Bhagavadgītā

termine
(Reindirizzamento da Bhagavad Gita)

«È meglio adempiere il proprio dharma anche se senza merito (e in maniera imperfetta), che fare bene il dharma di un altro. Chi compie il dovere prescritto dalla propria natura innata non commette peccato.»

(Bhagavadgītā, XVIII: 47[1])
Bhagavadgītā
Krishna and Arjun on the chariot, Mahabharata, 18th-19th century, India.jpg
Kṛṣṇa ed Arjuna a Kurukṣetra, pittura del XVIII-XIX secolo
AutoreVyāsa
PeriodoIII secolo a.C.- I secolo d.C.
Generetesto sacro
Lingua originalesanscrito

La Bhagavadgītā (sanscrito, sf.pl.; devanāgarī: भगवद्गीता, "Canto del Divino" o "Canto dell'Adorabile" o, meno comunemente, Śrīmadbhagavadgītā; devanāgarī: श्रीमद्भगवद्गीता, il "Meraviglioso canto del Divino"[2]) è quella parte dall'importante contenuto religioso, di circa 700 versi (śloka, quartine di ottonari) divisi in 18 canti (adhyāya, "letture"), nella versione detta vulgata, collocata nel VI parvan del grande poema epico Mahābhārata.

La Bhagavadgītā ha valore di testo sacro, ed è divenuto nella storia tra i testi più prestigiosi, diffusi e amati tra i fedeli dell'Induismo; talvolta è considerata dagli studiosi una delle Upaniṣad posteriori.

In tale contesto la Bhagavadgītā è il testo sacro per eccellenza delle scuole viṣṇuite e kṛṣṇaite, eredi dell'antico culto devozionale del Bhagavat, ma è venerato come testo rivelato anche dagli śivaiti e dai seguaci dei culti śākta.

L'unicità di questo testo, rispetto ad altri coevi, consiste anche nel fatto che qui non viene data un'astratta descrizione del Bhagavat[3], qui inteso come il dio Kṛṣṇa, la Persona Suprema che si rivela, ma questa figura divina è un personaggio protagonista che parla in prima persona, offrendo all'uditore la sua darśana (dottrina) completa.

Datazione e testiModifica

 
Manoscritto della Bhagavadgītā risalente al XIX secolo (Southern Asian Collection, Asian Division, Library of Congress, Washington, DC)

Eliot Deutsch e Lee Siegel[4] datano l'inserimento della Bhagavadgītā nel Mahābhārata, probabilmente, al III secolo a.C.[5]. Altri autori giungono fino al I sec. d.C.

Il primo testo completo di commentario, la Bhagavadgītābhāṣya, è opera di Śaṅkara (788-821) anche se, evidenzia Mario Piantelli[6], vi sono certamente delle redazioni anteriori più estese di cui restano tuttavia solo tracce emergenti in quella versione detta kaśmīra commentata da Rāmakaṇṭha (VII-VIII secolo) e, successivamente da Abhinavagupta (X-XI secolo). Comunque sia il poema presenta diversi rimaneggiamenti operati nel corso del tempo[7].

Esistono dunque due recensioni della Bhagavadgītā giunte a noi: la prima, la più diffusa in tutta l'India, è detta vulgata e si compone di complessivi settecento versi, ed è quella già commentata da Śaṅkara nell'VIII secolo d.C.; la seconda, detta kaśmīra, è leggermente più lunga, comprendendo complessive trecento varianti minori, ed è quella commentata da Rāmakaṇṭha (VII-VIII secolo) e, successivamente da Abhinavagupta (X-XI secolo). Le differenze tra le due recensioni non manifestano, tuttavia, diversità dottrinali.

Antonio Rigopoulos[8] osserva come si possa ipotizzare che già a partire dall'XI secolo la versione detta vulgata si sia affermata come "canonica".

Dal punto di vista filologico sono state individuate tre stratificazioni temporali all'interno di questa opera: la prima, di contenuto "epico", è la più antica; la seconda che riporta insegnamenti propri delle dottrine del Sāṃkhya-Yoga (canti 2-5); la terza è la stratificazione "teista" legata al culto di Kṛṣṇa (canti 7-11), la quale trova, nel canto 12, un vero e proprio inno alla bhakti[9].

Nella sua redazione finale[10], secondo Mircea Eliade, la Bhagavadgītā riassume quattro dottrine:

«In sostanza, si può dire che il poema 1) insegna l'equivalenza del Vedānta (cioè la dottrina delle Upanishad) del Sāṃkhya e dello Yoga; 2) stabilisce la parità delle tre 'vie' (marga), rappresentate dall'attività rituale, dalla conoscenza metafisica e dalla pratica yoga; 3) s'insegna a giustificare un certo modo di esistere nel tempo, in altre parole assume e valorizza la storicità della condizione umana; 4) proclama la superiorità di una quarta 'via' soteriologica: la devozione per Vishnu (-Krishna).»

(Mircea Eliade. Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. II, pag. 239)

Contenuti e dottrineModifica

Il testo qui cantato corrisponde al II, 47 della Bhagavadgītā; è Kṛṣṇa che parla:
(SA) «karmaṇy evādhikāras te mā phaleṣu kadācana
mā karma-phala-hetur bhūr mā te saṅgo 'stv akarmaṇi»
(IT) «Compi i tuoi atti (karmaṇy ), ma non occuparti del loro frutto (phaleṣu). Non avere come movente il frutto delle tue azioni, non avere attaccamento (saṅgo) nemmeno per la non-azione (akarmaṇi ).»
(Bhagavadgītā, II, 47)

L'episodio narrato nel testo si colloca nel momento in cui il virtuoso guerriero Arjuna - uno dei fratelli Pāṇḍava, figlio del dio Indra, prototipo dell'eroe - sta per dare inizio alla battaglia di Kurukṣetra, che durerà 18 giorni, durante la quale si troverà a dover combattere e quindi uccidere i membri della sua stessa famiglia, parenti, mentori e amici, facenti tuttavia parte della fazione dei malvagi Kaurava, usurpatori del trono di Hastināpura, i quali simboleggiano anche metaforicamente le difficoltà morali e fisiche di ogni essere e yogi.

Di fronte a questa prospettiva drammatica, Arjuna si lascia prendere dallo sconforto, rifiutandosi di combattere. A questo punto il suo auriga Kṛṣṇa, principe del clan degli Yādava ma in realtà avatāra di Viṣṇu qui inteso come divinità suprema, si avvia ad impartirgli degli insegnamenti, dal profondo contenuto religioso, per dissiparne i dubbi e lo sconforto imponendogli di rispettare i suoi doveri di kṣatriya, quindi di combattere e uccidere, senza farsi coinvolgere da quelle stesse azioni (karman), senza costituire un incitamento alla guerra ma intendendo ciò come un dovere dovuto dalle contingenze

«Se morirai (combattendo i tuoi nemici), guadagnerai il cielo; se vincerai, godrai la gloria terrena. Perciò, Figlio di Kunti, alzati, deciso a combattere! Rimanendo equanime nella felicità e nel dolore, nel guadagno e nella perdita, nella vittoria e nella sconfitta, affronta la battaglia della vita. Così non commetterai peccato.»

(Bhagavadgītā, II, 37-38)

«(Abbandona a Me tutte le azioni! Privo di egoismo ed aspettative, con l'attenzione concentrata sull'anima e libero da questa febbrile preoccupazione, combatti la battaglia (dell'attività)! Anche gli uomini che praticano costantemente i Miei precetti, pieni di devozione e senza criticismo, sono liberati da ogni karma. Ma coloro che rifiutano il Mio insegnamento e non vivono in conformità ad esso, totalmente illusi riguardo la vera saggezza e privi di discriminazione, sappi che sono condannati alla distruzione.»

(Bhagavadgītā, III: 30-33)

Contro alcune correnti e interpretazioni mondane e letterali del testo sacro, Sri Aurobindo spiega:

«La Gita non sostiene certo la guerra, ciò che sostiene è la difesa attiva e disinteressata del dharma. Se sinceramente seguito, il suo insegnamento avrebbe potuto cambiare il corso dell'umanità. Può ancora cambiare il corso della storia indiana.»

(Sri Aurobindo)

Prima Krishna richiama Arjuna affermando che non bisogna affliggersi per la morte, specie quando è dovuta al karma e al dharma, ribadendo la teoria della reincarnazione in un nuovo corpo, oppure l'anima raggiunge la mokṣa, cioè l'uscita dal ciclo e l'approdo alla condizione divina, divenendo tutt'una con Krishna o comunque vivendo nel luogo dove risiede la divinità e ottenendo le caratteristiche dei Deva.[11]

«Il che dimora dentro, eternamente immutabile, indeperibile e illimitato, considera questi abiti corporei come aventi un termine. Perciò combatti, o Discendente di Bharata. Chi considera il Sé come l'uccisore, e chi pensa che Esso possa venire ucciso, nessuno di questi conosce la verità. Perché il Sé non uccide né può essere ucciso. Questo Sé non è mai nato né perisce. Né essendo venuto in esistenza cesserà mai di essere. Esso è senza nascita, eterno, immutabile, sempre se stesso. E non viene ucciso con l'uccisione del corpo. Come un individuo getta degli abiti logori per indossare nuovi vestiti, così l'anima incarnata abbandona le dimore corporee rovinate per entrare in altre nuove.»

(Bhagavadgītā, II, 18-22)

«Adesso, o Bharata, ti parlerò del sentiero attraversando il quale, al momento della morte, gli yogi ottengono la libertà; e anche del sentiero in cui vi è rinascita. Il fuoco, la luce, il giorno, la quindicina ascendente del mese lunare, i sei mesi in cui il corso del sole è al nord - seguendo questo sentiero al momento della morte, i conoscitori di Dio (Brahman) vanno a Dio. Il fumo, la notte, la quindicina discendente del mese lunare, i sei mesi in cui il corso del sole è al sud - chi segue questo sentiero ottiene solo la luce lunare e poi torna sulla terra. (...) La via della luce porta alla liberazione, la via delle tenebre alla rinascita. Nessuno yogi che conosce le due vie cade mai nell'illusione (di seguire la via delle tenebre).»

(Bhagavadgītā, VIII, 23-27)

E ancora:

«Entra infine nel Mio Essere chi, al momento del trapasso, quando abbandona il corpo, pensa soltanto a Me. Questo è vero al di là di ogni dubbio. Figlio di Kunti! Il pensiero con il quale un morente lascia il corpo determina – per la sua lunga persistenza in esso – il suo prossimo stato d'esistenza.»

(Bhagavadgītā, VIII, 5-6)

Per convincere Arjuna della bontà dei propri suggerimenti Kṛṣṇa espone una vera e propria rivelazione religiosa finendo per manifestarsi come l'Essere Supremo, l'Uno[12] di cui Brahmā, Shiva e Vishnu e tutti i Deva sono anch'essi manifestazione. Innanzitutto Kṛṣṇa precisa che la sua "teologia" e la sua "rivelazione" non sono affatto delle novità (IV,1 e 3) in quanto già da lui trasmesse a Vivasvat e da questi a Manu in tempi immemorabili con l'istituzione delle caste in base al karma, ma che tale conoscenza venne poi a mancare e con essa il Dharma; quando ciò accadde (ed ogni volta che accade), per proteggere gli esseri benevoli dalle distruzioni provocate da quelli malvagi, lo stesso Kṛṣṇa affermò, «io vengo all'esistenza» (IV, 8; dottrina dell'avatāra). Egli è l'inizio e la fine ciclica dell'universo, che a ogni kalpa ricrea dopo la fine del tempo precedente. Il dio appare quindi con gli attributi divini di Vishnu e in molte forme, ed Arjuna gli dedica un canto di lode, proclamandolo "più grande di Brahmā" (la divinità suprema per l'induismo maggioritario). Il testo esprime poi una visione di tipo panenteista, dove il dio supremo contiene in sé l'universo (tutte le cose sono in lui, a differenza del panteismo dove tutte le cose sono lui), quindi è sia esterno al mondo sia presente ovunque per chi lo cerca[13], è brahman, Puruṣa e Ātman:

(SA)

«yo māṃ paśyati sarvatra sarvaṃ ca mayi paśyati tasyāhaṃ na praṇaśyāmi sa ca me na praṇaśyati sarva-bhūta-sthitaṃ yo māṃ bhajaty ekatvam āsthitaḥ sarvathā vartamāno 'pi sa yogī mayi vartate»

(IT)

«Chi vede in me tutte le cose e tutte le cose in me, per costui io non sono perduto, per me egli non è perduto. Lo yogin che mi onora come presente in tutti gli esseri e si rifugia in questa unità, questi è sempre in me, in qualsiasi stato si trovi.»

(Bhagavadgītā, VI, 30-1. Traduzione di Raniero Gnoli, in Op. cit., pag. 806)

Kṛṣṇa si manifesta nel mondo affinché gli uomini, e in questo caso Arjuna, lo imitino (III, 23-4). Così Kṛṣṇa, l'Essere Supremo manifestatosi, spiega che ogni aspetto della Creazione proviene da Lui (VII, 4-6, ed altri) per mezzo della sua prakṛti, e che, nonostante questo, egli rimane solo uno spettatore di questa creazione:

(SA)

«prakṛtiṃ svām avaṣṭabhya visṛjāmi punaḥ punaḥ bhūta-grāmam imaṃ kṛtsnam avaśaṃ prakṛter vaśāt na ca māṃ tāni karmāṇi nibadhnanti dhanaṃjaya udāsīnavad āsīnam asaktaṃ teṣu karmasu»

(IT)

«Padroneggiando la Mia Natura Cosmica, Io emetto sempre di nuovo tutto questo insieme di esseri, loro malgrado e grazie al potere della Mia Natura. E gli atti non Mi legano, Dhanaṃjaya[14]; come qualcuno, seduto, si disinteressa di un affare, così io rimango senza attaccamento per i miei Atti.»

(Bhagavadgītā, IX 8-9. Traduzione di Anne-Marie Esnoul)

Ogni essere umano deve quindi imparare a fare lo stesso essendo legato alle proprie azioni, in quanto anche se si astiene dal compierle, come stava per fare Arjuna rifiutandosi di combattere, i guṇa agiranno lo stesso incatenandolo al proprio karman (III, 4-5), egli deve comunque compiere il proprio dovere (svadharma, vedi anche più avanti) persino in modo "mediocre" (III, 35), quindi essere presente ma al contempo spettatore.

Tutto è infatti condizionato dai tre guṇa[15] che procedono da Kṛṣṇa senza condizionarlo.

Mircea Eliade così riassume l'insegnamento principale di Kṛṣṇa ad Arjuna e a tutti gli uomini, cioè di imitarlo:

«La lezione che se ne può trarre è la seguente: pur accettando la 'situazione storica' creata dai guṇa (e la si deve accettare perché i guṇa derivano da Krishna) e agendo secondo le necessità di questa 'condizione', l'uomo deve rifiutarsi di valorizzare i propri atti e, perciò, di accordare un valore assoluto alla propria condizione»

(Mircea Eliade. Op. cit.. pag. 241)

«In questo senso si può affermare che la Bhagavad Gītā si sforza di 'salvare' tutti gli atti umani, di 'giustificare' ogni azione profana: infatti, per il fatto stesso di non godere più dei loro 'frutti', l'uomo trasforma i propri atti in sacrifici, cioè dinamismi transpersonali che contribuiscono a mantenere l'ordine cosmico»

(Mircea Eliade. Op. cit.. pag. 241)

Quindi la 'novità' della 'rivelazione' della Bhagavadgītā consiste nel comunicare agli esseri umani che non solo il sacrificio vedico tiene unito il cosmo, ma anche qualsiasi suo atto purché questo sia privo di attaccamento o di desiderio verso il 'risultato', ovvero gli venga attribuito un significato che prescinda dall'interesse di chi lo agisce; e tale meta è raggiungibile solo con lo yoga.

(SA)

«tapasvibhyo 'dhiko yogī jñānibhyo 'pi mato 'dhikaḥ karmibhyaś cādhiko yogī tasmād yogī bhavārjuna»

(IT)

«Lo yogin è superiore agli asceti[16], lo yogin è superiore anche agli uomini di conoscenza[17], lo yogin prevale sui sacrificanti[18]. Per questo, o Arjuna, divieni uno yogin»

(Bhagavadgītā VI, 46.)

Generalmente si ritiene che la Bhagavadgītā vieti (come i Purāṇa) i sacrifici animali praticati dai brahmini o a livello popolare, in alcune correnti induiste (oggi principalmente nello shaktismo) e consigli inoltre implicitamente il vegetarianismo.[19][20][21][22]

Tale obiettivo diviene conseguito pienamente solo se lo yogin focalizza la sua attenzione, e quindi dedica i suoi atti, in Dio, in Kṛṣṇa (VI, 30-1). In questo modo la Bhagavadgītā proclama la superiorità della bhakti su ogni altra 'via' spirituale o mondana; la bhakti è la 'via' suprema[23].

 
Raffigurazione devozionale artistica moderna di Krishna quale ottavo avatara di Visnù (particolarmente venerato come tale nel vishnuismo), o aspetto originario del dio stesso nel krishnaismo, è qui raffigurato come Krishna Veṇugopāla, ovvero Krishna suonatore di flauto (veṇu) e pastore delle mucche sacre (gopāla). Alla sinistra di Krishna, la sua eterna paredra, l'innamorata Rādhā, che simboleggia l'anima individuale eternamente legata al Dio.

Da ciò ne consegue che se nel Veda è il brahmodya, la contesa sacrificale, il luogo per conquistare ruolo e beni terreni; nei Brāhmaṇa è lo yajña, il rito sacrificale officiato da una casta sacerdotale maschile che garantisce in una vita futura, anche successiva a questa, i benefici cercati[24], e nelle Upaniṣad è il vimokṣa, la liberazione dalla mondanità l'obiettivo ultimo[25], nella Bhagavadgītā l'intera vita ordinaria acquisisce il luogo ultimo di salvezza, se essa è bhakti, devozione offerta per intero a Dio, Kṛṣṇa, "abbandonarsi" a lui.

«Ma quelli che Mi adorano, abbandonando a Me tutte le attività (pensandoMi come l'unico Autore delle azioni), contemplandoMi con uno yoga totale ed esclusivo - rimanendo assorti in Me - invero, Figlio di Pritha, per questi che hanno la coscienza fissa in Me Io divento ben presto il Salvatore che li tira fuori dall'oceano delle nascite mortali. Immergi la tua mente soltanto in Me, concentra su di Me la tua percezione discriminativa, e al di là di ogni dubbio dimorerai eternamente in Me.»

(Bhagavadgītā, XII, 6-8)

«Ascolta ancora la Mia parola - la più segreta di tutte. Poiché ti amo intensamente, ti dirò quel che è bene per te. Assorbi la tua mente in Me, diventa Mio devoto, offri (sacrifica) a Me tutte le cose, inchinati a Me. Tu Mi sei molto caro, perciò in verità ti prometto che verrai a Me! Abbandonando tutti gli altri dharma (doveri), prendi rifugio solo in Me. Io ti libererò da tutti i peccati (derivati dal mancato compimento di quei doveri minori). Non dolerti!»

(Bhagavadgītā, XVIII, 64-66)

La novità teologica espressa dalla Bhagavadgītā, rispetto all'ideale della "rinuncia" al mondo propria delle dottrine upaniṣadiche, e di alcune coeve buddhiste e jainiste, consiste dunque in una lettura e in un giudizio diversi della condotta umana e del mondo:

«Dato che l'universo intero è la creazione, anzi l'epifania di Krishna (Vishnu), vivere nel mondo, partecipare alle sue strutture, non costituisce una 'cattiva azione'; la 'cattiva azione' è invece quella di credere che il mondo, il tempo e la storia dispongano di una realtà propria e indipendente, vale a dire che non esista null'altro al di fuori del mondo e della temporalità. L'idea è, certo, panindiana; ma nella Bhagavad Gītā essa riceve la sua espressione più coerente»

(Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, vol.II. Milano, Rizzoli, 1996, p.244)

Partendo dalla consapevolezza che l'essere umano non può non avere una condotta, tale condotta, quando è "mondana", è governata da attaccamenti/desideri nei confronti del potere, del piacere e della ricchezza, e quindi può provocare "sofferenza", e, nel caso di un guerriero, una sofferenza fondata anche sul "senso di colpa" per la hiṃsā, la "violenza", nei confronti degli altri. A fronte di ciò, l'alternativa upaniṣadica, e delle coeve dottrine buddhiste, consisterebbe nel rifiuto di condurre una vita "mondana", scegliendo una via ascetica, priva di desideri e priva di hiṃsā (quindi praticando l'ahiṃsā, la "non violenza"; questo seppure la via della non violenza e della compassione per tutte le creature sia raccomandata anche in questo testo sacro, ove sia possibile, assieme al non attaccamento). L'insegnamento "divino" della Bhagavadgītā consiste qui nel rifiutare anche questa seconda opzione, rinunciare anche alla "rinuncia", e vivere nel mondo offrendo i risultati, i frutti della propria condotta, delle proprie azioni, non ai propri interessi personali ma al Dio di cui si è devoti.

I frutti delle proprie condotte, delle proprie azioni (naiṣkarmya), vanno quindi offerti a Dio, sacrificando il proprio piccolo "io" fenomenico (ahaṃkāra). Nel caso di un guerriero, di uno kṣatra , la condotta di questi deve sempre rispettare i suoi "doveri di casta" (svadharma) e questi "doveri" devono sempre prevalere sulle norme generali (sāmānyadharma) che di regola predicano ahiṃsā, la "non-violenza". Questo perché ognuno, in questo caso lo kṣatra , deve offrire tutte le sue azioni, anche quelle "violente" ma frutto comunque del suo dovere di "casta", a Dio e quindi al "bene del mondo" (lokasaṃgraha). Krishna raccomanda infine di diffondere la sua parola ai devoti:

«Chiunque impartirà ai Miei devoti la suprema conoscenza segreta, con la massima devozione a Me, verrà senza dubbio a Me. Nessuno tra gli uomini Mi rende un servizio più prezioso di costui; né in tutto il mondo vi sarà alcuno a Me più caro.»

(Bhagavadgītā, XVIII, 68-69)

Così il pensatore e politico seguace della ahimsa, il quale si definiva come un "guerriero nonviolento"[26], Mahatma Gandhi, parla del Mahabarata e della Gita:

«Vyasa scrisse questo poema di eccezionale bellezza proprio per dimostrare la futilità della guerra. A che cosa servirono la sconfitta dei Kaurava e la vittoria dei Pandava? Quanti dei vincitori sopravvissero? Quale fu il loro destino? Quale fu la fine di Kunti, la madre dei Pandava? Quale traccia ha lasciato la razza Yadava? Dal momento che tema della Gita non è né la descrizione della battaglia né la giustificazione della violenza, è completamente sbagliato dare grande importanza sia all'una che all'altra. Se, inoltre, è difficile conciliare solo alcuni dei versi con la convinzione che la Gita difenda la violenza, risulterà ancora più difficile conciliare l'insegnamento dell'opera nel suo complesso con la tesi che essa voglia difenderla. (...) Che l'insegnamento fondamentale della Gita non sia la violenza ma la non violenza si deduce dal tema trattato all'inizio del secondo capitolo e alla fine del diciottesimo. I capitoli intermedi propongono lo stesso argomento. La violenza è semplicemente impossibile, a meno che uno non sia trascinato dall'ira, da un amore originato dall'ignoranza e dall'odio. La Gita, d'altro canto, ci vuole incapaci d'ira e ci sprona verso una condizione di impassibilità di fronte agli influssi dei tre guna. Una persona così non potrà mai adirarsi. Vedo ancora gli occhi rossi di Arjuna ogni volta che prendeva la mira con la freccia del suo arco, avvicinando nella tensione la corda fino all'orecchio. Ma, allora, il rifiuto ostinato di Arjuna a combattere aveva a che fare con la non violenza ? Egli, in realtà, aveva combattuto molto spesso in passato. Di fronte a questa nuova occasione la sua ragione si era improvvisamente annebbiata per un attaccamento che gli veniva dall'ignoranza. Non voleva uccidere i suoi congiunti. Non diceva che non avrebbe ucciso nessuno, anche se avesse considerato malvagia la persona che gli stava di fronte. Shri Krishna è il Signore che abita nel cuore di ognuno. Egli comprende il momentaneo offuscamento della mente di Arjuna. E perciò gli dice “Tu hai già commesso violenza. Non imparerai la non violenza parlando ora come un saggio. Essendo già incamminato su questa via, devi portare a termine il tuo compito”.»

(Mahatma Gandhi[27])

Altri sottolineano l'aspetto fondamentale dello yoga dell'azione:

«Nell'insegnamento del karmayoga l'ideale della rinuncia non è rigettato quanto piuttosto metabolizzato/interiorizzato e universalmente esteso, in una chiamata a "vivere nel mondo pur non essendo del mondo": qui sta il genio della Bhagavadgītā. Si tratta d'un ampliamento della via alla liberazione che ha avuto conseguenze d'enorme portata, nella prospettiva d'una santità "laica".»

(Antonio Rigopoulos in Lo Hinduismo antico (a cura di Francesco Sferra). Milano, Mondadori, 2010, p. CLXXX)

La rinuncia all'aspettativa dell'azione è compiere l'azione come offerta gratuita disinteressata, considerata la via yogica più elevata:

«Invero la saggezza (nata dalla pratica yoga) è superiore alla pratica (meccanica) dello yoga; la meditazione è più desiderabile del possesso della conoscenza (teorica); la rinuncia ai frutti delle azioni è meglio (degli stati iniziali) della meditazione. La rinuncia ai frutti delle azioni è seguita immediatamente dalla pace.»

(Bhagavadgītā, XII, 12)

Da qui derivano interpretazioni morali più elastiche della dottrina espressa come l'inutilità di imporsi restrizioni eccessive e ascetiche, poiché faranno ricadere poi ipocritamente proprio in ciò che si vuole evitare (perché, dice Krishna: "Sappi che gli uomini che praticano terribili austerità non autorizzate dalle sacre scritture sono di natura asurica. Pieni d'ipocrisia ed egoismo – dominati dalla lussuria, dall'attaccamento e dalla follia violenta del potere – torturano in maniera insensata gli elementi del corpo e inoltre offendono Me, che sono Colui che vi dimora dentro"[28]), ma bensì vivere tutto in contemplazione dell'assoluto che rende perfetto ciò che è imperfetto per natura[29], in una visione di tipo non duale; e d'altra parte vi sono interpretazioni più restrittive (come nel caso del vegetarianismo obbligatorio e della rigida morale sessuale e di vita del gruppo ISKCON).[30][31]

I 18 "canti" della BhagavadgītāModifica

I diciotto canti che costituiscono la Bhagavadgītā corrispondono ai capitoli dal 25º al 42º del sesto libro ( Bhīṣmaparvan, "Libro di Bhīṣma") del Mahābhārata.[32] nella sua edizione detta "settentrionale" (o vulgata), e ai capitoli dal 23º e 40º nella sua edizione detta "critica".

  • 1: Arjuna-viṣāda-yogaḥ, "Lo sconforto di Arjuna": 47 versi, nella recensione detta vulgata.
  • 2: Sāṅkhya-yogaḥ , "Il sāṅkhya": 72 versi.
  • 3: Karma-yogaḥ, "L'azione": 43 versi.
  • 4: Jñāna-karma-sannyāsa-yogaḥ, "Conoscenza-azione-rinuncia": 42 versi
  • 5: Sannyāsa-yogaḥ , La rinuncia ai frutti dell'azione": 29 versi.
  • 6: Dhyāna-yogaḥ , "La meditazione": 47 versi.
  • 7: Jñāna-vijñāna-yogaḥ , "La conoscenza e la consapevolezza": 30 versi.
  • 8: Tāraka-brahma-yogaḥ, "La Realtà Suprema": 28 versi.
  • 9: Rāja-vidyā-rāja-guhya-yogaḥ, "La sapienza regale e del regale segreto": 34 versi.
  • 10: Vibhūti-yogaḥ , "Le manifestazioni divine": 42 versi.
  • 11: Viśva-rūpa-darśana-yogaḥ, "La visione di colui la cui forma è il tutto": 42 versi.
  • 12: Bhakti-yogaḥ, "La devozione": 20 versi.
  • 13: Kṣetra-kṣetrajña-yogaḥ , "Il 'campo' e il 'conoscitore del campo'": 34 versi.
  • 14: Guṇa-traya-vibhāga-yogaḥ, "La distinzione fra i tre guṇa": 27 versi.
  • 15: Puruṣottama-yogaḥ, "La Persona Suprema": 20 versi.
  • 16: Daivāsura-sampad-vibhāga-yogaḥ, "La distinzione tra il destino divino e quello demoniaco": 24 versi.
  • 17: Śraddhā-traya-vibhāga-yogaḥ, "La distinzione fra i tre tipi di fede": 28 versi.
  • 18: Mokṣa-sannyāsa-yogaḥ, "La liberazione attraverso la rinuncia": 78 versi.

NoteModifica

  1. ^ Si veda anche III: 35
  2. ^ 'Śrīmat' come aggettivo indica ciò che è "bello", "affascinante", "glorioso", "meraviglioso", come nome è invece uno degli epiteti di Viṣṇu.
  3. ^ Il termine sanscrito bhagavat indica come sostantivo maschile il "divino" o "colui che è degno di adorazione" ed indica in questo contesto il divino Kṛṣṇa considerato come espressione della "divinità suprema".
  4. ^ Encyclopedia of Religion, NY, MacMillan, 2006, vol. 2, p. 852.
  5. ^ Anche Margaret Sutley e James Sutley A Dictionary of Hinduism, London, Routledge & Kegan Paul, 1977; trad.it. Dizionario dell'Induismo, Roma, Ubaldini, 1980 datano questo inserimento tra il IV e il II secolo a.C.
  6. ^ In Hindūismo i testi e le dottrine in Hindūismo, a cura di Giovanni Filoramo, Bari, Laterza, 2002, p. 114.
  7. ^ Margaret Sutley e James Sutley Op. cit.
  8. ^ p. CLXXVI
  9. ^ Antonio Rigopoulos, in Hinduismo antico (a cura di Francesco Sferra), pag. CLXXV.
  10. ^ Probabilmente intorno al I secolo d.C., cfr. Antonio Rigopoulos Op.cit..
  11. ^ Stefano Piano, Enciclopedia dello yoga, 6.ª ed., Torino, Promolibri Magnanelli, 2011, p. 207.
  12. ^ "L'Uno che pervade tutte le cose è imperituro. Nessuno ha il potere di distruggere lo Spirito Immutabile". (Capitolo II, 17)
  13. ^ "Il panenteismo consiste nel vedere l'universo come parte dell'Essere supremo, quindi differente dal panteismo (dottrina del "tutto-è-Dio"), che identifica Dio con tutto ciò che esiste. Al contrario, il panenteismo sostiene che Dio pervade il mondo, ma è anche oltre il mondo. Egli è immanente e trascendente, relativo ed Assoluto. Questo ricomprendere gli opposti è detto dipolarismo. Per i panenteisti, Dio è in ogni cosa, e ogni cosa è in Dio." (Satguru Sivaya Subramuniyaswami)
  14. ^ "Conquistatore di ricchezze", "Vittorioso", è un epiteto di Arjuna.
  15. ^ Vedi tra gli altri XVII 7 e segg.
  16. ^ Coloro che praticano l'ascesi (tapas).
  17. ^ Coloro che conseguono la conoscenza (jñāna).
  18. ^ Sugli uomini che celebrano i sacrifici, ovvero coloro che ottengono il frutto delle azioni (karman) sacrificali.
  19. ^ Rod Preece, Animals and Nature: Cultural Myths, Cultural Realities, UBC Press, 2001, p. 202, ISBN 978-0-7748-0724-1.
  20. ^ Lisa Kemmerer, Anthony J. Nocella, Call to Compassion: Reflections on Animal Advocacy from the World's Religions, Lantern Books, 2011, p. 60, ISBN 978-1-59056-281-9.
  21. ^ Alan Andrew Stephens, Raphael Walden, For the Sake of Humanity, BRILL, 2006, p. 69, ISBN 90-04-14125-1.
  22. ^ David Whitten Smith, Elizabeth Geraldine Bur, Understanding World Religions: A Road Map for Justice and Peace, Rowman & Littlefield, gennaio 2007, p. 13, ISBN 978-0-7425-5055-1.
  23. ^ Mircea Eliade. Op. cit.. pag. 243
  24. ^
    (SA)

    «atha ha sma āha kauṣītakiḥ parimita phalāni vā etāni karmāṇi yeṣu parimito mantra gaṇaḥ prayujyate atha aparimita phalāni yeṣu aparimito mantra gaṇaḥ prayujyate mano vā etad yad aparimitam prajāpatir vai mano [...] mitam ha vai mitena jayaty amitam amitena»

    (IT)

    «Kauṣītakī affermava: limitati sono i risultati dei riti in cui vengono recitate un limitato numero di formule sacrificali- infiniti sono i frutti dei riti in cui vengono recitate un infinito numero di formule sacrificali- la mente è l'infinito- Prajāpati è la mente-[...] si ottiene un limitato attraverso il limitato, l'infinito attraverso l'infinito»

    (Kauṣitakī Brāhmaṇa XVI, 2,3)
  25. ^
    (SA)

    «sa yo manūṣyāṇāṃ rāddhaḥ samṛddho bhavaty anyeṣām adhipatiḥ sarvair mānuṣyakair bhogaiḥ sampannatamaḥ sa manuṣyāṇāṃ parama ānandaḥ atha ye śataṃ manuṣyāṇām ānandāḥ sa ekaḥ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandaḥ atha ye śataṃ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandāḥ sa eko gandharvaloka ānandaḥ atha ye śataṃ gandharvaloka ānandāḥ sa ekaḥ karmadevānām ānando ye karmaṇā devatvam abhisampadyante atha ye śataṃ karmadevānām ānandāḥ sa eka ājānadevānām ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śatam ājānadevānām ānandāḥ sa ekaḥ prajāpatiloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śataṃ prajāpatiloka ānandāḥ sa eko brahmaloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ athaiṣa eva parama ānandaḥ eṣa brahmalokaḥ samrāṭ iti hovāca yājñavalkyaḥ so 'haṃ bhagavate sahasraṃ dadāmi ata ūrdhvaṃ vimokṣāyaiva brūhīti atra ha yājñavalkyo bibhayāṃ cakāra -- medhāvī rājā sarvebhyo māntebhya udarautsīd iti»

    (IT)

    «La massima felicità per gli uomini è essere ricchi e agiati e di comandare sugli altri, con disponibilità dei godimenti umani; ma cento felicità degli uomini equivalgono a solo una felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri equivale una sola felicità di colui che ha conquistato il mondo dei Gandharva; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo dei Gandharva corrisponde una felicità di colui che ha conquista la felicità dei Deva, i quali [grazie ai meriti] hanno assunto tale condizione; a cento felicità dei Deva corrisponde una felicità dei Deva primordiali (ājanadeva, Intende i Deva che tali sono sempre stati fin dall'inizio e che non devono la loro condizione alla rinascita.) nonché di un brahmano libero dal peccato e dal desiderio; a cento felicità del mondo di Prajāpati corrisponde ad una sola del Brahman e del brahmano libero dal peccato e dal desiderio e questa è la felicità suprema, grande re, tale è il mondo del Brahman. Così disse Yājñavalkya: "Io ti offro mille vacche, o venerabile; ma tu spiegami ancora cose più alte al fine della liberazione". A questo punto Yājñavalkya si impaurì e pensò: "il re è astuto egli mi ha fatto uscire dalle mie difese".»

    (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad IV,3,33)
  26. ^ Si veda M.K. Gandhi, Gandhi, "Una guerra senza violenza" (titolo originale "Satyagraha in South Africa"), Libreria Editrice Fiorentina
  27. ^ M.K. Gandhi, Gandhi commenta la Bhagavadgita, Introduzione; traduzione e cura di Mirella Mele
  28. ^ Capitolo XVII: 5-6
  29. ^ BHAGAVAD GITA: LO YOGA DEL SUPERAMENTO DELL'AZIONE, IIA PARTE II LIBRO, traduzione di Vyasa Sante, testo e commento a cura di Marco Sebastiani
  30. ^ Sul sesso « Kadaca Archiviato il 10 dicembre 2007 in Internet Archive.
  31. ^ CULTURA VAISHNAVA: 'Sesso Illecito' di Shriman Matsyavatara Prabhu
  32. ^ nell'ed. Esnoul del 2007 a p. 5.

Principali edizioni italianeModifica

  • Bhagavadgītā: canto del beato, traduzione in esametri dal sanscrito e introduzione di Ida Vassalini, Bari: Laterza, 1943
  • Bhagavad Gita, saggio introduttivo, commento e note di Sarvepalli Radhakrishnan, traduzione del testo sanscrito e del commento di Icilio Vecchiotti, Roma: Ubaldini, 1964 ISBN 88-340-0219-9
  • Bhagavadgītā: canto del beato, interpretazione lirica italiana secondo la misura dei ritmi originali di Giulio Cogni, Milano: Ceschina, 1973; Roma: Ed. Mediterranee, 19802
  • La Bhagavad-gita così com'è, trad. dal sanscrito di A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, Bhaktivedanta Book Trust (1976)
  • Bhagavad Gita. Nuova traduzione e commento capitoli 1-6, trad. e commento di Maharishi Mahesh Yogi, 1967, edizione italiana Mediterranee, 2003
  • Bhagavadgītā, a cura di Anne-Marie Esnoul, trad. dal francese Bianca Candian, Milano: Adelphi ("Biblioteca Adelphi" n. 65), 1976, 1984220103; "Gli Adelphi" n. 29, 1991 ISBN 88-459-0851-8; Milano: Feltrinelli ("Oriente Universale Economica" n. 1953), 2007 ISBN 978-88-07-81953-7
  • La Bhagavad Gita, a cura di Anthony Elenjimittam, trad. dall'inglese Mario Bianco, Milano: Mursia, 1987 ISBN 978-88-425-8824-5
  • Bhagavadgītā: il canto del beato, a cura di Raniero Gnoli, Torino: UTET, 1976; Milano: Rizzoli ("BUR" L 642), 1992 ISBN 88-17-16642-1
  • Bhagavad Gita: interpretazione spirituale di Paramahansa Yogananda, 3 volumi, Edizioni Vidyananda, 1992 ISBN 88-86020-11-2
  • Bhagavadgītā: il canto del glorioso signore, traduzione dal sanscrito e commento di Stefano Piano, Cinisello Balsamo: Paoline, 1994 ISBN 88-215-2827-8; Milano: Fabbri, 1996
  • Bhagavadgītā, a cura di Tiziana Pontillo, Milano: Vallardi, 1996 ISBN 88-11-91052-8
  • Bhagavad gita, a cura di Marcello Meli, Milano: Mondadori ("Oscar classici"), 1999 ISBN 88-04-45395-8
  • Il canto del beato (Bhagavadgītā), a cura di Brunilde Neroni, Padova: Messaggero, 2002 ISBN 88-250-1170-9

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