i rappresentanti angioini con i quali firmava un contratto della durata di settant'anni nel quale, fra le clausole, figurava quella che Renato d'Angiò avrebbe assoldato a Milano 1.500 uomini d'arme per conquistare il regno di Napoli. Ma allo stesso tempo, dalla versione di Pier Candido Decembrio, l'8 ottobre firmava due trattati in cui Alfonso si obbligava a restituire Lerici e Portovenere a lui e non alla Repubblica genovese, ed a prestargli aiuto contro Genova qualora questa gli si fosse ribellata.

In cambio il Visconti forniva ad Alfonso l'aiuto per riconquistare il Regno di Napoli fornendo 3.000 cavalli, il doppio di quanto pattuito con gli angioini, e l'impegno di convincere i Genovesi a non ostacolare l'impresa.

Il Duca rimise in libertà Alfonso, e permise ai suoi fratelli, l'infante don Enrico e Giovanni di Navarra, di recarsi in Spagna per chiedere rinforzi.
Filippo Maria e Alfonso intendevano spartirsi così l'Italia: al secondo, con l'appoggio del primo, la conquista a sud del Regno di Napoli, e quindi un'alleanza con il Ducato visconteo, già padrone di buona parte del nord, che avrebbe dominato la penisola.

I Genovesi, umiliati dal Visconti, ricevevano i Gaetani che li mettevano in guardia e li supplicavano di inviare loro un podestà. Tentarono di convincere il duca di Milano a desistere dai suoi piani e mandarono ambasciatori a Milano, ma, dal racconto del Foglietta, Filippo Maria subito li accolse freddamente e poi si indispettì quando gli parlarono apertamente della questione e li congedò bruscamente imponendo loro di abbandonare la parte dell'Angiò, di dimenticare le offese dei Catalani e di accattivarsi la benevolenza di Alfonso.

A Genova non restava che liberarsi dal dominio visconteo, come fece poco tempo dopo.

I monumenti di Francesco Spinola e Biagio AsseretoModifica

Le scelte politiche di Filippo Maria Visconti comportarono successive opposte vicende nella vita ai due principali artefici della sconfitta di re Alfonso.

Biagio Assereto, compromesso in Genova con la parte filo milanese, fu incolpato del voltafaccia di Filippo Maria e messo al bando. Ricevuta dal Visconti la carica di governatore a Milano e conte di Serravalle Scrivia, ricoprì per lui ancora nel 1437 la carica di commissario ducale di Parma e di comandante dell'armata milanese nella guerra contro Venezia. Sempre legato a Milano passava poi al servizio di Francesco Sforza e sconfiggeva a Chiusa d'Adda e a Casalmaggiore l'ammiraglio veneziano Querini, costringendolo alla ritirata nelle lagune.
Infine Assereto abbandonava le armi e si ritirava nel suo feudo di Serravalle, dedicandosi alle frequentazione di amici e agli studi letterari; in questo campo fu anche amico di Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II dal 1458.
Morì a Serravalle Scrivia il 25 aprile 1456, e fu sepolto nella chiesa arcipresbiteriale di Serravalle Scrivia. Qui, sulla sua tomba, sta l'iscrizione:

«Biagio Assereto, generale delle galee della Serenissima Repubblica di Genova, fece prigionieri due re, un Infante, trecento cavalieri. Mori l'anno 1456»

Francesco Spinola diresse la successiva ribellione di Genova del 1435 contro il Duca di Milano. Morto nel 1442, fu tumulato in San Domenico. Il corpo era posto nel sarcofago greco-romano che gli era stato donato a Gaeta, sopra il quale era posta la sua statua a cavallo. Il cenotafio fu preparato poco prima della sua morte, nel 1436. Ai lati della sua statua equestre sono i due angeli reggi-cortina laterali, il tutto scolpito dal maestro ticinese Michele D'Aria. Dopo la demolizione di San Domenico, avvenuta nel 1825 per far posto al teatro Carlo Felice, il monumento ebbe alcuni spostamenti, e il sarcofago si trova oggi al Museo di Sant'Agostino, mentre la statua equestre sta nell'atrio di palazzo Spinola, sede della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola.

NoteModifica

  1. ^ G.Caridi, Alfonso il Magnifico, Salerno Ed., 2019, pag.154
  2. ^ Centinaia di baroni napoletani, siciliani e iberici si recarono a partecipare alla battaglia come se fosse una festa, e godere d'una vittoria sicura, gente di gala e corte e così andava l'armata reale piena di cortigiani e di tutta la cavalleria di questi regni. G.Caridi Alfonso il Magnanimo, Salerno Ed., 2019, pag.154

BibliografiaModifica

  • G.Caridi, Alfonso il Magnanimo, Salerno Editrice, Roma, 2019

Voci correlateModifica

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