Assedio di Pavia (773-774)

Assedio di Pavia
Psalterium aureum 140 Ioab.jpg
Cavalleria carolingia. Illustrazione del salmo 60 nel Golden Psalter of St. Gallen, c. 890.
Datasettembre 773 - 5 giugno 774
LuogoPavia
EsitoVittoria decisiva franca
Modifiche territorialiAnnessione del regno longobardo da parte dei Franchi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
10 000 - 40 0002 500 - 10 000
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L'assedio di Pavia fu condotto dalle armate del re franco Carlo Magno[1] (742-814) presso Papia (oggi Pavia), allora capitale del Regno longobardo tra il 773 e il 774.[2]

L'assedio portò alla vittoria dei Franchi e determinò la dissoluzione del regno longobardo e l'annessione dei suoi domini a quelli del regno franco.

AntefattoModifica

Il re longobardo Desiderio riuscì a tessere un'importante rete di alleanze con i suoi confinanti, riuscendo a combinare i matrimoni tra le proprie figlie e i rispettivi sovrani: Liutperga andò in sposa a Tassilone III di Baviera, mentre Gerberga e una figlia di cui non è noto il nome[3] furono promesse ai figli del re dei Franchi Pipino il Breve, Carlo e Carlomanno[4].

Nel 771 Carlomanno morì e Carlo, appena divenuto unico re dei Franchi, rivide le proprie alleanze e decise d'interrompere il proprio legame con la figlia di Desiderio[5]. Gerberga, temendo probabilmente per la sua vita e quella dei propri figli, lasciò il regno e trovò asilo presso il cognato Tassilone e poi presso il padre Desiderio. Questi due avvenimenti portarono al deterioramento delle relazioni franco-longobarde.

Dopo la morte di papa Stefano III, nel 772 salì al soglio pontificio Adriano I, papa fortemente anti-longobardo e filo-franco. Dopo il rifiuto di incoronare i figli di Gerberga, Desiderio decise di mettere sotto assedio Ravenna. Il papa inviò come ambasceria il capo della fazione longobarda, Paolo Afiarta, approfittando della sua assenza per indebolire i simpatizzanti dei longobardi e far condannare a morte lo stesso Afiarta. Dopo l'esecuzione di quest'ultimo, Desiderio per ritorsione invase il Montefeltro e le città di Senigallia, Gubbio e Urbino, minacciando di marciare direttamente su Roma. Nonostante la possibilità di catturare la città, Desiderio decise di ritirarsi, ritornando nella Langobardia Maior, rifiutando tuttavia di restituire i territori conquistati al Patrimonio di San Pietro. Perciò nel 773 i Franchi, su richiesta del papa, scesero in Italia con un'armata composta da almeno 10 000 soldati (secondo alcuni 40 000), guidati da Carlo stesso e da suo zio Bernardo. Dopo aver attraversato le Alpi e la Val di Susa, aggirando le fortificazioni longobarde, le forze franche raggiunsero la capitale longobarda nel settembre dello stesso anno.

AssedioModifica

I Franchi cinsero d'assedio l'impreparata città e Desiderio, nonostante la città fosse destinata a cadere, rimase a Pavia, mentre suo figlio, nonché coregnante Adelchi venne mandato a Verona per proteggere Gerberga e i figli di Carlomanno.

Durante l'assedio i Franchi conquistarono gli altri territori longobardi nei primi mesi del 774, e approfittando della facilità dell'assedio, Carlo, con la moglie Ildegarda e i figli, si recò in visita a Roma per trascorrere la Pasqua. Il papa ne approfittò per ribadire le sue richieste su diversi territori caduti in mano longobarda, tra cui Venezia e l'Istria e i grandi ducati longobardi di Spoleto e Benevento.

Poiché nessuno era venuto in soccorso della capitale longobarda, e con l'inizio di una carestia dovuta al fatto che i Franchi controllavano le campagne lombarde, Desiderio si arrese a Carlo il 5 giugno 774 e fu esiliato, con la moglie Ansa e il resto della famiglia, presso il monastero di Corbie, in Francia (altri[Chi?] sostengono presso Liegi, nell'attuale Belgio).

ConseguenzeModifica

Con la resa di Desiderio, Carlo Magno assunse il titolo di rex Langobardorum, mentre Gerberga e i figli furono catturati dopo la caduta di Verona, avvenuta probabilmente nei primi mesi del 774, e furono esiliati con il resto della famiglia reale longobarda presso il monastero di Corbie.[6][7] Adelchi invece riuscì a fuggire verso Benevento e poi verso Costantinopoli, dove ottene la protezione dell'imperatore Costantino V.

Il ducato di Benevento, grazie alla propria alleanza con l'Impero romano d'Oriente rimase l'unico baluardo dell'ormai sconfitto Regno longobardo, dal momento che altri importanti ducati, quali quelli di Spoleto[8] e Friuli[9] erano stati sottomessi dai Franchi, e il duca Arechi II, che aveva sposato la figlia di Desiderio con Adelperga, assunse il titolo di princeps Langobardorum, rivendicando così l'eredità del regno di Pavia.[10]

NoteModifica

  1. ^ L'attributo Magnus (“il Grande”, in latino) fu usato per la prima volta dal biografo di Carlo, Eginardo, nell’opera Vita et gesta Caroli Magni, databile tra l'817 e l'833 (termini post quem e ante quem), comunque successiva alla morte di Carlo (814). Nessuno, dunque, lo chiamò mai in vita Carolus Magnus o Karolus Magnus. Qui, tuttavia, adoperiamo il nome con cui è più noto in italiano, Carlo Magno, per introdurlo, dopodiché passiamo al nome originale Carlo, tranne in caso di omonimia.
  2. ^ Le Vicende politiche dalla preistoria all'età sforzesca, Il polifilo, 1973. URL consultato il 31 dicembre 2018.
  3. ^ A volte indicata come Desiderata o Beretrada, mentre Alessandro Manzoni le diede il nome di Ermengarda.
  4. ^ Antonio Palo, La conquista franca di Pavia e la fine del regno longobardo (774), su Storia Romana e Bizantina, 5 giugno 2017. URL consultato il 31 dicembre 2018.
  5. ^ Nelle fonti non è chiaro se il matrimonio fosse stato celebrato o meno.
  6. ^ Gerbèrga (figlia di Desiderio) - Sapere.it, su www.sapere.it. URL consultato il 31 dicembre 2018.
  7. ^ Gerbèrga nell'Enciclopedia Treccani, su www.treccani.it. URL consultato il 16 dicembre 2020 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2020).
  8. ^ Dopo la morte del duca Teodicio gli succedette un certo Ildeprando, di nomina papale. Dopo le accuse di aver preso parte alla congiura di Rotgaudo duca del Friuli, divenne un oppositore del papato e suddito del re franco.
  9. ^ Il duca Rotgaudo, dopo la sconfitta longobarda, ordì una congiura per riportare sul trono Adelchi (figlio di Desiderio) con il supporto dei Bizantini e del principe beneventano Arechi II, tuttavia fu sconfitto e ucciso, sancendo la fine del ducato friulano (annesso al Regno d'Italia).
  10. ^ ARECHI II in "Dizionario Biografico", su www.treccani.it. URL consultato il 31 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale il 26 settembre 2018).

BibliografiaModifica