Atto e potenza

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Atto e potenza sono una coppia di termini complementari utilizzati in filosofia da Aristotele per spiegare il perenne divenire dei fenomeni naturali, ed ai quali egli riconduce non solo le leggi dell'ontologia, ma anche dell'etica, della psicologia umana, e della conoscenza stessa.

La germinazione di una pianta dal seme, con cui questo passa gradualmente dalla potenza all'atto.

Storia dei concettiModifica

Aristotele introdusse i concetti di «atto» (nel latino scolastico actus, traduzione del greco ἐνέργεια, energheia)[1] e «potenza» (in greco δύναμις, dynamis),[2] associandoli rispettivamente a quelli di forma e materia, per cercare di risolvere la contraddizione ontologica tra l'Essere statico di Parmenide e il perenne divenire di Eraclito.

Facendo di ogni ente un sinolo, cioè un'unione indissolubile di questi due principi, Aristotele vedeva la materia animata da un suo modo specifico di evolversi, da una possibilità che essa tende a mettere in atto. Ogni mutamento della natura è quindi un passaggio dalla potenza alla realtà, in virtù di un'entelechia, di una ragione interna che struttura e fa evolvere ogni organismo secondo leggi sue proprie, ovvero secondo la sua forma.

 
La crescita di una pianta, con cui essa tende a realizzare la propria entelechia.

Ad esempio un seme possiede già dentro di sé la pianta in potenza, senza la quale non potrebbe svilupparsi, mentre la pianta rappresenta viceversa il seme in atto.[2] Il non-essere in tal modo non si contrappone più rigidamente all'essere, ma vengono conciliati ammettendo un passaggio dal primo come possibile (anteriore al proprio compiersi) verso il secondo come necessario (una volta che si sia compiuto).[2] Cercando anche di superare il dualismo di Platone tra il mondo delle idee ed i fenomeni sensibili, Aristotele sostenne così l'immanenza dell'universale nella sostanza.

Allo stesso modo si svolge il processo della conoscenza quando l'intelletto umano non si limiti a recepire passivamente le impressioni sensoriali, ma assuma un ruolo attivo che gli consenta di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l'essenza in atto. Su queste basi Aristotele distinse un intelletto potenziale, che «diventa tutte le cose», da un intelletto attivo che invece «tutte le produce», perché «la sua sostanza è l'atto stesso».[3] Ad esempio, come è l'udito a dare vita al suono, facendolo passare all'essere, o come la luce rende attuali i colori che sono solo potenzialmente visibili,[4] allo stesso modo ciò che esiste in potenza può passare all'atto solo per il tramite di un pensiero supremo, produttivo, che abbia già in sé tutte le forme.[5]

La potenzaModifica

Per Aristotele l'essere in potenza è inferiore all'essere in atto: il primo è da lui designato come materia, il secondo come forma. La potenza può essere tuttavia attiva quando abbia la capacità di produrre da sé un'evoluzione verso la forma, mentre è passiva se si limita a subirla.[2]

In seguito, con l'avvento della filosofia neoplatonica, che verrà inglobata dalla nuova concezione cristiana dell'Essere, la potenza o dynamis subirà un capovolgimento di significato, passando a indicare l'infinita energia spirituale creatrice dell'Uno, nel quale anche l'infinito riceve una connotazione di superiorità rispetto al finito.[6] Secondo il Lloyd si tratterebbe di un concetto di potenza attiva anteriore allo stesso Aristotele e restaurato da Plotino.[7]

La concezione della potenza come potere attivo di sviluppo, anziché pura possibilità logica, permeerà i diversi esponenti della filosofia occidentale che si richiameranno direttamente o indirettamente al neoplatonismo.[8] Ad esempio in Schelling la potenza è uno dei principi del dinamismo della natura, in virtù del quale ogni livello della sua scala evolutiva deriva dalla trasformazione di quello precedente.

L'attoModifica

L'atto è definibile come l'esistenza dell'oggetto realizzata, perfettamente corrispondente alla sua forma (integritas rei); in senso aristotelico si oppone alla potenza che l'atto precede ontologicamente come sua meta.[1]

 
Dante e Beatrice nell'Empireo contemplano l'essere di Dio, primo motore immobile in quanto pienamente realizzato.

Prima che l'atto si realizzi completamente, esso può tuttavia convivere con la potenza, essendo la sua opera di attuazione solo in parte adempiuta. Così ad esempio la virtù, in ambito etico, viene interpretata analogamente come lo sforzo attraverso il quale si cerchi di adeguare la propria esistenza potenziale all'essenza interiore in atto. Ne consegue l'identificazione di essere e valore: quanto più un ente realizza la propria ragion d'essere, tanto più esso vale.

Atto puroModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Primo motore, Azione (filosofia) e Attualismo (filosofia).

Atto puro è l'atto completamente realizzato, senza più potenza. In Aristotele esso è Dio, il motore immobile,[9] il quale non ha bisogno di realizzarsi ulteriormente, ed è completamente privo di materia.

La materia, infatti, di per sé esprime solo la possibilità, la potenza, di acquisire una forma in atto nella realtà. E perché il possibile diventi reale, occorre che ci sia già una forma in atto, un essere completamente attuato.[10] Il passaggio dalla potenza (materia) all'atto (forma), che costituisce il divenire, è tale da poterlo concepire teoricamente come senza fine, poiché ogni atto diviene potenza per un atto successivo,[11] ma questo d'altronde può avvenire perché soltanto un essere contenente in sé tutte le forme fa da motore all'evoluzione di un ente in potenza, un essere che abbia realizzato tutte le possibilità materiali, e quindi non avendole dentro di sé sia allora un atto puro.[12]

In seguito, l'espressione venne adottata dall'idealismo, in cui atto puro è l'Assoluto. Anche qui tuttavia si è assistito ad un mutamento di significato per opera del neoplatonismo, per il quale l'atto non è più qualcosa di statico ma di dinamico, in quanto dotato di infinita potenza: esso diventa azione,[13] il farsi dell'Io incondizionato entro i limiti dell'agire etico.[14]

Anche il neoidealismo italiano, riprendendo il concetto, lo attribuisce al pensiero: nell'attualismo di Giovanni Gentile, infatti, atto puro è il «pensiero nel momento stesso che pensa», cioè l'autocoscienza nel momento attuale, presente, in cui si manifesta lo spirito: questo comprende tutto l'esistente, così come la totalità del tempo. In altre parole, non i singoli enti pensati, ma l'atto pensante che sta loro a monte rappresenta l'unica realtà che il filosofo riconosce.[15]

NoteModifica

  1. ^ a b Atto, in Dizionario di filosofia, Treccani, 2009.
  2. ^ a b c d Potenza, in Dizionario di filosofia, Treccani, 2009.
  3. ^ Aristotele, L'anima, III, 5, 430a 10.
  4. ^ Aristotele, Sull'anima, 430 a 17.
  5. ^ Aristotele, Sull'anima, libro III, in F. Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, pag. 92, Mondadori, Milano 2000.
  6. ^ Dario Antiseri, Giovanni Reale, Storia della filosofia: Dal cinismo al neoplatonismo, volume 2, Giunti, 2014.
  7. ^ Anthony C. Lloyd, Neoplatonic Logic and Aristotelian Logic, in "Phronesis", 1 (1955), pp. 58-72.
  8. ^ Francesco Romano, R. Loredana Cardullo, Dynamis nel neoplatonismo, La nuova Italia, 1996.
  9. ^ Secondo la recente traduzione della Metafisica di Enrico Berti, basata sui manoscritti della famiglia alpha della Metafisica, Aristotele non avrebbe usato propriamente il termine "atto", ma soltanto "in atto", poiché non si tratterebbe di un nominativo ma di un dativo, caso con cui si rende il complemento di stato in luogo nel greco antico. Il motore immobile è dunque in atto poiché è sostanza, ed atto è la condizione che inerisce la sostanza. La traduzione "atto puro" è dovuta ad un'aggiunta rispetto alla versione originale, operata da Alessandro di Afrodisia. (in Silvia Fazzo, Il libro Lambda della Metafisica di Aristotele, Napoli, Bibliopolis 2012 e Commento al libro Lambda della Metafisica di Aristotele, Napoli, Bibliopolis, 2014).
  10. ^ Nella famosa questione se sia nato prima l'uovo o la gallina, ad esempio, Aristotele risponderebbe che la priorità spetta alla gallina (forma in atto) che facendo l'uovo (materia potenzialmente pulcino) dà a questo la possibilità di attuarsi, di assumere la forma di pulcino (in atto)
  11. ^ Nell'esempio precedente il pulcino, atto rispetto all'uovo, sarà nello stesso tempo potenza rispetto al pollo che diverrà.
  12. ^ Puro perché in lui non c'è la presenza della materia considerata impura e corruttibile.
  13. ^ AA.VV., Sophia: rivista internazionale di fonti e studi di storia della filosofia, volume 5, pag. 148, J. Benjamin, 1937.
  14. ^ «Io non sono se non attività. [...] Io debbo nel mio pensiero partire dall'io puro, e pensarlo come di per sé assolutamente attivo: non come determinato dalla realtà, ma come determinante la realtà» (Johann Gottlieb Fichte, seconda introduzione alla Dottrina della scienza, [1798], in Grande Antologia Filosofica, vol. XVII, pag. 962 e segg., Marzorati, Milano 1971).
  15. ^ «Attualismo», in Enciclopedia Treccani.

BibliografiaModifica

  • Edith Stein, Potenza e Atto. Studi per una filosofia dell'essere, Roma, Città Nuova, 2006.
  • Aa.Vv., Dynamis. Autour de la puissance chez Aristote, a cura di Michel Crubellier, Louvain-la-Neuve, Peeters, 2008.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

  • Atto, in Dizionario di filosofia, Treccani, 2009.
  • Potenza, in Dizionario di filosofia, Treccani, 2009.
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