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Battaglia di Alessandria (1391)

evento bellico del 1391
Battaglia di Alessandria
parte battaglie tra Guelfi e Ghibellini
1450 ¿ Carta Catalana jpeg copy.F.jpg
Data25 luglio 1391
LuogoAlessandria, Castellazzo Bormida
EsitoVittoria milanese
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
15.000 fanti
10.000 cavalieri
14.000 fanti
12.000 cavalieri
Perdite
PesantiSconosciute
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La battaglia di Alessandria o battaglia di Castellazzo[1] del 25 luglio del 1391 è stata una delle battaglie delle guerre fiorentino-milanesi nel contesto delle guerre tra guelfi e ghibellini.

AntefattiModifica

Nel 1387 si alleò con il signore di Padova, Francesco Novello da Carrara, che a quel tempo era in guerra contro Antonio della Scala. Gian Galeazzo Visconti intervenne a condizione di riservarsi il conseguente dominio della città di Verona e Francesco il controllo su Vicenza. Tuttavia Gian Galeazzo, approfittando dell'occasione, andò a spodestare i due, tradendo così l'alleanza stabilita e iniziò una serie di ostilità tra i due ex alleati. Il signore di Milano rispose creando una lega in cui entrarono le più importanti città del Veneto e con le campagne militari successive riuscì ad occupare Padova, Belluno e Feltre, cedendo Treviso alla Repubblica di Venezia. Gian Galeazzo Visconti divenne il più importante sovrano del nord della penisola italiana.

La guerra iniziò nel 1389 e il mercenario inglese Giovanni Acuto e gli altri alleati si incontrarono a Padova per un attacco congiunto a Milano, mentre Giovanni III d'Armagnac attraversò le Alpi per aiutare i loro alleati prendendo diversi castelli sul suo cammino, ma a Castellazzo, che voleva occupare, fu ferocemente attaccato dagli occupanti e alcune tende furono bruciate, perdendo molti cavalli e bambini, dopo aver abbandonato l'assedio.

La Repubblica di Firenze, non volendo rischiare di cadere sotto il dominio visconteo, creò una lega contro Milano, a cui parteciparono Francesco Novello da Carrara, Stefano III di Baviera e Giovanni III d'Armagnac, mentre Gian Galeazzo Visconti chiese l'arbitrato a Carlo VI di Francia, in conflitto con gli armagnachesi, nel frattempo aumentò le guarnigioni e migliorò le fortificazioni delle città in suo possesso, in primo luogo Alessandria, città strategica che si trovava ai confini occidentali del Ducato[2], inoltre Gian Galeazzo ordinò una cernida straordinaria di uomini a tutte le comunità del suo dominio[3]. Per disporre di militari efficaci, Gian Galeazzo Visconti dovette vendere Serravalle Scrivia a Genova per poco più di 22.000 ducati.[4]

A giugno Giovanni III d'Armagnac raggiunse con il suo esercito il saluzzese, poco dopo entrò nel torinese, quindi nell'alessandrino e nel tortonese dove devastò le campagne lasciando liberi i suoi soldati di compiere scorrerie al fine di richiamare l'attenzione del duca di Milano.

L'assedio di Castellazzo e la battaglia di AlessandriaModifica

Lo svolgimento dell’assedio di Castellazzo e della successiva battaglia sotto le mura di Alessandria è dettagliatamente riportato dagli Annali Alessandrini del 1666 redatti dal Girolamo Ghilini. Alle ore 13 del 30 giugno 1391 Giovanni III d'Armagnac pose l'assedio a Castellazzo, circondando completamente il borgo, le cui fortificazioni erano state appena rinforzate ma gli assediati si difesero coraggiosamente. Dopo diversi giorni gli assediati effettuarono una sortita, assaltando all'improvviso i soldati dell'Armagnac che furono costretti a fuggire disordinatamente permettendo ai primi di circondare un ricetto che gli assedianti avevano fatto realizzare poco fuori le mura per riparare i capitani dell'esercito francese dalla calura estiva e dalle piogge. Il ricetto fu dato alle fiamme e vi morirono alcuni fanti nemici e ben 300 cavalli. Poco dopo questo primo smacco Jacopo dal Verme, condottiero dell'esercito milanese, forte di 14.000 fanti e 12.000 cavalieri, lasciò delle truppe a protezione di Tortona poi con il resto dell'esercito entrò ad Alessandria e ne migliorò le fortificazioni.

Il 25 luglio 1391 l'Armagnac, appresi i movimenti dei milanesi, si diresse alla volta di Alessandria con 1.500 cavalieri, lasciando il resto dell'esercito all'assedio di Castellazzo. Giunto al Ponte della Capalla fece smontare i suoi soldati e procedette a piedi sino ad una palizzata antistante Porta Genovese. Jacopo dal Verme rispose subito attaccando l'Armagnac con 500 soldati scelti. Il combattimento durò diverse ore senza che alcuna delle due parti riuscisse a prendere il sopravvento sull'altra. Decisivo fu l'intervento di 1.500 uomini al comando di Andreino Trotti che, uscendo da Porta Marenga, vennero a dare manforte al Dal Verme e di una compagnia di cavalieri guidata da Tommaso Ghilini che caricò i francesi sul fianco, sfondandone le file e guadagnando il centro dello schieramento avversario.

Il conte d’Armagnac, essendo stato ferito e avendo perso molti uomini nello scontro, vedendo che le cose volgevano al peggio, cercò scampo nella fuga a piedi e poi a cavallo cercando di passare il fiume Bormida ma, sfinito dalle sue condizioni e dalla calura estiva, fu catturato da una squadra di cavalieri guidata dall’alessandrino Benzio Buffazzi e condotto ad Alessandria. L’Armagnac morì il giorno successivo probabilmente a causa delle ferite riportate in battaglia e fu onorevolmente sepolto nella chiesa di S.Marco. Nella battaglia furono catturati i fiorentini Rinaldo Gianfigliazzi e Giovanni Rizzi che furono inviati da Jacopo Dal Verme insieme ad alcuni capitani francesi a Gian Galeazzo Visconti. Questi prigionieri ebbero poi l'occasione di riacquistare la libertà mediante il pagamento di un lauto riscatto.

I morti tra le file dell'esercito francese furono seppelliti in una grande cava chiamata "Carniere" e in fosse scavate presso il campo in cui si era svolta la battaglia.

Quando gli assedianti di Castellazzo appresero della sconfitta abbandonarono i loro propositi e si ritirarono a Nizza. Per celebrare la vittoria si indissero tre giorni di festa in tutto il Ducato di Milano. Jacopo Dal Verme, poiché aveva ottenuto questa vittoria nel giorno dedicato a San Giacomo (25 luglio), comprò alcune case in Alessandria con il bottino derivante dalla battaglia e le fece abbattere per edificarvi una chiesa dedicata al santo. La chiesa, molto rimaneggiata, esiste tuttora in fondo alla via del centro cittadino denominata “Via San Giacomo della Vittoria”. Tommaso Ghilini ebbe grande riconoscenza da parte di Gian Galeazzo Visconti che gli concesse l'esenzione dalle tasse, molti privilegi e lo nominò governatore di Bergamo. Questi gli fu sempre fedele.

ConseguenzeModifica

Gian Galeazzo Visconti stipulò la pace con i nemici nel 1392 e fu costretto a restituire Padova a Francesco Novello da Carrara, ma si assicurò il controllo di Bassano, Belluno e Feltre e il 1º maggio 1395 Gian Galeazzo ottenne da Venceslao IV di Boemia il titolo di duca di Milano, ottenendo l'anno successivo il titolo di conte di Pavia e nel 1397 di duca di Lombardia.

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Girolamo Ghilini, Annali di Alessandria, 1666