Battaglia di Pidna

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La battaglia di Pidna fu lo scontro decisivo della terza guerra macedonica e si concluse con la netta vittoria delle legioni romane guidate dal console Lucio Emilio Paolo sull'esercito macedone del re Perseo. Questa vittoria portò alla fine della guerra e al passaggio di tutta la Grecia sotto il controllo romano.

Battaglia di Pidna
parte della Terza guerra macedonica
Battaglia di Pidna.svg
Disposizione delle forze in campo
Data22 giugno 168 a.C.
LuogoVicino Pidna, Grecia
EsitoDecisiva vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
30.000 uomini, 22 elefanti40.000 uomini, 4000 cavalieri
Perdite
100 caduti, 400 feriti20.000 caduti, 11.000 prigionieri
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La battaglia evidenziò la superiorità tattica del sistema manipolare della legione romana di fronte alla rigida falange macedone. Un primo fattore fu l'inizio disorganizzato della battaglia, che impedì ai Macedoni di formare una vera e propria formazione da battaglia; inoltre il console Emilio Paolo poté manovrare con abilità le sue legioni, sfruttando la maggiore flessibilità del suo esercito per scompaginare lo schieramento della falange.

AntefattiModifica

Dopo la seconda guerra macedonica, le relazioni tra la Regno di Macedonia e Repubblica romana erano ancora scarse e non era stato fatto alcun tentativo per migliorarle.

Il figlio di Filippo V, Perseo, salì al trono nel 179 a.C.; come il padre, odiava Roma e iniziò subito a sfidare l'autorità romana in varie regioni. Sposò Laodice, figlia di Seleuco IV Filopatore, sovrano del regno seleucide,[1] e strinse trattati di alleanza, tra gli altri, con la Grecia, l'Epiro, i Seleucidi, Rodi e diverse tribù anti-romane della Tracia e dell'Illiria. Egli fece marciare i suoi eserciti sia nella Macedonia settentrionale sia nella Grecia meridionale, infrangendo i precedenti trattati della Macedonia con Roma. Infine, Perseo formò un'alleanza con la Lega achea e altre città-stato greche, minacciando il controllo romano della Macedonia e della Grecia.[2]

Nel 172 a.C. il re Eumene II di Pergamo, convinto alleato di Roma e nemico della Macedonia, si insospettì e informò i Romani delle azioni di Perseo, accusandolo di aver violato i confini di Pergamo. Tuttavia, il Senato romano non aveva ancora prestato molta attenzione alla questione, poiché l'attenzione dei Romani era concentrata sull'Illiria, dove erano ripetutamente impegnati in battaglie con le tribù locali. Tuttavia, l'opinione cambiò quando i problemi in Illiria e il tentativo di assassinio di Eumene furono collegati a Perseo. Il Senato decise di intraprendere un'azione militare contro Perseo e Roma inviò legionari e inviati in Epiro e in Grecia per assicurare le vie d'invasione in Macedonia e per garantire il sostegno delle città greche a Roma.[2]

La guerra fu dichiarata nella primavera del 171 a.C.; nelle prime settimane, i Romani riuscirono a ottenere una serie di piccole vittorie sui Macedoni, ma più tardi, nello stesso anno, Perseo sconfisse un esercito romano guidato dal console romano Publio Licinio Crasso nella battaglia di Callinico, vicino a Larissa, uccidendo 250 Romani e facendo 6 000 prigionieri.[3] Crasso e i suoi successori dimostrarono poca abilità in battaglia e i loro movimenti erano scarsamente coordinati. Lo stesso anno, dopo la battaglia, le forze del pretore Lucrezio Gallo e poi di L. Ortensio saccheggiarono diverse città macedoni, fomentando l'odio tra i Greci.[2]

Negli anni successivi la guerra si arenò e nessuna delle due parti ottenne un vantaggio strategico. I Romani finirono soprattutto per saccheggiare le città macedoni e greche,[2] mentre Perseo si mise sulla difensiva e si concentrò sulla fortificazione delle sue posizioni al confine con la Macedonia. Nel 169 a.C., il console Quinto Marcio Filippo assunse il comando dell'esercito macedone, ma non riuscì a costringere i Macedoni a una battaglia decisiva, anche se riuscì a sfondare il difficilissimo terreno montuoso fino all'altopiano vicino al monte Olimpo e a catturare Herakleion, Dion e altre città costiere.

Lucio Emilio Paolo fu eletto console per la seconda volta il 15 marzo 168 a.C. e divenne comandante dell'esercito macedone.[4] All'inizio del giugno 168 a.C. Paolo arrivò all'accampamento dell'esercito romano vicino alla città di Fila.

BattagliaModifica

PartecipantiModifica

Esercito romanoModifica

 
Dettaglio della decorazione dell'ara di Domizio Enobarbo (II secolo a.C.): sono raffigurati due legionari armati pesantemente con le tipiche armature del II secolo a.C.,[5] elmi tipo Montefortino, armatura ad anelli e scutum ovale.

I Romani avevano circa 35.000–40.000 uomini,[6] comprese due legioni. Queste legioni avevano eccezionalmente 6000 fanti e 300 cavalieri, rispetto alla forza normale di 5200 uomini, inclusi veterani della seconda guerra punica e dei conflitti successivi. D'altra parte, anche le legioni erano un po' invecchiate.

Un esercito di 14.000 fanti e 600 cavalieri fu richiamato e inviato in Macedonia con Paolo per integrare numericamente le legioni. Le truppe erano principalmente romane e latine. In Macedonia erano già presenti forze alleate: italiani, cretesi, numidi, traci e sanniti. I Numidi avevano anche fornito ai Romani dei cavalli da guerra, e le forze terrestri erano supportate da una squadra navale comandata dal pretore Gneo Ottavio.

A Pidna le legioni furono disposte al centro, gli alleati romani accanto a loro, la cavalleria sui fianchi e i 22 elefanti sul fianco destro.

Esercito macedoneModifica

 
Falange macedone

Le tattiche, l'equipaggiamento e la composizione dell'esercito di Perseo furono ereditati dalle forze militari di Alessandro Magno e Filippo II. L'esercito comprendeva mercenari stranieri reclutati dai Macedoni, ma la sua forza più potente era una falange di 21.000 uomini armati di sarissa, una lancia lunga circa 6,3 metri. La sarissa doveva essere maneggiata con due mani, quindi al braccio veniva applicato uno scudo rotondo («pelta»). Gli uomini indossavano anche un elmo di bronzo, una corazza di lino indurito e parastinchi.

La spinta della falange era in avanti e non poteva difendersi dagli attacchi laterali, quindi i suoi fianchi dovevano essere protetti da altre unità di fanteria o cavalleria. I soldati della falange portavano una spada, ma di solito non erano addestrati come schermidori. La divisione più valorosa dei falangiti a Pidna era la guardia reale o «agema», composta da 2.000 a 3.000 uomini, comandata da Leonnatos e Thrasippos. Il resto dei falangiti macedoni era diviso in Scudi di bronzo («Chalkaspides»), che combattevano a sinistra, e Scudi bianchi («Leukaspides») a destra.[7]

Il denso muro di lance intimoriva diversi avversari e la falange era difficile da sconfiggere frontalmente, finché rimaneva in linea. Paolo non aveva mai visto una falange in battaglia e in seguito ammise che lo spettacolo più terrificante della sua vita era stato quello di una falange macedone che avanzava verso i suoi uomini.

I Paioni, gli Agrani e gli altri alleati contavano 3.000 uomini. L'esercito comprendeva anche 2.000 Galati, 3.000 Traci, 3.000 Cretesi e alcuni Greci sotto il comando di Leonide. Perseo aveva anche raccolto 3.000 cavalieri dalla Macedonia e, inoltre, il re Kotys VI di Odrisia gli aveva fornito 1.000 cavalieri e 1.000 fanti, per un esercito totale di circa 40.000 fanti e 4.000 cavalieri.

Vittoria di Emilio PaoloModifica

 
Aemilia 10: denario emesso nel 62 a.C. da un discendente di Lucio Emilio Paolo:
D/ Concordia
R/ Lucio Emilio Paolo il vincitore di Pidna, a destra di un trofeo, a sinistra Perseo di Macedonia ed i figli

La prima battaglia fu combattuta nel 168 a.C. tra Roma e la Macedonia: nello scontro in questione gli eserciti erano guidati rispettivamente dal console Lucio Emilio Paolo e dal re Perseo di Macedonia.

Con i Romani erano alleati Pergamo, Rodi, la Lega achea e gli Etoli, probabilmente perché ritenevano Roma la sicura vincitrice: inaspettatamente, però, il conflitto volse inizialmente a favore dei Macedoni, e per questo fu deciso da parte dei Romani di risolvere in uno scontro decisivo la difficile situazione.

Nella battaglia stessa, iniziata alle 15.00 circa e terminata un'ora dopo,[8] l'esercito macedone sembrò essere sul punto di vincere. La falange iniziò la battaglia avanzando contro le prime file dei Romani: quivi peligni e marrucini risposero coraggiosamente all'offensiva macedone assalendo la falange in marcia, tentando di rendere inoffensive le micidiali sarisse macedoni sia mozzandole con le spade che addirittura strappandole con le stesse mani. I Macedoni, di conseguenza, rafforzando la presa sulle sarisse in breve tempo riuscirono a massacrare gli alleati italici. Scosso da ciò, Emilio Paolo ordinò la ritirata sul monte Olocro, quindi Perseo esortò i propri uomini ad inseguirli. Le falangi continuarono a rincorrere con foga i Romani finché, divenendo il terreno sempre più collinare, finirono per scompattarsi. A questo punto Emilio Paolo, compresa la vulnerabilità cui stava andando incontro la falange, ordinò ai più flessibili manipoli di raggrupparsi in vari punti fra le colline affinché attaccassero i Macedoni nei punti scoperti del loro schieramento. La falange quindi, penetrata soprattutto dalla destra romana che poi avanzò verso il centro dello schieramento nemico, venne distrutta nel corpo a corpo nel quale i Romani, muniti di maneggevoli gladi, risultarono nettamente avvantaggiati rispetto ai Macedoni, per i quali le sarisse divennero di tremendo intralcio. Si consumò un vero e proprio massacro: più di 20.000 macedoni furono uccisi mentre 11.000 furono fatti prigionieri.

Vista la disfatta della fanteria, la cavalleria macedone, che non aveva combattuto, preferì ritirarsi piuttosto che combattere.

In seguito alla sconfitta, Perseo si rifugiò nella città di Samotracia con i propri possessi mentre i Romani, in seguito, abbandonarono la linea di politica filo-orientale attuata dagli Scipioni per adottarne una molto più dura nei confronti dei popoli assoggettati.

La battaglia prese il nome dall'omonima cittadina costiera che si trova in Tessaglia, nel Nord della Grecia.

 
Il trionfo di Emilio Paolo dopo la battaglia di Pidna, dipinto di anonimo fiorentino conservato nella Galleria nazionale d'Irlanda

NoteModifica

  1. ^ Jona Lendering, «Perseus Archiviato il 21 settembre 2012 in Internet Archive.», livius.org.
  2. ^ a b c d «Third Macedonian War» UNRV.com. 2003–2008.
  3. ^ Plutarco, Aemilius Paulus 9.2; secondo Livio (42.60), i Romani ebbero invece 2200 morti e 600 prigionieri.
  4. ^ Livio 44.19
  5. ^ Adrian Goldsworthy, Roman Warfare, pp. 42–45.
  6. ^ Livio 42. 31
  7. ^ Livio 42.51
  8. ^ Plutarco, Vite parallele: Emilio Paolo, 15.

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