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Battaglia di Tarnova
Fulmine a Tarnova della Selva.jpg
Un nido di mitragliatrici del "Fulmine" a Tarnova della Selva, gennaio 1945
Data19 - 21 gennaio 1945
LuogoTarnova della Selva, Italia (oggi Slovenia)
Esitovittoria jugoslava[1]
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
War flag of the Italian Social Republic.svg 214 uomini a Tarnova[2][3]
Colonne di rinforzo:
War flag of the Italian Social Republic.svg 3 battaglioni ed aliquote di 2 reggimenti e di un terzo battaglione
Germania 3 battaglioni, una compagnia, 3-5 carri di preda bellica
brigata "Srečko Kosovel" con 1.500 uomini[3], tre divisioni e un'altra brigata[4][5]
Perdite
86 morti e 56 feriti ("Fulmine")[6]
Imprecisate quelle delle colonne italo-tedesche da Gorizia[7]
Stime variabili da 31 morti e 71 feriti a oltre 180 morti e 150 feriti.[8]
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia di Tarnova consistette di una serie di scontri avvenuti tra il 19 e il 21 gennaio 1945[9] a Tarnova della Selva, allora in provincia di Gorizia, oggi in Slovenia[10], fra la Xª MAS della Repubblica Sociale Italiana, appoggiata dalle forze di polizia tedesche (Ordnungspolizei), e l'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia.

Lo scontro si accese col tentativo delle forze di Tito di annientare il presidio fascista repubblicano a Tarnova della Selva (costituito dal battaglione della Divisione Decima "Fulmine"[11] e un nucleo genieri del "Freccia"[12]); furono i comandanti della Xª MAS a voler attestarsi a Tarnova, nonostante il parere contrario dei militari italiani e tedeschi che ritenevano inutile e pericolosa la posizione in quella zona.[13] Il presidio fu soccorso da truppe provenienti da Gorizia che riuscirono a consentire ai superstiti di rompere l'accerchiamento. Ciò comportò, tuttavia, l'abbandono della posizione, posta sulla strada che conduce alla valle del Vipacco. Complessivamente i reparti tedeschi e italiani coinvolti superarono il migliaio di effettivi, su cinque battaglioni e altri reparti minori, mentre quelli del IX Korpus facevano parte di sei diverse brigate, comprese quelle partigiane garibaldine italiane.

Lo scontro ha assunto, nella memorialistica neofascista, il ruolo di una battaglia a protezione della città di Gorizia, che alcuni mesi dopo fu comunque occupata dall'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia.[14][15][16]

Indice

PremesseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Invasione della Jugoslavia, Fronte jugoslavo (1941-1945), Repubblica Sociale Italiana e Zona d'operazioni del Litorale adriatico.

L'operazione AdlerModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Adler (1944).

Alla fine del 1944 il comando tedesco delle SS e della Polizia dell'OZAK (Operationszone Adriatisches Küstenland – Zona d'operazioni del Litorale adriatico) agli ordini di Odilo Globočnik - di fronte al rafforzarsi del IX Korpus partigiano iugoslavo a est e a nord di Gorizia - intraprese un'operazione offensiva, nome in codice Adler Aktion (operazione Aquila), con lo scopo di annientarlo[3].

L'operazione venne condotta da truppe tedesche e reparti jugoslavi collaborazionisti, principalmente Cetnici e Domobranci,[17] ma un ruolo di primo piano fu assegnato alla Divisione "Decima" (Xª MAS)[3][18][19], appena spostata sul fronte orientale italiano, i cui battaglioni erano stati da poco impiegati nelle operazioni contro la Repubblica libera della Carnia (8-15 dicembre 1944).[20][21] I reparti, tuttavia, furono impiegati singolarmente e non nell'ambito della Grande Unità, come erano soliti fare i tedeschi con le truppe dei loro alleati.

All'operazione parteciparono i battaglioni Decima "Sagittario", "Barbarigo", "Lupo", aliquote dei battaglioni "Nuotatori Paracadutisti", guastatori "Valanga", genio "Freccia", ed i gruppi d'artiglieria "San Giorgio" ed "Alberico da Giussano"[22].

L'operazione Adler si concluse il 21 dicembre 1944 con scarsi risultati[23] e comunque effimeri[3], poiché le truppe partigiane riuscirono a sganciarsi in massima parte, subendo perdite non gravi.

La costituzione dei presidi nel CarsoModifica

Il comando SS e Polizia dell'OZAK - responsabile dell'operazione - decise di disporre le forze italiane in una serie di presidi sul Carso e l'Altopiano della Bainsizza, per controllare le vie d'accesso a Gorizia[23], una strategia che tuttavia esponeva i reparti all'accerchiamento da parte di forze preponderanti, come accadde al battaglione "Sagittario" a Chiapovano, salvato dall'intervento del battaglione "NP"[24]. I battaglioni della "Decima" si vedevano quindi coinvolti in una strategia suicida[25], per la quale non erano addestrati né equipaggiati in maniera adeguata[26].

L'abitato di Tarnova - pressoché spopolato[27] - si trovava in posizione strategica nella Selva, poiché dominava la strada statale 307 Gorizia-Aidussina, che era una delle dirette arterie di traffico verso il capoluogo carsico[28].

Dopo pochi giorni, il battaglione "Sagittario" della Xª Flottiglia MAS - che si era installato a Tarnova - fu rilevato da aliquote del "Valanga" e una batteria del "San Giorgio", alle quali s'aggiunse per breve periodo il "Barbarigo": durante i cicli operativi di questi reparti furono colti i primi indizi di una possibile controffensiva partigiana[3]. Il 9 gennaio successivo anche queste guarnigioni furono rilevate dal battaglione "Fulmine", che prese posizione a presidio dell'abitato di Tarnova, con una forza di 214 uomini[20][29], articolato su tre compagnie[30], delle quali la 3ª "Volontari di Francia", distaccata dal battaglione "Primo Longobardo" e formata da figli di italiani residenti appunto in Francia e reclutati presso la base di Bordeaux, Betasom[31]. Tarnova era l'unica località della zona investita da Adler a essere ancora presidiata da truppe italo-tedesche.[31]

L'abitato di Tarnova della Selva fu fortificato dai fanti di marina con la realizzazione di alcuni fortini[32] con muretti a secco, tetti di lamiera, buche e filo spinato. Una cerchia più interna di difesa prevedeva alcune abitazioni civili riadattate alla bisogna in maniera non dissimile. Alcune mine antiuomo furono utilizzate per realizzare radi campi minati[3]. L'equipaggiamento del "Fulmine" comprendeva diciassette fucili mitragliatori Breda 30, quattro mitragliatrici Breda 37, una mitragliera da 20 mm Oerlikon, nonché due lanciabombe Brixia da 45 e quattro mortai Breda da 81 mm[33].

Il "Fulmine" aveva così disposto le sue compagnie: la 1ª compagnia difendeva il settore nord dell'abitato, la 2ª quello sud, e la 3ª "Volontari di Francia" quello occidentale[3]. Il comando della guarnigione era affidato al tenente di vascello Elio Bini, in assenza del comandante Orru, ferito[34].

La difesa di Tarnova è stata definita dal generale Farotti[35] «una vera trappola per coloro che avrebbero dovuto presidiarle, anziché un'efficiente posizione di resistenza»[36].

«A presidiare Tarnova restò il più debole dei nostri reparti, il battaglione "Fulmine", con gli organici ridotti ad un paio di striminzite compagnie fucilieri, con pochissime armi automatiche di reparto e senza mortai da 81[37]. Non so da chi sia stato commesso questo grave errore di valutazione, certo è che fu pagato poi duramente, proprio dall'incolpevole "Fulmine". Se il dispositivo iniziale fosse rimasto in posto ancora qualche giorno (due battaglioni ed una batteria da 75/13) l'attacco slavo avrebbe trovato ad accoglierlo forze adeguate e con un armamento tale da stroncarlo in sul nascere e soprattutto, mantenendo il possesso della rotabile, si sarebbe potuto far affluire rinforzi ed impedito l'accerchiamento e l'annientamento della guarnigione.»

(G. Farotti, Sotto tre bandiere, Effepi, 2007)

Il dispiegamento iugoslavoModifica

Il IX Korpus jugoslavo decise di eliminare il presidio[38], posto in posizione strategica a dominare la piana goriziana e la Valle del Vipacco[39], e pertanto pose due unità a chiudere gli accessi all'altopiano, con sbarramenti, dispiegamento di truppe e campi minati[28]; l'unità incaricata dell'attacco era la 19ª brigata slovena di liberazione nazionale "Srečko Kosovel", supportata da[3][38]:

  • 30ª divisione jugoslava, basata sulla 17ª SNOB (brigata slovena di liberazione nazionale) "Simon Gregorčič" e sulla 18ª SNOUB (brigata d'assalto slovena di liberazione nazionale) "Bazoviška"
  • Divisione Garibaldi "Natisone", composta dalla 156ª brigata partigiana "Bruno Buozzi" e dalla 157ª brigata "Guido Picelli", formate con personale italiano
  • 20ª brigata "Garibaldi Triestina", formata con personale italiano
  • 31ª divisione jugoslava, composta dalla 3ª SNOUB "Ivan Gradnik", dal 20º battaglione e dalla 7ª SNOUB "France Prešeren".

La 31ª divisione aveva il compito di sbarrare la strada fra Gorizia e Tarnova attestandosi sui monti San Gabriele, San Daniele, Gargaro[Gargaro è un villaggio, non un monte] e Monte Santo, già teatro di aspre battaglie durante la Grande Guerra e ricchi di trincee e ricoveri abbandonati. La 30ª divisione avrebbe chiuso la Valle del Vipacco con la brigata "Gregorčič" e occupato l'Altopiano della Bainsizza con la brigata "Bazoviška"[31][38].

La 19ª brigata ebbe in rinforzo una compagnia d'assalto e un'ulteriore dotazione d'armi d'accompagnamento, che portarono al parco armi altri quattro cannoni, due fucili anticarro, due mortai pesanti e tre lanciamine Partop (rectius partizanski top, cioè "cannone (top) partigiano", arma autoprodotta delle formazioni partigiane iugoslave)[3][40].

La brigata "Kosovel" iniziò la manovra d'approccio a Tarnova nel tardo pomeriggio del 18 gennaio, con una temperatura di dieci gradi sotto lo zero. Dalla sua base di Ottelza (oggi Otlica, frazione di Aidussina) ed attraverso Mala Strana[Mala Lazna?], a notte fonda essa giunse attorno a Tarnova. Alla mezzanotte le operazioni di posizionamento del dispositivo erano completate.[41]

Secondo il piano del comandante Tone Bavec-Cene, il I battaglione avrebbe attaccato in due colonne, da nord-est dell'abitato, approfittando della miglior copertura offerta dai boschi che si spingevano fino a ridosso delle prime costruzioni di Tarnova. La prima colonna avrebbe attaccato seguendo la strada proveniente da Casali Nenzi (Nemci), una frazione dell'attuale Nova Gorica, la seconda quella che scendeva da Rialzo (Rijavci), altra frazione di Tarnova. Il battaglione avrebbe dovuto conquistare i bunker 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8: per questo scopo sarebbe stato appoggiato da due cannoni da 47/32 e due da 20 mm, mortai da 81, due "Partop" ed un PIAT, che poterono essere spinte fino a circa 300 metri dalla linea difensiva italiana, grazie alla copertura data dalla vegetazione[3]. Le armi d'accompagnamento e il posto d'osservazione avanzato della brigata - assieme al comandante di Divisione - si posizionarono nella frazione di Volčič, a est del centro abitato di Tarnova. Le postazioni per i mortai da 81 mm furono approntate duecento metri a sudest di Volčič[42].

Il II battaglione avrebbe attaccato da sud, per conquistare i bunker 9, 10 ed 11. Avrebbe così anche dovuto impedire eventuali tentativi di sganciamento italiani verso Gorizia. Il III battaglione sarebbe rimasto di riserva nei boschi a nord ovest del paese; solo un suo plotone sarebbe entrato subito in azione eliminando il bunker n. 1, costruito in posizione isolata[3]. Compito del III battaglione sarebbe stato impedire la ritirata della guarnigione italiana lungo la strada Tarnova-Raunizza.[43]

Il IX Korpus era stato rinforzato grazie ad armi, munizioni, coperte, carburante, viveri, esplosivo, divise, medicinali, stazioni R.T paracadutati dagli Alleati nel corso dei giorni precedenti[31]. Gli attaccanti potevano anche contare sulle informazioni passate occultamente da almeno un abitante di Tarnova[44][45].

Secondo G. Farotti, l'operazione di dispiegamento delle forze jugoslave venne condotta con grande abilità:

«Brillante invece l'operazione condotta dal Comando partigiano che in brevissimo tempo riuscì a concentrare su Tarnova più di 2.000 uomini, con armi pesanti, senza far nulla trapelare e a minare la rotabile di accesso, dominandola con centri di fuoco disposti perfino sul San Gabriele, pilastro incombente su Gorizia e chiave di volta della sua difesa.»

(G. Farotti, Sotto tre bandiere, Effepi, 2007)

Lo scontroModifica

I primi combattimenti sporadici si verificarono già a partire dal 12 gennaio: alcune pattuglie furono attaccate a Casali Nenzi, mentre dei colpi di mortaio colpirono Tarnova. In nessun caso ci furono perdite. Il 13 gennaio una pattuglia dei "Volontari di Francia" fu attaccata e riportò due feriti, uno dei quali - secondo Bonvicini - risultò colpito con una pallottola scamiciata[44]. Secondo Stanko Petelin[38] i primi scontri si ebbero il 13 quando una colonna di circa 150 soldati dell'Asse fu costretta a rientrare a Tarnova sulla strada per Carnizza. Il giorno 17 gli sloveni riuscirono ad interrompere i rifornimenti da Gorizia.

 
Cartina delle operazioni militari durante la battaglia di Tarnova

L'assedio partigianoModifica

I primi movimenti dell'attacco partigiano a Tarnova iniziarono a notte fonda del 19 gennaio 1945, verso le ore 04:00[38][46][47]. Lo scontro vero e proprio iniziò con tiri di mortaio jugoslavi sulle posizioni italiane alle ore 05:40-05:50[3]. Dopo due ore di fuoco e assalti, alcune postazioni del "Fulmine" dovettero ripiegare, ma alle ore 13:00 i partigiani - pur in vantaggio numerico di almeno tre contro uno[3] - non erano riusciti a penetrare nel paese e dovettero subire un contrattacco che riportò agli italiani le posizioni perdute[48]. Al termine della giornata il conto delle perdite era pesante per gli attaccanti, i quali, nonostante il loro valore, non erano riusciti a prevalere sui difensori[46]: oltre 80 morti e 150 feriti contro 12 marò italiani uccisi e 25 feriti[3][48]. Per comunicare fra i vari capisaldi e cercare di riallacciare i rapporti coi comandi di Gorizia, i marò inviarono delle staffette, che tuttavia furono tutte uccise o catturate dagli assedianti[31][49]. Il III Battaglione avanzò fino a quota 809, occupando il bunker n. 1 che però fu trovato privo di occupanti[41]. Gli attaccanti persero anche alcune armi d'appoggio (partop e mortai)[41]. L'inclemenza del tempo, tanto da far congelare l'olio lubrificante dal freddo, impedì ulteriori attacchi da parte jugoslava[50].

Il giorno seguente l'attacco riprese con rinnovata violenza e un sistematico fuoco di mortai[46], che ad uno ad uno demolì i bunker italiani, in particolare quelli tenuti dai "Volontari di Francia". Secondo il giornalista Nino Arena, reduce della RSI, questi furono in gran parte uccisi o catturati, e i prigionieri usati come scudi umani e in seguito fucilati presso Sambasso[31]. I superstiti si rinchiusero nell'osteria del paese[3]. Subendo pesanti perdite, i marò dovettero ripiegare all'interno dell'abitato, asserragliandosi in alcune abitazioni poste in posizione dominante. Lasciarono sul campo 62 morti e 27 feriti, avendo inflitto al nemico una settantina di morti e oltre il doppio di feriti (secondo Perissinotto) o 9 morti, venti feriti e dieci congelati (secondo la Terčič)[51].

Per gli assediati il problema principale era rappresentato dal fatto che i resti del battaglione, la cui forza era oramai pressoché dimezzata, erano dispersi e isolati gli uni dagli altri, e molti erano a corto di munizioni, tanto da dover realizzare rudimentali bombe a mano con esplosivo sfuso e scatolette di viveri vuote[52]. I partigiani poterono far avanzare i cannoni anticarro, coi quali - dopo alcuni tentativi - riuscirono a demolire i bunker nn. 4 e 5[41]. Altri nuclei isolati vennero poi sopraffatti dai partigiani nella notte fra 20 e 21 gennaio[48]. Il centro dell'azione si spostò sui bunker 8 e 9, che il II Battaglione riuscì a isolare conquistando le case fra i due in due ore e mezza di combattimenti, mentre il III Battaglione si trovava alle prese col 12º bunker, lungo la strada per Gorizia[51]. Prima dell'alba del giorno successivo (circa le ore 05:00) gli scontri si concentrarono attorno ai bunker n. 8 e 9, mentre il bunker n. 7 fu preso dai partigiani e poi riconquistato dagli italiani. Gli iugoslavi dovettero quindi ricorrere alla sistematica demolizione dei fortini attraverso esplosivo al plastico[51]. Nel pomeriggio anche la riserva del III battaglione venne impiegata in battaglia per la conquista del bunker n. 12[51]. Più volte i combattenti giunsero talmente vicini da essere a portata di voce e si scambiarono intimazioni alla resa e insulti[53].

83 uomini, cioè il grosso del battaglione "Fulmine", fu quindi radunato dal comandante in un gruppo di case a est della chiesa[54] e mosse nel cuore della notte[3] per una sortita verso sud, ottenuta anche dal Comando di divisione l'autorizzazione a ripiegare. La mossa colse di sorpresa gli sloveni e riuscì, al prezzo però di nove caduti[48]. I restanti marò (48 uomini, di cui solo 35 abili al combattimento)[48], invece, rimasero asserragliati nelle loro ridotte, dove riuscirono a resistere fino all'arrivo della colonna italiana del battaglione "Sagittario", appoggiato da tre carri tedeschi e aliquote della polizia germanica[48]. Gli uomini dell'EPLJ rimasero padroni del paese - tranne che per le ultime ridotte della RSI - per l'intera giornata[55] e, secondo alcuni autori italiani, lo saccheggiarono dopo aver ucciso i feriti della "Decima" nel posto di medicazione e alcuni civili[3][56].

La notizia dell'arrivo delle colonne dell'Asse da Gorizia costrinse la "Kosovel" a ritirare dall'abitato di Tarnova il III battaglione per impiegarlo sulla strada per Raunizza.[57]

La controffensiva italo-tedescaModifica

Il comando italiano della Divisione "Decima" fu raggiunto dall'allarme per l'attacco partigiano a Tarnova solo alle 11:30 del giorno 19, quando i combattimenti erano già in corso da oltre sei ore. Il comando tedesco diramò un ordine operativo[58] solo il giorno 20, dove affermava di aver ricevuto notizia dal "Fulmine" solo alle 15:00 del giorno prima[59]. Radunati i battaglioni "Valanga" e "Sagittario" e ottenuto dai tedeschi un nucleo corazzato con tre carri e aliquote di polizia, le colonne si mossero: l'operazione fu contrassegnata dalla sigla 280/45[60].

Le colonne erano così costituite[31]:

  • la prima, avrebbe dovuto puntare su Tarnova passando per Sambasso ed era costituita da due compagnie[61] del battaglione "Valanga" e dal III battaglione del 15º reggimento tedesco "Polizei" nonché da due batterie da 75/27 del "San Giorgio" (quattro pezzi).
  • la seconda era formata dal battaglione "Sagittario", della divisione di fanteria della RSI "Decima", nonché dal III battaglione del 10º reggimento tedesco "Polizei", da aliquote della Milizia Difesa Territoriale (MDT) di Gorizia, una batteria di artiglieria della Xª MAS e dalla 182ª compagnia tedesca collegamenti (Nachrichten in tedesco)[62].
  • A queste colonne s'aggiunse successivamente il battaglione "Barbarigo", al quale l'ordine di partenza giunse solo nel pomeriggio[63].
  • Erano presenti anche tre carri armati di preda bellica[64], il cui intervento servì fin dall'inizio a sfondare una prima linea partigiana fra Monte Frigido e Loqua[65].

Le colonne, ostacolate dalla neve, puntarono verso la Sella del Dol. Tuttavia, dopo un incidente causato da una mina ad un camion della 4ª compagnia del "Valanga"[66], l'avanzata dovette arrestarsi, anche per le resistenze dei carristi tedeschi a proseguire[49]. Ripresa la marcia nel pomeriggio inoltrato, italiani e tedeschi incapparono nelle difese predisposte dal IX Korpus sul Monte San Daniele, che gli sbarrarono la strada per Tarnova. In particolare, una puntata offensiva del "Valanga" venne fermata da un intenso tiro di mitragliatrici e mortai partigiani[63].

Fu così stabilito, non senza attriti e accese discussioni[63], di assaltare il giorno 20 le alture fra Gorizia e Tarnova, anche per alleggerire il peso della minaccia partigiana contro il capoluogo carsico[63]. All'alba, "Valanga" e "Barbarigo" assaltarono il Monte San Gabriele, difeso da reparti della brigata partigiana "Gradnik" e, probabilmente, anche da italiani della Divisione Garibaldi "Natisone"[67] mentre il battaglione "Sagittario" proseguì lungo la strada. A metà mattinata del 20 gennaio il monte era in larga parte sotto controllo degli italiani, che dovettero respingere un contrattacco partigiano condotto fingendosi tedeschi[68]. La conquista del San Gabriele permise anche di sviluppare fuoco d'interdizione con l'artiglieria e colpire le truppe partigiane che assediavano Tarnova[69][70]. Il "Sagittario" fu invece arrestato da un'intensa reazione partigiana, mentre i tedeschi rifiutarono di impegnare a loro volta i carri per aiutare lo sfondamento italiano.

Il giorno 21, con un rinnovato sforzo, "Valanga" e "Barbarigo" riuscirono a scalzare definitivamente l'EPLJ dal San Daniele: il "Valanga", appoggiato da aliquote della polizia tedesca, poté riprendere la marcia verso Tarnova, passando per Sambasso e prendendo contatto coi superstiti del "Fulmine" in ripiegamento. Anche il "Sagittario", riottenuto l'appoggio dei corazzati tedeschi, riuscì a sfondare la resistenza partigiana a occidente di Raunizza e puntò risolutamente su Tarnova[71]. Contemporaneamente, venivano predisposte puntate offensive da parte di altri reparti italo-tedeschi presenti in zone limitrofe, per alleggerire la pressione su Tarnova e provocare un diversivo, ma anche per impedire l'afflusso della Divisione Garibaldi "Natisone" nella zona degli scontri. Da Trieste fu fatto affluire il battaglione Confinario MDT, rinforzato da due compagnie del 4º Reggimento MDT mentre i tedeschi inviarono di rinforzo una sezione carri[72]. Da nord si muovevano la controbanda "Tonini" del Reggimento alpini "Tagliamento" e i bersaglieri del Battaglione "Mussolini" in Valle Baccia. Dalla Valle Idria si mobilitava anche il Gebirgs-Jäger-Bataillon Heine[31][70].

 
Tarnova della Selva: marò della "Decima" posano accanto ai corpi di partigiani della "Kosovel" caduti nel corso degli scontri del 19-21 gennaio 1945
 
I funerali dei caduti del "Fulmine" a Gorizia, il 30 gennaio 1945

Con un'ampia manovra da nord, reparti del 4º Reggimento MDT e aliquote tedesche si scontravano con gli italiani della brigata "Buozzi", infliggendole perdite[70].

Modifica

All'arrivo delle colonne italo-tedesche, le truppe del IX Korpus si ritirarono da Tarnova e i superstiti dei 48 uomini del battaglione "Fulmine" rimasti asserragliati a Tarnova furono liberati dall'assedio[spiegare incongruenze descrittive dei fatti: nel capitolo precedenti sono dati in ripiegamento, non in Tarnova sotto assedio, e nel capitolo sottostante si afferma che il presidio della Decima si ritiro' da Tarnova]. Gli uomini della Kosovel, sorpresi dal sopraggiungere della colonna italo-tedesca[73] si ritirarono e subirono perdite. L'unità partigiana fu inseguita ed attaccata ancora dalle forze italo-tedesche a Raunizza, Sadove, Zagorje, Cima Nera, Bale, Zabdro, Banjsic e sulla Bainsizza[31] e colpita con artiglieria e mortai dalle posizioni dominanti dei monti conquistati[74].

I superstiti del battaglione rientrarono il 24 gennaio a Gorizia, accolti, secondo il memorialista della RSI Giorgio Pisanò, da una manifestazione popolare di gioia[75]. Nei giorni successivi i funerali delle vittime furono celebrati solennemente per le vie della città, al cospetto della popolazione[76].

Il comandante della Decima MAS Junio Valerio Borghese citò il battaglione "Fulmine" all'ordine del giorno[77]. Lo stendardo del "Fulmine" fu insignito di Medaglia d'argento al valor militare della R.S.I. per i fatti d'arme di Tarnova[78], in seguito ai quali venne anche composta una canzone[79], che divenne l'inno del battaglione. La distruzione a stento scampata del "Fulmine" evidenziò tuttavia le debolezze della "Decima" e soprattutto l'aumentata efficienza delle forze partigiane jugoslave, anche se, pochi giorni dopo, cioè il 26 gennaio successivo, due compagnie del Barbarigo costrinsero alla ritirata gli uomini del IX Korpus sull'altopiano della Bainsizza[80][81].

Nei giorni successivi, la divisione "Decima" e altri reparti italo-tedeschi furono coinvolti in un massiccio rastrellamento a oriente di Gorizia, respingendo i reparti dell'EPLJ nella "zona libera" dell'altopiano di Vojsko (Voschia). Alla fine del marzo 1945 i reparti della "Decima", dopo una serie di incidenti con i tedeschi e gli jugoslavi collaborazionisti, furono allontanati per richiesta germanica dall'OZAK e le posizioni riguadagnate sull'altopiano della Bainsizza e nella Selva di Tarnova rioccupate dalle truppe dell'EPLJ. Prima di lasciare Gorizia i reparti della "Decima" si schierarono davanti ai resti del monumento ai Caduti della Grande Guerra della città isontina, fatto saltare in aria dalle milizie jugoslave collaborazioniste nei mesi precedenti[82].

In prospettiva l'episodio di Tarnova non fu un caso isolato: le brigate e divisioni partigiane attaccarono altri presidi italo-tedeschi e lentamente riconquistarono tutte le posizioni perdute durante l'Operazione Adler, mostrando superiorità tattica e di iniziativa[3]. Lo scontro di Tarnova si distinse per la sua particolare durezza e per il valore dimostrato sia dagli italiani del "Fulmine" che dagli sloveni della Kosovel[3].

Esito dello scontroModifica

 
Il IX Korpus sfila a Gorizia il 1º maggio 1945.

La letteratura e la memorialistica di parte jugoslava e quella più vicina al reducismo italiano[83] avocano la vittoria ciascuna al proprio schieramento.

Per Giorgio Pisanò[84] quella partigiana fu una "sconfitta" e la resistenza a Tarnova aveva sventato il piano di Tito di occupare Gorizia fin dall'inverno 1944-1945[85]. Secondo Marco Picone Chiodo, a Tarnova "il IX Korpus era stato nettamente rigettato indietro e con esso il pericolo che rappresentava per le popolazioni orientali italiane"[86], tuttavia Gorizia fu occupata dagli sloveni nel maggio dello stesso anno.

Viceversa, secondo Jernej Alič[46], lo scontro si era risolto in un successo per i partigiani, che[87] erano riusciti a costringere il presidio della "Decima" a ritirarsi da Tarnova, lasciando ingente bottino nelle mani del IX Korpus[88]. Secondo Stanko Petelin "il nemico ha subito una pesante sconfitta: il battaglione fascista a Tarnova è stato quasi distrutto e i resti del battaglione dovettero ritirarsi a Gorizia. Tarnova è di nuovo nelle nostre mani"[38]. Anche per Sara Terčič, "l'investimento di Tarnova è un grande successo militare e politico"[89].

Altri testi si limitano al resoconto degli eventi e alla conta delle perdite[48][90][91].

Tarnova nel reducismo della RSIModifica

La battaglia di Tarnova gode di ampio risalto nella memorialistica della RSI, che rappresenta la maggior parte della letteratura in italiano sull'argomento. Autori come Giorgio Pisanò e Nino Arena hanno celebrato la resistenza della Decima – dipinta con tinte eroiche per l'esiguità delle sue forze rispetto a quelle nemiche – attribuendole il merito di aver evitato che Gorizia venisse occupata dai partigiani di Tito e quindi ceduta alla Jugoslavia nel dopoguerra.

Tuttavia, le forze di Tito furono solo momentaneamente respinte, poiché nei giorni successivi agli scontri con la Decima riuscirono comunque a prendere la località di Tarnova (oggi slovena), mentre dal 1º maggio al 12 giugno 1945 occuparono la stessa Gorizia. L'occupazione jugoslava della città cessò solo grazie agli accordi stipulati da Tito e il generale britannico William Duthie Morgan il 9 maggio – poi ratificati il 9 giugno a Belgrado da Tito e il comandante delle forze alleate in Italia Harold Alexander – che delimitarono la zona d'occupazione jugoslava con la "linea Morgan". Furono dunque tali patti a porre le basi per la restituzione di Gorizia all'Italia.

Ogni anno, il 21 gennaio e nei giorni successivi, Gorizia è sede di un raduno commemorativo dei reduci della Decima[92].

NoteModifica

  1. ^ Stefano Di Giusto, Operationszone Adriatisches Küstenland. Udine Gorizia Trieste Pola Fiume e Lubiana durante l'occupazione tedesca 1943-1945, Istituto Friuliano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 2005 pag. 625
  2. ^ Quasi tutte le fonti sono concordi nell'indicare questa cifra, cfr. per esempio G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 130. Nino Arena, in La Battaglia di Tarnova Archiviato il 10 dicembre 2008 in Internet Archive. dà 214 marò del "Fulmine" e 4 genieri del "Freccia", quindi 218 uomini in totale
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Marino Perissinotto, La battaglia di Tarnova Archiviato il 10 dicembre 2008 in Internet Archive.
  4. ^ La Divisione Garibaldi "Natisone" e la 20ª "Garibaldi Trieste", erano composta da personale italiano. Il 20 settembre 1944 il Comando generale dell'EPL sloveno abolì unilateralmente gli accordi col CLN dell'aprile dello stesso anno, che prevedevano un "comando paritetico" sloveno-italiano su questi reparti. Quest'atto determinò "il passaggio delle unità italiane alle dirette dipendenze, non solo operative, dell'EPL della Slovenia. Così la "Triestina", da 14ª brigata della Resistenza italiana, divenne 20ª "Brigata d'assalto Garibaldi-Trieste" dell'Esercito sloveno, entrando a far parte degli effettivi della 30ª divisione slovena e cessando quindi di essere una formazione del "Corpo Volontari della Libertà d'Italia"". Luciano Giuricin, Istria, teatro di guerra e di contrasti internazionali (Estate 1944-Primavera 1945), in Quaderni del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, vol. XIII, Fiume-Trieste-Rovigno 2001, pp. 155-246. In particolare, il virgolettato è alle pp. 183-184.
  5. ^ Così in Bonvicini, Duri a morire, cit. Brigata "Triestina" invece per Perissinotto
  6. ^ Gran parte delle fonti concorda su questa cifra, eccezion fatta per Nino Arena Archiviato il 10 dicembre 2008 in Internet Archive. che dà il seguente elenco di perdite: 86 morti, 52 feriti gravi, 46 feriti leggeri, 8 dispersi
  7. ^ S. Petelin parla di 36 morti per le brigate Gradnik e Prešeren (cioè la 31ª divisione) che fronteggiavano la colonna principale della controffensiva italotedesca e di perdite inflitte al nemico pari a 54 morti e circa 70 feriti. Cfr. Gradnik BRIGADE Info, su znaci.net, 07-05-12.
  8. ^ Il monumento ai Caduti iugoslavi del IX Corpus nell'attuale Trnovo riporta la cifra di 256 morti; non è specificato se nell'assedio del borgo o anche negli scontri sul San Daniele e nella Sella del Dol Cfr. Nova Gorica Municipality Info [collegamento interrotto], su sycp.si, 30-01-10.; Secondo Marino Perissinotto cit., le fonti iugoslave parlano di 33 morti e 71 feriti. Jernej Alič, 9. KORPUS, cit. riferisce di 31 morti, 77 feriti e 33 dispersi. Nell'ordine del giorno successivo agli scontri di Junio Valerio Borghese, comandante della Decima, si parla di 300 morti e 500 feriti. Soldati&Battaglie (cit. p. 44) riporta 180 morti certi e 150 probabili, oltre a 300 feriti
  9. ^ Stefano Di Giusto, I reparti panzer nell'operationszone Adriatisches Küstenland (OZAK) 1943-1945: e le Panzer-sicherungs-Kompanien in Italia, Edizioni della Laguna, 2002, ISBN 978-88-8345-088-4. URL consultato il 24 febbraio 2018.
  10. ^ Il nome sloveno di Tarnova è Trnovo
  11. ^ Raoul Pupo, Trieste '45, Gius.Laterza & Figli Spa, 1º maggio 2014, ISBN 978-88-581-1369-1. URL consultato il 24 febbraio 2018.
  12. ^ Precisamente 4 marconisti, cfr. Carlo Cucut, Le forze armate della RSI, 1943-1945, Forze di Terra, p. 150
  13. ^ A.a.v.v, Chiesa e società nel Goriziano fra guerra e movimenti di Liberazione, ISSR GORIZIA, 1º gennaio 1997. URL consultato il 24 febbraio 2018.
  14. ^ Francesco Di Pace, Xenofobia antitaliana: tappe recenti dell'ostilità contro gl'Italiani e l'Italianità, Editrice Nuovi Autori, 1986. URL consultato il 24 febbraio 2018.
    «Vittoriosa resistenza nella battaglia della Selva di Tarnova, contro il nemico dieci volte più numeroso.».
  15. ^ Adriano Monti, Il golpe Borghese: parola d'ordine Tora Tora : un golpe virtuale all'italiana, Lo scarabeo, 2006, ISBN 978-88-8478-092-8. URL consultato il 24 febbraio 2018.
    «La battaglia di Selva di Tarnova fu intrapresa per difendere l'ultimo baluardo dell'italianità di fronte alla dilagante marea slava.».
  16. ^ Annalisa Camilli, La campagna elettorale nel nordest anticipa il futuro dell’Italia, in Internazionale, 20 febbraio 2018. URL consultato il 24 febbraio 2018.
  17. ^ Si veda ad esempio L. Fabi, 1943-45 guerra civile al confine orientale Archiviato il 17 agosto 2014 in Internet Archive., in "Il Territorio" n° 3 - novembre 1995: "Ai soldati tedeschi si affiancavano infatti vari reparti di collaborazionisti. Dalla provincia tedesca di Lubiana arrivarono soldati belagardisti e domobranci (clerical-liberali nazionalisti e monarchici sloveni e croati) e, dalla fine del 1944, circa 20.000 cetnici, serbi fedelissimi a re Pietro, nemici giurati dei partigiani di Tito e dei russi, che si stabilirono alla periferia della città con famiglie, carriaggi e cavalli. I giovani coscritti italiani vennero arruolati direttamente dai tedeschi o inseriti nella Milizia di difesa territoriale (MDT), mentre contro i partigiani operavano anche i bersaglieri del battaglione Mussolini e, dal novembre 1944 fino al febbraio l945, reparti della Decima Mas. La presenza di truppe di diverse nazionalità creò non pochi problemi alle autorità naziste. Reparti alleati eppure divisi da un'ottica nazionalista opposta - alle truppe collaborazioniste slave era stata promessa la sovranità sulla regione controllata dai tedeschi, mentre i reparti italiani combattevano in nome dell'italianità di quelle stesse terre - costituivano una miscela esplosiva e anche la spregiudicata condotta delle autorità militari tedesche faticava a limitare le conseguenze di un acceso antagonismo."
  18. ^ G. Bonvicini, Decima marinai!... cit. p. 122
  19. ^ Giorgio Farotti, Sotto tre bandiere, Associazione ITALIA, 2005
  20. ^ a b Luca Valente, Storia e sconfitta del "Fulmine" della Decima Mas[collegamento interrotto], su il Giornale di Vicenza del 17 novembre 2009
  21. ^ Ad esempio la X Mas operò il rastrellamento di Tramonti di Sotto del 9 dicembre 1944, e il giorno seguente procedette alla fucilazione di 10 partigiani.
  22. ^ Perissinotto elenca anche un "battaglione Serenissima". Si tratta in realtà di una compagnia del "Valanga", la 4ª, aggregata al battaglione nel novembre 1944 e in organico allo stesso dal gennaio del 1945. Cfr. C. Cucut, cit., p. 150
  23. ^ a b G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 128
  24. ^ Decima! Gli Ennepi si raccontano di Sergio Bozza, Greco&Greco, 1997
  25. ^ Sic in Giorgio Farotti, Sotto tre bandiere cit.
  26. ^ Nicola Cospito, Hans Werner Neulen, Salò-Berlino: l'alleanza difficile, Mursia, 1992, p. 136
  27. ^ Secondo Nino Arena, su rsi-italia.org, cit., per via dell'esodo della popolazione civile causato dagli eventi bellici. Secondo Sara Terčič invece la popolazione fu obbligata a rimanere nell'abitato, impedendo agli attivisti pro-resistenza di fornire informazioni all'EPLJ. Cfr. Kratka..., cit. p. 33.
  28. ^ a b G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde cit. p. 1169
  29. ^ http://www.decima-mas.net/apps/index.php?pid=100 La battaglia su decima-mas.net
  30. ^ Secondo G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit. le compagnie del "Fulmine" presenti erano solo due. Marino Perissinotto invece dà tutte e tre le compagnie presenti con il seguente organico: 1ª, 71 uomini; 2ª, 61 uomini; 3ª, 82 uomini, per un totale di 214 combattenti ai quali vanno aggiunti i 4 marconisti del "Freccia". Cfr. le note a La battaglia di Tarnova cit. Anche G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 130 dà tre compagnie presenti a Tarnova
  31. ^ a b c d e f g h i Nino Arena, Tarnova, santuario inviolato Archiviato il 10 dicembre 2008 in Internet Archive.
  32. ^ G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 131 parla di 5 fortini. Anche Perissinotto nelle note al citato articolo (La battaglia di Tarnova) distingue in cinque bunker considerati dagli italiani e 12 presenti invece nella relazione iugoslava
  33. ^ G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 130, che però considera l'Oerlikon come fucilone controcarri e non mitragliera. Nino Arena in Copia archiviata, su italia-rsi.org. URL consultato il 19 gennaio 2010 (archiviato dall'url originale il 10 dicembre 2008). parla di "5 mortai da 45/81", ma probabilmente si riferisce contemporaneamente a mortai Brixia da 45 mm e mortai Breda da 81 mm. Infatti - cfr. infra - i combattenti dell'EPLJ nel loro bottino elencavano anche mortai da 81 e Marino Perissinotto indica entrambe le armi fra le dotazioni del "Fulmine"
  34. ^ G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 130
  35. ^ Giorgio Farotti (1921-2007) fu sottotenente nel Regio Esercito, servì nella Decima MAS della RSI come guardiamarina e nel dopoguerra continuò la carriera nell'Esercito Italiano fino al grado di maggior generale, andando a riposo nel 1986
  36. ^ G. Farotti, Sotto tre bandiere, Effepi, 2007
  37. ^ L'assenza di mortai da 81 è però smentita da altre fonti. Cfr. infra
  38. ^ a b c d e f Stanko Petelin Vojko: Gradnik Brigade su znaci.net
  39. ^ Sara Terčič afferma che l'obbiettivo era la conquista di una strada sicura per la valle del Vipacco, dove le formazioni partigiane avrebbero trovato cibo e un ospedale. Cfr. Kratka..., cit. p. 33
  40. ^ Secondo Sara Terčič (Kratka..., cit. p. 34) le armi d'appoggio consistevano in due cannoni anticarro da 47mm, due mitragliere da 20mm e tre lanciamine partop. Più oltre (p. 35) l'autrice aggiunge anche la presenza di mortai da 81mm
  41. ^ a b c d S. Terčič, cit. p. 35.
  42. ^ S. Terčič, cit. pp. 34-35
  43. ^ S. Terčič, cit. p. 34
  44. ^ a b G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 131
  45. ^ Secondo Sara Terčič invece la popolazione fu consegnata nell'abitato, impedendo agli attivisti pro-resistenza di fornire informazioni all'EPLJ. Cfr. Kratka..., cit. p. 33
  46. ^ a b c d Jernej Alič, 9. KORPUS-NOV-a SLOVENJIE - OD USTANOVITVE DO OSVOBODITVE TRSTA pp. 66 e ss.
  47. ^ Secondo S. Terčič, cit. p. 35, alle 04:00 precise dal sobborgo di Volčič partirono i razzi bengala che davano il via all'attacco
  48. ^ a b c d e f g Soldati&Battaglie cit. p. 44
  49. ^ a b G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 132
  50. ^ Alcuni si videro addirittura costretti a urinare sulle mitragliatrici per scaldarle un po'. Cfr. S. Terčič, cit. p. 35
  51. ^ a b c d S. Terčič, cit. p. 36.
  52. ^ G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit. p. 1171
  53. ^ S. Terčič, cit. p. 36 e M. Perissinotto in La battaglia di Tarnova, cit. (in nota)
  54. ^ S. Terčič, cit. p. 37
  55. ^ Una radio partigiana diede il 22 gennaio la notizia della caduta di Tarnova, cfr. G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit. p. 1172
  56. ^ M. Perissinotto - Duri a morire, p. 107, nota - riferisce di "prigionieri italiani fucilati nel prato dietro la chiesa" del paese. Pisanò - in Gli ultimi in grigioverde cit. p. 1171 e in Storia della Guerra Civile cit. pp. 1329 e ss. - riferisce della strage dei feriti assieme al tenente Giulio Marzo e di un eccidio di un gruppo di prigionieri, arresisi dopo aver terminato le munizioni, che furono falciati uscendo dal loro ricovero dopo aver udito dall'esterno una voce che in italiano gridava "arrendetevi, siamo tutti fratelli, vi tratteremo bene."
  57. ^ S. Terčič, cit. p. 37. L'autrice cita solo la presenza del III\10° Polizia SS tedesco, senza far cenno ai reparti italiani
  58. ^ L'ordine è riprodotto integralmente in Cospito-Neulen, Salò-Berlino..., cit. pp. 156 e 157
  59. ^ Secondo G. Pisanò, il primo SOS fu intercettato dal comando tedesco di Gorizia, che rispose ai marò di "arrangiarsi". Cfr. Storia della Guerra Civile cit. p. 1333. Nel volume citato Soldati & Battaglie a p. 21 si afferma che dopo gli scontri di Tarnova gli uomini della "Decima" accusarono apertamente i tedeschi di aver ritardato l'invio di rinforzi, esacerbando ancora di più i rapporti già tesi fra italiani e tedeschi nell'OZAK. anche Perissinotto (La battaglia di Tarnova cit. Cfr. le note) afferma che i tedeschi autorizzarono i soccorsi solo dopo una giornata di combattimenti. Secondo Stanko Petelin ( Gradnik BRIGADE Info, su znaci.net, 07-05-12.) i tedeschi pensavano si trattasse probabilmente di un'azione dimostrativa
  60. ^ Cospito-Neulen, Salò-Berlino..., cit. p. 156
  61. ^ La 1ª e la 4ª. Cfr. G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit., p. 1187
  62. ^ Polizei-Gebirgs-Nachrichten-Kompanie 182., in Nino Arena indicata erroneamente come "182ª compagnia Na-Fu". Cfr. Elenco delle truppe e dei comandi delle FFAA tedesche in Italia 1943-1945 a cura del Deutsches Historisches Institut di Roma
  63. ^ a b c d M. Perissinotto, Duri a morire, p. 103
  64. ^ Secondo diverse fonti - Perissinotto, Bonvicini et al. - si tratterebbe di vecchi carri francesi. Secondo Stefano Di Giusto (I reparti corazzati nell'OZAK (1943-1945), p. 32) di tre T-34 di preda bellica sovietica della 5ª Compagnia corazzata di polizia (rinforzata), ai quali potrebbero essersi aggiunti successivamente anche due Panzer 38(t) di produzione cecoslovacca del reparto Treno corazzato 73.
  65. ^ G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit. p. 1172
  66. ^ G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit. p. 1187 e G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 132
  67. ^ M. Perissinotto, cit. p. 105 e 107. La presenza di italiani nello schieramento del IX Corpus si evince dalle note a p. 107. Anche G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit., p. 136, parla di elementi italiani, ma riferendosi alla Kosovel.
  68. ^ Soldati & Battaglie, cit. p. 44. Anche Perissinotto, cit. p. 104, parla di segnali convenzionali tedeschi usati dai partigiani in avvicinamento.
  69. ^ M. Perissinotto, cit. p. 104
  70. ^ a b c G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 134
  71. ^ Di Giusto, cit. p. 32. Per Di Giusto, allo sfondamento è stata determinante la partecipazione del III battaglione di polizia tedesca
  72. ^ Si tratta probabilmente dei due carri Panzer 38(t) del reparto Treno corazzato 73 indicati da Del Giusto, cfr. I reparti panzer... cit.
  73. ^ Secondo Perissinotto cit. e G. Bonvicini, Decima marinai! cit. p. 136 e Alič, 9.KORPUS... cit. p. 67, a raggiungere per primo il paese e a mettere in fuga i partigiani fu il gruppo di combattimento tedesco Metz (III/10 Pol. rgt.) proveniente da Sambasso. Sull'ordine operativo 280/45 (cfr. Cospito-Neulen, Salò-Berlino, cit.) il Kampfgruppe Meitz (sic) sarebbe dovuto entrare in funzione con la riunione delle colonne da Salcano e da Sambasso convergenti su Tarnova, dopo la liberazione del borgo. Secondo Arena, su www.rsi-italia.org e Pisanò, Storia della Guerra Civile... cit, furono gli uomini del Valanga ad entrare per primi nel borgo assediato. Infine Cucut, in Le FFAA della RSI cit. cartina a p. 148 segna la colonna da Sambasso come composta da polizia tedesca e Valanga.
  74. ^ G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 136
  75. ^ G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde cit. p. 1172
  76. ^ G. Pisanò, Storia della Guerra Civile, cit. p. 1333
  77. ^ "Il 19 gennaio u.s. il battaglione "Fulmine" della divisione "Decima" su una forza di 214 uomini, posto a presidio di un importante caposaldo sulla via d'invasione delle bande slave di Tito, veniva improvvisamente assalito da forze nemiche valutabili ad oltre 2 mila uomini abbondantemente armate anche con armi pesanti. La resistenza del battaglione è durata ininterrottamente per tre giorni e tre notti; è durata granitica contro ogni resistenza umana, è durata perché gli uomini del "Fulmine" non hanno mai mollato. Altri reparti della "Decima" e germanici, accorsi in aiuto, sono riusciti a ricongiungersi con il "Fulmine" e a sganciarlo dalla manovra nemica. Il "Fulmine" ha riportato nella dura lotta le seguenti perdite: Caduti: 86 di cui 5 ufficiali; feriti 56. Le perdite che ha inflitto al nemico sono: morti 300, feriti 500. I superstiti del battaglione sono rientrati alla sede al canto degli inni della Patria. Il sacrificio del battaglione "Fulmine" ha salvato un'italianissima città dall'occupazione slava ed è valso a far rifulgere una volta ancora davanti al nemico e all'alleato e al nostro popolo il valore del Soldato d'Italia. Marinai! Cito all'Ordine del Giorno della "Decima", il suo comandante tenente di vascello F. M. Bini, i Presenti alle Bandiere, i feriti e i marinai tutti per la prova di magnifico coraggio dimostrato. Il battaglione sarà subito ricostituito e raggiungerà il fronte meridionale per la cui dura lotta si è dimostrato preparatissimo. Italia! Decima!". Cfr. G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde cit. p. 1172 e Storia della Guerra Civile cit. pp. 1333 e 1334
  78. ^ Associazione Combattenti Decima Flottiglia MAS. Sito ufficiale[collegamento interrotto]
  79. ^ La Canzone del "Fulmine" (cfr. il testo completo su Wikisource).
  80. ^ Jack Greene e Alessandro Massignani, Il Principe Nero - Junio Valerio Borghese e la X MAS, Mondadori, 2007, pp. 180-181
  81. ^ S. Petelin parla di un'offensiva portata da circa 150 soldati dell'Asse provenienti dalla pianura, ma non accenna alla nazionalità dei reparti coinvolti. Vedi Gradnik BRIGADE Info, su znaci.net, 07-05-12.
  82. ^ G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit. p. 138
  83. ^ Tuttavia anche nel volume Mussolini's War: Fascist Italy's Military Struggles from Africa and Western Europe to the Mediterranean and Soviet Union 1935-45 di Frank Joseph (Casemate Publishers, 2010) si parla di «stunning success» e si afferma «just 214 men of the "Fulmine" successfully defended the Tarnova della Selva outpost from an attack by 1,300 Yugoslav partisans»
  84. ^ Storia della Guerra Civile cit. pp. 1333
  85. ^ Storia della Guerra Civile cit. p. 1334
  86. ^ M. Picone Chiodo, In nome della resa, Mursia, 1990, p. 527
  87. ^ Alič calcola le perdite iugoslave in 31 morti, 73 feriti e 33 dispersi, contro 261 morti e 74 feriti inflitti al nemico.
  88. ^ Secondo la relazione iugoslava riportata da Perissinotto nella nota 17 de La battaglia..., cit., il bottino consistette d'un mortaio da 81, due mortai Brixia, una mitragliatrice Breda 37, tre fucili mitragliatori Breda 30, tre mitra, ventiquattro fucili, quattro pistole, una stazione radio, un camion.
  89. ^ Kratka zgodovina Trnovega in voglarjev, Università di Nova Gorica, p. 38. L'autrice quantifica le perdite subite dalla "Srečko Kosovel" durante l'assedio in 18 morti e 28 feriti gravi, contro 207 morti e 8 feriti gravi fra gli italiani
  90. ^ G. Bonvicini, Decima marinai!..., cit.
  91. ^ Carlo Cucut, Le forze armate della RSI, 1943-1945, Forze di Terra, p. 150
  92. ^ Ricordata dai reduci la battaglia di Tarnova, Il Messaggero Veneto, 21 gennaio 2008; La X Mas ricorda la battaglia di Tarnova, Il Piccolo, 24 gennaio 2010; Raduno della Decima Mas Cerimonie in cimitero, Il Piccolo, 20 gennaio 2012.

BibliografiaModifica

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  • Guido Bonvicini, XII Venezia Giulia, in Decima marinai! Decima comandante! La fanteria di Marina 1943-1945, Milano, Mursia, 1988.
  • Carlo Cucut, Le forze armate della RSI - Le forze di terra, Trento, Gruppo Modellistico Trentino di studio e ricerca storica, 2005.
  • Stefano Di Giusto, I reparti panzer nell'Operationszone Adriatische Kuenstenland (OZAK) 1943-1945, Mariano del Friuli, Edizioni della Laguna, 2002.
  • Riccardo Maculan - Maurizio Gamberini, Battaglione Fulmine. X° Flottiglia Mas. Cronaca e immagini tratte da documenti e memorie dei suoi reduci (marzo 1944-aprile 1945), Menin Edizioni, p. 168.
  • AAVV., Soldati&Battaglie della Seconda guerra mondiale. Le Forze Armate della RSI - 11 Le forze navali della RSI: Marina repubblicana e Xa MAS, a cura di Andrea Molinari, Torino, Hobby&Work, 1999.
  • Marino Perissinotto, La battaglia di Tarnova, in Storia del XX Secolo n° 20, Milano, CDL, 1997 (archiviato dall'url originale il 10 dicembre 2008).
  • Marino Perissinotto, Dove combatterono i padri, in Duri a morire, Parma, Ermanno Albertelli Editore, 2001.
  • Giorgio Pisanò, I battaglioni Fulmine e Valanga, in Gli ultimi in Grigioverde, II, Milano, Edizioni FPE, 1967-1969.
  • Giorgio Pisanò, Gorizia, gli slavi non passano, in Storia della Guerra Civile in Italia 1943-1945, III, Milano, Edizioni FPE, 1966.
  • (SL) Sara Terčič, Kratka zgodovina Trnovega in voglarjev (PDF), Nova Gorica, Univerza v Novi Gorici, Fakulteta za Humanistiko, 2011.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica