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Aurelio Baruzzi
Aurelio Baruzzi.jpg
9 gennaio 1897 – 4 marzo 1985
Nato aLugo
Morto aRoma
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataFlag of Italy (1860).svg esercito
ArmaFanteria
GradoGenerale di brigata
Decorazionimedaglia d'oro al valor militare
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Aurelio Baruzzi (Lugo, 9 gennaio 1897Roma, 4 marzo 1985) è stato un militare italiano, medaglia d'oro al valor militare.

Indice

BiografiaModifica

Figlio di Giovanni e di Pia Cortesi, si diplomò ragioniere all’Istituto tecnico di Ravenna, trovando subito impiego in una banca locale.

Nel febbraio 1915 si arruolò volontario nel Regio esercito come allievo sergente del 41º Reggimento fanteria, col quale entrò nella prima guerra mondiale il seguente 24 maggio. Nel dicembre di quell'anno fu nominato sottotenente di complemento e assegnato al 28º Reggimento fanteria. Pochi giorni dopo, il 22 dicembre, ricevette una prima medaglia di bronzo al valor militare per il suo comportamento durante la Seconda battaglia dell'Isonzo, nei combattimenti sui monti Sabotino e Podgora.

Nel corso della Sesta battaglia dell'Isonzo si rese protagonista di eccezionali atti di valore, tra cui uno degli episodi più strabilianti della Grande guerra. Durante tale offensiva, precedendo l'attacco del reggimento, il 6 agosto si lanciò all'assalto di una postazione d'artiglieria austriaca, alla testa di un piccolo reparto di bombardieri a mano, riuscendo a neutralizzarla e catturando quattro lanciabombe e i militari addetti al tiro.

L'indomani l'avanzata del suo reggimento verso Gorizia era bloccata da una forte postazione nemica dotata di mitragliatrici, insediatasi in una galleria ferroviaria della linea Lucinico-Gorizia e inattaccabile dall'artiglieria, lasciata a proteggere l'arretramento delle linee austriache. Ripetuti tentativi di attacco frontale erano falliti, con pesanti perdite umane per la fanteria italiana.

Baruzzi, forte del prestigio derivante dall'azione del giorno precedente, propose ai suoi superiori di lasciargli guidare un nuovo assalto con una ventina di bombardieri a mano. L'idea era di riuscire a posizionarsi ai lati della galleria e trovarsi a distanza utile per lanciare all'interno delle bombe a mano incendiarie e fumogene di "tipo Thévenot", in modo da consentire ai fanti di raggiungere l'obbiettivo con il minor numero di perdite possibile. Ritenendo l'azione pressoché inattuabile, gli vennero concessi solo quattro uomini. Sentiti i quattro volontari, Baruzzi decise di tentare ugualmente.

All'alba dell'8 agosto i cinque militari italiani lasciarono la trincea e, non visti, riuscirono a portarsi all'imbocco della galleria, presidiata da alcuni ignari austriaci. Baruzzi li prese prigionieri e, sul momento, decise di cambiare completamente strategia : riuscì a convincerli di essere alla testa di un intero battaglione attestato d'intorno e pronto all'assalto. Loro tramite, offrì la facoltà di resa al reparto austriaco, garantendo salva la vita ai prigionieri. Dopo breve trattativa le condizioni vennero accettate e fu così che Baruzzi e i suoi quattro bombardieri a mano incanalarono verso le linee italiane la colonna di prigionieri austriaci, composta da duecento fanti e dai loro ufficiali, sotto gli sguardi increduli dei commilitoni. L'azione comportò la cattura di ingenti scorte di materiale bellico, oltre ad aprire la via di Gorizia.

Assicurati i prigionieri alla custodia italiana, Baruzzi e i suoi bombardieri a mano non si attardarono in convenevoli e, imboccata la galleria, si diressero speditamente verso Gorizia che raggiunsero in giornata, attraversando a nuoto l'Isonzo. Arrivati a Gorizia, appena sgomberata dalle truppe austriache e semidistrutta dai bombardamenti, presero formalmente possesso della città innalzando la bandiera italiana sul pennone della stazione ferroviaria.

Il forte valore simbolico dell'atto e le eclatanti imprese dei giorni precedenti valsero a Baruzzi la medaglia d'oro al valor militare, assegnata il 4 settembre 1916, motu proprio, dal re Vittorio Emanuele III.[1] Per l'occasione venne organizzata una cerimonia in grande stile e la decorazione fu gli consegnata personalmente sul campo dal Duca d'Aosta, davanti alle rappresentanze schierate di tutti i Reggimenti della 3ª Armata, mentre alcuni aerei sorvolavano la spianata lanciando fiori.[2][3][4][1].

Nell'ottobre successivo venne promosso tenente e inserito nei ruoli del servizio permanente per merito di guerra. Nel 1917 entrò nei Reparti d'assalto del Reggimento, partecipando a varie azioni, e nell'ottobre di quell'anno venne promosso capitano.

Durante la Battaglia del Solstizio, il 19 giugno 1918 il battaglione di Arditi venne inviato a sostenere l'azione della Brigata "Perugia". Il reparto comandato da Baruzzi si spinse molto in profondità oltre le linee nemiche e nei pressi di Meolo venne accerchiato dagli austriaci e neutralizzato dopo un'accanita resistenza.

La notizia della presunta morte di Baruzzi sollevò una grande impressione sia tra i commilitoni, sia nell'opinione pubblica per la quale l'impavido tenente era ormai diventato un personaggio romanzesco. Nel bollettino di guerra del 30 giugno le autorità militari precisarono che, nonostante le ricerche sui luoghi dello scontro, il cadavere di Baruzzi non era stato trovato e che era possibile fosse ferito e prigioniero. Tale comunicato, forse emesso per dare una speranza e alleviare lo sconforto, si rivelò invece vero.

Era la seconda volta che veniva preso prigioniero e nella prima occasione era riuscito a fuggire dopo poche ore. Questa volta gli austriaci erano ben decisi a non lasciarselo scappare e lo trasferirono prima a Lubiana e poi in un campo di prigionia in Austria. Da Lubiana il 26 giugno, ebbe la possibilità di inviare un messaggio alla famiglia : «Sono illeso. Saluti. Baruzzi». Giunta a Lugo il 7 luglio, la notizia rimbalzò su tutti i quotidiani.

Frattanto nel campo di prigionia Baruzzi stava "prendendo le misure" ai suoi carcerieri e trovò ben presto il sistema di fuggire. Dopo aver attraversato le Alpi a piedi, verso la fine di luglio comparve alle sentinelle degli avamposti italiani in ottima salute, armato e in compagnia di una pattuglia di fanti ungheresi che aveva incontrati nel tragitto e fatti prigionieri.

Restò in servizio nell'esercito dopo la conclusione del conflitto, raggiungendo il grado di generale, e descrisse in due libri gli eventi bellici a cui aveva preso parte.

CuriositàModifica

OpereModifica

  • Aurelio Baruzzi, Quel giorno a Gorizia. vol. 1 - Dall'inizio della guerra alla battaglia di Gorizia, Gaspari, 1999, ISBN 88-86338-32-5.
  • Aurelio Baruzzi, Quel giorno a Gorizia vol. 2 - Sull'Altipiano di Asiago, sul Piave, la prigionia e la fuga, Gaspari, 2002, ISBN 88-86338-97-X.

OnorificenzeModifica

  Medaglia d'oro al valor militare
«Comandante di un reparto di bombardieri a mano, si slanciava per primo in un camminamento austriaco, catturandovi uomini e materiali. Due giorni dopo, accompagnato da soli quattro uomini, irrompeva in un sottopassaggio della ferrovia apprestato a difesa, contro il quale si erano spuntati gli attacchi dei due giorni precedenti, intimando audacemente la resa a ben duecento uomini, che venivano catturati unitamente a due cannoni e ricco bottino di armi e materiale. Più tardi partecipava al passaggio a guado dell’Isonzo, si spingeva in Gorizia e nella stazione innalzava la prima bandiera italiana.[5]»
— Gorizia, 6-8 agosto 1916.
  Medaglia di bronzo al Valor Militare
— Isonzo, 4 novembre 1915
  Medaglia di bronzo al Valor Militare
«Comandante del reparto arditi del reggimento, già duramente provato in precedenti combattimenti, in una critica situazione, alla testa dei propri uomini, contrattaccava il nemico che minacciava di aggiramento altri reparti, infliggendogli gravi perdite, inseguendolo e facendo numerosi prigionieri. Venuto a trovarsi isolato con pochi uomini a circa due chilometri avanti alle altre truppe, assalito da forze soverchianti, si difendeva strenuamente entro una casa, finché veniva circondato e sopraffatto.»
— Cà Ninni (Piave), 19 giugno 1918
  Croce di guerra al valor militare
«Comandante della riserva, manifestatosi un violento attacco nemico, riuniva prontamente i propri dipendenti e li scaglionava a rinforzo del tratto di linea già attaccato. Incitava tutti alla resistenza e alla calma, con l'esempio e con la parola; sebbene colpito da malore, continuava la sua opera attiva per tutta la durata del combattimento.»
— Chiaf-Coint (Valona), 23 luglio 1920

NoteModifica

Collegamenti esterniModifica

Controllo di autoritàVIAF (EN37154090 · ISNI (EN0000 0000 5133 321X · LCCN (ENnr88009502 · BNF (FRcb145401836 (data) · WorldCat Identities (ENnr88-009502