Autovox
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StatoItalia Italia
Forma societariaSocietà per azioni
Fondazione1945 a Roma
Fondata daGiordano Bruno Verdesi
Chiusura1996
Sede principalevia Salaria, 981 (Roma)
Prodotti
Dipendenti234 (1996)

Autovox è stato un marchio italiano di elettronica di consumo. Nel lungo periodo compreso tra l'immediato dopoguerra e gli inizi degli anni ottanta, fu una delle aziende italiane leader nel settore sia a livello nazionale che estero, specializzata soprattutto nella produzione di autoradio.

StoriaModifica

Gli iniziModifica

L'impresa fu fondata nel 1945 a Roma su iniziativa di Giordano Bruno Verdesi e dell'ingegner Carlo Daroda con la denominazione Autovox S.p.A. con sede legale in largo Ponchielli 6, della quale il primo assunse la carica di amministratore delegato e il secondo di presidente.

Fin dalla sua costituzione, l'azienda, la cui produzione si svolse inizialmente in un capannone in via Mondovì 5, con lo sviluppo della motorizzazione di massa del secondo dopoguerra, si specializzò nella costruzione di autoradio. Fu in questo particolare settore dell'elettronica che Autovox ebbe i primi successi commerciali con i modelli della serie RA ed RRA, affermandosi in pochi anni sui mercati nazionale ed estero.

Il boomModifica

 
Autoradio a valvole Autovox RA 107 prodotto dal 1960 al 1965
 
TVC 2589 anno 1967

Già all'inizio degli anni cinquanta la Autovox costituiva un player fondamentale nel settore dell'elettronica consumer, per progettazione e per numeri di produzione. Nel 1953 la sede e le attività industriali furono trasferiti dal capannone iniziale, non più sufficiente, in un grande stabilimento di 28.000 m² in via Salaria 981. Si trattava di un progetto completamente nuovo, ispirato alle grandi aziende d'oltreoceano; in un unico campus veniva riunito il settore ricerca e sviluppo, il reparto marketing, l'organizzazione distributiva, ed il reparto produzione ed assemblaggio, con l'impiego di 650 addetti. L'ingresso era sormontato da un grande arco in cemento armato.

In quegli anni, Autovox avviò anche la produzione dei nuovi elettrodomestici da intrattenimento: i televisori, e delle antenne per ricezione, ottenendo buoni successi anche in quella categoria di prodotti.

Nel 1967 Autovox ha già sviluppato - ed inizia la produzione - del primo televisore a colori completamente transistorizzato il modello TVC 2589, destinato esclusivamente all'esportazione dal momento che in Italia la televisione a colori non era ancora necessaria, mancando - a causa di gravi ritardi politici - anche le trasmissioni in tale formato. Montava un CRT RCA da 25" era diffuso nelle varie sedi della RAI

 
Autoradio a stato solido Autovox Bermuda RA 163 B prodotto dal 1965 al 1975

Negli anni del boom economico, l'Autovox era divenuta una delle maggiori industrie nazionali dell'elettronica (oltre 1.600 addetti nel 1968[1]). Senza mai progettare componenti di altissima fedeltà, all'alba degli anni settanta si impegnò - al pari delle altre imprese del settore - nella ricerca di oggetti di design; risultati furono oggetti quali la autoradio modello Bikini o il televisore Linea 1, disegnato da Rodolfo Bonetto, e Stile 1; il settore autoradio fu quello sul quale però la Autovox volle concentrarsi per gli anni a venire, pur senza abbandonare gli altri. Ecco come, nei decenni successivi, altri modelli come il Piper, il Melody, il Kanguro vennero lanciati. Fu proprio in quel periodo che l'azienda romana divenne leader di mercato nazionale dell'autoradio con una quota del 40%, un dominio che durò per molti anni.

L'inizio della crisiModifica

Nel 1971 il capitale di maggioranza dell'Autovox fu ceduto dal proprietario Bruno Verdesi alla multinazionale statunitense Motorola, della quale divenne sussidiaria europea. L'azienda romana contava in quell'anno circa 2.700 lavoratori[2] e nei progetti degli americani - desiderosi di penetrare l'allora mercato comune europeo[3] delle audiocassette e dei riproduttori anche con il loro marchio - dovrà produrre componenti anche per loro.[4]

La scelta di Verdesi si dimostrò motivata; infatti, la crisi dell'elettronica nazionale era già evidente; complice l'invasione di prodotti d'importazione a prezzo competitivi, sia Autovox che altri colossi dell'elettronica italiana erano già falliti o in difficoltà.

Già nel 1977 Autovox dovette ricevere un prestito di 8,5 miliardi di lire dall'Istituto Mobiliare Italiano, prestando a garanzia tutti i propri macchinari ed ipotecando la sede, mentre nel 1980 Motorola aveva ceduto la proprietà di Autovox alle svizzere Genfinco A.G. e Unifinco A.G. di Giovanni Mario Ricci.[5]

La nuova AutovoxModifica

Nel frattempo la produzione e la progettazione proseguono, e nel 1982, Autovox lancia il suo ultimo oggetto di design dotato di innovazioni di ricerca: la autoradio Shuttle 1000, prima autoradio al mondo a "sintesi di frequenza diretta" con cui era possibile sintonizzarsi su di una frequenza FM oppure AM semplicemente premendo un tastierino numerico.

 
L'Autovox Shuttle 1000

A complicare le cose, lo scontro fra la forte sindacalizzazione presente in azienda, le richieste della dirigenza - molto rigida in fatto di qualità dei prodotti - e la presenza di frange di lotta operaia negli stabilimenti[6].

Nel 1983 l'azienda, in netto declino, subì un nuovo cambio di proprietà, passando nelle mani degli imprenditori Franco Cardinali, titolare di una ditta subfornitrice della stessa Autovox, e Francesco Sciannameo. La vendita fu necessaria per assicurare l'inclusione di Autovox in un programma del governo per revitalizzare e ristrutturare aziende elettroniche italiane. Autovox, entrando in questo programma, avrebbe ottenuto due ordini di vantaggi: da una parte, avrebbe aumentato il proprio capitale vendendo parte delle proprie azioni ad una finanziaria controllata dal governo italiano. Dall'altra, avrebbe ricevuto un prestito di 15 miliardi a basso interesse.[5]

Sotto la nuova proprietà la situazione aziendale peggiorò drasticamente, con un crollo della quota di mercato, passata dal 40% avuto fino al 1982 al 10% nel 1985[7], così come il numero di lavoratori in organico ridotto a 750. Mentre il piano aziendale fu attuato e - per farlo - beni e diritti di Autovox furono trasferiti ad una nuova azienda chiamata Nuova Autovox S.p.a. nell'estate del 1983, questa società non riuscì neppure ad onorare il debito contratto con l'IMI ; il capitale di 20 miliardi di lire diviso tra la finanziaria pubblica REL (54%) e Cardinali (46%)[8] costituiva una riserva in esaurimento. La nuova società - infatti - rallentò le proprie attività di ricerca, concentrandosi sulla produzione di autoradio di media fascia e televisori.

 
Tv color Autovox 1681 4X32 con il mobile di materiale soffice antiurto

L'iniezione di capitale pubblico non riuscì però a cambiare le sorti dell'impresa. La Nuova Autovox, nonostante i 40 miliardi di lire di denaro pubblico ricevuti nell'arco di due anni a seguito di altri finanziamenti, si sarebbe trovava a fronteggiare in tribunale i propri creditori.[9].

A ciò si aggiunsero una serie di vicende giudiziarie che videro contrapposti Cardinali e il ministro dell'Industria Adolfo Battaglia, quest'ultimo intenzionato a liquidare la società[10].

L'azienda, ritrovatasi con una situazione debitoria di oltre 120 miliardi di lire, già nel marzo del 1987 era in crisi, e nel luglio del 1987 entrò in amministrazione controllata in base alle legge Prodi; commissario fu nominato Riccardo Gallo[11]. Con decreto ministeriale novembre 1988, i dipendenti iniziarono ad essere posti in cassa integrazione[12], e la produzione - già ridotta per la crisi di mercato - fu ulteriormente rallentata.

Nel 1990 la Nissan - cui nel frattempo era stato affittato parte del secondo polo costruttivo della Autovox, a Capena - si interessa all'acquisto dell'intero immobile, permettendo così alla Autovox di ottenere liquidità[13], concentrando la produzione in via Salaria.[14]

Gli anni novantaModifica

Per la casa madre inizia una lenta agonia, con ripetuti tentativi di vendita; si propose - fra gli altri - la Sèleco di Gian Mario Rossignolo, per rilevare parte degli impianti - e il marchio Autovox - per produrre autoradio. In parallelo si offrì anche il gruppo Cragnotti & Partners Capital Investment NV capeggiato dall'imprenditore romano Sergio Cragnotti; lo scopo sarebbe dovuto essere quello di avviare la produzione di elettronica per mezzi di trasporto, settore nel quale era ancora attiva la Nuova Autovox.

Gli accordi, da concludersi entro il 1992, non raggiunsero in realtà mai uno stadio avanzato. E lo stesso avvenne per altre ipotesi di salvataggio o sviluppo.[15] Nel 1993 venne posta in liquidazione anche Autovox Video System, società collegata alla Nuova Autovox, e con sede a Terni.[16] Nel 1997 Riccardo Gallo iniziò un contenzioso con l'azienda per la nettezza urbana, che nell'ottobre del 1996 aveva acquisito i capannoni per trasformandoli, insediandovi - come poi farà, dal 1998 - un proprio centro di smistamento[17]: in base agli accordi, infatti, l'azienda si era impegnata ad assumere i duecentotrenta dipendenti dell'azienda, oramai in cassa integrazione.[18]

Alla fine del 1997 l'azienda cessò di esistere anche legalmente, e licenziò i 234 lavoratori rimasti in organico[19]; alcuni di essi saranno riassorbiti dalla Roma Multiservizi Spa, società costituita nel 1994, la cui quota di maggioranza è detenuta dal Comune di Roma e dall'Ama, ed operante nel settore della pulizia[20].

Il marchio AutovoxModifica

Negli anni 2000, il solo marchio Autovox - acquisito da terzi - fa la propria ricomparsa sul mercato italiano dell'elettronica di consumo. Si tratta di televisori LCD e LED, lettori DVD e Blu-ray, autoradio, home theatre, set-top box prodotti in Turchia dalla Vestel.

Nulla resta della sede di via Salaria 981: completamente trasformata nel suo interno, è oggi impianto di selezione e trattamento di AMA.[21].

NoteModifica

  1. ^ AA.VV., Capitolium vol. 43, 1968, p. 14
  2. ^ "L' agonia dell'Autovox, cinquant'anni di fatti e misfatti romani" - Corriere della Sera, 10 aprile 1996
  3. ^ Bruce Weber, Kusisto envisions rainbows ahead, in Billboard, 15 gennaio 1972.
  4. ^ Richard Robson, Motorola UK bows cassette units, in Billboard, 1º luglio 1972.
  5. ^ a b Istituto Mobiliare Italiano, SpA v. Motorola, 689 F. Supp. 812 (N.D. Ill. 1988), su Justia Law. URL consultato il 26 gennaio 2016.
  6. ^ Aldo Grandi, Insurrezione Armata, BUR - Rizzoli, 2005, ISBN 978-88-17-00758-0.
  7. ^ Il Mondo vol. 36, 1985, p. 65
  8. ^ "ALLA FINANZIARIA PUBBLICA REL IL 54% DELLA NUOVA AUTOVOX" - Repubblica, 8 giugno 1985
  9. ^ "CONVOCATI DAL TRIBUNALE I CREDITORI DELL' AUTOVOX" - Repubblica, 12 novembre 1987
  10. ^ "AUTOVOX, BATTAGLIA VUOLE IL FALLIMENTO" - Repubblica, 19 novembre 1987
  11. ^ "NOVE ' IN CORDATA' PER SALVARE L' AUTOVOX" - Repubblica, 4 luglio 1992
  12. ^ *** ATTO COMPLETO ***, su www.gazzettaufficiale.it. URL consultato il 21 gennaio 2016.
  13. ^ nuova autovox: a nissan Italia complesso aziendale Capena | Agi Archivio, su archivio.agi.it. URL consultato il 20 gennaio 2016 (archiviato dall'url originale l'8 marzo 2016).
  14. ^ LA NISSAN FAVORITA PER L'ACQUISTO AUTOVOX - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  15. ^ AUTOVOX, cordata romana per riaccendere l'autoradio, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  16. ^ Nuova autovox:commissariata anche la autovox video system | Agi Archivio, su archivio.agi.it. URL consultato il 20 gennaio 2016 (archiviato dall'url originale il 2 febbraio 2016).
  17. ^ Rifiuti: a Roma nuovo impianto e prima centrale biogas | Agi Archivio, su archivio.agi.it. URL consultato il 20 gennaio 2016 (archiviato dall'url originale il 2 febbraio 2016).
  18. ^ ACCORDO AMA - AUTOVOX RISCHIO DI ROTTURA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 20 gennaio 2016.
  19. ^ "OCCUPAZIONE. L' Autovox licenzia 234 lavoratori" - Corriere della Sera, 11 giugno 1996
  20. ^ Italia lavoro dismette quota in Roma multiservizi | Agi Archivio, su archivio.agi.it. URL consultato il 20 gennaio 2016 (archiviato dall'url originale il 2 febbraio 2016).
  21. ^ Studio Multimediale Hangloose, Impianto di selezione e produzione CDR Salario - Ama Roma S.p.A., su www.amaroma.it. URL consultato il 26 gennaio 2016.

BibliografiaModifica

  • P. Toscano - Le origini del capitalismo industriale nel Lazio: imprese e imprenditori a Roma dall'unità alla seconda guerra mondiale - Cassino, Università degli studi di Cassino, 2002, ISBN 888317089X.

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