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Bernabò Visconti

signore di Bergamo, Brescia, Cremona, Soncino, Lonato e Valcamonica e co-Signore di Milano
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Bernabò Visconti
Bernabò Visconti.jpg
Incisione di Bernabò Visconti, opera di Eugenio Silvestri (1845?), tratta dal libro “Ritratti dei Visconti, Signori di Milano” del conte Pompeo Litta Biumi
Signore di Milano
Stemma
In carica 4 agosto 1378 – 6 maggio 1385
Predecessore Se stesso come co-Signore assieme al fratello Galeazzo II
Successore Gian Galeazzo Visconti
Co-Signore di Milano
con Matteo II[1] e Galeazzo II Visconti[2]
In carica 5 ottobre 1354 – 4 agosto 1378
Predecessore Giovanni Visconti
Successore Se stesso come unico Signore di Milano
Nome completo Bernabò Visconti
Altri titoli Signore di Bergamo, Brescia, Cremona, Soncino, Lonato e Valcamonica
Nascita Milano, 1323 circa
Morte Trezzo sull'Adda, 19 dicembre 1385
Sepoltura Cripta di San Giovanni in Conca
Dinastia Visconti
Padre Stefano Visconti
Madre Valentina Doria
Consorte Regina della Scala
Donnina Porro di Brianza
Figli Taddea
Verde
Marco
Ludovico
Valentina
Rodolfo
Carlo
Antonia
Caterina
Agnese
Maddalena
Gianmastino
Lucia
Elisabetta
Anglesia
ed almeno 15 figli illegittimi

Bernabò Visconti (Milano, 1323Trezzo sull'Adda, 19 dicembre 1385) fu Signore di Bergamo, Brescia, Cremona, Soncino, Lonato e Valcamonica e, insieme ai fratelli Matteo II e Galeazzo II, co-Signore di Milano.

Congiuntamente al fratello Galeazzo, seppur non di comune accordo, estese i domini della famiglia spianando la strada per il grande "Stato Visconteo" che sarebbe stato definitivamente plasmato da suo nipote, Gian Galeazzo Visconti, assurto al potere dopo l'eliminazione di Bernabò stesso.

GenealogiaModifica

Signoria di Milano
Casato dei Visconti

(1277-1395)
'Vipereos Mores Non Violabo'
Stemma dei Visconti dal 1277 al 1395
Ottone
Nipoti
Matteo I
Galeazzo I
Figli
Azzone co-signore con gli zii Luchino e Giovanni
Matteo II co-signore coi fratelli Galeazzo II e Bernabò
Galeazzo II co-signore coi fratelli Matteo II e Bernabò
Figli
Bernabò co-signore coi fratelli Matto II e Galeazzo II
Gian Galeazzo
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BiografiaModifica

Le origini (1323-1348)Modifica

Bernabò nacque a Milano, terzogenito di Stefano e di Valentina Doria. Prese il nome dal nonno materno, Bernabò Doria, figlio di Branca Doria.[3] Le informazioni relative alla sua infanzia sono scarse. Da giovane studiò diritto canonico per essere avviato alla carriera ecclesiastica. Nel 1340, con i fratelli Matteo e Galeazzo, si unì alla congiura di Francesco Pusterla contro lo zio Luchino Visconti, allora signore di Milano: la congiura venne sventata e Pusterla eliminato ma Luchino non trovò prove contro i nipoti. Nel 1346 una nuova congiura costò questa volta l'esilio ai figli di Stefano, scacciati da Luchino e dall'arcivescovo Giovanni Visconti, fratello di Luchino. Bernabò ripiegò in Savoia, nelle Fiandre, per finire ospite alla corte di Filippo VI di Francia nel 1348.

La conquista del potere (1349-1355)Modifica

 
Andrea Bonaiuto
Bernabò Visconti e la moglie Beatrice Regina Della Scala, particolare dalla Chiesa militante e trionfante, affresco, 1365-1367
Cappellone degli Spagnoli, basilica di Santa Maria Novella, Firenze

Bernabò rientrò a Milano nel 1349, alla morte di Luchino, richiamato dallo zio arcivescovo e signore di Milano Giovanni insieme agli altri fratelli.

Il 27 settembre 1350, Bernabò sposò Beatrice Regina della Scala, figlia di Mastino II, signore di Verona, e di Taddea da Carrara. Il matrimonio, quasi certamente organizzato dall'arcivescovo Giovanni che contemporaneamente accasava Galeazzo II con una rampolla dei Savoia, creò un importante sodalizio politico e culturale tra Milano e Verona e garantì stabilità ai confini orientali del dominio visconteo. Regina della Scala si dimostrerà una moglie feconda, ambiziosa tanto quanto il marito e l'unica in grado di frenarlo nella sua collera.

Nel 1354, alla morte dell'arcivescovo Giovanni, il potere su Milano passò ai tre figli di Stefano Visconti in virtù dell'atto pubblicato da Giovanni all'inizio del suo governo. A Matteo II Visconti fu destinate Lodi, Piacenza, Bobbio, Parma e Bologna, a Galeazzo II Como, Novara, Tortona, Alessandria, Vercelli, Asti e Alba, a Bernabò Bergamo, Brescia, Cremona e Crema. La città di Milano era gestita congiuntamente dai tre fratelli, che eleggevano a turno il podestà, lo stesso dicasi per la città di Genova e il relativo contado. Matteo II assunse la preminenza nei consigli e negli atti pubblici, Galeazzo II l'incarico di vegliare sull'amministrazione della giustizia e della pubblica sicurezza mentre a Bernabò venne affidata la sovrintendenza sulle armi. L'orazione inaugurale fu recitata dal Petrarca nella cattedrale di Santa Maria Maggiore a Milano. Bernabò prese poi residenza nel palazzo che era appartenuto allo zio Luchino, vicino alla basilica di San Giovanni in Conca.[4]

La lega anti-viscontea si compiacque della divisione del dominio visconteo e ne approfittò per chiamare Carlo IV di Lussemburgo in Italia. Il 3 novembre 1354 l'imperatore giunse a Padova accompagnato da 300 cavalieri disarmati. Arrivato a Mantova, i legati dei Visconti gli offrirono 200 000 fiorini: 150 000 fiorini per l'ottenimento del titolo di vicario imperiale per Matteo II, Galeazzo II e Bernabò e altri 50.000 in vista della sua incoronazione a Re d'Italia che secondo il Villani si sarebbe dovuta tenere a Monza con la Corona Ferrea e in seguito alla quale l'imperatore si sarebbe diretto a Roma senza entrare a Milano e senza essere accompagnato. L'imperatore cercò anche di ristabilire la pace tra le parti ma le pretese dei Visconti risultarono eccessive. Carlo IV celebrò il Natale a Mantova e si incontrò con Galeazzo II scortato da 500 uomini nei pressi di Lodi e da lì fu accompagnato in città per passare la notte. Bernabò accolse l'imperatore all'abbazia di Chiaravalle, qualche miglio a sud di Milano, donadogli trenta destrieri, cavalli e palafreni coperti di velluto scarlatto, drappi di seta e con selle e freni riccamente ornati. Durante il pranzo in abbazia, riuscì a convincerlo ad entrare a Milano.[5] Il 4 gennaio 1355 Carlo fece solenne ingresso in città, dove fu accolto da migliaia di fanti e cavalieri in ricche vesti e sontuose bardature e dallo strepito assordante di centinaia di trombe, trombette, nacchere, tamburi e cornamuse. Fu poi invitato a salire al piano superiore del Broletto Vecchio dalla cui finestra mirò le truppe viscontee in parata (10.000 fanti e 6.000 cavalieri). Fu incoronato Re d'Italia il 6 gennaio nella basilica di Sant'Ambrogio da Roberto Visconti, arcivescovo di Milano. Seguirono giorni di festeggiamenti finché il 10 o 12 gennaio lasciò la città. Il 5 aprile, giorno di Pasqua, fu incoronato imperatore a Roma. Durante il viaggio di ritorno attraverso la Lombardia trovò però tutte le città chiuse al suo esercito e fu costretto a tornare in Germania.[6] Il 1 giugno i veneziani stipularono unilateralmente una pace con i Visconti e con i genovesi grazie all'intermediazione del milanese Marco Resta per lo sdegno degli altri componenti della lega.[7]

Il 26 settembre 1355 Matteo II Visconti si trovava a Saronno quando avvertì forti dolori addominali al ritorno di una battuta di caccia nei dintorni di Monza. Morì quella sera stessa dopo aver cenato, probabilmente ucciso dai suoi fratelli avvelenando un lombo di maiale, di cui era particolarmente ghiotto.[8] Bernabò e Galeazzo si spartirono poi il dominio del defunto fratello: a Bernabò andarono le diocesi di Lodi, Parma e Bologna compresi tutti i castelli su quei territori oltre a quelli di Melegnano, Pandino e Vaprio e alla Martesana mentre a Galeazzo Piacenza e Bobbio oltre ai castelli di Monza, Abbiategrasso e Vigevano, al Seprio e alla Burgaria.[9] Si divisero poi la stessa Milano dove i sestieri di Porta Romana, Porta Orientale e Porta Nuova andarono a Bernabò mentre Porta Comasina, Porta Vercellina, Porta Ticinese e Porta Giovia a Galeazzo II. Genova rimase sotto il potere di entrambi.[10][11]

La campagna anti-viscontea di Innocenzo VI (1356-1362)Modifica

Giovanni da Oleggio cattura BolognaModifica

In quegli anni Bologna era governata da Giovanni Visconti da Oleggio in qualità di luogotenente generale. Egli aveva ricevuto in feudo da Giovanni Visconti la valle di Blenio che si trovava al confine con il contado di Como. Quando Giovanni morì, Galeazzo II ereditò quel contado ma si impadronì pure di quella valle adducendo che ne faceva parte. L'Oleggio si lamentò con Bernabò con cui era in buoni rapporti ma questi non gli diede ascolto. Prima di morire Matteo II aveva inviato a Bologna, suo feudo, un giudice per controllare la famiglia dell'Oleggio che però temeva di parlare per cui ricorse ad una cassa in cui raccoglieva tutte le lamentele contro il governatore che furono tantissime. Quando Matteo ne fu informato ridusse la guarnigione della città, diminuì i salari e riformò gli uffici. Tutto questo spinse l'Oleggio a ribellarsi e impadronirsi della città minacciando di far impiccare il figlio del castellano. Caduta Bologna il 18 aprile 1355, Matteo II inviò un esercito comandato da Francesco d'Este per riprendersela senza però riuscirci.[12]

Inizialmente Bernabò non era intenzionato a riacquistare Bologna con le armi e concesse a Giovanni da Oleggio di mantenere la signoria su quella città a patto di riconsegnargliela alla sua morte e di fargli nominare il podestà. All'inizio del 1356, tuttavia, si formò una lega anti-viscontea composta dagli Scaligeri, dai Gonzaga, dai Carraresi, dagli Estensi, dal Monferrato e dall'imperatore Carlo IV di Lussemburgo.[13] I due signori di Milano erano accusati di conferire dignità ecclesiastiche in spregio al papa, di aver ottenuto il potere con la violenza e di aver offeso l'imperatore chiudendogli le porte in faccia.[14] Nel luglio del 1355 Bernabò inviò Arrigo a Bologna per fingere di trattare con l'Oleggio e ma con il reale intento di accordarsi con il podestà e sobillare i cittadini alla rivolta. La congiura fu però scoperta, entrambi furono decapitati insieme agli altri cospiratori e l'Oleggio passò con la lega anti-viscontea. Bernabò inviò quindi nel reggiano un esercito di circa mille cavalieri al comando di Valeriano Castracani, figlio di Castruccio e fratello di Arrigo. Questi costruì una bastìa (castello o fortificazione in legno) assediando Castel San Paolo (oggi San Polo d'Enza). Il 6 febbraio 1356 l'esercito della lega assaltò la bastìa e la battaglia che ne conseguì terminò in una disfatta per i viscontei che ebbero trecento morti, quattrocento prigionieri, subirono la perdita delle salmerie e furono costretti a ritirarsi al castello di Montecchio. I viscontei furono poi sconfitti anche a fine agosto a Castiglione delle Stiviere e costretti a ritirarsi da Borgoforte.[15]

La battaglia di CasorateModifica

Nell'ottobre 1356, un esercito alla guida del Conte Lando (soprannome di Konrad Wirtinger von Landau) composto da tedeschi e membri della lega anti-viscontea, entrò nel il parmigiano e nel piacentino saccheggiando quei territori, attraversò il Po presso Arena entrando in Lomellina e da lì passando il Ticino nel milanese mise a sacco Magenta e Vittuone. Un secondo esercito al comando del vicario imperiale Marquardo di Randeck mosse da Pisa e non fu intercettato dai viscontei, riuscendo a ricongiungersi con il primo. Le milizie tedesche al soldo dei Visconti si rifiutarono di combattere i conterranei. Fortunatamente per i Visconti, il Conte Lando si attardò nei saccheggi invece di seguire gli ordini di Giovanni da Oleggio che gli aveva ordinato di attaccare i borghi di Milano. Quando il marchese Giovanni II del Monferrato si congiunse al Lando con duecento barbute pretese il comando dell'esercito ma non l'ottenne, pertanto si ritirò dal campo riuscendo a catturare Novara che offrì una strenua resistenza.[16] I due fratelli sfruttarono i dissidi tra i nemici per riorganizzarsi, realizzarono i redefossi[17] attorno ai borghi fuori le mura di Milano, reclutarono due eserciti in tutta la Lombardia mettendovi a capo del primo Lodrisio Visconti e del secondo di Pandolfo II Malatesta poi mossero verso il nemico che, dopo aver saccheggiato Castano, stava rapinando Rosate sulla strada per i quartieri invernali a Pavia. Il 13 novembre, constatando che i nemici non avevano intenzione di assediare la città, Lodrisio uscì da Milano e si accampò a Casorate, tre miglia a sud di Rosate, tagliando la strada al nemico. Dispose la cavalleria sulla strada per Pavia e la fanteria dietro folte viti, tali da rendere impossibile una carica di cavalleria nemica. Il giorno dopo inviò verso l'avanguardia del Lando piccole squadre di una ventina di cavalieri ciascuna che incontrato il nemico subito fuggivano con l'intento di attirarne l'avanguardia verso la sua posizione. I nemici abboccarono e il 14 novembre si arrivò uno scontro tra le due cavallerie. Mentre erano così impegnati, i fanti viscontei attaccarono ai fianchi i cavalli nemici uccidendoli con archi e balestre per poi scagliarsi contro i cavalieri appiedati e farli prigionieri. Dopo aver disfatto il primo corpo d'armata i viscontei attaccarono il secondo riuscendo facilmente a costringerlo alla fuga. Il Conte Lando perse 1.500 uomini tra morti e feriti, vennero catturati il Randeck, Raimondo Lupo di Soragna generale dei mantovani, Dondaccio Malvicino generale degli estensi e il Malcalzato generale dei monferrini insieme a quasi tutti i capitani.[18] Il 17 novembre, approfittando della situazione, Genova e le cittadine della riviera ligure cacciarono il podestà Biagio Capelli e governatore Maffeo Mandelli, che aveva violato le condizioni della dedizione ai Visconti, aderendo alla lega. I Visconti vi inviarono Simon Boccanegra per cercare di riportare la calma ma questi colse l'occasione per unirsi alle truppe pisane che lo stavano aspettando e farsi proclamare doge. I genovesi riuscirono in breve tempo ad ottenere il controllo su tutta la costa da Monaco a Sarzana.[19][20]

Bernabò attacca il mantovanoModifica

Nel febbraio del 1357 Bernabò ordì una congiura ai danni di Giovanni da Oleggio per impossessarsi di Bologna. Una volta preparata si diresse con l'esercito a Parma ma qui apprese che la congiura era stata scoperta e i membri più illustri decapitati, tra cui Enrico Castracani, figlio di Castruccio. Si diresse quindi a Montecchio e fece costruire una fortificazione a Monte San Prospero che però venne assaltata e distrutta dall'esercito della lega anti-viscontea guidato da Ugolino Gonzaga il quale poi dilagò nelle campagne parmigiane devastandole e saccheggiandole per mesi. In giugno Bernabò spedì a Bologna un esercito di duemila barbute e migliaia di fanti al comando di Galeazzo Pio che saccheggiò il modenese, si accampò a Piumazzo ma l'11 luglio venne assalito dalle milizie ferraresi e mantovane e sconfitto.[21] Alla fine di agosto un piccolo esercito composto da 500 arcieri a cavallo si diresse al comando di Luchino Dal Verme e si diresse tramite Guastalla a Governolo dove si impossessò del ponte sul Po grazie al tradimento di un sacerdote e ne fece costruire uno sul Mincio poco dopo attaccò ponte di Borgoforte di cui fece fortificare una della estremità dato che l'altra era difesa da una piccola fortezza che riuscì a resistere agli assalti. Presto la lega anti-viscontea riuscì ad inviare un esercito che riprese il controllo di entrambi i ponti. Approfittando della vittoria, i bolognesi e i mantovani inviarono milizie nel milanese che, congiungendosi con quelle del Monferrato saccheggiarono il milanese, il lodigiano, il cremonese e il mantovano minacciando Cassano mentre Ugolino Gonzaga assediò prima Novara, che essendo pressoché indifesa fece dedizione, poi Vercelli. Sul fronte orientale nel frattempo Bernabò era tornato ad attaccare i mantovani a Borgoforte e Governolo con un esercito al comando di Giovanni Bizzozzero mettendoli alle strette. Nel marzo del 1358 questi abbandonò l'assedio di Mantova ma fu sconfitto il 25 del mese a Montichiari dal Conte Lando e da Ugolino Gonzaga e fatto prigioniero e impiccato. Sul fronte i milanesi persero Castano dopo essersi difesi valorosamente per un anno.[22] Il 6 aprile si aprì a Milano una conferenza per la pace che si chiuse l'8 giugno: i Visconti si allearono con le signorie di Mantova, Ferrara e Padova, le città di Novara e Alba tornarono sotto i Visconti che furono però costretti a demolire le fortificazioni del novarese e a cedere Novi, Borgoforte e i castelli catturati nel ferrarese mentre Asti e Pavia restavano sotto il Marchesato del Monferrato; infine Caterina Visconti figlia di Matteo sarebbe andata in sposa a Ugolino Gonzaga, Marco Visconti figlio di Bernabò si sarebbe fidanzato con una figlia di Francesco da Carrara e Maria Visconti figlia di Galeazzo II fu promessa in sposa ad uno dei figli di Giovanni II del Monferrato. Il Giulini afferma che l'apertura delle trattative di pace sia stata possibile proprio per l'egoismo di quest'ultimo che come visto, pretendeva di guidare l'esercito della lega senza però condividerne le conquiste.[23] Nel settembre del 1358 nacque Rodolfo Visconti, figlio quartogenito di Bernabò con la moglie Regina della Scala e si celebrò il matrimonio tra Caterina e Ugolino.[24][25]

La conquista di PaviaModifica

Nel 1357 i Beccaria, nobile famiglia pavese, si erano ribellati ai Visconti alleandosi con Giovanni II del Monferrato ma presto si dovettero ricredere dato che questi mal soffriva la loro influenza in città. Il marchese decise allora di cacciarli sfruttando la predicazione del frate agostiniano Giacomo Bussolari che gettava discredito su di loro e sui Visconti ed era molto popolare tra i cittadini. Presto il frate diventò di fatto il signore della città. I Beccaria cercarono di farlo assassinare ma fallirono e furono costretti dal popolo ad abbandonare Pavia e a veder distrutte le loro proprietà. Giunti a Milano, si accordarono con Galeazzo II per vendicarsi del Bussolari e riuscirono a scatenare una rivolta ai danni dei pavesi insieme ai Landi che fecero passare dalla parte dei milanesi molte cittadine e castelli del pavese e dell'Oltrepò come Voghera e Broni. A marzo Bernabò insieme al fratello Galeazzo tornò ad assediare Pavia con un esercito al comando di Luchino dal Verme, collocando le truppe davanti a Porta San Salvatore. La flotta milanese riuscì a sconfiggere quella pavese e la città fu assediata anche via fiume. Il Bussolari nel frattempo nominò venti tribuni, uno per quartiere, con il compito di assoldare altrettante compagnie di 100 uomini ciascuna con quattro capitani per compagnia mentre la sua persona sarebbe stata protetta da una guardia di sessanta persone. Il tutto venne finanziato dalla vendita degli abiti e dei gioielli dei cittadini che se ne disfecero liberamente riponendo la loro fede nel frate. Sotto la guida di Antonio Lupo da Parma e con l'aiuto delle truppe del marchese del Monferrato, che si era accampagnato a Bassignana, i pavesi effettuarono una sortita in cui riuscirono a sbaragliare l'esercito di Galeazzo facendo molti morti e prigionieri. Galeazzo però raccolse rapidamente un altro esercito e tornò ad assediarla insieme al fratello tanto che a novembre i cittadini, stremati dalla fame e dalla diffusione di un'epidemia, decisero di arrendersi a Bernabò, temendo violente rappresaglie da parte del fratello. Bernabò rifiutò e Galeazzo entrò in città senza però effettuare violenze o saccheggi e per controllarla meglio diede inizio alla costruzione del castello di Pavia. Il Bussolari fu processato e poi confinato a vita in un convento del vercellese.[26]

L'offensiva dell'Albornoz su ParmaModifica

Nel 1359 Bernabò, reputando che l'unico in grado di assistere Giovanni da Oleggio a difendersi dalle sue mire su Bologna sarebbe stato Egidio Albornoz, cardinale e legato papale, strinse un accordo con lui per il quale gli avrebbe inviato 200 lance per aiutarlo nell'assedio di Forlì in cambio della sua neutralità nei confronti di Bologna. Pochi mesi dopo l'Albornoz ottenne la città di Forlì facendo finta di intavolare una trattativa con il capitano Forlino per poi imprigionarlo e costringerlo a cederla insieme al suo contado.[27] In novembre Bernabò tornò a dedicarsi alla campagna contro Bologna schierando un esercito di 1.000 fanti e 800 cavalieri cui si aggiunsero 400 cavalieri inviati da Galeazzo e 200 cavalieri ciascuno da Ferrara, Mantova e Padova. Il 7 dicembre catturò Crevalcore per cui Giovanni Visconti di Oleggio chiese aiuto a Innocenzo VI. Nel febbraio del 1360 con la cattura di Castelfranco, Bernabò aveva ormai strada spianata per Bologna. Giovanni da Oleggio, temendo di non poter più difendere la città e finire nelle grinfie del Visconti, strinse un accordo con l'Albornoz che, dimentico dei patti stretti con i milanesi, il 17 marzo assunse il controllo di Bologna e dei castelli nei dintorni donando a Giovanni il governo della città di Fermo poi aumentò la guarnigione della città con l'aiuto dei Malatesta. Alla richiesta da parte dell'Albornoz di ritirarsi dall'assedio di Bologna, Bernabò e i ferraresi risposero catturando Piumazzo e alcuni castelli del bolognese, occupando Lugo e assediando Cento e Forlì per cui Innocenzo IV scomunicò il Visconti. A luglio Bernabò catturò e fece fortificare Casalecchio deviando le acque del Reno di cui si avvaleva Bologna e devastandone le campagne. L'Albornoz rispose cacciando i ghibellini da Forlimpopoli poi in novembre, diffidando della fedeltà soldati italiani, strinse un accordo con re Luigi I d'Ungheria che gli inviò in aiuto 5.000-10.000 cavalieri (tra cui molti arcieri a cavallo) e 700 fanti. Nel frattempo Regina della Scala aveva convinto Bernabò a rifiutare di avere per nuora la figlia di Francesco da Carrara che ruppe l'alleanza facendo passare gli ungheresi per Padova. L'esercito infine arrivò a Bologna dove si congiunse con i duemila uomini dell'Albornoz che decise di attaccare Parma il cui assedio iniziò il 24 novembre. I parmensi deposero i loro ufficiali e stabilirono un governo grazie al quale si difesero strenuamente sino all'arrivo dell'esercito visconteo in dicembre. Per cacciare gli ungheresi Bernabò ne corruppe il comandante pagandolo profumatamente assoldando un migliaio dei suoi uomini. Quello stesso mese Galeazzo II diede in moglie al figlio Gian Galeazzo la sorella del re di Francia, Isabella di Valois, pagando l'immensa cifra di 500.000 fiorini d'oro e ricevendo in cambio la contea di Vertus.[28]

La battaglia di San Ruffillo e la peste del 1361Modifica

Il 3 novembre morì Aldobrandino III d'Este e la signoria di Ferrara fu assunta dal fratello Niccolò che subito ruppe l'alleanza con i Visconti per passare dalla parte dell'Albornoz insieme a Leonardo Rolando, castellano di Rubiera. Bernabò rispose inviando un esercito che giunse sino alle porte di Bologna dove catturò e fortificò San Ruffillo, pochi chilometri ad est delle mura della città. I bolognesi chiesero aiuto all'Albornoz che, diffondendo la falsa notizia per cui Rimini si era ribellata ai Visconti, attirò trecento soldati milanesi verso quella città mentre insieme ai Malatesta tornò a Bologna dove attaccò i viscontei il 26 luglio. Inizialmente i milanesi riuscirono a respingere le prime due schiere bolognesi guidate da Galeotto I Malatesta ma, ormai indeboliti, furono infine sconfitti dai bolognesi che fuoriuscirono alla città assaltando San Ruffillo. L'esercito milanese tentò di prendere Correggio ma fu sconfitto. Bernabò attribuì la sconfitta ad Ugolino Gonzaga ed effettuò una spedizione punitiva per saccheggiarne le terre ma il signore mantovano lo sconfisse a Revere. Il 5 dicembre Bernabò firmò una tregua con l'Albornoz e avviò trattative per il possesso di Bologna senza esito.[29] Nell'estate del 1361 le compagnie mercenarie inglesi assoldate da Giovanni II del Monferrato per combattere Galeazzo II provocarono un'epidemia di peste che fece centinaia di migliaia di morti in tutta la Lombardia e non risparmiò Milano, la cui popolazione fu dimezzata dopo che nel 1348, grazie alle misure di Luchino Visconti, ne era stata appena sfiorata. I signori e i nobili di Milano per cercare di sfuggirle si ritirarono nei castelli in campagna.[30]

La rivolta dei guelfi di BresciaModifica

All'inizio del 1362 l'Albornoz formò una coalizione anti-viscontea comprendente, oltre allo Stato Pontificio, i Carraresi, gli Estensi, i Gonzaga e gli Scaligeri. Il signore di Verona, Cansignorio, suggellò l'alleanza facendo sposare la sorella Verde della Scala con Niccolò II d'Este. Bernabò aprì trattative di pace con il papa ad Avignone ma le sue richieste furono respinte essendo talmente eccessive da risultare ingiuriose. A marzo pertanto inviò un esercito ad attaccare Peschiera e un secondo ad attaccare Modena ma entrambi furono sconfitti.[31] I guelfi di Brescia si ribellarono ai Visconti e catturarono molti castelli del contado per poi mettersi sotto la protezione di Cansignorio. Bernabò riuscì a recarsi personalmente nel bresciano insieme ad alcuni soldati dove sconfisse una squadra di cavalleria a Pontevico per poi entrare a Brescia dove fece arrestare i capi dei guelfi e rimettere la città nelle mani dei nobili ghibellini poi tornò a Milano. In settembre partì per Cremona dove radunò un esercito e si diresse a Robecco d'Oglio dove sconfisse ancora una volta i guelfi bresciani per poi catturare alcuni castelli in val Trompia. Molti nobili bresciani della fazione guelfa furono impiccati o decapitati e le loro proprietà, come era uso, vennero saccheggiate e distrutte. Il 14 ottobre 1362 Ugolino Gonzaga venne assassinato dai fratelli, la moglie Caterina Visconti fuggì a Milano e Bernabò, ottenuto il casus belli, attaccò Mantova, retta dal Capitano del Popolo Guido Gonzaga. Impegnato a combattere su troppi fronti, Bernabò accettò, quasi certamente su pressione del fratello Galeazzo II, la mediazione del re Giovanni II di Francia per chiudere il conflitto con il nuovo Papa Urbano V.

La campagna anti-viscontea di Urbano V (1363-1370)Modifica

La battaglia di SolaraModifica

Le trattative di pace del settembre 1362 non si conclusero dato che Bernabò non si presentò al papa ad Avignone pertanto venne nuovamente scomunicato il 3 marzo 1363. Urbano V indisse poi una crociata nei suoi confronti.[32] Bernabò inviò un esercito per soccorrere Solara assediata dai ferraresi. Il 6 aprile 1363 la lega anti-viscontea lo sconfisse nella battaglia di Solara durante la quale Bernabò venne ferito ad una mano e vennero catturati molti nobili lombardi tra cui Ambrogio Visconti, primo figlio naturale di Bernabò avuto da Beltramola de' Grassi che venne imprigionato ad Ancona. Questa battaglia per i milanesi significò la perdita di tutti i capisaldi attorno alla città di Bologna e la cattura di Ambrogio Visconti, primo figlio illegittimo di Bernabò. Riparato a Parma, in otto giorni Bernabò riuscì a radunare un nuovo esercito con il quale tornò ad assediare Modena realizzando una bastìa a Villa di Cesi ma in agosto scese a trattative grazie alla mediazione di re Giovanni II di Francia e Pietro I di Cipro, raggiungendo un fragile armistizio il 3 settembre.[33]

La pace di Bologna e le alleanze matrimonialiModifica

Questo conflitto tra Bernabò Visconti ed il papa venne chiuso il 3 marzo 1364 da un trattato di pace che garantì ai Visconti l'esorbitante somma di 500 000 fiorini in otto rate, la restituzione di tutti i prigionieri e la revoca della scomunica in cambio della cessione di Bologna, Lugo e dei castelli modenesi e bolognesi oltre alla fine della persecuzione degli ecclesiastici. Bologna sarebbe stata presidiata da Andreino d'Elvenia sino al completo pagamento delle rate. Bernabò ottenne dagli Scaligeri i castelli da loro occupati nel bresciano e attorno al lago di Garda. Il raggiungimento dela pace fu possibile solo con la sostituzione dell'Albornoz (di cui i Visconti non sopportavano l'arroganza) con il più conciliante Andreino di Cluny. Per festggiare la pace Bernabò indisse un grande torneo mettendo in palio[34] In estate gran parte dell'Italia settentrionale fu flagellata dalle cavallette. Nell'ottobre del 1364 Bernabò fidanzò la figlia Verde a Leopoldo, figlio di Alberto III d'Asburgo duca d'Austria il che permise di stringere una nuova alleanza tra i due stati per mezzo di Rodolfo d'Asburgo, fratello di Leopoldo che morì pochi giorni dopo e fu sepolto nella chiesa di San Giovanni in Conca. Lo stesso anno Bernabò strinse alleanza con i Wittelsbach, suggellata con il matrionio di sua figlia Taddea Visconti con Stefano III di Baviera e di suo figlio Marco con Elisabetta di Baviera, cugina di Stefano. Nel 1365 si celebrò il matrimonio tra Verde Visconti e Leopoldo III d'Asburgo, la sposa portò una dote di 100 000 fiorini.[35]

La seconda Compagnia di San GiorgioModifica

Nel 1365 Bernabò, venuto a sapere che a Pisa si trovava una compagnia inglese che vi si era rifugiata dopo una guerra con i perugini, vi inviò il figlio Ambrogio pagandola affinché ottenesse il grado di capitano. Gli inglesi accettarono la proposta ponendosi sotto l'egida viscontea e Ambrogio fondò così la seconda Compagnia di San Giorgio a cui si unirono alcuni degli ex-componenti della Compagnia Bianca, sciolta da Giovanni Acuto l'anno prima. La nuova compagnia attaccò e devastò la Lunigiana, catturò Spezia penetrando nel genovese e pose l'assedio a Genova con l'aiuto dell'esercito di Galeazzo, dei Fieschi e degli Spinola. Le operazioni terminarono l'anno successivo con un nuovo trattato di pace in seguito al quale la compagnia si spostò in Romagna quindi in Abruzzo dove fu sconfitta e dispersa in battaglia da Giovanna I di Napoli. Ambrogio fu incarcerato a Castel dell'Ovo. Il 3 luglio 1366 Bernabò e suo fratello firmarono una pace con Genova in cambio di 60 000 fiorini d'oro in tre anni o secondo altre fonti 20 000 fiorini.[36]

La nuova lega anti-visconteaModifica

A causa dell'aumento dell'imposizione fiscale nei confronti degli ecclesiastici e del loro maltrattamento, il 29 luglio 1366 per iniziativa di Urbano V si formò ad Avignone una nuova coalizione anti-viscontea composta da Carlo IV di Lussemburgo, Luigi I 'Ungheria, Giovanna I di Napoli, i Francesco I da Carrara, Niccolò II d'Este, Guido Gonzaga e Galeotto Malatesta detto l'Ungaro. La lega fu rinnovata a Viterbo il 7 agosto 1367. Il papa promise di far eleggere imperatore Venceslao, figlio di Carlo e donò all'imperatore le decime di Germania e Boemia. A Galeazzo e Bernabò si cercò di far credere che tale alleanza servisse per contrastare le compagnie di ventura ma per accertarsene i due mandarono messi al pontefice senza ottenere risposta. Bernabò rispose alla lega alleandosi con Cansignorio della Scala, di cui era stato precedentemente acerrimo nemico: in cambio dell'alleanza, Mantova sarebbe passata sotto il dominio scaligero nel caso in cui fosse stata catturata.[37] Come da accordo, il 5 aprile 1368 gli eserciti di Bernabò Visconti e Cansignorio della Scala devastarono le campagne mantovane per poi assediare Mantova e Borgoforte. Il 24 aprile la flottiglia viscontea fugava quella estense sul Po catturando diverse navi. L'esercito milanese fu tuttavia funestato dall'uccisione di cinquecento italiani da parte dei tedeschi e degli ungheresi che militavano nelle sue fila, cui seguì un'identica rappresaglia da parte degli italiani a Bergamo. In giugno si celebrarono a Milano le nozze tra Violante Visconti figlia di Galeazzo e Lionello di Anversa, figlio di re Edoardo III d'Inghilterra dove Bernabò fece da padrino; si festeggiò con un sontuoso banchetto di ben diciotto imbandigioni nella piazza dell'Arengo.[38]

L'esercito imperiale alla guida di Carlo IV e forte di 20.000-50.000 uomini, partì da Praga e il 12 giugno si unì alle forze della Lega anti-viscontea presso Ficarolo. Pose due fallimentari assedi ad Ostiglia e non riuscì a scacciare i viscontei da Mantova sotto assedio. Nel frattempo alle sue forze si erano unite anche quelle di Giovanna I di Napoli e dei fratelli Da Correggio che tradirono la fedeltà ai Visconti. Si diresse quindi a Borgoforte dove assaltò le fortificazioni costruite l'anno precedente da Bernabò ma i viscontei riuscirono a resistere. Date le intense piogge che avevano ingrossato il Po si pensò quindi di deviare il fiume così da inondare Borgoforte ma i viscontei risposero con opere idrauliche che fecero in modo di allagare i campi mantovani e travolgere l'accampamento imperiale che fu distrutto con pesanti perdite. L'imperatore fu costretto a ritirarsi a Mantova. Cansignorio nel frattempo aveva fatto esondare di proposito l'Adige in direzione di Padova danneggiando i Carraresi. L'imperatore poi puntò contro Verona ma fu presto costretto a ritirarsi per mancanza di viveri mentre Leopoldo d'Austria occupò il vicentino insieme all'alleato Francesco da Carrara. Si scese infine a trattative a Modena tra Visconti e Scaligeri da una parte e Lega anti-viscontea, imperatore e vicario papale dall'altra che portarono ad una pace l'11 febbraio 1369 per la quale Bernabò avrebbe restituito Borgoforte e l'esercito della lega anti-viscontea si sarebbe ritirato nei rispettivi stati.[39]

Manovre militari in ToscanaModifica

Il 5 aprile 1369 Carlo IV dichiarò Lucca dipendente dall'impero ma si rifiutò di concedere a Bernabò il vicariato. Bernabò allora inviò Giovanni Acuto in Toscana per catturare Lucca. Urbano V rispose con la formazione di una nuova Lega anti-viscontea appoggiata da tutte le principali signorie del nord (tranne gli Scaligeri) e da Firenze. Il 1º dicembre 1369 le truppe viscontee guidate da Giovanni Acuto affrontarono quelle della Lega nella battaglia di Cascina, sconfiggendole e catturando la Lunigiana, affidata a Regina della Scala e il contado pisano, ma non Pisa. Malgrado la sconfitta, il 25 marzo 1370 Urbano V rinnovò la Lega anti-viscontea formata dagli stessi membri dell'anno precedente. L'11 maggio Bernabò inviò di nuovo Giovanni Acuto in Toscana per catturare Pisa ma senza esito, il 13 giugno pose l'assedio a Reggio, sotto la signoria di Feltrino Gonzaga. La Lega inviò quindi un esercito per sollevare la città dall'assedio ma nessuna delle due parti prevalse e si giunse ad una tregua l'11 novembre in seguito alla quale l'imperatore tornò in Boemia. Bernabò inviò 800 uomini a Lucca fingendo di inviarle in aiuto del papa contro i fiorentini, queste riuscirono ad entrare in città ma Alderico Castracani, alleato del Visconti, riferì il piano ai pontifici per cui Bernabò non riuscì a catturare la città e fu costretto a ritirarsi dalla Toscana. Per vendicarsi inviò un esercito sino alle porte di Firenze saccheggiando la campagna e facendo molti prigionieri.[40]

Nel febbraio del 1370 i Visconti persero San Miniato in seguito al tradimento di uno dei cittadini che fece penetrare delle milizie fiorentine in città; sempre ai fiorentini passò Guido Fogliano. Bernabò, spinto da Giovanni dell'Agnello, inviò un esercito per catturare Pisa ma dopo due mesi di assedio fu costretto a toglierlo e ritornare nel parmigiano. In luglio tentò di assediare Reggio, presidiata da Feltrino Gonzaga, ma fu ancora una volta sconfitto dopo una sortita effettuata da reggiani, bolognesi e ferraresi. Nell'estate dello stesso anno Ludovico II Gonzaga stipulò un trattato di pace con i Visconti per la cui Mantova rimase ai Gonzaga e Bernabò abbandonò il ponte di Borgoforte in cambio della fuoriuscita di Mantova dalla lega anti-viscontea. In ottobre ferraresi, bolognesi e fiorentini attaccarono con 500 lance alla guida di Lucio Lando il territorio attorno a Mirandola ma furono infine sconfitte da Bernabò. Il 12 novembre fu suggellata la pace tra i Visconti, la Repubblica di Firenze e lo Stato Pontificio ma ebbe vita breve dato che il 13 dicembre morì Urbano V. Al suo posto fu eletto Gregorio XI, nipote di Innocenzo IV.[41]

La campagna anti-viscontea di Gregorio XI (1371-1378)Modifica

La cattura di ReggioModifica

Nel marzo del 1371 Niccolò II d'Este assoldò l'esercito condotto da Lucio Lando per catturare Reggio dopo una richiesta d'aiuto da parte dei cittadini. Grazie al tradimento di un tale Gabriello Gavasaldo, il 2 maggio Lando riuscì a catturare Porta San Pietro e poi a far entrare in città 300 uomini al comando di Zebrino da Marano che costrinsero Feltrino Gonzaga e i Manfredi a rinchiudersi nel castello della città. Guglielmo, figlio di Feltrino, riuscì ad uscire dalla città e recarsi a Crevalcore per implorare aiuto a Bernabò che era ivi acquartierato. Bernabò gli concesse 50 soldati scelti carichi di viveri che riuscirono a tornare a Reggio introducendosi nel castello di notte e di soppiatto. Bernabò poi scrisse al figlio Ambrogio ingiungendogli di soccorrere Feltrino con i suoi 500 uomini. Ambrogio si fece dare le chiavi del castello ed entrò in città ma venutolo a sapere, il Lando partì da Sassuolo e si recò di nuovo a Reggio per contrastarlo. Ne derivò un violento saccheggio della città da parte dei tedeschi. Guglielmo, figlio di Feltrino, infine accettò di cedere a Bernabò Reggio e tutte le città nella sua diocesi con l'eccezione di Bagnolo e Novellara in cambio di 50 000 fiorini. Una volta terminata la licenza concessagli dall'Este, Lucio Lando acconsentì ad abbandonare la città ai milanesi in cambio di 25 000 fiorini (secondo il Rosmini) o 60 000 fiorini (secondo il Corio). Il governo della città fu affidato ad Ambrogio Visconti, seguirono grandi festeggiamenti.[42] A partire da luglio Manfredino da Sassuolo, al soldo di Bernabò, attaccò le campagne modenesi mentre in agosto Ambrogio Visconti devastò le ferraresi arrivando per la prima volta da settant'anni sino alle porte della città attirando le ire di Gregorio XI. In ottobre Guido da Correggio, figlio di Azzone, tradì il padre e lo zio che sostenevano la lega anti-viscontea alleandosi con Bernabò e, dopo aver introdotto alcuni soldati in città, li fece arrestare insieme ai loro figli assumendo il governo del luogo e guadagnandosi una provvigione annua dai Visconti.[43]

La battaglia di RubieraModifica

All'inizio del 1372 il marchese Federico II di Saluzzo chiese aiuto a Bernabò non riuscendo a contrastare l'esercito di Amedeo VI di Savoia. Bernabò gli inviò 500 lance che per tutta l'estate effettuarono scorrerie nelle terre del Savoia. Nel frattempo Gregorio XI aveva allestito un esercito di 1.000 lance e almeno altrettanti fanti insieme a Niccolò II d'Este per evitare che Beranbò catturasse anche Modena. Il 2 giugno 1372 le truppe di Bernabò, 1.000 fanti e 800 lance guidate da John Hawkwood e Ambrogio Visconti, sconfissero l'esercito della lega, due volte più numeroso, nella battaglia di Rubiera catturando gran parte dei nemici insieme al comandante Francesco da Fogliano, promettendo di risparmiarlo in cambio di tutti i suoi castelli. La proposta venne respinta dal fratello Guido, così Francesco venne impiccato alle mura di Reggio. A giugno Bernabò inviò truppe in aiuto del fratello che stava assediando Asti ai danni del Savoia. L'assedio fu infine sollevato e Galeazzo fu costretto a ritirarsi mentre Ambrogio tornò a Reggio dove si lamentò col padre per la condotta di John Hawkwood durante e dopo l'assedio tanto che questo fu licenziato e passò al soldo del papa che lo nominò gonfaloniere della Chiesa e capitano dell'esercito pontificio. Ferraresi e pontifici approfittarono della dipartita di parte delle truppe di Bernabò per effettuare scorrerie nel parmigiano per poi assediare Sassuolo in agosto. Bernabò rispose assediando San Polo d'Enza. In novembre Pietro di Bourges, facendo finta di recarsi dal conte di Savoia, saccheggiò le campagne parmigiane e piacentine, catturò diversi castelli piacentini e pavesi e le cittadine di Broni Borgonovo e Castelnuovo per poi tornare a Bologna con un ricco bottino. Bernabò rispose inviando Ambrogio Visconti a saccheggiare le campagne sino a Bologna, dispose inoltre di arrestare tutti gli ecclesiastici francesi e di non permettere l'ingresso ad alcun francese nel suo stato. In risposta Gregorio IX rinnovò la scomunica nei confronti di Bernabò e di suo fratello.[44]

La disfatta di GavardoModifica

All'inizio di gennaio il papa aveva approntato due nuovi eserciti, di cui quello destinato a combattere contro Bernabò era costituito da John Hawkwood con 500 lance inglesi, Ugolino da Savignano con 300 lance ferraresi, Guidone di Pluine con una compagnia di guasconi, Giorgio Piccinino con una compagnia di borgognoni e Ulrich Totinger con una compagnia di tedeschi. Il 23 gennaio l'esercito di Bernabò al comando di Zanetto Visconti fu sconfitto sulle rive del Panaro al ritorno da operazioni di rapina nel bolognese condotte da John Hawkwood. I pontifici ne approfittarono per occupare San Giovanni in Croce e riuscirono a provocare una sollevazione guelfa che fece perdere ai Visconti gran parte dei castelli del piacentino costringendoli a rifugiarsi in città. Il conte di Savoia, nuovo generale della lega, a sua volta ne approfittò per conquistare diversi castelli e cittadine nel novarese, tra cui Galliate, per poi attraversare il Ticino, saccheggiare la Martesana e attraversare l'Adda a Brivio provocando la sollevazione dei guelfi della valle San Martino e di molte altre. Bernabò fece espellere i guelfi da Milano poi lo tallonò con il suo esercito danneggiandone il vettovagliamento. Il conte di Savoia, a corto di viveri e in ritardo con le paghe, fu ulteriormente funestato da un morbo che si diffuse nell'accampamento e fece morire molti soldati e infine costretto a ritirarsi verso il bresciano.[45] Gregorio IX, volendo capitalizzare sul momento di debolezza dei Visconti, indisse una crociata contro di loro inviando John Hawkwood nel bresciano in modo da unirsi al conte di Savoia. Galeazzo II vi inviò Gian Galeazzo e Bernabò suo figlio Ambrogio per evitare che i due eserciti si congiungessero, il secondo tuttavia fu poi costretto a puntare su Bergamo per sedare la rivolta in corso finendo però ucciso il 17 agosto insieme a Ludovico da Correggio dai valligiani a Caprino Bergamasco; durante le operazioni fu distrutta l'Abbazia di Pontida. Gian Galeazzo assalì il nemico presso Montichiari sconfiggendolo e catturando circa 500 uomini. L'8 maggio, passato il fiume Chiese sconfisse John Hawkwood a Gavardo. Le truppe viscontee tuttavia si diedero al sacco dei nemici caduti e l'Hawkwood ne approfittò per contrattaccare e annientarli, catturandone quasi tutti i capitani. Gian Galeazzo Visconti dopo essere stato disarcionato riuscì a fuggire solo grazie all'aiuto di alcuni fedeli cavalieri. Dopo la battaglia sia l'Hawkwood che il conte di Savoia si ritirarono a Bologna. Lo stesso mese si stabilì una tregua dietro il pagamento di 20.000 fiorini da parte di Bernabò al papa. In settembre Bernabò marciò personalmente in valle San Martino per vendicare il figlio, soffocò la rivolta nel sangue, atterrò i fortilizi guelfi e in ottobre ritornò a Milano.[46]

La rivolta nello Stato PontificioModifica

Nell'aprile del 1374 Giberto da Fogliano congiurò con alcuni cittadini di Scandiano, ne cacciò lo zio Guido e si alleò con la lega anti-viscontea iniziando ad effettuare scorrerie nel reggiano. Il 9 giugno Bernabò inviò Paolo Cristiani per firmare un armistizio con lo Stato Pontificio e il Savoia. Ne sei mesi successivi gran parte del dominio visconteo fu funestato dalla peste. In ottobre John Hawkwood devastò le campagne e alcune cittadine parmigiane al punto tale che non si poté seminarle e l'anno successivo non diedero raccolto. Nello stesso mese Jacopo e Antonio dei Pii cacciarono i fratelli Marsilio e Giberto da Carpi alleandosi con i pontifici.[47]

Il 22 maggio 1375 si giunse alla ratifica di una pace per un anno tra i Visconti e la lega anti-viscontea. In agosto Bernabò diede in moglie la figlia Agnese a Francesco Gonzaga, figlio di Ludovico. In agosto Bernabò venne avvicinato da Pietro II di Cipro, bisognoso di un alleato sulla terraferma italica per muovere un attacco alla Repubblica di Genova, in guerra con Cipro. L'accordo venne suggellato dal matrimonio di Pietro con Valentina, figlia di Bernabò. Il 22 agosto, su richiesta di Federico di Cipro, Bernabò fidanzò la figlia Anglesia con Enrico figlio di Pietro.

Nel 1375 i fiorentini, si allearono con Bernabò, Giovanna I di Napoli, i senesi, i lucchesi, i pisani e gli aretini contro Gregorio XI poiché questi aveva lasciato che John Hawkwood devastasse il loro territorio malgrado fossero alleati. Bernabò mandò in loro aiuto 500 lance al comando di Zenone Visconti. Galeazzo II decise di non appoggiare il fratello. I fiorentini invitarono tutte le città d'Italia e specialmente quelle dello Stato Pontificio a ribellarsi alla tirannia dei rettori. In novembre due terzi delle città e castelli dello Stato Pontificio (Forlì, Urbino, Fermo, Perugia, Assisi, Gubbio, Città di Castello, Viterbo, Narni, Ortona, Civitavecchia e altre) si ribellarono al papa espellendo gli ufficiali della Santa Sede. Alcune famiglie nobili romane come gli Orsini, i Savelli e i Colonna fecero lega tra loro e si allearono con i Visconti e con i fiorentini. Nel febbraio del 1376 si ribellarono anche Ascoli, Macerata e Imola, il 20 marzo fu la volta di Bologna che espulse il legato pontificio e i suoi soldati, costringendoli a riparare a Ferrara. John Hawkwood approfittò della situazione per saccheggiare Faenza e i territori pontifici circostanti. Per cercare di ristabilizzare la situazione Gregorio XI assoldò una compagnia mercenaria di francesi, bretoni e inglesi a cui aggiunse 800 cavalieri italiani. Bernabò e fiorentini risposero riunendo a Bologna un esercito di 1.000 lance al comando di Rodolfo da Varano che riuscirono a respingere i pontifici, costretti a riparare a Cesena. I cittadini di quella città si ribellarono costringendo gli ufficiali pontifici ad arroccarsi nel castello da dove furono liberati dall'intervento di John Hawkwood che saccheggio barbaramente la città facendo strage di civili. In aprile Bernabò diede la figlia Elisabetta in moglie a Lucio Lando con una dote di 12.000 fiorini.[48]

La fine della cattività avignoneseModifica

Il 27 gennaio 1377, sollecitato da Caterina da Siena e intenzionato a porre fine alle rivolte nello Stato Pontificio, Gregorio XI fece solenne rientro a Roma. Si fece precedere da un esercito di 4.000 fanti e 6.000 cavalieri bretoni che, giunto nel bolognese dopo aver devastato i territori attraversati, riuscì a riacquistare alcuni castelli.[49] In luglio Bernabò cercò di accordarsi con Hawkwood per la cattura di Modena ma Niccolò II d'Este riuscì ad anticiparlo arrestando il castellano e i modenesi ribelli per cui non se ne fece nulla. Poco dopo Eustorgio Manfredi con l'aiuto dell'Hawkwood e di alcuni cittadini faentini riuscì ad impossessarsi di Faenza sottraendola ai ferraresi, poi si alleò con i Visconti e i fiorentini. Il 19 luglio il pontefice stabilì una nuova tregua con i Visconti. Lo stesso anno Bernabò donò all'amante Donnina Porro le terre di Ronchetto cui aggiunse Pagazzano nel 1379; alla sua morte sarebbero andate in feudo al figlio illegittimo avuto con lei, Lancillotto. In maggio diede in sposa la figlia illegittima Donnina a John Hawkwood. Il 2 agosto 1377 Violante Visconti si sposò con Ottone del Monferrato, di diversi anni più giovane. La sfortunata Violante era infatti rimasta vedova di Lionello di Anversa, morto ad Alba dopo appena quattro mesi di matrimonio. Il 18 ottobre 1375 morì Cansignorio della Scala. Gli succedettero i figli naturali Antonio e Bartolomeo. Bernabò riteneva che la successione fosse invece dovuta alla moglie Regina della Scala così nell'ottobre del 1377 cercò di farli catturare da una compagnia di tedeschi durante una battuta di caccia ma i questi contravvennero agli ordini avvertendo i veronesi. Nel marzo del 1378 Gregorio XI aprì nuove trattative di pace a Sarzana con i Visconti e i fiorentini dopo essere stato sconfitto dai secondi nelle battaglie di Camerino e Matelica senza però concluderle dato che a fine mese morì. I cittadini romani si sollevarono chiedendo l'elezione di un papa italiano dopo 72 anni di francesi, fu pertanto eletto Urbano VI, da Itri. Il 4 agosto morì Galeazzo II e Bernabò assunse il governo dell'intera Signoria di Milano.[50]

La fine del potere e la morte (1378-1385)Modifica

Nell'aprile del 1378 John Hawkwood e Lucio Lando assediarono Verona senza risultati. In ottobre Bernabò effettuò scorrerie nel veronese dopo che i della Scala avevano inviato compagnie di ungheresi a saccheggiare il bresciano. Lo stesso anno Bernabò appoggiò la Repubblica di Venezia nella guerra di Chioggia contro Genova. Le truppe viscontee vennero però sconfitte pesantemente in Val Bisagno nel settembre del 1379. In dicembre Regina della Scala insieme al primogenito Marco marciò con 700 uomini alla volta della città e li accusò di tradimento ma non riuscì a catturare Verona a causa dell'indolenza di John Hawkwood e di Lucio Lando (forse corrotti dagli Scaligeri) che furono cacciati e si vendicarono saccheggiando la pianura bergamasca e bresciana. Il 26 febbraio 1379 si raggiunse un accordo per cui la Regina della Scala rinunciò alle sue pretese sulla città in cambio di 440 000 fiorini e una pensione annua di 2 000 fiorini. Bernabò lo stesso anno le donò i feudi lodigiani di Somaglia, Castelnuovo Bocca d'Adda, Maiano, Monteoldrado, Sant'Angelo Lodigiano e Merlino.[51] A questi nel dicembre del 1380 si aggiunsero i feudi di Cassano, Stezzano, Chignolo, Villanterio, Roccafranca, Tabiano e Pizzobellasio.[52] Infine nel 1383 Regina ottenne anche Roncaglia, Sarzana, Valenza, Santo Stefano e Carrara.[53]

Nel marzo del 1379 Bernabò assegnò ai figli maschi legittimi i rispettivi feudi: a Marco toccò metà di Milano con l'altra metà in possesso di Gian Galeazzo Visconti, a Ludovico vennero assegnate Lodi e Cremona, a Carlo Parma, Crema e Fidenza, a Rodolfo Bergamo, Soncino e la Gera d'Adda, a Gianmastino Brescia, il Garda e la val Camonica sotto tutela della madre data l'età. In aprile si stipulò una pace tra i Visconti e i della Scala.[51]

Nel 1380 il marchese del Carretto tradì i Visconti passando ai genovesi che gli offrirono Albenga. In aprile Bernabò fece entrare il nipote Gian Galeazzo nella nuova alleanza stipulata con la Repubblica di Venezia e insieme inviarono i loro due eserciti rispettivamente al comando di Nicolò Terzi e Ottorino Mandelli nel genovese. In estate Castelnuovo e Serravalle passarono sotto i Visconti. In agosto Agnese Visconti, figlia di Bernabò, sposò Francesco I Gonzaga. Il 13 novembre in forza delle bolle apostoliche, gli arcivescovi di Milano e Napoli permisero la promessa di matrimonio tra Caterina Visconti, figlia di Bernabò e Gian Galeazzo Visconti, cugini di primo grado. La sposa portò una dote di ben 100 000 fiorini d'oro. Il matrimonio si celebrò due giorni dopo presso la basilica di San Giovanni in Conca poi il marito le diede in feudo Monza e il suo castello. In novembre si sposò infine Antonia Visconti, altra figlia di Bernabò, sposò Eberardo III del Württemberg.[54]

Il 18 aprile 1381 Isotta Visconti, figlia di Bernabò, ripudiò il marito Carlo da Fogliano per essere stata sposata con lui in tenera età. Lo stesso mese Ludovico Visconti, altro figlio di Bernabò, sposò Violante Visconti, figlia di Galeazzo II che gli portò in dote 100 000 fiorini d'oro. Violante era rimasta ancora una volta vedova di Ottone del Monferrato, che come il precedente marito era morto a pochi mesi dal matrimonio (fine 1378) in una battuta di caccia o in una rissa. Il 3 gennaio 1382 morì Marco Visconti, figlio di Bernabò e di lì a pochi mesi anche sua moglie Elisabetta di Baviera; furono entrambi sepolti nella basilica di San Giovanni in Conca. Nel febbraio del 1382 Bernabò Visconti e Luigi I d'Angiò si accordarono a Milano per l'invasione del Regno di Napoli e il Visconti offrì la figlia Lucia a Ludovico II, figlio del Duca d'Angiò ed Elisabetta Visconti al conte di Valois, fratello di Carlo VII di Francia oppure al conte di Borgogna. Il matrimonio non ebbe mai luce. In marzo Bernabò maritò la figlia Maddalena con Federico di Baviera pagando una dote di 100.000 fiorini. Il 24 luglio l'esercito angioino e quello visconteo si incontrano a Piacenza, poi Bernabò accompagnò Lodovico sino a Castel San Giovanni e gli fece numerosi doni. In agosto Carlo Visconti, figlio di Bernabò, maritò la figlia del conte d'Armagnac. A dicembre morì Pietro II di Cipro lasciando vedova Valentina Visconti.[55]

Il 19 febbraio 1383 Bernabò siglò una pace separata con Genova. Il 18 giugno 1384 moriva la moglie Regina della Scala. Lo stesso anno Lucia Visconti sposava a Milano Edmund III Holland, figlio del re d'Inghilterra portando una dote di 75.000 fiorini.[56] Nel 1385 Bernabò impresse una decisa svolta filo-francese alla sua politica matrimoniale. Mentre arrivavano finalmente a conclusione le trattative per il matrimonio tra sua figlia Lucia Visconti e un figlio del re di Napoli Luigi II d'Angiò, sua nipote Isabella di Baviera, figlia di Taddea, veniva promessa in sposa al re Carlo VI di Francia. In febbraio fece inoltre sposare l figlio Gianmastino ad una figlia di Antonio della Scala restituendogli tutti i castelli che aveva occupato nel veronese.[57]

La trappola di Gian Galeazzo ViscontiModifica

Gian Galeazzo, vedendo minacciate le sue alleanze francesi, mosse risolutamente contro lo zio. Secondo il Giovio, Regina della Scala aveva istigato da tempo i suoi figli ad eliminare lo scomodo cugino che aveva ereditato i ricchi domini del padre ma questi, benché se ne fosse accorto, faceva finta di non saperlo. In compenso Gian Galeazzo prendeva ogni precauzione per evitare di essere eliminato: restrinse il numero dei domestici, ridusse la sua tavola a poche vivande che faceva assaggiare prima di consumare, costituì la sua guardia personale di veterani fedeli, non metteva piede fuori dalla porta di un castello se prima non aveva fatto esplorare i dintorni da una squadra di soldati, si mostrava devoto, debole e pusillanime andando a pregare in chiesa con una scorta armata, attirando su di sé il disprezzo dei cugini e facendosi sottovalutare dallo zio.[58] Il 6 maggio 1385, con la scusa di un pellegrinaggio al santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, si avviò da Pavia a Milano, spingendo Bernabò ad accoglierlo fuori dalla Porta Vercellina, presso l'ospedale di S.Ambrogio a Milano. Bernabò si recò all'appuntamento su una mula accompagnato solo dai figli Rodolfo e Ludovico e da pochi armati sebbene molti cercarono di dissuaderlo. Gian Galeazzo arrivò accompagnato dai fedelissimi Ottone Mandelli e Bernardino di Lonato con le milizie di Jacopo dal Verme, Ugolotto Biancardo e Giovanni Malaspina. Bernabò e i suoi vennero pertanto facilmente circondati e catturati dagli uomini di Gian Galeazzo che poi si impadronirono dei punti chiave di Milano, mentre la plebe veniva lasciata libera di saccheggiarne il palazzo. Il vecchio "tiranno" fu rinchiuso nelle segrete del Castello di Porta Giovia per poi essere trasferito il 25 maggio da Gaspare Visconti nel castello di Trezzo sull'Adda dove rimase rinchiuso per sette mesi prima di morire il 19 dicembre tra le braccia di Donnina Porro forse per avvelenamento da una scodella di fagioli avvelenati. Bernabò aveva raggiunto i sessantadue anni e aveva signoreggiato per trenta. Il Giulini racconta che essendosi accorto di essere stato avvelenato, proruppe in gran pianto e si percosse il petto ripetendo continuamente cor contritum et humiliatum Deus non despicies[59] finché spirò.[60][61]

Gian Galeazzo tributò solenni funerali allo zio-suocero per non farne un martire. Bernabò fu inizialmente sepolto a Milano nella cripta di San Giovanni in Conca. L'esecuzione della tomba fu affidata allo scultore Bonino da Campione, che venne incaricato di riadattare, con modifiche e aggiunte, il monumento equestre commissionatogli per la stessa chiesa dallo stesso Bernabò intorno al 1363. La grandiosa arca marmorea si trova oggi al Castello Sforzesco di Milano.[62]. Una testina marmorea erratica rinvenuta nel 2012 nei depositi del Castello Sforzesco è stata identificata come un ritratto di Bernabò negli ultimi anni di vita. L'opera è attribuita a Bonino da Campione.[63]. Il corpo fu traslato nel 1814 nella Chiesa di Sant'Alessandro in Zebedia, dove riposa dal 1892 anche la moglie Beatrice[64].

 
L'arresto di Bernabò Visconti.
 
Lapide del sepolcro di Bernabò Visconti, 1814, chiesa di Sant'Alessandro in Zebedia, Milano

Opere architettoniche di Bernabò ViscontiModifica

 
Il castello di Trezzo sull'Adda; sulla destra del castello è visibile la spalla del ponte voluto da Bernabò Visconti
 
Marc'Antonio Dal Re, la Basilica di San Giovanni in Conca e sulla destra la Cà di Can come appariva nel XVII secolo
  • A Milano era solito risiedere in un palazzo accanto alla basilica di San Giovanni in Conca noto come "Ca de' Can" che fece ampliare aggiungendo mura merlate alte venticinque braccia (circa quindici metri) e un ampio cortile interno, conferendogli un aspetto simile ad un castello. Nel 1380 la fece riedificare in seguito ad un incendio. Ornò la vicina basilica di San Giovanni in Conca con nuovi altari scolpiti e affreschi. Commissionò un monumento equestre autocelebrativo che dopo la sua morte sarebbe stato riadattato dal nipote Gian Galeazzo per diventare il suo sepolcro. Si trovava accanto all'altare maggiore nella basilica di San Giovanni in Conca. Oggi si trova nella Sala della Cancelleria all'interno del museo d'arte antica del Castello Sforzesco.[58] Nel 1358 fece costruire le rocche di Porta Nuova e Porta Romana per poi collegare la sua residenza a quest'ultima e all'Arengo tramite una strada sopraelevata simile ad una lunga loggia in modo da aumentarne la sicurezza. Nel 1359 effettuò generose donazioni agli ospedali di San Giacomo, Sant'Antonio, San Lazzaro, Santa Caterina in Brolo, Sant'Ambrogio e San Pietro dei Pellegrini. Questi ospedali furono soppressi sotto Francesco Sforza con la realizzazione della Ca' Granda, sede dell'Ospedale Maggiore; lo stesso anno edificò la chiesa di San Giovanni Battista e le carceri della Malastalla, destinate a rinchiudere i debitori insolventi.[65][66][67]
  • La moglie Regina della Scala il 7 settembre 1381 fece erigere a Milano la chiesa di Santa Maria alla Scala per una spesa di 15 000 fiorini al posto di parte delle case rotte ovvero dei resti del Palazzo dei Torriani. La chiesa diede poi il nome al Teatro alla Scala. Apportò importanti modifiche al castello di Sant'Angelo Lodigiano per una spesa di 100 000 fiorini, facendolo diventare la sua dimora signorile.
  • Il 13 aprile 1361 fondò insieme al fratello l'università di Pavia che resterà la più importante in Lombardia sino alla prima metà del XX secolo. Si attivò per attirare studiosi da tutta Italia al fine di aumentarne il prestigio.[68]
  • Realizzò le nuove mura di Parma insieme alle rocche a difesa di Porta Nuova e Porta San Michele. Collegò poi la rocca di Porta Nuova al ponte di Madonna Zilia con una strada coperta.[69]
  • Al fine di garantirsi una miglior presa sui territori del dominio e quale vendetta per le continue rivolte, ordinò la demolizione di buona parte dei castelli in possesso delle famiglie guelfe. Sopravvissero quelli passati sotto il diretto dominio visconteo, come il castello di Pagazzano, già residenza dell'arcivescovo e signore di Milano Giovanni Visconti. D'altra parte fece costruire numerosi castelli, tra cui quelli di Melegnano con la sua riserva di caccia e il ponte sul Lambro, Trezzo, Pandino, Cusago, Lodi, Cremona, Desio, Senago, Carona, Castronno, Pontremoli, Salerano sul Lambro, San Colombano al Lambro, Pizzighettone e Castelnuovo Bocca d'Adda. A lui si devono inoltre la cittadella di Bergamo e l'ampliamento della rocca di Bergamo così come il castello e la cittadella di Brescia.[70]
  • Nel 1370 ordinò l'erezione di un ponte fortificato a Trezzo sull'Adda nel contesto della realizzazione del nuovo castello. Era lungo 72 metri, largo 8 metri e alto 25 metri dal pelo dell'acqua, costituito da una singola enorme campata, munito di una torre per ciascun lato[70] e strutturato su tre livelli coperti posti l'uno sopra l'altro: in quello inferiore circolavano i carri, le merci e le salmerie, in quello intermedio gli uomini a cavallo e in quello superiore i pedoni. Il ponte era merlato e il suo accesso era regolato un ponte levatoio su ciascuna riva.[66] L'illuminazione e l'aerazione interna era garantita da finestre a grata. Fu concluso dopo sette anni e tre mesi di lavori e all'epoca era uno dei più grandi se non il più grande ponte a singola arcata in Europa. Dopo la sua realizzazione la maggior parte delle merci in transito sul tratto intermedio dell'Adda passarono per questo ponte a discapito di quelli di Canonica e Cassano. Fu demolito nel 1416 dal Carmagnola durante un assedio. Nel XIX secolo parte delle rovine furono utilizzate per realizzare l'Arena di Milano.[71]

Bernabò tra realtà e leggendaModifica

Bernabò viene descritto dagli storici dell'epoca come uomo di bell'aspetto, intelligente, colto, astuto, fine politico ed abile giurista ma anche facile all'ira, impaziente, insaziabile, avaro, vendicativo e capace di atti di incredibile e maniacale crudeltà.[72][73] Il Giulini lo presenta come un uomo coraggioso, amante della verità e della giustizia, garantiva gratuitamente certe cariche agli uomini di merito senza più rimuoverli, manteneva le promesse e pagava con puntualità.[74]

  • Bernabò, come molti nobili dell'epoca si dilettava nella caccia, specialmente al cinghiale con i cani. Chiunque fosse negligente a partecipare ad una delle sue battute di caccia, vero affare di Stato, poteva essere torturato o ucciso. I sudditi, malgrado i divieti a loro imposti, spesso cacciavano l'animale insieme ad altra selvaggina per sfamarsi. Il Corio racconta che un giorno, avendo scoperto che alcuni di loro violavano le sue disposizioni, li fece catturare, cavò loro gli occhi e li torturò atrocemente per poi impiccarli. Pare che almeno un centinaio di persone fecero questa fine ma molte altre furono proscritte e i loro beni confiscati oppure gli veniva bruciata la casa ed erano bandite. Fece impiccare l'abate del convento di San Barnaba che aveva catturato delle lepri, cavare gli occhi ad un uomo che passeggiava in una sua strada privata, tagliare le mani e cavare gli occhi ad un giovinetto che gli riferì di aver sognato di uccidere un cinghiale, fece uccidere dal suo canettiere un contadino che aveva un cane. Decretò che nessun giudice sarebbe stato pagato se non avesse prima messo a morte un uccisore di pernici. Chi veniva colto a cucinare o mangiare selvaggina veniva multato, compresi i locandieri che se ne lamentarono a più riprese.[73][75]
  • Era un grande amante dei cani, si racconta che ne possedesse cinquemila e che nessun altro fosse autorizzato a possederne uno. Realizzò per i suoi esemplari preferiti una grande tenuta presso il borgo di Quarto Cagnino che allora si trovava in campagna a quattro miglia dalla città mentre oggi è un quartiere di Milano. Il nome del borgo potrebbe derivare proprio da questa tenuta. I cani erano tuttavia talmente numerosi e costosi da mantenere che si dice abbia deciso di distribuirli ai sudditi che avrebbero dovuto mantenerli in buona salute a proprie spese. Ogni due settimane questi dovevano recarsi al palazzo di Bernabò, popolarmente nota come Ca' di Can (Casa dei Cani), affinché ne verificasse le condizioni. Secondo il Giovio invece vi erano dei ministri dell'ufficio della caccia (gli "ufficiali dei cani") che giravano per tutta la città con un libro in cui era rappresentato e descritto ciascun cane. Chiunque presentasse un cane in cattiva forma veniva malmenato o era soggetto a pesanti multe e in caso di morte dell'animale si ricorreva alla confisca dei beni. La Cà di Can fu distrutta da un incendio nel XIX secolo, poi ricostruita e infine demolita solo nel 1946 per far posto all'Hotel dei Cavalieri.[76] Da questo edificio parrebbe derivare l'espressione milanese alla Cà di Can per indicare l'angoscia di recarsi dal signore in tali circostanze. Nel dopoguerra, una errata traduzione sembrerebbe aver storpiato la frase in "alla cazzo di cane", fraseologia scurrile, significante "lavorare male, con nessun criterio".
  • Nel 1361 due legati pontifici andarono da Bernabò a notificargli le volontà di Innocenzo VI in merito ad una controversia sul possesso di Bologna (o, secondo altri, la scomunica papale nel 1373[77]). Furono accolti da Bernabò in persona alla testa di un piccolo esercito a Melegnano, sul ponte che attraversava il fiume Lambro che era in piena. Dopo aver letto il plico papale, Bernabò disse "Scegliete pur voi, o mangiare o bere": i due capirono che il "bere" significava essere buttati nel fiume e preferirono ingoiare la pesante pergamena con tanto di cordone di seta, da cui il modo di dire "mangiare la foglia" (manger la feuille: "mangiare il foglio" in francese[77]). Uno dei legati si chiamava Guglielmo da Grimoard, futuro Papa Urbano V che non perdonò mai l'affronto.[78]
  • Nel 1361 Bernabò si rifugiò a Melegnano per cercare di evitare di essere colpito dalla peste che stava facendo strage in Lombardia. Durante una battuta di caccia si smarrì tra i boschi finché, incontrato un contadino che stava tagliando della legna, si offrì di farlo salire in groppa qualora gli avesse mostrato la strada per uscire dal bosco e questi accettò. Salito a cavallo iniziò a lamentarsi di soprusi del governatore di Lodi poi di Bernabò che definì crudele ma in grado di far rispettare la legge e mantenere l'ordine. Usciti dal bosco, Bernabò promise al contadino che gli avrebbe pagato cena e donato un grosso se l'avesse accompagnato all'albergo e ancora una volta questi accettò. Mentre erano per strada, ad un tratto vennero loro incontro i servitori del Visconti portando delle torce per illuminare il cammino. Quando questi fecero riverenza all'uomo, il contadino si avvide di chi fosse e ne fu terrorizzato. Bernabò tuttavia mantenne la parola data e gli offrì quanto promesso oltre a fargli rilasciare un campo che gli era stato sottratto.[79]
  • Il 22 maggio 1362 a Bologna si formò una nuova lega anti-viscontea così le signorie di Verona, Mantova e Ferrara decisero di inviare a Milano tre ambasciatori per esortare Bernabò a restituire i castelli che aveva occupato nel bolognese e in Romagna. Il signore di Milano non si degnò di riceverli e fece riferire quanto avevano da dire a un suo cancelliere. Quando questi riferì a Bernabò quanto gli avevano detto, il Visconti montò in collera e ordinò che fossero confinati nell'albergo in cui risiedevano. Li costrinse ad indossare una semplice veste bianca, a montare a cavallo e a presentarsi al suo cospetto all'Arengo esponendosi alle risate del popolo assiepato ai lati della strada. Giunti all'Arengo, li fece aspettare due ore davanti alla porta per poi uscire e costringerli a sfilare per le vie della città per poi ricoprire i loro signori di ingiurie. Non pago, dopo averli fatti giurare di non cambiarsi le vesti se non alla presenza del loro signore, li fece scortare al confine da un gruppo di soldati. Secondo il Villani invece Bernabò gli fece consegnare dei vasi d'argento contenenti gli emblemi delle loro casate distorti in modo oltraggioso, agli Scaligeri ad esempio toccò una scala appesa ad una forca.[80]
  • Un giorno Roberto Visconti, arcivescovo di Milano, si rifiutò di ordinare un monaco che riteneva indegno. Quando Bernabò venne a saperlo, furente, gli disse: Nescis, pultrone, quod ego sum papa et imperator ac dominus in omnibus terris meis, et quod nec imperatore, immodo nec Deus, posset in terris meis facere nisi quod vellem nec intendo quod faciat?[81][74]
  • Bernabò sprezzava le censure ecclesiastiche, impedì ad alcuni preti di officiare la messa o di risiedere nella canonica, aumentò l'imposizione fiscale nei loro confronti, fece arrestare prelati e persino vescovi e ne confiscò i beni. Due arcivescovi di Milano, Guglielmo II Pusterla e Simone da Borsano, si guardarono bene dall'occupare il loro posto in arcivescovado. Vi rientreranno solo nel 1376 con Antonio da Saluzzo dopo un miglioramento nei rapporti tra Bernabò e il pontefice. Nondimeno, quando venne a Milano, Antonio vi entrò con poca pompa per timore dell'ira di Bernabò.[82]
  • Dal 1363 ordinò che a nessuno fosse permesso di girare armato sotto pena la della forca, e di bighellonare di notte, pena il taglio di un piede. Si vantava che nelle sue terre chiunque potesse viaggiare sicuro con il solo bastone.[74]
  • Spese complessivamente più di due milioni di fiorini d'oro in dote per le figlie e oltre tre milioni per la guerra contro Bologna.[83]
  • Punì la sua stessa figlia Bernarda per adulterio risparmiandole la pubblica esecuzione ma confinandola a pane e acqua nella rocchetta di Porta Nuova, presso l'omonima porta a Milano. Vi morì dopo sette mesi e venne sepolta nella chiesa di San Giacomo (oggi scomparsa) poco fuori la porta. Si dice che fu rivista viva a Bologna e Bernabò, per accettarsi che forse veramente morta, diede ordine di farla riesumare.[84]
  • Numerose leggende sono legate al castello di Trezzo in cui visse, fu imprigionato e morì. Si vuole che durante la sua agonia abbia scritto su un muro della cella “tanto a me tanto a te” con il suo stesso sangue per maledire il nipote Gian Galeazzo Visconti, divenuto signore di Milano a sue spese. All'interno del castello si trovano due profondi pozzi, in uno si dice abbia fatto montare delle lame che dilaniavano i prigioneri che vi erano gettati ancor prima che questi finissero sul fondo allagato dalle acque dell'Adda. Pare che vi gettasse anche alcune delle fanciulle di cui si era annoiato. Nei sotterranei si trova un ambiente noto come "stanza della goccia" dove l'acqua cadeva dal soffitto in gocce ad intervalli regolari. Il prigioniero veniva legato e posizionato con la fronte proprio sotto a una di queste gocce che lentamente, giorno dopo giorno, gli scavava il cranio, portandolo alla follia e provocandogli una morte atroce. Su alcune pareti dei sotterranei adiacenti al pozzo delle lame e alla stanza della goccia affiorano, ancora oggi e in determinati periodi dell’anno, delle grosse macchie rosse, umide, molto simili al sangue fresco. La leggenda vuole che questo sia il sangue delle numerose vittime torturate e uccise da Bernabò che sgorga dalla pareti per ricordare le atrocità da lui commesse. In realtà si tratterebbe di una specie di fungo. Si racconta che il 19 dicembre di ogni anno (la sua data di morte) vi sia l’apparizione del suo fantasma che vaga per il maniero, producendo tremende urla. Si parla anche del fantasma di una donna, forse la figlia che lui stesso fece uccidere. Si dice infine che avesse fatto costruire, sfruttando dei passaggi naturali, lunghi tunnel scavati nella roccia in grado di collegare il castello di Trezzo con quelli di Cassano e di Brivio per poter fuggire in caso di necessità; l'entrata di questi cunicoli dovrebbe essere una porta nei sotterranei che non conduce da nessuna parte in quanto il passaggio è bloccato dai detriti derivanti dal crollo del soffitto.

DiscendenzaModifica

Bernabò Visconti ebbe almeno trenta figli da almeno sei donne diverse.

Da Regina della Scala ebbe ben quindici figli, cinque maschi e dieci femmine:

Dalla contessa Donnina Porro di Brianza dei marchesi di Trebbia, forse sposata dopo la morte della prima moglie, ebbe:

Dalla cortigiana Montanina de Lazzari ebbe:

  • Sagramoro, (... - 1385), signore di Brignano Gera d'Adda. Il ramo ed il cognome dei Visconti di Brignano continua ancora oggi (dall'anno 1602) ed è rappresentato dalla famiglia Marazzani Visconti Terzi di Paderna (Piacenza);
  • Donnina, (... - ...).

Dall'amante Bertramola de Grassi ebbe:

Dall'amante Caterina Freganeschi, figlia dell'oste dell'Osteria del Saraceno di Milano ebbe:[85]

Dall'amante Giovannola di Montebretto ebbe:[86]

Da un'amante sconosciuta ebbe:

NoteModifica

  1. ^ Matteo II co-governò Milano dal 5 ottobre 1354 al 29 settembre 1355.
  2. ^ Galeazzo II co-governò Milano dal 5 ottobre 1354 al 4 agosto 1378.
  3. ^ P. Giovio, op. cit., p. 194.
  4. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 3-4, 57.
  5. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 395-396.
  6. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 3-6.
  7. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, p. 402.
  8. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 196.
  9. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, p. 412.
  10. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 197.
  11. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, p. 8.
  12. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 405-407.
  13. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 9-10.
  14. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 417-418.
  15. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 198-199.
  16. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 419-421.
  17. ^ Fossati provvisti di bastioni
  18. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 421-423.
  19. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 199-200.
  20. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 11-15.
  21. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, p. 16.
  22. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 200-201.
  23. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, p. 431.
  24. ^ B. Corio, op. cit., vol II, pp. 202-204.
  25. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 20-23.
  26. ^ B. Corio, op. cit., vol II, pp. 206-207.
  27. ^ B. Corio, op. cit., vol II, p. 205.
  28. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 207-210.
  29. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 211-212.
  30. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 455-456.
  31. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 468-469.
  32. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 214-218.
  33. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 484-485.
  34. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 486-487.
  35. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 219-220.
  36. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 222-224.
  37. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 40-41.
  38. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 224-229.
  39. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 228-230.
  40. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 230-238.
  41. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 252-255.
  42. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 255-257.
  43. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 257-258.
  44. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 258-261.
  45. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 556-559.
  46. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 261-266.
  47. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 267-270.
  48. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 270-276.
  49. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 584-585.
  50. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 277-282.
  51. ^ a b B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 282-290.
  52. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 291.
  53. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 297.
  54. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 290-291.
  55. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 291-297.
  56. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 297-301.
  57. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 320-321.
  58. ^ a b P. Giovio, op. cit., p. 200.
  59. ^ il Signore mai disprezzerà un cuore contrito e umiliato.
  60. ^ Barbara W. Tuchman, Uno specchio lontano: un secolo di avventure e di calamità, il Trecento, Milano, 1979, pp. 470-73.
  61. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 321-323.
  62. ^ G.A. Vergani, L'arca di Bernabò Visconti al Castello Sforzesco di Milano, Cinisello Balsamo, 2001
  63. ^ L. Palozzi, "Ritratto virile (Bernabò Visconti?)", in Le collezioni di Arte Antica del Castello Sforzesco. Scultura lapidea, vol. 1, Milano, 2013
  64. ^ La storia viva.
  65. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 208.
  66. ^ a b P. Giovio, op. cit., p. 197.
  67. ^ G. Giulini, op. cit., vol. V, pp. 443-446.
  68. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 210-211.
  69. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 199.
  70. ^ a b B. Corio, op. cit., vol. II, pp. 254-255.
  71. ^ G. P. Brogiolo, Città, castelli, campagne nei territori di frontiera (VI-VII sec.)
  72. ^ B. Corio, op. cit., vol. II, p. 268.
  73. ^ a b P. Giovio, op. cit., p. 202.
  74. ^ a b c G. Campiglio, op. cit., vol. III, p. 30.
  75. ^ B. Corio, op. cit., pp. 268-269 e 303.
  76. ^ P. Giovio, op. cit., p. 203.
  77. ^ a b Prof. Luciano Pranzetti, Conferenza del 24 settembre 2011 "Curiosità linguistiche" Archiviato il 29 dicembre 2013 in Internet Archive.
  78. ^ Le grandi famiglie d'Europa: I Visconti, Mondadori 1972, p. 66
  79. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, p. 29.
  80. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, p. 32.
  81. ^ Inginocchiati, ribaldo! Non sai, poltrone, che ne' miei stati io sono papa, imperatore e Dio e che quivi né imperatore, né Dio può far quello che non voglio io?
  82. ^ G. Campiglio, op. cit., vol. III, pp. 43-44.
  83. ^ P. Giovio, op. cit., pp. 196 e 199.
  84. ^ P. Canetta, Bernarda, figlia naturale di Bernabò Visconti, Archivio Storico Lombardo, 1883, pp. 9-53
  85. ^ Storia di Milano: L'harem di Bernabò, su Storia di Milano. URL consultato il 28 agosto 2019.
  86. ^ P. Canetta, Bernarda, figlia naturale di Bernabò Visconti, Archivio Storico Lombardo, 1883, pp. 9-53.
  87. ^ Dell'Istoria De'Visconti E Delle Cose D'Italia, Avvenute sotto di essi, Volume 1 di Giuseppe Rocco Volpi

BibliografiaModifica

FontiModifica

StudiModifica

  • Daniela Pizzagalli, Bernabò Visconti, Milano, 1994.
  • Marek Miroslav, "Complete Genealogy of The House Visconti".
  • Luigi Barnaba Frigoli, Un denaro in meno di Cristo - Bernabò Visconti nella novellistica toscana, in Archivio storico lombardo 2007, Milano, 2007.

Romanzi storiciModifica

  • Luigi Barnaba Frigoli, La Vipera e il Diavolo, edizioni Meravigli, Milano 2013.
  • Luigi Barnaba Frigoli, Maledetta serpe, edizioni Meravigli, Milano 2016.
  • Adriana Assini, Agnese, una Visconti, Scrittura & Scritture Edizioni, Napoli, 2018.

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