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Battaglia della strada Watling

Battaglia della strada Watling
parte della conquista romana della Britannia
Data60
Luogostrada di Watling, bacino del fiume Anker, Britannia centromeridionale.
EsitoVittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
6.000/7.000 legionari
4.000/5.000 ausiliari
1.000 cavalieri
230.000 guerrieri per Cassio Dione[1], 120.000 per Tacito, probabilmente 50.000 guerrieri
numero imprecisato di carri da combattimento
Perdite
400 morti (Tacito),
probabilmente fra i 2.000 e i 4.000 morti
80.000 morti (Tacito), probabilmente 40.000
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La battaglia della strada Watling (in inglese Watling Street), 60 d.C., vide contrapporsi le legioni dell'Impero romano e una coalizione formata dalle tribù britanniche dell'Inghilterra meridionale, aizzatesi in rivolta sotto la guida di Budicca, regina degli Iceni. Nonostante la schiacciante superiorità numerica dei nemici, i Romani, comandati dal legato Gaio Svetonio Paolino, ottennero una brillante vittoria, riuscendo a stroncare una ribellione che aveva seriamente messo in discussione il predominio imperiale sulla Britannia.

Fonti storiche e prove archeologicheModifica

Della ribellione di Budicca e della battaglia di Watling Street si parla soprattutto negli Annales di Tacito e nella Storia romana di Cassio Dione. Data la sostanziale carenza di evidenze archeologiche, gli studiosi moderni si affidano principalmente a quanto tramandato da queste due fonti[2]. Il resoconto di Cassio Dione, successivo di quasi duecento anni, è indubbiamente il più lontano dai fatti e ci è inoltre pervenuto solo attraverso un'epitome del IX secolo, opera del monaco Giovanni Xifilino. Incerte sono le fonti su cui l'autore greco potrebbe essersi basato, anche se l'opera di Tacito pare l'indiziata principale: Cassio Dione, tuttavia, è spesso semplicistico nella cronaca degli eventi e cita particolari che non vengono menzionati dal suo predecessore[3]. L'attendibilità della versione di Tacito, invece, è in parte suffragata da alcuni riscontri archeologici circostanziali e soprattutto dal fatto che Gneo Giulio Agricola, futuro governatore della provincia e suocero dello storico, all'epoca della ribellione facesse parte del seguito personale di Svetonio Paolino[4]. Attraverso la testimonianza del suocero, Tacito potrebbe aver beneficiato di una fonte di informazioni di prima mano. L'autore, del resto, fa brevemente menzione della rivolta di Budicca anche nella sua biografia di Agricola.

La mancanza di prove archeologiche dirette rende difficile anche stabilire il luogo preciso dello scontro. Negli ultimi cinquant'anni sono state avanzate numerose ipotesi: vicino Atherstone[5], nel Leicestershire[6], due miglia a sudest di Lactodorum (Towcester)[7], vicino Ashwell nell'Hertfordshire[8], nel Northamptonshire[9], vicino Silchester[10] o poco più a sud di Dunstable[11]. Gli studiosi concordano nel dire che la battaglia si sia svolta da qualche parte nell'ampia area compresa fra le città di Londinium e Viroconium (oggi Wroxeter), lungo il corso della Watling Street, la strada pavimentata che tagliava la Britannia per 444 km dal Galles al porto di Dubris (Dover) e da cui la battaglia stessa prende nome. Il termine Watling Street, in realtà, è stato coniato solo in età anglo-sassone e ci è sconosciuto il modo in cui i Romani e gli antichi Britanni chiamassero la strada.

Contesto storico: la rivolta di BudiccaModifica

Al momento dello sbarco delle truppe imperiali in Britannia, nel 43 d.C., diverse tribù autoctone offrirono appoggio agli invasori, vedendo nei Romani l'occasione di affrancarsi dalla tirannia dei clan rivali. Tacito stesso individua nella divisione interna dei Britanni una delle principali ragioni del successo romano:

«Se i Britanni si fossero contati avrebbero scoperto quanto esiguo era il numero dei soldati sbarcati! Così le Germanie avevano scosso il loro giogo; e a difenderle non c'era l'Oceano, ma un fiume.»

(Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, 15)

Fra i vari e solerti collaborazionisti figuravano anche gli Iceni, una tribù anticamente stanziata nell'Anglia orientale, che ottennero di mantenere la propria indipendenza in cambio di ingenti tributi. Principali oppositori dei Romani furono invece i Catuvellauni, ma il grosso delle resistenze venne rapidamente abbattuto e già per il 46 d.C.la presenza imperiale sull'isola pareva quanto mai salda. Carataco, condottiero dei Catuvellauni, continuò per anni a guidare la resistenza anti-romana da esule[12], prima di essere definitivamente sconfitto e catturato nel 51 d.C. Frattanto, il governo romano sulla provincia appena istituita cominciava ad assumere contorni sempre più autoritari ed oppressivi: fu più volte imposto il disarmo alle tribù britanniche alleate o sottomesse (Iceni compresi), mentre scrive Tacito che le appropriazioni arbitrarie di terre e beni ai danni degli indigeni erano all'ordine del giorno[13], così come la cooptazione di giovani uomini per servire nelle truppe ausiliarie o per lavorare nei cantieri. La situazione non fece che peggiorare quando il legato Gaio Svetonio Paolino venne nominato governatore della provincia, nel 59 d.C. Influente uomo politico ed acclamato generale, Paolino era noto per l'inflessibilità mostrata nel trattare con i barbari, fossero essi alleati o nemici, e promosse immediatamente un'aggressiva politica di sottomissione delle tribù nel Galles.

Tacito scrive che i semi della ribellione vennero gettati nel 60 d.C., alla morte di Prasutago, re degli Iceni ed alleato di vecchia data di Roma. Essendo quello degli Iceni un regno-cliente dell'Impero e non avendo Prasutago legittimi eredi maschi, la consuetudine non scritta voleva che al momento della morte del re il suo territorio passasse fra i domini diretti dell'allora imperatore Nerone. Prasutago, invece, nominò come co-eredi anche le due giovani figlie, avute dal matrimonio con l'affascinante e carismatica Budicca, nobildonna britannica. Dal momento che la legge romana non riconosceva alle donne il diritto di regnare, i veterani romani che risiedevano nella capitale della provincia (Camulodunum, l'odierna Colchester), forse aizzati dal procuratore Catone Deciano, saccheggiarono i territori degli Iceni, fustigarono Budicca in pubblico e stuprarono le sue figlie[14]. In questo frangente, risulta quantomeno ambigua la condotta delle autorità romane ed in particolare del procuratore Catone, che Cassio Dione ci dice abbia imposto con la forza agli Iceni la restituzione di alcuni crediti concessi dall'imperatore Claudio e dal filosofo Seneca unicamente allo scopo di poterne ricavare interessi spropositati[15]. Secondo alcuni studiosi moderni, non è improbabile che Deciano si sia servito della riscossione dei debiti o dell'illegittimità del testamento di Prasutago come scuse per saccheggiare i territori iceni e tenere per sé una fetta cospicua del bottino[16] (la corruzione era del resto molto diffusa fra i funzionari provinciali).

La regina, in risposta all'aggressione ed all'umiliazione subita, sollevò in rivolta gli Iceni e la tribù vicina dei Trinovanti, radunò un esercito di 12.000 uomini e marciò contro la capitale romana. Il momento per la ribellione era più che mai propizio perché il governatore Paolino si era spostato con la Legio XIV Gemina nell'isola di Mona, in Galles, lasciando sguarnita l'area sud-occidentale della Britannia[17][18]. Mona era uno dei luoghi sacri più cari alle popolazioni britanniche e soprattutto ai druidi, custodi di riti religiosi ed antiche tradizioni. I druidi, però, erano anche tra i principali fautori della resistenza anti-romana in Britannia: nonostante la loro usuale politica di tolleranza religiosa, i Romani avevano probabilmente deciso di eradicare completamente il druidismo in quanto minaccia costante all'integrità del controllo imperiale sulla nuova provincia[19]. Beneficiando di un atteggiamento imprudente da parte dei Romani, Budicca riuscì a conquistare, saccheggiare e radere al suolo Camulodunum, che Tacito ci riferisce essere sprovvista di adeguate fortificazioni[13] e protetta da una guarnigione di appena 200 uomini[20] (anche se è probabile che questo numero non tenga conto dei veterani risiedenti in città). Le fonti storiche raccontano che gli abitanti della colonia furono sottoposti alle torture ed ai supplizi più orrendi:

«La crudeltà più atroce inflitta dai Britanni ai Romani fu questa. Spogliarono le nobildonne della città e le legarono, poi tagliarono loro i seni e li cucirono alle loro bocche, in modo che sembrasse che li stessero mangiando. Poi impalarono le donne attraverso tutto il corpo.»

(Cassio Dione, Storia romana, LXII, 7)

In epoca moderna, gli archeologi hanno rinvenuto sul sito dell'antica città uno spesso strato di ceneri e macerie databile al 60 d.C., lasciando intendere che Camulodunum fu rasa al suolo fino all'ultima pietra[21]. Sull'onda dell'entusiasmo generato dalla vittoria, la regina ottenne l'appoggio di altre tribù della regione e, messa insieme una grande armata, sconfisse facilmente un contingente di 2.500 soldati della Legio IX Hispana che il legato Quinto Petilio Ceriale conduceva in un tardivo tentativo di salvare la città: dei Romani, 2.000 legionari furono massacrati e solo 500 cavalieri riuscirono a salvarsi e a ripiegare a Nord, Ceriale compreso[22][23]. Tacito scrive che il procuratore Catone Deciano fuggì in Gallia[24]. Svetonio Paolino aveva da poco conquistato e devastato Mona quando apprese dello scoppio della ribellione. Il governatore fece rapidamente dietrofront dall'isola e, precedendo il suo esercito accompagnato solo dalla cavalleria, raggiunse la città di Londinium (Londra), prossimo obiettivo dei ribelli. Constatando di avere a disposizione troppo pochi uomini per allestire una difesa, Paolino ripartì ordinando che la città fosse evacuata ed offrendo protezione a chiunque fosse disposto a venire con lui[25]. Il governatore fece poi tappa nella vicina Verulamium (St Albans), offrendosi anche lì di portare con sé chiunque volesse lasciare la città. Mentre il governatore muoveva per ricongiungersi col suo esercito, seguito da una lunga colonna di profughi, Londinium e Verulamium vennero razziate e devastate e tutti coloro che erano troppo deboli per mettersi in cammino o che anche solo si rifiutarono di abbandonare la propria casa furono trucidati dai ribelli:

«Né si piegò per le lacrime e il pianto di coloro che invocavano il suo aiuto, ma dette il segnale della partenza e accolse nelle sue file quanti volevano essergli compagni; tutti quelli che la debolezza del sesso o degli anni o l'attaccamento al luogo aveva trattenuti furono sterminati dal nemico.»

(Tacito, Annali, XIV, 33)

Durante il sacco delle tre città, a quanto ci è riportato da Tacito, gli uomini di Budicca si resero responsabili dell'eccidio di almeno 70.000 persone, per la quasi totalità civili, non distinguendo fra uomini e donne, vecchi e bambini, Romani o Britanni stessi (evidenze archeologiche, infatti, dimostrano come all'epoca le tre città fossero congiuntamente abitate da immigrati romani ed indigeni[26][27][28]). I commentatori moderni, pur non mettendo in dubbio l'attendibilità generale di questi resoconti, tendono a considerare quantomeno esagerati i numeri forniti dalle fonti storiche[29]. Frattanto il governatore Svetonio Paolino era alla disperata ricerca di nuove forze per contrastare i ribelli. Richiamò in servizio i veterani della Legio XX[30], raccolse tutti i reparti ausiliari disponibili e reclutò chiunque fosse in grado di reggere una spada ed uno scudo. Anche così, tuttavia, mise a stento insieme 13.000 uomini[31], quando l'armata di Budicca era almeno tre volte più numerosa. I 3.000 superstiti della IX Legione erano troppo lontani a Nord, mentre a Sud la Legio II Augusta rifiutò di muoversi in soccorso del governatore. Inutile sarebbe stato attendere l'arrivo di altri rinforzi da oltremanica, sia perché il consenso di Budicca presso i popoli britannici era in ascesa ed il suo esercito si accresceva di giorno in giorno, sia perché, almeno secondo Cassio Dione, a questo punto Svetonio Paolino era a corto di rifornimenti per il suo esercito e per i profughi sotto la sua protezione[32]. Con tutti gli svantaggi del caso, bisognava fronteggiare l'armata ribelle il prima possibile.

Forze in campoModifica

Svetonio Paolino (Romani):

Budicca (Britanni):

Nonostante la netta sproporzione numerica fra i due eserciti, i Romani godevano comunque di armamentario ed equipaggiamento migliori e, soprattutto, potevano contare sulla loro disciplina superiore. I Britanni, al contrario, dopo i successi raccolti erano in preda ad un ottimismo frenetico che aggravava decisamente la loro generale mancanza di organizzazione. In più, i ribelli erano rallentati dal corposo seguito di famiglie (migliaia di donne, vecchi e bambini)[33] che li accompagnava.

Curiosamente, né Tacito né Cassio Dione forniscono informazioni su quali e quante tribù britanniche abbiano supportato gli Iceni nella rivolta, limitandosi a menzionare i Trinovanti: ciò può lasciare intendere che anche in questo frangente i Britanni non vennero meno alla loro fama di popolo litigioso e diviso e pochi furono, in realtà, i capo-tribù che offrirono effettivo appoggio alla regina. D'altra parte, la mancanza di fonti storiche di parte celtica ci impedisce di avere una chiara idea su quali fossero le reali intenzioni di Budicca circa la sua ribellione (secondo alcuni studiosi moderni, non è improbabile che gli Iceni intendessero semplicemente migrare in territori lontani dal giogo romano, come parrebbe indicare la presenza di beni e famiglie al seguito). Scrive Tacito che i Trinovanti furono spinti alle armi dai continui soprusi subiti per mano dei veterani romani[34]. Studiosi moderni, tuttavia, affiancano a questo motivo altre ragioni più radicate nel tempo: le tre città saccheggiate e specialmente Verulamium[35], infatti, erano abitate soprattutto da Catuvellauni, una popolazione che prima dell'avvento di Roma aveva imposto con la forza la propria egemonia sui Trinovanti e sugli Iceni stessi. Per i ribelli, forse, la rivolta fu anche l'occasione di sistemare delle vecchie animosità fra vicini mai del tutto sopite[36].

SchieramentoModifica

  • Svetonio individuò il luogo adatto allo scontro lungo la strada di Watling, pressappoco nel punto in cui essa incrociava col corso del fiume Anker. Essendo i Romani in forte svantaggio numerico, il legato sapeva che combattere in campo aperto poteva rivelarsi controproducente: estendendo le proprie linee per pareggiare il fronte d'attacco nemico avrebbe indebolito troppo il proprio schieramento, adottando una formazione più compatta sarebbe stato facilmente circondato. Per ovviare al problema Svetonio Paolino scelse di sistemare le sue truppe all'interno di una stretta vallata. Si trattava di una posizione estremamente ben difesa: colline boscose e ripidi pendii proteggevano i fianchi e le retrovie dei Romani, scongiurando il pericolo dell'accerchiamento, mentre il fronte esposto era abbastanza stretto da minimizzare il peso della superiorità numerica nemica e si apriva inoltre su una brulla pianura che consentiva di avvistare i nemici da grande distanza[30]. Il governatore posizionò i legionari al centro dello schieramento, collocando ai lati gli ausiliari germanici, provvisti di armamenti leggeri. La cavalleria, divisa in due ali di 500 uomini ciascuna, venne disposta a sinistra e a destra della fanteria, nascosta nei boschi che delimitavano la vallata, sia per poter attaccare in discesa durante la battaglia sia per contrastare eventuali manovre di aggiramento da parte dei nemici.
  • I Britanni, certi di una facile vittoria, si limitarono ad ammassarsi disordinatamente davanti al nemico. Del resto, la posizione scelta dai Romani non offriva alcuna via di fuga in caso di sconfitta e i ribelli probabilmente credettero che Svetonio Paolino si fosse messo in trappola con le sue stesse mani. Tale era la loro sicumera che avevano addirittura invitato le proprie famiglie ad assistere al combattimento, trovando loro posto in lungo semicerchio di carri da trasporto che avevano sistemato alle spalle del proprio schieramento[30]. Le fonti antiche ci informano che lo stesso era stato osservato fare a due capoclan germanici, Boiorix dei Cimbri e Ariovisto dei Suebi, durante delle battaglie combattute contro Gaio Mario e Giulio Cesare[37][38]. Davanti ai guerrieri Budicca posizionò numerosi carri da combattimento, anch'essi sistemati a semicerchio.

BattagliaModifica

Sia Tacito che Cassio Dione riportano i discorsi pronunciati dai condottieri davanti alle rispettive armate prima della battaglia. Mentre Cassio Dione sembra perdersi in un lungo esercizio retorico fine a se stesso[39], Tacito è molto più conciso e pragmatico, soprattutto nel riportare le parole di Paolino: è probabile che il suocero Agricola possa avergli fornito una versione abbastanza veritiera dei discorsi effettivamente pronunciati. Tacito scrive che Budicca passò in rassegna il suo esercito con le figlie sul suo carro da guerra, ricordando agli uomini che quel giorno non avrebbero combattuto per la ricchezza o per la gloria, ma per vendicare le ingiustizie subite e per riscattare la libertà perduta.

«Se i Britanni consideravano l'entità delle loro armate e i motivi della guerra, quel giorno bisognava vincere o morire. Una donna l'aveva deciso per sé: gli uomini vivessero pure, da servi.»

(Tacito, Annali, XIV, 35)

Svetonio rispose esortando i suoi a non lasciarsi intimorire dal gran numero dei nemici e a ricordare la loro forza ed il loro valore: che combattessero lanciando i giavellotti e serrando i ranghi, con la vittoria avrebbero soggiogato l'intera provincia ribelle. Poi la battaglia iniziò.

Senza seguire alcuna strategia precisa, Budicca ordinò ai suoi guerrieri di lanciarsi alla carica nell'angusta vallata, persuasa che il loro numero e la loro furia sarebbero bastati per avere la meglio sui nemici. Per primi si fecero avanti i famigerati carri da guerra dei Britanni, i quali tuttavia non erano progettati per sfondare i ranghi nemici quanto più per trasportare lanciatori di giavellotti. I Romani resistettero all'azione di disturbo dei carri e, quando questi si fecero da parte, accolsero i Britanni con una pioggia di proiettili e dardi. Svetonio Paolino aveva con sé alcuni reparti di arcieri ausiliari[40] e disponeva inoltre di un congruo numero di scorpioni, macchine da guerra romane di dimensioni ridotte, molto maneggevoli, capaci di scagliare dardi di ferro lunghi in media 70 cm fino a 400 metri di distanza[41]. In più, ogni legionario disponeva di due giavellotti (pila), che vennero scaricati sui ribelli non appena la distanza fu giudicata ottimale. Il bersagliamento dei Romani inflisse gravi perdite ai Britanni (in gran parte sprovvisti di armature ed adeguate protezioni) e rallentò l'impeto dei guerrieri lanciati alla carica. Non appena il fronte nemico iniziò a scompaginarsi e a perdere coesione, Svetonio Paolino fece disporre i legionari "a cuneo" (formazioni larghe alla base e strette al vertice, molto simili a dei triangoli) ed ordinò loro di caricare a testa bassa i Britanni[42]. La compattezza dello schieramento romano e lo stretto spazio della vallata trasformarono la battaglia in una mischia serrata dove il gran numero dei ribelli si ritorceva contro di loro. Le spade lunghe e le lance dei Britanni, armi che necessitavano di almeno un metro di spazio per essere usate adeguatamente, si rivelarono incapaci di contrastare il gladio, la spada corta dei Romani appositamente congegnata per questo tipo di situazioni. Iniziata all'alba, la battaglia si protrasse per ore e ore[40] e la superiore disciplina dei legionari consentì ai Romani di operare un ricambio continuo di uomini nelle prime file. Verso mezzogiorno i Britanni diedero i primi segnali di cedimento ed iniziarono a perdere terreno. Svetonio mandò allora avanti gli ausiliari germanici, fino ad allora defilati, per lanciare l'affondo decisivo. La cavalleria ausiliaria strinse la morsa sui nemici caricando dalle colline lancia in resta e travolgendo i fianchi dello schieramento di Budicca. A questo punto la ritirata dei Britanni si sgretolò in una fuga disordinata, ma si creò un ingorgo convulso presso i carri dove ancora erano sedute le loro famiglie[42]. Questo permise ai Romani, già lanciati all'inseguimento, di avventarsi su guerrieri e civili, uccidendo o catturando indistintamente. Tacito scrive che Budicca, per evitare di essere presa prigioniera, si diede la morte con del veleno. Cassio Dione, invece, sostiene che la regina riuscì a scappare, ma si ammalò e morì mentre riorganizzava le sue forze per muovere nuovamente guerra contro l'Impero.

«La gloria di quella giornata fu luminosa e paragonabile alle vittorie antiche: poiché c'è chi racconta che furono uccisi poco meno di ottantamila Britanni mentre i nostri caduti furono quattrocento e poco meno i feriti.»

(Tacito, Annali, XIV, 37)

Nonostante il resoconto di Tacito, le perdite dei Romani furono probabilmente superiori ai 2.000 uomini e i Britanni morti, fra guerrieri e civili, non furono più di 40.000[33].

ConseguenzeModifica

Racconta Tacito che il prefetto di campo della Legio II, Penio Postumo, colui che aveva disobbedito agli ordini di Svetonio Paolino e rifiutato di accorrere in suo aiuto, si diede la morte per il disonore[42]. Dopo la battaglia le tribù britanniche continuarono per qualche mese ad opporre resistenza, ma, private della loro leader carismatica e di gran parte della loro forza guerriera, non rappresentavano più una seria minaccia: di fatto, la Battaglia di Watling Street aveva risolto la guerra in favore dei Romani. Scrive sempre Tacito che, allo scopo di rafforzare la presenza romana sull'isola, vennero inviati dalla Germania 2.000 legionari, 8 coorti ausiliarie (circa 4.000 uomini) e 1.000 cavalieri. Secondo Gaio Svetonio Tranquillo, autore del De vita Caesarum, la notizia della ribellione aveva tanto sconvolto l'imperatore Nerone da indurlo a soppesare l'ipotesi di ritirarsi completamente dall'isola[43]. L'idea era destinata a morire con lui: Roma sarebbe rimasta in Britannia per i successivi 350 anni, fino al 410 d.C.

Mentre i cittadini si preoccupavano di ricostruire le città distrutte dagli insorti, Svetonio Paolino comandò durissime spedizioni punitive ai danni delle popolazioni sconfitte. Gli Iceni vennero quasi totalmente deportati ed il Norfolk, la regione da loro originariamente abitata, si tramutò in un'area spopolata e tagliata fuori perfino dalle principali vie di comunicazione almeno per i successivi sessant'anni[44]. La politica repressiva di Paolino fu così violenta che l'imperatore Nerone, sotto la pressione del procuratore Giulio Alpino Classiciano, mandò il liberto Policlito in Britannia per sincerarsi della situazione[45]. Comprendendo che la condotta repressiva di Paolino non avrebbe fatto altro che aumentare il risentimento dei Britanni nei confronti dei Romani, Policlito lo sollevò dal suo ruolo con un pretesto: al suo posto divenne governatore il console uscente Publio Petronio Turpiliano. Di ben più mite temperamento rispetto al suo predecessore, Turpiliano riuscì a pacificare la turbolenta provincia. Da allora in poi, i Romani adottarono una politica più conciliante in Britannia, volta a cercare l'accordo con le popolazioni locali[46]. Sebbene ricostruita, la città di Camulodunum perse rapidamente la sua centralità politica ed economica in favore di Londinium, che divenne la nuova capitale della provincia.

NoteModifica

  1. ^ Cassio Dione, Storia romana, epitome LXII, 8.
  2. ^ Bulst, Christoph M., The Revolt of Queen Boudicca in A.D. 60, in Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte, 1961, p. 496.
  3. ^ Martin Marix Evans, The defeat of Boudicca's Rebillion (PDF), su Towcester Museum, 2004.
  4. ^ Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, 5.
  5. ^ Sheppard Frere, Britannia: A History of Roman Britain, Routledge & Kegan Paul, 1967, p. 91.
  6. ^ Carroll Kevin K., The Date of Boudicca's Revolt, in Britannia, vol. 10, 1979, p. 197.
  7. ^ Rogers Byron, The original Iron Lady rides again, in Daily Telegraph, 11 ottobre 2003.
  8. ^ Appleby Grahame A., The Boudican Revolt: countdown to defeat, in Hertfordshire Archaeology and History, vol. 16, 2009, pp. 57-65.
  9. ^ Pegg John, Landscape Analysis and Appraisal: Church Stowe, Northamptonshire, as a Candidate Site for the Battle of Watling Street, 2010.
  10. ^ Steve Kaye, Can Computerised Terrain Analysis Find Boudica's Last Battlefield?, in British Archaeology, 2010.
  11. ^ Horne Barry, Did Boudica and Paulinus meet south of Dunstable, in South Midlands Archaeology, vol. 44, 2014.
  12. ^ Tacito, Annali, XI, 33.
  13. ^ a b Tacito, Annali, XIV, 31.
  14. ^ Tacito, Annali, XIV, 31.
  15. ^ Cassio Dione, Storia romana, Epitome LXII, 2.
  16. ^ Graham Webster, Boudica: The British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 88.
  17. ^ Tacito, Annali, XIV, 29.
  18. ^ Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, 14.
  19. ^ Graham Webster, Boudica: The British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 86.
  20. ^ Mike Ibeji, Roman Colchester: Britain's First City, BBC Online, 20 May 2008.
  21. ^ http://www.thecolchesterarchaeologist.co.uk/?p=13560 retrieved 21 July 2014
  22. ^ Tacito, Annali, XIV, 32.
  23. ^ Graham Webster, Boudica: The British revolt against Rome AD 60, London: Routledge, 1978, p. 90.
  24. ^ Tacito, Annali, XIV, 32.
  25. ^ Tacito, Annali, XIV, 33.
  26. ^ Christoph M. Bulst, The Revolt of Queen Boudicca in A.D. 60, in Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte., vol. 10, 1961, p. 502.
  27. ^ Crummy, Philip (1997) City of Victory; the story of Colchester - Britain's first Roman town. Published by Colchester Archaeological Trust (ISBN 1 897719 04 3)
  28. ^ Strachan, David (1998) Essex from the Air, Archaeology and history from aerial photographs. Published by Essex County Council (ISBN 1 85281 165 X)
  29. ^ Graham Webster, Boudica the British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 96.
  30. ^ a b c Tacito, Annali, XIV, 34.
  31. ^ Graham Webster, Boudica the British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 99.
  32. ^ Cassio Dione, Storia romana, Epitome LXII,8.
  33. ^ a b c d e Graham Webster, Boudica: The British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 99.
  34. ^ Tacito, Annali, XIV, 31.
  35. ^ Graham Webster, Boudica: The British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 96.
  36. ^ Bulst, Christoph M., The Revolt of Queen Boudicca in A.D. 60, in Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte, 1961, p. 501-503.
  37. ^ Floro, Epitome di Tito Livio, I, 38.
  38. ^ Giulio Cesare, Commentarii de bello Gallico, I, 51.
  39. ^ Graham Webster, Boudica: The British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 100.
  40. ^ a b Cassio Dione, Storia romana, Epitome LXII, 12.
  41. ^ MACCHINE DA GUERRA, su romanoimpero.com.
  42. ^ a b c Tacito, Annali, XIV, 37.
  43. ^ Svetonio, De vita Caesarum, VI, 18.
  44. ^ Bulst, Christoph M., The Revolt of Queen Boudicca in A.D. 60, in Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte, 1961, p. 506.
  45. ^ Tacito, Annali, XIV, 38.
  46. ^ Graham Webster, Boudica: The British revolt against Rome, AD 60, London: Routledge, 1978, p. 102.

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