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Trattati d'amore del Cinquecento, a cura di Giuseppe Zonta, 1912, Laterza

Bartolomeo Gottifredi (Piacenza, circa 1500 – circa 1570) è stato un letterato italiano.

Indice

BiografiaModifica

Di origini nobili, nel 1531 ottenne l'autorizzazione a svolgere la mansione di notaio, ma optò per una carriera militare negli eserciti imperiali.[1]

In ottimi rapporti con Anton Francesco Doni e Lodovico Domenichi, con i quali conservò un fito scambio epistolare anche quando essi si trasferirono in altre città, divenne membro dell'Accademia degli Ortolani.[2]

Gottifredi, a causa della sua professione, viaggiò e soggiornò in numerose località in Italia e in in Europa, dalla Provenza all'Ungheria, però nel 1544 rientrò nella sua città natale, dove trovò una prestigiosa occupazione presso Pier Luigi Farnese.[2]

La sua carriera letteraria fu costituita dalle Rime, presenti nelle antologie petrarchesche del Cinquecento, da una operetta intitolata Amor santo delle monache, e soprattutto dello Specchio d'Amore.[2]

Questa operetta, stampata nel 1542 e ripubblicata, cinque anni dopo, in una nuova versione impreziosita da un intervento aggiuntivo del Doni, venne dedicata a Sforza Secondo Sforza, conte di Borgonuovo.[1]

Lo Specchio d'Amore fu definita dal Giuseppe Zonta, «la più bella arte d'amore del Cinquecento, dopo la Raffaella del Piccolomini»[2], e il Gottifredi fu giudicato dal Salza, «uno scapigliato pieno di arguzia e vivacità, penentrantissimo conoscitore del cuore femminile e del costume di quel secolo».[2]

Lo Specchio d'Amore è un libretto brillante e acuto, incentrato sul colloquio fra Maddalena, giovane e ingenua, e la sua scaltra domestica, Coppina. Quest'ultima, piano piano, riesce ad instillare nel cuore della sua padrona un sentimento di amore per il giovane Fortunio, che è un suo fervente ammiratore e spasimante. Gli insegnamenti dettati dalla serva si rivelano smaliziati ma mai osceni o volgari, ma anzi impreziositi da un velo ironico e da una composizione semplice e comunicativa.[1]

L'operetta Amor santo delle monache, invece, è infarcita di riferimenti osceni riguardanti i peccati di lussuria delle religiose, ispirati agli scritti di Pietro Aretino.[1]

Gli scritti di Gottifredi si possono collocare nell'ambito della scuola petrarchesca del Cinquecento, sia per lo stile sia per il linguaggio, però si diversificarono e si caratterizzarono per un gusto mitologico e dell'amore concreto e sensuale.[1]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e Bartolomeo Gottifredi, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 2 ottobre 2015.
  2. ^ a b c d e le muse, V, Novara, De Agostini, 1964, p. 349.

BibliografiaModifica

  • Mario Giuseppe Genesi, Episodi di storia musicale in epoca pre-farnesiana a Piacenza, in I Gesuiti e la musica, Milano, II simposio, 1989.
  • Mario Giuseppe Genesi, L'Accademia degli Ortolani e il Dialogo della musica di A. F. Doni, in I Gesuiti e la musica, Milano, II simposio, 1989.

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