Bona Sforza

Sovrana consorte di Polonia, granduchessa consorte di Lituania e duchessa di Bari
Bona Sforza d'Aragona
Bona Sforza (1491-1558).JPG
Ritratto di Bona Sforza d'Aragona in abito vedovile, 1550 circa, Museo Czartoryski, Cracovia
Regina consorte di Polonia
Granduchessa consorte di Lituania
Stemma
In carica 1518 –
1548
Predecessore Barbara Zápolya
Successore Elisabetta d'Asburgo
Duchessa di Bari
In carica 1524-1557
Predecessore Isabella d'Aragona
Successore Titolo unito alla corona spagnola
Nome completo Bona Maria
Altri titoli Principessa di Rossano
Nascita Vigevano, 2 febbraio 1494
Morte 1557, 19 novembre
Sepoltura Bari
Luogo di sepoltura Basilica di San Nicola
Dinastia Sforza
Padre Gian Galeazzo Maria Sforza
Madre Isabella d'Aragona
Consorte Sigismondo I di Polonia
Figli Isabella
Sigismondo II
Sofia
Anna
Caterina
Alberto
Religione Cattolicesimo

Bona Sforza d'Aragona (Vigevano, 2 febbraio 1494Bari, 19 novembre 1557) è stata regina consorte di Polonia e granduchessa consorte di Lituania dal 1518 fino al 1548 e duchessa sovrana di Bari e principessa di Rossano dal 1524 fino alla sua morte.

Figlia del duca di Milano Gian Galeazzo e di Isabella d'Aragona, fu la seconda moglie del re Sigismondo I (1518), diventando così regina consorte di Polonia e granduchessa di Lituania. Alla morte della madre Isabella nel 1524, Bona le succedette nei titoli di duchessa di Bari e principessa di Rossano, e divenne anche pretendente a nome della famiglia Brienne al Regno di Gerusalemme.

Intelligente, energica e ambiziosa, Bona fu fortemente coinvolta nella vita politica e culturale della Polonia-Lituania. Per aumentare le entrate statali durante la guerra delle galline attuò varie riforme economiche e agricole, tra cui la riforma agraria (la così detta "pomiara włoczna" - misura del terreno -), di vasta portata nel Granducato di Lituania. In politica estera fu alleata con l'Impero Ottomano e cercò di aumentare l'influenza polacca-lituana sulle altre nazioni, talvolta opponendosi anche agli Asburgo d'Austria. Insieme a Sigismondo, suo consorte, creò un clima di tolleranza religiosa e fu una grande mecenate, divenendo determinante nello sviluppo del rinascimento polacco e influenzando non poco la scultura e l'architettura.

BiografiaModifica

Giovinezza e formazioneModifica

 
Xilografia raffigurante Bona dall'opera di Decius Iodocus Ludovicus, De vetustatibus Polonorum, del 1521

Bona nacque il 2 febbraio 1494 a Vigevano, da Gian Galeazzo Sforza, erede legittimo del Ducato di Milano e Isabella d'Aragona, figlia del re Alfonso II di Napoli. Non aveva ancora compiuto un anno quando rimase orfana del giovane padre, forse avvelenato dallo zio Ludovico il Moro, il quale, già suo reggente durante la minore età, prese il potere assumendo il titolo di duca di Milano.[1][2]

Dopo la morte della moglie di Ludovico, questo fece trasferire la famiglia di Bona al Castello Sforzesco di Milano, dove visse sotto il suo occhio vigile, perché temeva che i milanesi si ribellassero e installassero Francesco, il popolare fratello di Bona. Per minimizzare il rischio, Ludovico separò il ragazzo dalla famiglia e concesse Bari e Rossano alla madre. I piani furono interrotti dalla guerra d'Italia del 1499-1504: il re Luigi XII di Francia depose Ludovico e portò Francesco in Francia, dove lo fece rinchiudere in un monastero. Al ritorno del Moro, lei e la sua famiglia partirono per Napoli nel febbraio 1500. Tuttavia, la guerra raggiunse il Regno di Napoli e il suo prozio materno, il re Federico d'Aragona, fu deposto. Quando i francesi occuparono Napoli, insieme ad altri parenti, Bona rimase presso il Castello Aragonese di Ischia fino alla venuta degli spagnoli di Ferdinando II d'Aragona.

Nell'aprile 1502, Bona rimase l'unica sopravvissuta dei suoi fratelli. Lei e la madre si stabilirono più stabilmente al Castello di Bari, nell'omonimo ducato. A Napoli e a Bari Bona ricevette un'educazione accurata e versatile, com'era d'uso presso le corti rinascimentali. Il suo precettore principale fu un umanista e poeta, Crisostomo Colonna, membro dell'Accademia Pontaniana, che nel campo letterario s'ispirava alle opere del Petrarca, ed in assenza del Colonna, ebbe come precettore (1503) Antonio De Ferrariis, medico della madre Isabella d'Aragona, che le insegnarono matematica, scienze naturali, geografia, storia, diritto, latino, letteratura classica, teologia. Il precettore Colonna così caratterizzava nel 1516 la sua allieva: "molto colta, di temperamento sanguigno, di altezza media, né troppo magra né troppo grassa, di buona indole, conosce quattro libri di Virgilio, molte lettere di Cicerone, diversi epigrammi, sa a memoria il Petrarca, scrive e parla in modo particolarmente dotto". Oltre alla letteratura latina ella suonava il monocordo, era cultrice della danza, espertissima nel cavalcare, appassionata cacciatrice. Accanto alla madre s'iniziò all'arte di governo approfondendo in particolare la conoscenza del sistema amministrativo del regno napoletano.

Nel 1510, Bona si ammalò gravemente. Allora Isabella chiese al monastero di santa Maria della Nova di Lecce di pregare per la salute della principessa malata. Dopo che Bona si riprese, entrambi fecero un pellegrinaggio al convento dove offrirono doni di ringraziamento.[3]

Superata la grave malattia, passò i suoi anni più felici, tra il 1512 e il 1514, a Castel Capuano, alla corte "delle regine tristi" Giovanna III e Giovanna IV.[4]

La formazione della sua personalità fu curata soprattutto dalla madre, che si preoccupò anche di procurare un matrimonio vantaggioso per la figlia e utile per gli interessi della dinastia.

Quando alla Casa degli Sforza fu restituito il Ducato di Milano nel 1512, Isabella sperò di far sposare Bona al duca Massimiliano Sforza, fornendo così ulteriore legittimità al regno di Massimiliano. C'erano anche altre proposte: il re Ferdinando II d'Aragona le propose Giuliano de' Medici, fratello di Papa Leone X; Isabella contropropose Ferdinando d'Asburgo, nipote di 10 anni di Ferdinando; Papa Leone X le propose Filippo, duca di Nemours, che sarebbe succeduto al ducato di Savoia se suo fratello Carlo III avesse abdicato. Il piano iniziale di far sposare Bona a Massimiliano Sforza fallì quando egli fu deposto dopo la vittoria francese nella battaglia di Marignano nel 1515. Papa Leone X la propose al nipote Lorenzo de' Medici, duca di Urbino, sperando di insediare Lorenzo come duca di Milano utilizzando le pretese ereditarie di Bona. Tuttavia, la presa francese su Milano era troppo forte e il piano fallì.

Dopo che il re polacco Sigismondo I il Vecchio rimase vedovo nell'ottobre 1515, Massimiliano I, imperatore del Sacro Romano Impero, influenzato da Isabella d'Aragona, gli propose Bona Sforza. Tuttavia i nobili polacchi gli suggerirono Anna Radziwiłł, vedova di Corrado III di Masovia. Isabella inviò allora al vecchio, il maestro di Bona, Crisostomo Colonna e il diplomatico Sigismund von Herberstein a Vilnius per convincere Sigismondo a scegliere Bona. Ci riuscirono e il trattato di matrimonio fu firmato nel settembre 1517 a Vienna. La dote di Bona era molto grande: 100.000 ducati e oggetti personali per un valore di 50.000 ducati oltre al Ducato di Bari e Rossano che avrebbe ereditato dopo la morte della madre.

L'arcivescovo di Cracovia, Jan Konarski, insieme ad altri ambasciatori, si recò a Bari per portare Bona in Polonia. Gli ambasciatori giunsero a Bari il 5 novembre; ma essendo Isabella e Bona già partite per Napoli, si rimisero subito in viaggio, raggiungendole a Marigliano, paese a otto miglia da Napoli, dove le presentarono magnifici doni. Lì si trattennero tutti alcuni giorni per dar tempo di preparare il solenne ricevimento a Napoli, secondo le magnifiche intenzioni di Isabella, la quale voleva emulare gli splendori delle nozze imperiali tra Bianca Maria Sforza a Milano. Scriveva il console veneziano:"Doman qui a Napoli si farà con gran pompa la festa di la regina di Polonia figlia di la Duchessa di Bari et si farà grande alegresia et multa spesa. Le done titolate che erano di fora sono venute per onorar la festa; gran preparativi si sono fati, che la Duchessa madre de la Regina vol dimostrare la grandezza di li suoi progenitori". Infatti lo sfarzo del corteo, cui partecipò tutta la corte vicereale, fu tale da abbagliare i napoletani e da spingere il Passero a lasciare una minuta descrizione. Ordinatore ne fu probabilmente Prospero Colonna. Si entrò dalla Porta del Mercato. Precedevano sessanta puledri delle celebri razze che Isabella allevava a Bari, bardati di bianco e di nero, condotti a mano da valletti nella stessa divisa bianca e "morata" e seguiti da diciotto carri, recanti casse dorate col corredo e da dodici paggi a cavallo con divise bianche e nere. Venivano poi sessanta gentiluomini al seguito degli ambasciatori polacchi, la nobiltà napoletana, tutto il consiglio reale, sei gentiluomini della Duchessa Isabella col suo "tesoriero e guardaroba maggiore", dice il Passero, Giosuè di Ruggero e il costui figlio dodicenne in veste di broccato, e finalmente, dopo i tre ambasciatori polacchi accompagnati da Fabrizio Colonna, fra un quarto ambasciatore e lo stesso viceré Raimondo di Cardona, Bona, la bellissima sposa. Il Passero non dice quale posto teneva Isabella. Si fermarono a fare orazione alla Nosta Donna del Carmine, per recarsi poi al Castel Capuano.

Qui, quindici giorni dopo, il 6 dicembre 1517,[5] giorno di San Nicola, patrono di Bari, nel Castel Capuano si celebrarono gli sponsali di sua figlia Bona con grande sfarzo e lusso e le celebrazioni durarono dieci giorni, anche per evidenziare la grandezza della discendenza reale di Bona. Abbiamo una descrizione di queste feste dal Passero. Da lui sappiamo che ne era stato provveditore e capo Prospero Colonna. La vecchia mole di Capuana ringiovaniva sotto gli addobbi e le ghirlande. Nella gran sala del castello, dove su palchi di legno era messa in mostra un'argenteria regale, tutta la nobiltà napoletana si stipava in sfarzosi abbigliamenti. Vi erano, tra le altre dame, la viceregina, la principessa di Francavilla e Vittoria Colonna, venuta col seguito di sei staffieri e sei dame; metre suo marito giunse la sera. In fondo alla sala, sotto un tabernacolo azzurro stellato d'oro, recante in mezzo le armi d'Aragona e di Polonia, sedeva Bona. Bona indossava un abito di raso veneziano azzurro che, secondo quanto riferito, costava 7.000 ducati. Fra la folla, il vescovo ambasciatore polacco, accompagnato da altri sei vescovi del regno, sposò per procura e incoronò la ventenne principessa regina di Polonia e gran duchessa di Lituania. La sera ebbe luogo un convito pantagruelico che durò nove ore.[6]

Regina di Polonia e granduchessa di LituaniaModifica

Viaggio in PoloniaModifica

 
Cameo con il busto di Bona, 1540 circa, Giovanni Jacopo Caraglio, Metropolitan Museum of Art, New York

Dopo altri dieci giorni di festeggiamenti, il 3 febbraio del 1518 Bona, insieme al suo seguito di trecentoquarantacinque persone, si apprestò a partire dal porto di Manfredonia. La madre Isabella, immaginando che questo fosse l'ultimo momento in cui sarebbero state insieme, le chiese di lasciare sul molo sipontino l'impronta dei suoi piedi prima di salire sulla nave che l'avrebbe portata verso la Polonia, per lasciare un ricordo indelebile di quel momento. Tra le lacrime Bona lasciò le orme dei suoi piedi con una dedica:"Qui si fermò la Regina di Polonia quando chiese venia e licentia a Madama Isabella sua madre, Duchessa di Milano e di Bari".[7]

A guidare questo viaggio fu Prospero Colonna, nobile condottiero che commissionò anche la stesura del racconto sul viaggio, scritto dal napoletano Colantonio Carmignano, conosciuto all'epoca come Partenopeo Suavio.

Il viaggio in Polonia durò più di tre mesi. La prima notte, il mare fu molto agitato e al mattino, dopo aver costeggiato l'isola di Lagosta e la punta di San Giorgio, attraccarono nel porto di Lesina (l'odierna Hvar). Trascorsa ivi la notte ripresero più speditamente il mareattraccando in un porticciolo chiamato Palermo Piccolo. E, dato che era una domenica, preferirono fermarsi a mangiare come si conveniva. Ripresa la navigazione, passarono dinanzi alle importanti città di Spalato, Traù e Zara. Quest'ultima città salutò la regina con numerosi colpi d'artiglieria, cui festosamente risposero dalle navi. La sosta avvenne poi nel porto di Arbe. Successivamente la navigazione fu alquanto più travagliata, tanto che per prudenza le navi, giunte al largo di Fiume il 14 febbraio, furono accompagnate ed assistite da barche inviate dalla città.

A motivo del cattivo tempo, Bona e la sua comitiva si fermarono nel porto di Fiume per nove giorni, avendo sempre la calorosa accoglienza della popolazione. Si decisero comunque a riprendere il viaggio, sia pure a rilento. Toccarono così Clana, Radicovatz e Planina. Nonostante l'apprensione nell'attraversare i fiumi Zaia e Lubiana, giunsero nel porto di Lubiana scortati da un brigantino ben armato, mentre la popolazione assiepata gridava in festa e venivano salutati tra colpi di bombarde e bandiere sventolanti.

Il cammino però divenne sempre più faticoso a causa delle piogge cadute nei giorni precedenti e gli animali, che continuamente scivolavano o sprofondavano nella melma, rallentavano di molto il tragitto. Dopo una breve sosta a Franzch, il prosieguo del cammino fu alquanto più spedito e agevole. Ad un certo punto furono anche accompagnati dal conte di quella terra, e giunti a Cilli, che dal 1456 apparteneva agli Asburgo, furono nuovamente oggetto di calorose accoglienze e di festeggiamenti popolari.

Da questa cittadina il 6 marzo partiva la lettera che Stanislav Ostrorog, castellano di Kalisia, e Jan Konarski, arcidiacono di Cracovia, scrissero al re facendo rilevare fra l'altro un interessante particolare: l'abilità di Bona nel cavalcare. Essi sottolineavano come, data l'asperità dei luoghi attraversati, non poteva essere utilizzata la lettiga riservata a Bona. Pur essendo una donna, la giovane regina cavalcava continuamente il suo cavallo, e ogni volta che le chiedevano se fosse stanca rispondeva di no, facendo segno di continuare. I due polacchi rilevavano la sua forza d'animo, poiché essi si accorgevano che di tanto in tanto affiorava la stanchezza sul volto della giovane.

Le accoglienze cominciarono ad essere sempre più spettacolari man mano che si entrava nelle terre dell'imperatore. Così a Marburgo (Maribor), all'entrata in città, un drappello di cavalleria li scortò fra colpi d'artiglieria. Il 9 marzo attraversavano le valli della Stiria giungendo a Graz, dove l'accoglienza fu tale da doversi fermare ad accogliere gli onori reali riservatele. Cento cavalli e trecento fanti l'accompagnarono in festa. Al mattino del giorno dopo si recò al servizio religioso, dopo di che ricevette i ricchi doni inviatele dal re. Invitata ad una partita di caccia, si fece attendere un po', volendo scrivere una lettera al marito, in cui esprimeva la sua gioia nell'apprendere come egli l'aspettava e lo assicurava che anche lei attendeva con trepidazione l'incontro. Quindi si fece accompagnare sul luogo della caccia, avendo modo di mostrare ancora una volta le sue capacità di cavallerizza, degna figlia della madre Isabella, e di cacciatrice di daini e di cervi in quella tenuta regia. A distanza la seguiva Prospero Colonna, che partecipava alla caccia, vigile comunque sulla sua sicurezza.

Dopo una successiva sosta a Pruch (oggi Bruck), il cammino si fece nuovamente disagevole. Per la fretta di raggiungere Vienna, giunti al castello di Neostethen (oggi Wiener Neustadt), mentre essa si ristorava, fece proseguire quella parte del corteggio che ne aveva le possibilità, in modo che il mattino dopo essa potesse procedere più speditamente. A Vienna, ad accoglierla, c'era un vero esercito di 400 cavalieri e mille fantiche la scortarono, e mentre a cavallo del suo superbo baio faceva l'ingresso nella città, le vennero incontro altri cento cavalieri in rossa divisa inviati dal marchese di Brandeburgo.

Qui si trattenne cinque giorni, senza mancare alla solita cerimonia religiosa. Quindi fu invitata ad una grande assemblea cittadina, durante la quale in suo onore fu pronunciato un discorso inaugurale: Oratio ad illustrissimam Bonam Sfortiam, Principem Mediolanensem, Ducem Bari ac Poloniae Ser.mam Reginam per Ludovicum Restionem Vordinganum XIV kal. aprilis in eius adventu Universitatis Viennensis nomine in magno tum procerum tum eruditorum consessu habita. Al termine della solenne manifestazione le venne presentato il dono di una bella coppa d'argento dorato.

Intanto, mentre si riposava alquanto dalle faticose cavalcate e riceveva gli omaggi della nobiltà austriaca, veniva reso più sicuro il passaggio del suo corteo per i ponti sui tre rami del vasto Danubio. Dopo di che, finalmente, riprendeva il viaggio entrando nel margraviato di Moravia. Passando per Hospee e Visolf raggiunse Olmutz (Olomouc o Olmutz), città che si affacciava sulla Morava, grande affluente del Danubio. Qui le vennero incontro i regi ambasciatori (due vescovi), il conte palatino e un barone, preceduti da duecento cavalieri riccamente bardati, con bandiere, balestre e archibugi. Altri ancora avanzavano su venti cocchi tappezzati di rosso. Uno spettacolo di colori che era reso più festoso dal suono delle trombe e dal ritmo dei tamburi. Giunti alla sua presenza, le offrirono da parte del re una collana di perle preziose del valore di 20.000 ducati. Trattandosi del mercoledì santo, la comitiva trascorse ad Olmutz la Pasqua, e Bona ne approfittò per scrivere un'altra lettera al marito per manifestargli la sua gioia nell'apprendere dell'ottima sua salute e per comunicargli che anch'essa stava benissimo: sciat autem Mtas Vra me optime valere.

Anche Prospero Colonna scrisse al re, e lo stesso fecero i fedeli Ostrorog e Konarski. Questi ultimi, anzi, informarono il re di una cosa di cui avevano già fatto parola alla regina. Avevano saputo infatti che dall'Ungheria, dove si trovava, stava partendo per Cracovia e presenziare alle celebrazioni nuziali il cardinale Ippolito d'Este.

La notizia rallegrò visibilmente Bona, poiché quel cardinale, fratello di Isabella duchessa di Mantova, era un grande amico di famiglia. Non aveva potuto accompagnarla da Napoli (come le aveva richiesto insistentemente la madre di Bona), a causa degli affari che lo reclamavano in Ungheria, ma ora finalmente aveva deciso diandare incontro al desiderio di Isabella e di Bona stessa. Egli rappresentava, infatti, non soltanto un volto familiare in una nuova nazione, ma anche una presenza prestigiosa, che faceva apparire Bona in rapporto con uno dei più potenti personaggi della Chiesa cattolica. Finalmente, il martedì dopo Pasqua si apprestarono alla partenza.

Dinnanzi al palazzo reale si schierarono i cavalieri tedeschi, polacchi e brandeburghesi. La precedevano gli ambasciatori imperiali, quelli di Sigismondo, il marchese di Brandeburgo e Prospero Colonna. Il corteggio era formato da tre lussuose carrozze. Quella della regina era tirata da otto cavalli bianchi. Nonostante la vicinanza alla meta, sembrava che il viaggio non volesse finire, a causa dei tanti omaggi che le facevano al suo passaggio. Volle ospitarla, ad esempio, la signora di Araniza. Poi, passando per Izino raggiunse Ustravia, dove vollero renderle omaggio un gran numero di duchi, conti e nobili cavalieri. Era già in prossimità dei confini polacchi quando le andò incontro e volle accompagnarla per un tratto il signore della Slesia, insieme al figlio e ad un gran numero di cavalieri. Oltrepassato il confine polacco, ecco venirle incontro il capitano Giordano alla testa di un corpo di cavalleria, insieme a molte dame che le comunicarono di essere state inviate dal re per mettersi al suo servizio. La sera la trascorsero ad Oszvianciiz, dove il figlio del signore del luogo le fece dono di una bella coppa d'oro. Un'altra coppa d'oro le fu donata durante le feste e le danze nel castello di Tantir dal castellano, che ne donò una anche a Prospero Colonna. Giunta in una cittadina poco lontano da Cracovia fu raggiunta dal cardinale Ippolito d'Este, venuto dall'Ungheria con duecento cavalieri.

A quattro miglia da Cracovia, il mattino del 15 aprile, montò su un superbo cavallo e si avviò fra ali di cavalieri lituani, armati di archi e frecce gli uni e di lance gli altri, tutti splendidamente vestiti. Seguivano altri mille cavalieri con drappi rossi e celesti. Chiudevano infine il corteo altri seimila cavalieri ed un corpo di diecimila fanti, praticamente il fior fiore dell'esercito polacco e lituano.

Incoronazione, matrimonio e festeggiamentiModifica

A Cracovia, sotto un grande padiglione l'attendeva re Sigismondo in compagnia di ambasciatori giunti da tutta l'Europa. Si possono immaginare gli abbracci del re appena giunse la regina, e come andassero insieme per le vie della città fra la folla osannante. Quindi, dopo un servizio liturgico, nel palazzo reale si diede inizio al lauto banchetto e alle danze. Il matrimonio e l'incoronazione ebbero luogo tre giorni dopo, il 18 aprile,nella cattedrale di Wawel. Dopo aver cinto la testa di Bona della corona regale, Sigismondo promosse altri cavalieri alla nobiltà, cingendoli di splendidi vestiti e toccando la loro spalla con la spada. Il banchetto nuziale durò otto ore, ma anche nei giorni successivi si ebbero feste e tornei. Buona impressione fece sui polacchi l'atteggiamento materno di bona nei confronti delle due figlie di Sigismondo avute dal precedente matrimonio con Barbara Zápolya. Ogni tanto avvicinava a sé Anna ed Edvige, e le voleva con sé nei momenti importanti delle cerimonie

Anche qui i festeggiamenti furono dunque lunghi e spettacolari ed ebbero notevole risonanza in tutta l'Europa; E come già a Napoli era stato il Passero a lasciare dettagliate descrizioni, in Polonia lo fece il segretario del re, che era anche lo storico uffciale della dinastia Jagellonide, Giusto Ludovico Decio.

A parte il carattere mondano dei festeggiamenti, che cercò di seguire le tracce della precedente manifestazione napoletana, e quindi con grande sfoggio di costumi e di abilità culinaria, il matrimonio polacco lasciò un notevole ricordo nell'animo di quel popolo.

I festeggiamenti nuziali costituirono nella vita della Polonia un grande avvenimento culturale. Al seguito di Bona si trovavano infatti noti rappresentanti della cultura italiana come Celio Calcagnini, l'astronomo Luca Gaurico e altri. In quell'occasione l'avvenimento culturale più importante fu un torneo poetico, fino ad allora sconosciuto in Polonia, cui parteciparono un gran numero di poeti umanisti polacchi e stranieri. Vi parteciparono infatti gli austriaci Johannes Cuspinian e Philipp Gundelius, lo svizzero Joachim Vadiano, l'olandese Rodolfo Agricola il Giovane, gli italiani Girolamo Balbi e Celio Calcagnini, i poeti slesiani e polacchi Lorenzo Corvino, Gaspare Velio Orsino, Jan Dantyszek, Andrzej Krzycki. Gli studenti ungheresi che studiavano all'università di Cracovia offrirono la pubblicazione collettiva di una raccolta di omaggi.[8]

Al termine dei festeggiamenti, il re volle rendere concreta la sua gioia per aver sposato quella bella e nobile giovane. In data 28 aprile emanò un diploma in cui si metteva a conoscenza di tutti gli ufficiali del regno di aver fatto dono a Bona di diverse città[9]: Nowy Korczyn, Wiślica, Żarnów, Radomsko, Jedlnia, Kozienice, Chęciny e Inowrocław.

Fin dal suo arrivo, la sua vita cambiò radicalmente. Quella che precedentemente era stata la "vergine latina", cantata dai poeti, l'allegra partecipante agli spensierati divertimenti e giochi della corte napoletana, divenne una regina piena di dignità che partecipò alla direzione di un grande Stato, ispiratrice di mutamenti nella sua politica estera e interna, la rinnovatrice di una vita culturale ai confini del mondo occidentale; mentre nella vita familiare diveniva una fedele e devota sposa e una madre sollecita dell'avvenire dei suoi figli. Bona assicurò ai figli una accurata educazione che in parte impartì loro ella stessa, come quella di Sigismondo Augusto improntata allo spirito italiano, orientata verso lo sviluppo dell'intelletto e realizzata coll'aiuto di istitutori italiani. Severa e scrupolosa, curava molto la moralità della sua corte.[10]

Quasi dall'inizio della sua vita in Polonia, l'energica regina cercò di ottenere una forte posizione politica e iniziò a formare una cerchia di sostenitori. I suoi più fidati sostenitori furono Piotr Kmita Sobieński, una delle persone più ricche e influenti della Polonia dell'epoca, Andrzej Krzycki e Piotr Gamrat, primate di Polonia, talvolta conosciuti come il Triumvirato.

Bona si abituò rapidamente alle nuove condizioni di vita. Infatti per meglio conoscere la realtà del suo complesso stato, Bona intraprese vari viaggi sia nella stessa Polonia, apprendendone rapidamente la lingua, sia nella Lituania e nell’odierna Bielorussia ed Ucraina, che all'epoca facevano parte del suo regno.

Bona e SigismondoModifica

 
Bona e il marito Sigismondo raffigurati nell'albergo genealogico degli Jagelloni, dall'opera De Sigismondi Regis temporibus di Iodocus Ludovicus Decius, 1521, Museo nazionale di Cracovia

Sebbene la coppia reale non fosse d'accordo su molte questioni nazionali ed estere, il matrimonio fu una cooperazione solidale e di successo.

Si parlava di un incantesimo che essa esercitava sul re, mentre in realtà erano a fronte due diversi temperamenti e due diverse concezioni della politica. Da una parte Sigismondo aveva un grande senso della lealtà congiunto ad una certa indecisione, mentre Bona, educata alla scuola della madre e del rinascimento politico italiano, procedeva senza tanti scrupoli alla realizzazione delle sue mete. Il carattere energico che la contraddistingueva portava sempre più il re in secondo piano, tanto che nel1532 un diplomatico italiano osservava: La rezina è fatta onnipotente et ha tolto tutta l'autorità al marito e a li altri principi ita che l'è fatta un'altra rezente in Franza. Un altro nunzio, il Graziani, recatosi in Polonia al tempo di Sigismondo II in qualità di uditore del cardinale legato Giovanni Francesco Commendone, ebbe ad asservare di lei che non si rapportò al regno come consorte del re, ma come vera arbitra.

In realtà, Bona non scavalcò le prerogative del re, ma, apportando una concezione nuova dello stato, il re la lasciava fare, anche se in qualche caso fu costretto a fare marcia indietro. La nuova concezione dello stato portata da Bona in Polonia era ispirata ad una visione unitaria ed organica. Il che cozzava con la situazione della Polonia che comprendeva ducati quasi completamente autonomi. C'era la Prussia di Alberto di Brandeburgo, e c'era la Masovia, per non parlare della Lituania, della Podolia e dei principati russi. Anche nel territorio della Polonia vera e propria il re contava ben poco, dovendo le sue decisioni passare al vaglio del parlamento della nobiltà.

Depositaria di una concezione organica dello stato e quindi con un forte potere centrale, Bona cominciò col suggerire al re delle soluzioni tendenti a consolidare, se non proprio a creare, l'unità dello stato, tanto più necessaria perché circondato da parecchi nemici. La via che Bona prospettò al re fu quella di evitare di lasciarsi attirare nei giochi politici internazionali condizionati da idealismi veri o presunti. Bisognava occuparsi invece dei nemici che potevano danneggiare l'unità dello stato. A tale scopo era necessario mantenere una certa neutralità fra le grandi potenze europee, e specialmente tra Francia e Spagna, con quest'ultima legata a filo doppio con la Germania e l'Austria. Per chi era o è amante della politica lineare, le scelte politiche di Bona potrebbero apparire strane e contorte. Invece esse hanno una loro rigorosa coerenza se considerata alla luce dei due criteri fondamentali che diressero la sua azione: rafforzamento della potenza della Polonia e attenzione ai ducati di Milano e di Bari. Talvolta le due cose non erano conciliabili, poiché da una parte Bari era sotto il dominio della Spagna e Milano della Francia, e dall'altra la Spagna era la madre di quell'impero che con la Germania, l'Austria e la Prussia poteva accerchiare la pur grande Polonia. Per una Polonia forte e libera eranecessario, dunque, operare per rendere più deboli l'Austria e la Prussia.

Guerra moscovito-lituanaModifica

Sin dal suo arrivo, si era venuta a trovare nel mezzo di una guerra con la Moscovia in corso da diversi anni, anche se il momento più aspro era passato, portando nel 1514 alla perdita di Smolensk. La prima cosa che si pensò di realizzare fu una tregua con Basilio III, zar della Moscovia. A mediare l'accordo furono gli oratori dell'imperatore Massimiliano, Francesco Da Collo e Antonio de' Conti; e Bona volle parlare con loro per meglio rendersi conto della situazione storica e geografica. Anzi, volle che il dibattito tra Francesco Da Collo e Matteo da Miechow, che nel 1517 aveva scritto il Traktatu o dwu Sarmacjach, avesse luogo in sua presenza.

Guerra polacco-teutonicaModifica

 
L'omaggio prussiano di Jan Matejko (Bona è raffiguarata con un abito verde e con lo scettro in mano)

La tregua con Mosca permise alla Polonia di occuparsi di un altro nemico sotto certi aspetti ancor più pericoloso, il principe della Prussia Alberto di Brandeburgo. La situazione si inasprì nell'ottobre del 1519, quando Alberto riuscì a ottenere l'aiuto dell'esercito tedesco che, forte di ben 15.000 uomini entrò in Polonia. Come il regno di Bona si salvasse da questo scontro micidiale è narrato da uno spettatore illustre: il cardinale Ippolito d'Este. Scrivendone al duca di Ferrara, così raccontava: De Pollonia ho nova, ch'el re serenissimo preparava genti per mandare al contrasto del gran mastro di Prussia, qual se intende volerli mover guerra essendo passato il termine de la treuga et se intende chel viene cum XV milia combattenti, fra li quali X milia ne sono Alemani et cum artellarie convenienti, dicessi per expugnare algune terre, ne le quale pretende havere ragione... Postscripta: Io ho gran dubbio, chel s.or de Moscovia che è potentissimo principe causi questa mossa de Prussia e dubito, che in quel medesimo tempo ancho egli non faccia qualche mossa da canto suo contra Polloni, dal che Dio la guardi, che senza dubbio gli seria di gran travaglio et di magior li seria stato, quando li Tartari a questi dì passati discorrevano per quel regno.

Lo stesso cardinale nel mese di dicembre raccontava la circostanza che salvò la Polonia in quell'ora difficile, vale a dire la venuta meno dell'esercito tedesco: Li fanti tedeschi del gran mastro si sono amutinati e posto a sacco due terre del marchese soprascritto Brandinburg e voltatosi per ritornarsene dietro et non andar più in Prussia a favor del gran maestro, e questo per esserli state promesse tre paghe per ciascuno e poi condotti furono alli loci qua soprascritti, gli furono dati solo dui firini di rheno per ciascuno, il che sdegnati sachegiorono come è ditto e voltorono indietro.

Approfittando di quella defezione, Sigismondo entrò in Prussia, e da Toruń intimò Alberto alla resa. Il gran maestro dei cavalieri teutonici cercò di raccogliere il denaro fra la sua popolazione allo scopo di ricostituire l'esercito, ma non vi riuscì. Per cui dovette accettare di riconoscersi vassallo del re di Polonia. In questa politica tendente ad allargare l'influsso della Polonia sul baltico, Bona fu attivamente sostenuta dal primate di Polonia Jan Łaski. Come Bona, egli aveva quale interesse prioritario il bene della Polonia e non gli interessi generali della cristianità. I cavalieri teutonici andavano smembrati e trasferiti altrove. Il legame con l'Ungheria andava perseguito a qualsiasi costo, anche se comportava la pace con l'Impero Ottomano. Un atteggiamento che gli costò caro sul piano morale, poiché i suoi nemici a Roma gli rivolsero infamanti accuse, come quella di aver aiutato i mercenari luterani in cammino per raggiungere l'esercito Ottomano impegnato all'assedio di Vienna. La vittoria di Sigismondo contro la Prussia non ottenne però l'effetto che Bona aveva sperato. Quando nel 1522 il nuovo arciduca d'Austria Ferdinando, fratello dell'imperatore Carlo V, si propose come mediatore fra il re di Polonia e il gran maestro dell'Ordine, non mancarono potenti personalità polacche che sostennero la pace. Questi avversari di Bona, favorevoli all'amicizia con gli Hohenzollern, erano il gran cancelliere Cristoforo Szydlowiecki ed il vescovo di Poznan, Piotr Tomicki.

Nel 1525 il re Sigismondo volle che la sottomissione di Alberto fosse pubblica. E come altri furono insigniti di titoli nobiliari o cavallereschi, Alberto ebbe il titolo di duca. Il che gli dava il diritto di partecipare alle assemblee parlamentari come gli altri nobili polacchi. Sul piano dello spettacolo era una vittoria per la Polonia e per Bona, in realtà le cose stavano diversamente. A dimostrare che si era trattato di una sottomissione solo esteriore Alberto, soltanto tre mesi dopo (luglio 1525) dichiarava pubblicamente l'abbandono dello stato semiecclesiastico, si sposava e rivelava di aver accolto il luteranesimo e poco dopo dichiarava il luteranesimo religione del suo ducato.

La forte delusione di Bona fu aggravata dalla circostanza della peste che in quell'anno imperversò in Polonia, e che la costrinse a lasciare Cracovia per Niepołomice. Intanto, l'anno prima si era verificata una recrudescenza delle azioni militari da parte di turchi e tartari, che invasero la Podolia e la parte meridionale della Moscovia, facendo ben ventimila prigionieri. Il comandante dell'esercito polacco, Jan Tarnowski, esortò il re a prendere personalmente il comando e questo non si fece pregare e partì. La sua presenza fu di incoraggiamento sia per gli ufficiali che per le truppe. Fu così che le forze polacche e lituane al comando di Costantino Ostrozskij, Jan Tarnowski e Piotr Kmita sconfissero i tartari in una sanguinosa battaglia sulla Seret. Una vittoria che, su richiesta di Bona, fu celebrata poeticamente nei versi di Mikolaj Hussowicz.[11]

Politica esteraModifica

 
Ritratto di Testa di una donna, identificato con quello di Bona, realizzato prima del 1530, Sebastiano del Piombo, Kimbell Art Museum, Fort Worth

Il 23 gennaio 1519, Papa Leone X, con cui Bona aveva rapporti amichevoli fin dai tempi italiani, le concesse il privilegio di assegnare otto benefici in cinque cattedrali polacche (Cracovia, Gniezno, Poznań, Włocławek e Frombork). Nel maggio 1519 il privilegio fu esteso a quindici benefici. Questo è stato un privilegio molto importante che le ha permesso di assicurarsi il sostegno di vari funzionari.

Per qualche tempo Bona cercò di scongiurare il pericolo che incombeva sugli Jagelloni d’Ungheria. Tentò, infatti, di coinvolgere la Francia contro l’Austria, per distogliere quest’ultima dalle mire espansionistiche in Ungheria. Ma non vi riuscì. Si diede quindi da fare affinché il re giovinetto non si lasciasse trasportare nella pericolosa guerra contro Solimano il Magnifico. Ma l’influenza dell’Austria era troppo forte e Luigi fu coinvolto in quella guerra che terminò come Bona aveva temuto, vale a dire con una terribile sconfitta (Mohacs, 1526), oltre che con la morte del giovane re, tanto attesa dal duca d’Austria. Questi, infatti, come fratello della regina, si affrettò a cingere la corona regale di Boemia e d’Ungheria, creando per la Polonia quella situazione che Bona in tutti i modi aveva cercato di evitare, un accerchiamento da tre lati (nord con la Prussia, ovest e sud con la Germania-Ungheria) e con il quarto rappresentato dal nemico di sempre, la Moscovia.

Dopo la battaglia di Mohács nel 1526 e dopo la fine del potere degli Jagelloni in Boemia e in Ungheria, Bona cercò di stabilire l'influenza polacca su questi due paesi. In seguito, durante la controversia fra i due candidati alla corona ungherese, Giovanni Zápolya e Ferdinando I, Bona esercitò la sua influenza affinché, pur assumendo la Polonia un atteggiamento neutrale, in realtà appoggiasse la causa dello Zápolya, che, grazie a ciò poté superare le situazioni più difficili. Infatti dopo la sconfitta del suo esercito nella battaglia di Szina (8 marzo 1528), lo Zápolya trovò rifugio in Polonia, dove reclutò soldati, per riprendere, verso la fine dello stesso anno e coll'appoggio diplomatico della Polonia e dell'Impero Ottomano, la lotta per i suoi diritti. Dopo i tentativi non riusciti di mediazione fra Ferdinando I e Giovanni Zápolya (convegno di Poznaú, 1530), la Polonia non partecipò più attivamente alla questione della successione ungherese. La partecipazione attiva della Polonia alla politica ungherese si concluse con un atto antiasburgico: il matrimonio della figlia primogenita di Bona, Isabella, con Giovanni Zápolya (1539).

Bona fu determinante nello stabilire alleanze per la Polonia. Oltre ai suoi buoni rapporti con lo Stato Pontificio, Bona cercò di mantenere buoni rapporti con l'Impero Ottomano ed ebbe contatti con Hürrem Sultan, principale consorte di Solimano il Magnifico. Si ritiene che grazie ai buoni rapporti tra le due regine, la Polonia si salvò dall'attacco dell'esercito ottomano durante le guerre italiane.

In politica estera ella perseguì una politica di prestigio: nel 1525 la Polonia riuscì a fare della Prussia una sua tributaria, nel 1533 stipulò un trattato di pace con l'Impero Ottomano, che rimase fino alla fine del XVI secolo il fondamento della sua politica orientale, intrattenne relazioni amichevoli con la Lituania, che nel 1569 si unificherà con la Polonia, e con la Francia, in funzione antimperiale, per premunirsi da eventuali politiche espansioniste degli Asburgo e, nello stesso tempo, nel 1543 fece sposare il figlio Sigismondo Augusto con la principessa Elisabetta d'Asburgo. Intrattenne anche relazioni amichevoli con la Spagna, a motivo dei suoi interessi nel Ducato di Bari.

Bona mirò a togliere la Polonia dall'eccessiva dipendenza in cui si trovava nei confronti degli Asburgo, a far superare alla politica polacca l'impasse cui era stata costretta dai trattati di Presburgo e di Vienna nel 1515. Contrariamente alla madre, fedele agli Asburgo spagnoli, Bona era "la più nemica del re Ferdinando I e la peggio disposta e apertamente ostile nei confronti della nazione tedesca", come assicurava la relazione di un diplomatico austriaco del 1537. Ella quindi si decise a stringere rapporti diretti con Alfonso I d'Este, alleato della Francia, ad intavolare trattative con la Francia nel 1520, e nel 1524 a concludere con essa un patto di alleanza; Bona pensava col suo aiuto di rientrare in possesso di Milano, per insediarvi Sigismondo Augusto o la figlia Isabella. Nuovi tentativi per rafforzare i legami con la Francia furono fatti da Bona nel 1547-48. La politica antiasburgica di Bona provocò una fiera reazione da parte dell'imperatore Carlo V e di Ferdinando I, sia contro la Polonia (gli intrighi politici con Mosca, con il principe prussiano Alberto e con i lettori di Brandeburgo, la presentazione delle infondate pretese di egemonia sul principato prussiano e sulla Masovia), sia contro Bona personalmente (la non ratificazione alla principessa Isabella dell'eredità di Giovanna IV, il sequestro del ducato di Bari e del principato di Rossano dopo la morte di Isabella, la restituzione da parte di Carlo V a Francesco II Sforza, figlio di Ludovico il Moro, del ducato di Milano, l'arresto delle persone legate a Bona e la confisca delle merci trasportate). Le questioni italiane frenavano senza dubbio la politica antiasburgica di Bona; di grande importanza era infatti per lei, accanto al desiderio della restituzione di Milano, il riavere le proprietà private degli Sforza, e cioè Cremona, Tortona e Pontremoli.

Per quanto riguarda il suo atteggiamento verso l'Italia, questa si limitò all'assicurazione dei suoi interessi dinastici, ottenendo dall'imperatore Carlo V, dopo una dura lotta diplomatica, l'investitura dei suoi feudi ed il diritto illimitato alla loro proprietà (i privilegi furono pubblicati a Barcellona nel 1535 e ad Asti nel 1536), pur non cessando mai dal muovere pretese sul ducato di Milano. Risultato indiretto di questa attività politica di Bona fu l'estensione e stabilizzazione dei rapporti diplomatici tra la Polonia e gli Stati italiani, che fino ad allora erano stati limitati quasi esclusivamente a quelli con la Curia romana, con Venezia e, nel secolo XV, sporadicamente, con i Visconti milanesi e con le corti di Ferrara e di Mantova. Nel clima di questi rapporti sorse, nel 1575, la candidatura di Alfonso II d'Este alla corona polacca.[12]

Nel 1539, Bona, con riluttanza presiedette al rogo dell'ottantenne Katarzyna Weiglowa per eresia, ma questo evento inaugurò un'era di tolleranza.[13]

Politica di Bona della Russia EuropeaModifica

 
Disegno a penna e inchiostro di una giovane donna, probabilmente Bona, 1861, Jan Matejko

Per meglio comprendere la politica di Bona nei confronti della nobiltà e delle popolazioni della Russia occidentale, all'epoca parte del Granducato di Lituania, e soprattutto per capire la portata della svolta da lei operata, è necessario soffermarsi, sia pure per sommi capi, sulle vicende storiche che avevano portato al legame dinastico fra la Polonia e il granducato di Lituania, la cui composizione etnica era prevalentemente russa. La Galizia, o Červonaja Rus’, era l’estremo lembo occidentale della Rus' di Kiev al tempo di Vladimir il Santo e Jaroslav il Saggio (X-XI secolo). Man mano però che la Rus’ di Kiev entrava in crisi, prima per la frammentazione feudale e poi per l’invasione tartara del 1237, la Galizia, la Volinia e la Podolia riuscivano a conquistarsi una relativa autonomia, ma intorno al 1324 le cose cominciarono a cambiare. Mentre la Podolia era devastata dai tartari, il principe di Galizia, Jurij II, educato in ambiente polacco, si convertì al cattolicesimo, creando un situazione di instabilità sociale, che sfociò nel suo avvelenamento (1340). Ne approfittò il nuovo re di Polonia Casimiro il Grande (1333-1370) che, sull’onda di altri successi militari, annesse quelle terre alla Polonia.

La successiva unione dinastica fra la Polonia e la Lituania, avviata nel 1385 e ratificata solennemente a Horodło nel 1415, portò sotto l’influenza della Polonia anche la Bielorussia e l’Ucraina centro-occidentale, con il conseguente insediamento di non poche istituzioni cattoliche in terre tradizionalmente ortodosse. In un anno imprecisato Jagellone sopprimeva la diocesi di Červen’, e nel 1414 Jagellone sopprimeva anche la diocesi ortodossa di Halyč, attivando invece l’arcivescovato cattolico di Leopoli. Nel 1423 concesse vasti poteri all’arcivescovo di Leopoli, compreso quello di punire gli “scismatici” che procuravano danni alla chiesa di Roma. Per cui, anche l’unica diocesi ortodossa che era rimasta, quella di Peremysl’, doveva fare i conti con l’arcivescovo cattolico di Leopoli.

Anche il suo successore e figlio, Ladislao III, continuò l’opera di latinizzazione, istituendo dei vescovadi latini nelle città a maggioranza ortodossa (Halyč, Lutsk, Cholm, Przemyśl e Vladimir). Ma fu proprio sotto il suo regno che si ebbe una benefica svolta grazie al Concilio di Firenze (1439), quando la maggior parte delle popolazioni ortodosse occidentali accolse l’unione fra la chiesa di Costantinopoli e quella di Roma. Nel 1443 Ladislao III promulgò un decreto di equiparazione giuridica fra i sacerdoti ruteni e quelli latini. Un decreto che, senza togliere tante ingiustizie, le riduceva sensibilmente. Per chi non accettava l’unione restava in vigore il decreto del 1423 sui poteri dell’arcivescovo latino di Leopoli.

Casimiro IV (1447-1497) fu decisamente più tollerante dei suoi predecessori. Egli cercò di non esacerbare gli animi dei russi della Galizia, sia perché costituivano l’avamposto contro i tartari e i turchi (ed era meglio tenerseli fedeli alleati), che per non dare adito a guerre con la Moscovia, col rischio di crearsi un nemico interno. Egli tuttavia non apportò alcun cambiamento nelle leggi polacche al riguardo. Nessun ruteno poteva aspirare a posti di responsabilità nello stato polacco né ai fedeli ortodossi era permessa la costruzione di nuove chiese.

L’elemento dirompente in questa pace fu il matrimonio nel 1494 di Elena, figlia dello zar Ivan III, col granduca di Lituania Alessandro, soprattutto perché la sposa non solo volle la doppia cerimonia, ma continuò ad esternare la sua fede ortodossa. E lo fece anche quando il suo rifiuto di passare al cattolicesimo le costò la corona di Polonia. Incoronando re il marito Alessandro (1501), la nobiltà non permise infatti che una russa ortodossa divenisse regina della Polonia cattolica. Né le fu permesso di avere una cappella ortodossa nel castello di Cracovia, cosa che fu criticata vivamente dal padre, Ivan III. Ciò che non riuscì ad avere in Polonia, per l’opposizione della nobiltà, riuscì però ad averlo in Lituania. Meno di due anni dopo, infatti, ottenne dal marito la nomina a metropolita di Kiev del moscovita Giona II, e già vedova nel 1507 otteneva da Sigismondo I alcune concessioni contenute nel testamento dello stesso metropolita. Elena e Giona II ovviamente rafforzarono i sentimenti ortodossi e anti unionistici della popolazione russa, anche se questo non ebbe l’esito che essi speravano, l’avvicinamento dei ruteni alla Moscovia. Che la comune fede ortodossa non spingesse minimamente i russi di Polonia ad avvicinarsi alla Moscovia lo si vide chiaramente in occasione del passaggio alla parte di Mosca di uno dei più potenti magnati russo-lituani, Michele Glinski, il quale nella sua ribellione non fu seguito da alcuno dei grandi principi ortodossi, neppure da Costantino Ostrozskij. Anzi, fu proprio quest’ultimo ad infliggere allo zar la pesante sconfitta di Orsza (1514), che interruppe bruscamente la brillante spedizione moscovita cominciata con la conquista di Smolensk.

Intanto, però, il re Sigismondo riprendeva l’antica politica di latinizzazione delle terre russe, favorendo i polacchi che andavano a stanziarsi nelle terre della Galizia e della Podolia abbandonate dai russi per timore dei tartari. Egli annesse anche alcune terre, come la regione di Vladimir (o Dorogočinskaja) alla Polonia, ed emise persino un decreto per il quale le carte processuali e le convocazioni per i russi, gli ebrei e gli armeni, dovevano essere redatte in latino e non in russo

Tale “aggressività” polacca certamente feriva l’orgoglio dei principi russi. E se in quel momento Mosca avesse dato un’immagine di sé più rispettosa delle autonomie locali, avrebbe forse potuto stornare le simpatie russe dalla Polonia alla Moscovia. Invece, proprio in quegli anni, lo zar, per consolidare la centralità di Mosca, umiliava città e principati dal passato glorioso. Di persona si era recato, ad esempio, a Pskov, non lontano dai confini bielorussi, per rendersi conto degli abusi del suo luogotenente in quella “città libera”. Invece di soddisfare le giuste richieste della popolazione che chiedeva il rispetto delle consuetudini della città, le diede torto e annesse quella nobile e antica città allo stato russo. Sottovalutando l’impatto negativo di un simile atto sull’animo dei russo-lituani, né trattenuto dal fatto che la sorella era tenuta sotto vigilanza a Vilnius, Basilio III riaprì le ostilità contro la Polonia che, come si è detto, fallirono proprio in una guerra in cui ebbe come nemici soprattutto gli ortodossi di Lituania. La fedeltà alla Polonia da parte dei principi russi, oggi chiara alla luce degli avvenimenti successivi, non era così ovvia ai contemporanei. È comprensibile perciò che un moderato come Jan Łaski, al concilio laterano del 1513-1517, si lasciasse andare a sottolineare gli “errori” dei ruteni non più uniti a Roma. La sua tesi era che i russi andavano distinti soltanto politicamente in moscoviti, russi bianchi, russi neri (Podlesie) e russi rossi (Ucraina occidentale). Dal punto di vista religioso, invece, erano concordi nel non riconoscere il primato romano, nel parlare solo di sette concili ecumenici, e nel fare riferimento al patriarca di Costantinopoli. È difficile dire quanto questo quadro rispondesse alla realtà e quanto fosse un avvertimento a non fidarsi troppo di loro.

Al suo arrivo in Polonia, dunque, Bona trovò un ambiente ideale per il suo carattere. Una ingiustizia in corso, con un popolo (quello russo) che veniva calpestato nei suoi diritti, ma senza particolari sconvolgimenti sociali, poiché lo stesso popolo non aveva alcuna intenzione di cambiare padrone. L’ortodossa Moscovia non era considerata migliore della cattolica Polonia. Il suo innato senso della giustizia e della difesa dei deboli la avvicinava a questo popolo oppresso. Il che andava anche ad incastonarsi bene nella sua politica generale di lotta alle forze disgregatrici dello stato, costituite dall’egoistica nobiltà polacca.

La politica di Bona verso i russi fu chiaramente improntata a promozione sociale, economica, giuridica e religiosa. In tutti questi campi impresse svolte decisive, che saranno perfezionate poi dal figlio Sigismondo II. Fino alla fine del secolo scorso tutte le riforme venivano attribuite a quest’ultimo. I maggiori studiosi di questo secolo hanno sottolineato invece che le grandi riforme di Sigismondo sono state avviate dalla moglie e spesso realizzate da uomini scelti dalla moglie. Favorendo dunque la “minoranza” etnica russa (che in realtà era maggioranza, ma sottomessa), Bona otteneva tre risultati importanti: soddisfaceva il suo senso di giustizia verso gli oppressi, manteneva i principi russi fedeli alla Polonia contro la Moscovia e otteneva l’appoggio della nobiltà russa contro quella polacca, che con i suoi particolarismi egoistici minava la sicurezza dello stato, come ben dimostrò l’episodio della “guerra delle galline”.

Questo semplice dato storico è stato sempre ignorato dagli storici polacchi, spesso vicini a quella nobiltà che non riusciva a vedere nei suoi privilegi e nell’alleanza con gli Absburgo la rovina della nazione. Anzi, non solo hanno ignorato questi moventi dell’azione di Bona, ma hanno anche capovolto i dati della questione, accusando Bona di avidità e interessi personali. Una lettura attenta sia dell’epistolario che degli atti ufficiali, conferma appieno la tesi dell’impegno deciso di Bona contro ogni ingiustizia. Il che non esclude che Bona potesse prediligere il veleno per fare fuori i nemici o che fosse molto attenta a raccogliere soldi ovunque poteva. Mai, però, a discapito dei poveri o della sicurezza dello stato.

Le iniziative di Bona in Russia ebbero, come si è detto, una doppia valenza, una legata al suo ruolo di regina di Polonia e granduchessa di Lituania, e una al suo ruolo di signora di diverse città più importanti del granducato di Lituania. Infatti, il suo ruolo di regina nel contesto polacco non era sufficiente a intraprendere molte innovazioni, essendo l’ambito dei poteri di un nobile lituano molto più vasto di quanto fosse, ad esempio, quello dei feudatari italiani. Soltanto essendo feudataria anche lei, poteva incidere profondamente. Ecco perché utilizzò al massimo le donazioni da parte del re e il riscatto di molte terre avviato in prima persona.

Agli inizi, sia il re che i nobili non fecero molto caso al fatto che, grazie alle donazioni, Bona diveniva signora di vasti territori. In una società fortemente maschilista come quella polacca del XVI secolo, anche se Bona avesse avuto tutto il regno, non avrebbe dovuto rappresentare una minaccia. Il ruolo della regina era concepito come una macchina per generare l’erede al trono e magari altri figli al re. Poteva godersi le rendite delle sue terre, ma doveva restare a casa e non immischiarsi di politica. Ma Bona veniva dalla scuola della madre Isabella, e la politica l’aveva nel sangue. Le rendite e la produttività la interessavano molto, ma non meno era interessata alla conduzione diretta delle sue terre. E che questo elemento fosse fondamentale è dimostrato dal fatto che anche su piccole cose (per pochi metri di proprietà o per qualche servo) era capace di entrare in lite con gli uomini più potenti, come Alberto I di Prussia e Giorgio Radziwill.

La prima donazione Bona l’ebbe pochi giorni dopo il matrimonio in Polonia, in data 1518, in cui Sigismondo le diede diverse cittadine.

 
Medaglia di Bona Sforza d'Aragona, Giovanni Maria Mosca

Indubbiamente il re pensava che quel pleno iure et dominio sarebbe stato inteso da Bona nel senso delle rendite, come avevano fatto tutte le regine precedenti. Ma, come si è detto, si sbagliava di grosso. Bona intendeva governare autonomamente i suoi feudi, visto che come regina aveva poteri molto limitati. Il 29 luglio 1525, ad esempio, Bona si recò personalmente proprio a Lobzow. Il re ribadiva questa donazione di Lobzow, già appartenuta ai fratelli Giovanni e Severino Boner. Sembra che il re, poco a poco, si rendesse conto di quanto chiari fossero i progetti di Bona. Concedendole, ad esempio, la tenuta di Sudavsk, motivava la donazione in questi termini: tenendo presente la sua condotta prudente in tutte le cose, come pure l’ordine e il sapiente modo di governare. Certo è che era affascinato dal fatto che la moglie, educata alle corti rinascimentali italiane, seguisse con attenzione le donazioni che egli le faceva.

Nel 1519 Bona ricevette la città di Pinsk in Polesia che, insieme a Turaŭ, formava uno dei più antichi e storici principati della Rus’ di Kiev. La donazione da parte del re fu a seguito della morte della feudataria, Maria, moglie del principe Fëdor Jaroslavic. A questo principato appartenevano altre importanti città, come Kleck, Horodko e Rohaczew. Inpari data, Bona otteneva anche la città di Kobryn, ad occidente di Pinsk, tornata alla corona per la morte di Venceslao Kostevic. Erano presenti all’atto di donazione alcuni nobili russi, Giorgio Ilinic, starosta di Brėst, Bohusz Bohowitynovic, signore di Kameniec e Kopot Vasil’evic, signore di Przewalski.

Come signora di Pinsk e Kobryn, Bona entrava nella sfera dei grandi feudatari. Non passò molto, e Bona dimostrò che non intendeva soltanto incamerare le rendite, ma voleva amministrare a suo modo quelle terre. Nell’ottobre del 1522 inviava a Pinsk il suo fedele Ludovico Alifio, che ebbe anche un abboccamento a Vilnius col cancelliere Piotr Tomicki.

Non è da pensare però che l’energia mostrata da Bona nell’amministrare i suoi feudi dispiacessero al re. Anzi, il suo modo di agire sta ad indicare che prendeva gusto a vedere la giovane moglie così attiva. Per cui, in data 1521 le donava un’altra importante cittadina, Syelcze, nel distretto di Slonim.

L’entrata in possesso di questo feudo non fu comunque facile, in quanto un analogo e contrapposto privilegio del re vantava Sofia Wieszthortowa, moglie di Felice Grzimala. È difficile dire se il re si fosse sbagliato o se volesse vedere come Bona se la sarebbe sbrigata. Certo è che il 9 marzo del 1529 emise sentenza favorevole a Bona, la quale non volle infierire contro un’altra donna, e concesse a Sofia l’usufrutto di quella terra. La condizione che pose è però illuminante sul perché Bona voleva l’amministrazione diretta delle sue terre, non voleva cioè che i coloni patissero inutili vessazioni.

Sempre ad evitare inutili vessazioni prese alcuni provvedimenti per il distretto di Bielsk. In data 21 novembre 1532 scrisse ai nobili proprietari di terre del distretto di Bielsk (Podlasia), che le avevano inviato una delegazione guidata da Stanislao Wierzbowski e Mroczek Krasovskij, i quali le consegnarono anche una largizione in denaro. Nello stabilire i dazi da pagare, tenne conto di quei nobili poveri che si sostentavano solo con iprodotti dei campi. Per lei, i dazi dovevano essere pagati anche dai cavalieri obbligati al servizio militare. Questi pagamenti avrebbero avuto come contropartita la liberazione del territorio da qualsiasi oppressione e gravame di altra natura, come il vicino territorio di Drohiczyn.

Bona non si fermò. Infatti in questi primi anni trenta avviò in Lituania due “campagne”, una di riscatti e l’altra di acquisti di territori a favore della corona, con l’intento di avere un governo personale delle terre comprate, per poi lasciarle al figlio Sigismondo Augusto. In questo contesto molte altre città le furono donate dal re o il re le acquistò prendendo il denaro dal tesoro di Bona. La formalizzazione di molti di questi acquisti non vedeva infatti lei come “attrice”, ma il marito Sigismondo il Vecchio, che comunque era estremamente soddisfatto che le energie della moglie fossero spese a questi scopi. Le cose erano cominciate nel 1528 per iniziativa di Bona e con la tacita approvazione del marito, ma quando l’operazione assunse delle proporzioni notevoli, dovettero piovere delle critiche. Per cui fu necessario che il re prendesse su di sé la responsabilità di quella iniziativa che tanto fastidio suscitava fra i ricchi proprietari.

Il 3 maggio 1531 Bona entrava in possesso di Dubno, ma fu soltanto due anni dopo che tutta l’operazione “riscatto delle terre” assunse un ritmo sostenuto, che provocò notevole risentimento fra i grandi proprietari. Nel marzo del 1533 Bona comprava Szereszów, Kornica, Wisticza, Dubrovic, Novaja Volja e Novoselski, mentre nell’agosto acquistava la terra di Kvasovskij dallo starosta di Brest. Trovandosi a Vilnius nel mese di dicembre, il re convocava alla sua presenza il castellano Giorgio Radziwill chiedendogli di esibire i suoi privilegi. Fu così che comprò per Bona e con i soldi di Bona l’importante città di Grodno e i villaggi di Ozera, Krynky, Skydel e Mayszagola. Il valore fu stabilito in base alle carte esibite dal castellano, che era fratello del defunto Nicola Radziwill, palatino di Vilnius. Tutti i diritti passavano a Bona, ad eccezione di quelli che già erano del fisco regio, come quelli di misurazione (pomyerne), della cera (vasznicze), procurazione (horodnycze), pascolo dei cavalli (konyusze), chiavi (kliucznistvo). Alla morte di Bona tali feudi sarebbero passati al figlio Sigismondo Augusto.

Ovviamente, tutta quest’opera di ricompattamento dello stato polacco a spese dei nobili non poteva non suscitare malumori nell’aristocrazia lituana. Un riflesso di questi sentimenti si scorge in una lettera del vicecancelliere Tomicki a Bona. Scrivendole da Piotrków il 23 gennaio 1534,le comunicava di essere stato avvicinato dal castellano di Lublino e avvertito di non prestare fede a tutte le cose negative che potevano scrivergli dalla Lituania contro di lei, in quanto lei non agiva contro qualcuno, ma mossa solo dal diritto e dalla giustitia. L’accorto diplomatico, ribadendo così la sua convinzione che Bona agiva spinta da senso di giustizia e non da odio, augurava a Bona di essere amata ovunque da tutti i suoi sudditi. È meglio infatti essere amati dai sudditi che temuti, e non disdice affatto allo splendore regale proporsi come esempi da seguire coloro che governarono a lungo e su molti con clemenza e magnanimità con somma lode e col favore e il plauso di tutti gli uomini.

Così, da un lato il Tomicki dichiarava di credere nella rettitudine di Bona, dall’altro le prospettava un diverso modo di agire, non sapendo però, o facendo finta di non accorgersi, che il lamento dei nobili agli occhi di Bona era cosa ben diversa dal lamento dei sudditi.

Secondo Chojenski, invece, il contrasto fra Bona e i magnati lituani era stato alquanto esagerato da voci sconsiderate, che avevano prospettato anche una situazione esplosiva. In realtà, a suo avviso, un’opera pacificatrice aveva svolto il re, riportando il tutto in termini accettabili.

In ogni caso, Bona era così convinta di agire secondo giustizia che non temeva di scrivere proprio a quei nobili che si sentivano quasi defraudati da lei. La situazione lo richiedeva, in quanto proprio in quei mesi si era riaccesa la guerra con Mosca. E che Bona seguisse questa vicenda bellica si vede bene da una lettera a quel Giorgio Radziwill, che lei aveva costretto a venderle Grodno. Egli era uno dei condottieri, e quindi andava spronato. Anche gli altri condottieri andavano esortati, soprattutto per eliminare imolti dissensi su chi dovesse avere il comando generale e sui gradi dei generali. Alla fine ci si accordò nel dare il comando generale dell’esercito radunato a Minsk al duca di Sluck e al principe di Kiev. Ma neppure la guerra e la necessità di tenersi buoni i nobili fermarono Bona.

Nell’aprile del 1534 richiedeva ai nobili di Kobryn di esibire i loro privilegi, e un mese dopo comprava Charytonovsk e promulgava i capitoli e grazie per la cittadina di Senjawki.

Il 3 giugno 1535 il re confermava la donazione di Kremenec' a Bona da parte del principe Jan. Una donazione, questa, che sembrava aprire un capitolo nuovo nell’espansionismo “feudale” di Bona, la penetrazione cioè nelle terre dell’estremo sud, la Podolia e l’Ucraina. La donazione fu ribadita a Vilnius il 4 aprile del 1536, dopo di che Bona si mise subito all’opera, fondando una scuola e una chiesa cattolica nel 1538 e promulgando privilegi nel 1542.

Numerosi furono gli acquisti anche nel 1536. Nel giugno Bona comprò Novyj Dvor, anticamente appartenuto a Michele Glinski. Nella stessa occasione acquistava dal vescovo di Vilnius le cittadine di Dunayow, Kulikow, Rudka ed altre, nonché alcuni diritti a Brańsk.

Non acquisto, ma recupero di terre, fu quello che si ebbe nel 1536 con Giovanni Radziwill, fratello di Giorgio, e capitaneo di Samogizia. Tra i feudi di Bona (Bielsk e Grodno) e i feudi di Giovanni (Goniądz e Rajgrod), c’era un territorio contestato, del quale il re ordinò a Giovanni di esibire i titoli di proprietà. Dopo aver esaminato i documenti, non riuscendo a vederci chiaro, decise di affidare il tutto ad una commissione di sei membri per parte, che studiasse a fondo e dimparzialmente la cosa. Contestualmente il re restituiva a Giovanni il feudo di Kalinovka, perché i privilegi lo attestavano come suo e non di Sigismondo Augusto, ma riconosceva a quest’ultimo il feudo di Kniscin, a lui donato da Nicola Radziwill.

Questo della determinazione dei confini fu un chiodo fisso di Bona negli anni successivi. Non pochi furono gli scontri al riguardo col duca di Prussia Alberto. L’ex maestro dei cavalieri teutonici si lamentò con Jan Radziwill per il fatto che Bona aveva interdetto a tutti i tedeschi di andare ad abitare e commerciare in Samogizia e si lamentò più volte, anche con Bona stessa, di permettere ai suoi ufficiali di irrompere nel suo ducato e di riprendere i coloni ivi fuggiti, senza avvertire i suoi ufficiali. Ma la regina rispondeva colpo su colpo, facendo intervenire il re a richiamare il duca per aver maltrattato e depredato un suddito regio, Alberto Piotrowicz. Delle commissioni furono costituite che stabilissero i confini fra Skydel e i tenimenti di Rozanka e Milkowszyzna di Nicola Pac, come pure fra Pinsk e il feudo di Fedor Czartoryskij.

Questa capacità di Bona di tener testa ai feudatari più potenti del regno spinse alcuni dei feudatari che non reggevano alle vessazioni a donare a lei le loro terre oggetto di depredazioni in cambio di possedimenti di minore entità, ma certamente più tranquilli. Ciò accadde ad esempio a Basilio Michajlovic Sanguszkow, principe di Kovel', il quale era continuamente messo alle strette dal potente fratello Fedor, governatore di Vladimir di Volinia. Diede perciò a Bona il suo feudo di Kovel' con gli altri castelli di Miljànovič, Vizda, e Falimici, oltre ad altri villaggi e chiese. In cambio ricevette i villaggi di Obolce, Horwol e Smolany, liberandosi così dalle vessazioni del fratello e degli altri turbolenti vicini. E se Basilio riacquistava la tranquillità perduta per lui e per tutta la famiglia, Bona con questa acquisizione del 1543 stabiliva un collegamento formidabile dal nord al sud della Bielorussia. La sua signoria si estendeva, infatti, da Grodno a Pinsk (con Kobryn) quindi scendeva a Kovel' e, attraversando il territorio dell’amico vescovo e principe di Luc'k, si ricollegava alla sua città fortificata di Krzemeniec, e poi più giù (verso est) sino a Bar. Praticamente, avrebbe potuto viaggiare a suo piacimento da nord a sud, fino ai confini con la Moldavia, quasi senza uscire dai suoi feudi. In tutte queste e in molte altre città Bona si preoccupò di tutta la vita sociale, dalla produzione agricola alla giustizia, dalla cultura alla religione. Anzi, per quest’ultimo aspetto, dato l’elevato livello di analfabetizzazione, Bona volle collegare la costruzione di nuove chiese, sia cattoliche che ortodosse, a rettori che garantissero un minimo di scuola parrocchiale in cui si insegnasse, oltre al catechismo, anche a leggere e scrivere. Ci è pervenuta la documentazione di sue fondazioni ecclesiastiche in tal senso per le città di Mosty, Inturki, Byczki, Lunna, Novyj Dvor, Dauga, e l’ancor più importante città di Krzemeniec in Podolia. Per quanto riguarda Mosty, presso Grodno, nel relativo diploma Bona ricordava il forte incremento demografico di questa sua città, per cui decideva di costruire una chiesa in onore di Dio onnipotente, la Vergine Assunta e Annunziata, Sant'Anna, Pietro e Paolo, Giovanni Battista, Sigismondo re, San Nicola, Antonio, Giorgio e tutti i santi.

Adam Ivačno Chorevič di Kurženiec era un russo ortodosso vicino alla corte di Bona. Questa gli donò i beni a lei pervenuti alla morte del boiaro Vasilj Drobysevič di Kobryn. Chorevič fondò una chiesa cattolica nella sua città d’origine nel 1539 inaugurata dal vescovo di Vilnius Paweł Holszański nel 1542. Ma se questo ortodosso sembra essersi convertito alla corte di Bona, non bisogna pensare che Bona facesse alcunché per far cambiare religione. Al di là, infatti, delle grandi iniziative di Bona per ridare autonomia e dignità alla chiesa ortodossa, vi sono non pochi casi di interventi diretti a favore di locali parrocchie ortodosse. Essa appariva ispiratrice, talvolta esplicitamente menzionata, di alcuni privilegi di Sigismondo, come quando insieme confermavamo alla cattedrale di San Demetrio di Pinsk le donazioni avute nel 1522 dal principe Fedor Jaroslavic, o come quando donarono un terreno col diritto di avere coloni liberi dall’autorità cittadina a favore della chiesa di San Giovanni Evangelista di Vitebsk, o ancora come quando nel 1528 confermavano delle donazioni a favore di San Nicola di Poporty, presso Trock.

In tutte le sue città Bona si preoccupò anche della sicurezza, e quindi volle che i castelli fossero efficienti. Ovviamente un occhio particolare ebbe per le mura e i castelli della Volinia e della Podolia, continuamente sotto il tiro degli attacchi turchi e tartari. Notevole fu ad esempio il suo impegno nelle fortificazioni di Rov, che in onore del suo ducato italiano fu chiamata Bar, cittadina non lontano da Vinnica a forte presenza ebrea. E fino al XIX secolo gli abitanti di Mejszagola parlavano di un castello della regina Bona.

 
Bona Sforza, 1546

Al suo arrivo in Polonia Bona si rese conto che, nonostante l’estenzione del territorio e la vivacità della popolazione, quella nazione aveva sì enormi potenzialità, ma anche potenti nemici interni ed esterni. Il principale nemico interno era l’eccessivo potere dell’alta nobiltà, il cui senato era in grado di condizionare pesantemente le scelte politiche del re. Un potere che, se fosse stato messo al servizio del bene della nazione, avrebbe potuto anche rappresentare un elemento di modernità ed equilibrio. Ma che, condizionato come lo fu da interessi di parte, poteva divenire una vera e propria palla al piede del sovrano, e in politica estera lo divenne per davvero. La nobiltà era avida oppure miope, in quanto vedeva solo due nemici, lo zar di Mosca e i tartari, trascurando il più pericoloso di tutti, l’arciduca d’Austria. Non aveva aperto gli occhi neppure nel 1514, quando il padre di Ferdinando d’Absburgo, l’imperatore Massimiliano, approfittando del momento di debolezza della Polonia (che aveva appena perduto Smolensk) aveva inviato il suo ambasciatore a Mosca, proponendo un’alleanza anti-polacca. In altri termini, dato che i loro piccoli interessi privati non avrebbero subito alcun danno dalla debolezza della Polonia e dalla crescita del potere austro-ungarico, i più importanti nobili polacchi non fecero nulla per ostacolare la politica asburgica dell’unione dell’Austria con l’Ungheria.

La realpolitik di Bona faceva sì che le sue alleanze non avessero altro criterio se non la sicurezza ed il benessere della Polonia. La condizione a tale benessere era la pace militare, per cui era necessario muoversi nella scacchiera orientale per mantenere questa pace, ed ove non fosse possibile stabilire alleanze militari che dissuadessero o neutralizzassero i nemici, quali che essi fossero. Suggeriva cioè la pace coi turchi e i tartari per frenare le ambizioni di Mosca, e la tregua con Mosca per poter difendere il territorio dalle incursioni tartare. Se, tuttavia, numerosi sono i documenti che vedono Bona interessata alla difesa del territorio dagli attacchi di questi ultimi, non sembra che sia intervenuta direttamente nelle scelte di Sigismondo o dei lituani nei confronti di Mosca. Probabilmente se ne sarebbe occupata se i nobili della Russia occidentale avessero nutrito sentimenti di simpatia verso la “Grande Russia”, ma così non era.

Gli interessi della Russia e della Polonia erano diametralmente opposti, e quindi era quasi impossibile che si potesse bilateralmente desiderare la pace. La Moscovia voleva gestire le vie di comunicazione verso i mercati occidentali, per cui faceva spesso appello all’unità nazionale per strappare alla Polonia le terre russe della Podolia e della Galizia, che avrebbero dato accesso all’Ungheria e all’Austria. La Polonia, d’altra parte, non poteva permettersi di facilitare il compito ad un così temibile concorrente commerciale. Di conseguenza le guerre anche durante l’epoca di Bona furono frequenti.

È difficile dire che cosa passasse per la testa a Sigismondo quando nel giugno 1520 inviò una sua ambasceria a Mosca a proporre la pace in cambio del suo aiuto contro tartari e turchi. Già stando così le cose, la pace era difficilmente accettabile da parte moscovita, ma Sigismondo aveva per di più messo la condizione della restituzione alla Polonia di città come Novgorod, Pskov, Vjaz'ma e soprattutto Smolensk. Di conseguenza, la guerra non poteva che andare avanti, anche se non ebbe battaglie di rilievo. Quando poi vide che su tali basi nessuna pace era possibile, Sigismondo propose una tregua di cinque anni, che fu conclusa il 18 febbraio 1523, in cui si prevedeva che Mosca potesse conservare Smolensk e le altre città precedentemente conquistate.

Nel giugno 1526 il nunzio pontificio e l’ambasciatore di Carlo V intavolarono a Mosca trattative per la pace di tutta la cristianità e per mettere fine al versamento di sangue cristiano. L’unico risultato fu quello di prolungare la tregua fino al 1533. Nel novembre di quest’anno, essendo morto lo zar Basilio III, i lituani ripresero i contatti con Mosca a proposito della tregua. Alla delegazione che stava a Mosca nel dicembre fu data una lettera in cui si chiedeva al re Sigismondo di trattare in amicizia e fratellanza il nuovo zar Ivan (il Terribile), ancora bambino. Ciò che Sigismondo non poté ignorare fu il titolo che veniva dato al nuovo zar, zar di tutta la Rus’, e soprattutto gran principe di Smolensk. Per cui, senza fare diretto riferimento al titolo, si disse disposto a stringere la pace nei termini in cui l’avevano stretta Casimiro con Ivan III. Il che implicitamente significava per la Russia la perdita di Pskov, Toropec e Smolensk, e quindi era inaccettabile per i russi. Questa volta però l’inclinazione di Sigismondo alla guerra aveva una spiegazione, anche se non si sa se Bona entrasse in quella decisione. Con uno zar bambino e con i boiari che a corte si contendevano la leadership, nonché le continue incursioni dei tartari, per i russi diveniva estremamente difficile organizzare una buona difesa dei confini. Tanto più che la Polonia poteva contare sull’appoggio indiretto dei tartari, con i quali aveva poco prima concluso la pace, e che avrebbero certamente attaccato dal sud.

Tuttavia, se teoricamente la guerra si presentava favorevole ai polacchi, praticamente le cose si svolsero diversamente. Infatti, l’attacco contro la Moscovia dei tartari della Crimea non ebbe luogo, poiché Saadet Giray, che aveva conquistato il potere, non aveva sconfitto definitivamente il suo avversario İslâm Giray, e quindi era trattenuto dalla guerra civile. All’inizio, comunque, non mancarono i successi militari lituani. Nel mese di luglio del 1535 fu conquistata l’importante città di Gomel, e quindi l’intera regione di Seversk. Ma se era facile conquistare le città, difficile era mantenerle. Per cui, appena si vide che Mosca era riuscita ad organizzare un suo esercito e marciare verso Vilnius, Giorgio Radziwill cominciò a tastare il terreno per raggiungere una tregua. Che la meta fosse una tregua e non una pace si vide dall’insistenza dei lituani a riavere Smolensk, cosa che i moscoviti non potevano concedere.

Nell’aprile del 1537 la tregua prevedeva che i lituani conservassero Gomel, ma che si ritirassero da Sebež e Zavoloče. Si trattava dunque di una tregua che lasciava tutti insoddisfatti, i lituani perché i vantaggi della guerra erano stati limitati e Smolensk restava ai russi, questi ultimi perché avevano dovuto cedere alcune città. Che anche Bona da dietro le quinte si facesse sentire si può dedurre dall’uomo che Sigismondo scelse per un’ambasceria (settembre 1538) presso il khan di Crimea, vale a dire Ivan Gornostaj, uomo vicinissimo a Bona. Egli avrebbe dovuto tastare il terreno e sondare le intenzioni dei tartari nei confronti di Mosca in vista di una nuova guerra. Tuttavia, ancora una volta Sigismondo dovette recedere dalle sue intenzioni bellicose per le perplessità dei nobili lituani e per la mancanza di denaro per pagare l’esercito. Per cui ai primi del 1542 mandò una ambasceria a Mosca, che rinnovò la tregua negli stessi termini del 1537.

Nel 1544 si tentò a lungo, ma invano, di trasformare la tregua in pace (vecnyj mir), ma il tentativo fallì, perché nessuno era soddisfatto della situazione. Anzi, durante le trattative, i russi fecero chiaramente capire che per essi città come Kiev, Volin, Polack e Vitebsk restavano russe e che non rinunciavano ai loro diritti. La tregua per altri cinque anni veniva dunque accettata dalle due parti solo perché non si era in grado di fare la guerra.

Entrambi nobilitarono la loro debolezza spiegando le decisioni col desiderio di non versare sangue cristiano. In ogni caso la tregua con Mosca rese più tesi i rapporti col khan di Crimea, e gli attacchi dei tartari si moltiplicarono. Nel 1547 furono saccheggiate e incendiate le città di Braclav e Vinnycja. Né si poteva fare molto per fortificare le città di frontiera, in quanto la mancanza di denaro era un difetto cronico del regno di Sigismondo sin dai primi anni. Né la nobiltà aveva mosso un dito per sanare questa situazione, non avendo alcuna intenzione di rafforzare il governo centrale. Il che spiega come negli anni trenta Sigismondo appoggiasse senza riserve le iniziative di riforma fiscale di Bona. La Polonia che quest’ultima aveva scoperto poteva essere un grande stato, sia per il valore degli eserciti, che per l’unione dinastica con la Lituania (il re era anche granduca di Lituania) e con la Boemia e l’Ungheria (ove dal 1516 re era Luigi, figlio di Ladislao, fratello del re di Polonia). In altri termini era una nazione che avrebbe potuto reggere il confronto con qualsiasi altra potenza europea. Al contempo, però, oltre che da una allegra gestione fiscale, era dotata di una struttura parlamentare aristocratica, che paralizzava completamente le scelte politiche del re. Una frammentazione feudale che rendeva assolutamente inesistente il senso dello stato. La nobiltà polacca poteva avere, infatti, alti ideali cavallereschi, ma non aveva il senso dell’unità politica della nazione. Se Sigismondo accettava questa situazione remissivamente, al punto da sottoporre anche il suo matrimonio al giudizio del senato, non così Bona, che avvertì sin dal primo momento l’incongruenza di quello stato di cose.

I magnati russi avevano problemi completamente diversi dai nobili polacchi. Essi non avevano, ad esempio, il problema di determinare in un senso o nell’altro la politica polacca, ma erano preoccupati dai continui attacchi tartari e turchi, nonché dal desiderio di ridare all’ortodossia una sua dignità e relativa libertà all’interno di uno stato cattolico. Il fatto che queste preoccupazioni non contemplavano minimamente un ricongiungimento alla Moscovia ortodossa, temibile nemico della Polonia cattolica, fece sì che i loro intenti coincidessero notevolmente con quelli di Bona. Per cui, ben presto, si stabilì fra Bona e la maggior parte dei magnati russi un rapporto più o meno esplicito di collaborazione. E Bona contribuì in modo decisivo alle profonde svolte sociali e religiose che si verificarono durante il suo regno nella Russia occidentale.

Giungendo a Cracovia nel 1518, Bona ebbe subito sentore della diversità di peso politico che esisteva fra i magnati lituano-russi e quelli polacchi, essendo i primi privi del diritto di partecipare al consiglio superiore della nobiltà, che aveva addirittura il potere di bloccare le decisioni regie. La sua scelta di combattere lo strapotere dei nobili polacchi a favore di una maggiore autonomia decisionale del re l’avvicinò naturalmente ai magnati lituano russi, che ovviamente non nutrivano sentimenti favorevoli verso coloro che si rifiutavano ostinatamente dal concedere loro gli stessi diritti. Fu così che Bona avviò contatti con tutte le principali famiglie, dagli Ostrožskij agli Czartoryski, dai Sangusko ai Wisniewiecki, dagli Zbarazki ai Lukomskij, dai Dubrovickij ai Mstislavskij, dai Daškov ai Soltan oltre a quelle, come i Radziwiłł che, pur non essendo russe, avevano una vasta popolazione russa nei loro feudi e non disdegnavano dallo scrivere in russo la loro corrispondenza. I rapporti con questi nobili russi erano facilitati dal fatto di avere un altro comune nemico, Alberto di Prussia, che più volte aveva tentato di allargare i suoi domini a loro danno. Fu così che dalla parte di Bona si trovarono ben presto i grandi magnati “lituani” da Nicola e Giorgio Radziwill a Costantino Ostrozskij, da Giorgio Sluckij a Ivan Sapieha. Il più importante di questi nobili di lingua russa era certamente Costantino Ostrožskij, soprattutto per la fiducia che il re gli accordava nel nominarlo quasi sempre capitano generale degli eserciti che andavano a combattere contro turchi e tartari, oltre che contro i moscoviti. E se Bona fu in buoni rapporti con la maggior parte dei nobili russi era dovuto al fatto che questi vedevano nell’Ostrožskij il loro leader, il difensore della loro etnia.

Discendente dei principi di Pinsk e Turov, Costantino era nato intorno al 1460 da Ivan Vasil’evič e Marina Zaslavskaja. Aveva conosciuto il padre da bambino e quando quello morì, certamente rimase nei suoi ricordi l’immagine di un uomo rotto alle guerre, capace non solo di difendersi dai tartari ma anche di allargare i propri territori a loro danno. I maestri poi gli raccontarono della lotta dei suoi avi contro i polacchi ai primi del quattrocento per l’autonomia culturale della Volinia e della Podolia. Con questo passato alle spalle, il giovane principe cominciò presto a combattere, e fu lui a dirigere le operazioni militari contro i tartari fra il 1495 e 1496, inizio di quella sessantina di battaglie ricordate dagli annali russi, che già in vita lo resero leggendario.

 
Disegno di Bona in età matura, 1866, Jan Matejko

Per arrestare l’avanzata dell’esercito moscovita, nel 1500 affrontò in condizioni numeriche svantaggiose il nemico a Dorogobuž. Non solo subì una grave sconfitta, ma fu catturato ed inviato a Mosca. Relegato a Vologda, fu sottoposto a pressioni e torture per convincerlo a passare dalla parte dei moscoviti. Accettò soltanto di partecipare ad una spedizione contro i tartari nel 1506, e dato che, grazie all’esito positivo, la vigilanza fu allentata, nel settembre del 1507 riuscì a fuggire e a tornare nel suo principato. La sua fedeltà fu premiata dal re che gli riconobbe i governatorati (starostva) di Luc'k (città fra le più importanti del regno), Braclav, Vinnycja, e Zvenigorod, oltre al titolo di maresciallo della Volinia.

Nella nuova guerra di Mosca con la Polonia, conquistò Toropec e Dorogobuž, costringendo lo zar alla “pace eterna” fra la Russia e la Polonia (1508). Dopo essere accorso a liberare la sua stessa città di Ostrog da un attacco dei tartari, col vojevoda Martino di Kamenec, col principe Andrea di Zbaraz e Michele di Višnevec, ottenne una schiacciante vittoria a Visnevec nel 1511 contro quegli stessi tartari, le cui continue scorrerie stavano spopolando le terre russe. Quindi, approfittando di un momento di pace, sposò Tatjana Semenovna Gol’šanskaja, dalla quale ebbe il piccolo Elia. Ma la “pace eterna” coi russi durò soltanto quattro anni, e nel 1512 lo zar aprì nuovamente le ostilità, riuscendo a riconquistare l’importante città di Smolensk. L’avanzata dei moscoviti fu interrotta dalla schiacciante vittoria dell’Ostrožskij a Orsza (1514) che, benché non portò alla ripresa di Smolensk, diede un duro colpo alle ambizioni moscovite.

L’arrivo di Bona in Polonia era coinciso con una nuova guerra con Mosca (fine 1517) e un attacco in corso da parte dei tartari. A dire il vero, il suo primo impatto con l’Ostrožskij non fu esaltante, in quanto, ad un anno dal suo arrivo in Polonia, lo vide tornare sconfitto dalla guerra contro i tartari. Ma, attenta com’era alla ricerca delle cause, Bona dovette venire a conoscenza del meccanismo della sconfitta. Inviato nella zona di Bielsk, Lublino e Leopoli, dove i tartari nel 1519 avevano sfondato, Ostrozskij aveva notato che il luogo e il momento erano sfavorevoli per ingaggiare battaglia. Spinto dai nobili polacchi, che lo accusavano di codardia, dovette però accondiscendere a dare battaglia, e così a Sokol russi e polacchi subirono una disastrosa sconfitta. In altri termini, Bona scopriva in quel capitano vincitore di tante battaglie un uomo concreto, che sapeva quando era necessario aspettare, e non lasciarsi trascinare da un orgoglioso quanto dannoso ideale.

Il 1522 fu per lui un anno importante, in quanto il re al parlamento di Grodno gli assegnò la carica di voievoda di Trock, il che comportava il diritto a partecipare alle sedute del senato. La cosa fu vivacemente osteggiata dai nobili. Particolarmente preoccupato era Olbracht Gasztold, il voievoda di Vilnius che, insieme ai Radziwill, era il più importante dei magnati lituani. Il fatto che era sempre in liti territoriali con i Radziwill, faceva sentire Olbracht insicuro a fronte di una nobiltà russa compatta. Infatti, aderivano al partito di Costantino Ostrožskij i più importanti nobili russi, come Ivan Sapieha, voievoda di Vitebsk, Giorgio, voievoda di Sluck, e Gregorio Oskovič, senza parlare degli altri nobili della Volinia e della Podolia. Nonostante le critiche dei nobili polacchi, Sigismondo non recedette dal suo proposito. Non vi sono elementi per precisare il ruolo di Bona in questa “promozione” dell’Ostrožskij, ma gli indizi sono tutti per un ruolo attivo.

In questo stesso anno morì la moglie Tatjana, e l’anno dopo Costantino sposava una nobile di Sluck, Alessandra Semenovna, dalla quale nel 1526 nascerà Basilio Costantino, personaggio chiave nei rapporti fra cattolici e uniati sul finire del secolo. Un episodio accaduto l’anno dopo (1524) illumina anche documentariamente gli ottimi rapporti fra Costantino e Bona. Era in corso una dura guerra coi tartari e il capitano generale Jan Tarnowski disperava di farcela da solo, per cui nell’agosto tornò a Cracovia chiedendo al re di inviare anche l’Ostrožskij al fronte, e auspicava che il re stesso partisse per incoraggiare i soldati. E difatti con tutto l’esercito il 7 settembre il re lasciava Cracovia. Costantino avrebbe potuto raggiungere il fronte direttamente, invece il 9 settembre, prima di partire volle andare a visitare e salutare Bona e il piccolo Sigismondo (granduca di Lituania). Si tratta di un gesto affettuoso, assolutamente non richiesto dalle circostanze, rivelatore della stima ed amicizia fra i due. Il 14 comunque anch’egli prendeva la via di Leopoli, ma i tartari avevano già cominciato a ritirarsi. Per quella “vittoria” il Papa Clemente VII inviò a Sigismondo un elmo ed una spada, come augurio per successive vittorie. In realtà la vittoria vera venne nel 1527, quando in occasione di un’ennesima invasione nel territorio di Bjelsk, Ostrožskij li affrontò a Kanev infliggendo loro una pesante sconfitta.

Una testimonianza importante del rapporto di Bona con Costantino Ostrožskij è costituita da due lettere del suo medico personale Andrea Valentino indirizzate nel settembre e nell’ottobre del 1529 al marchese di Mantova Federico Gonzaga. Dati gli stretti rapporti di questi con la regina,il suo commento alla morte del grande capitano russo può essere considerato un riflesso del commento di Bona. Nella lettera spedita da Cracovia il 2 settembre 1530 il medico di Bona scriveva:"Al secondo di luglio se accese el foco in Vilna, città principal de Littuania et abbrusciò la terza parte de essa et el castello tuto excetto el palazo regio de poco avanti finito d’edificare de valore de cento milia ducati et la rocha superiore, quale sta sopra el monte, contigua al castello fu salva. Maggiore danno è sequito poscia chel S.ore Constantino duca de Ostrogh, palatino trocense, capitaneo generale de Littuani al 10 d’agosto finì sua vita, el quale è stato da tutti li domini de questo Re universalmente deplorato. Il quale fu tanto virtuoso strenuo et fortunato che ha meritato essere chiamato patre del Re et Sua Maestà l’honorava sopra tutti. Ha havuto contro infideli settantaquattro vittorie notabili, è stato profligato sei volte et una captivo anni tre in Moscovia cathenato, fù tanto religioso ne la secta greca, che li Rutheni suoi lo reputavano per santo. Havea d’entrata circa 26 milia ducati et dal Re grandissimo extraordinario, ma ogni cosa mangiava con li soldati et li donava, el povero Signore se ritrovato molti debiti, ma si spera chel Re pagarà ogni cosa".

La seconda lettera, inviata il 12 ottobre di quell’anno, narra di una incursione tartara nel territorio di Kiev, che si risolse con un ricco bottino e con un lieto ritorno degli stessi tartari nelle loro terre, fiduciosi che in mancanza del capitano Costantino nessuno li avrebbe disturbati. Ma avevano fatto male i conti, in quanto il capo dei Circassi, che aveva profonda stima di Costantino e col figlio aveva voluto accompagnare la salma per essere seppellita a Kiev (nel famoso Monastero delle Grotte), non gradì affatto che i tartari approfittassero di quelle esequie. Propose perciò al palatino di Kiev un attacco congiunto, e insieme raggiunsero i tartari massacrandoli tutti, riuscendo solo una trentina a fuggire. La cosa impressionò il sultano Aslan, che preferì abbandonare il suo castello di Očàkov e ritirarsi in Valacchia. Commentava il Valentino:"Et così pare cossì morto, avanti la sepultura habia voluto fare servitio al re suo. Che Dio habia l’anima de questo valente capitaneo.

La morte di Costantino si fece molto sentire nel mondo delle relazioni fra i principi. La scomparsa di questa figura carismatica riportò la nobiltà alle piccole beghe, che invece venivano e citate quand’egli era ancora in vita. Un richiamo alla sua memoria fece Bona nella lite che intervenne nel 1534 fra Giorgio Radziwill, castellano di Vilnius, e Nicola Andreevič di Taliski (distretto di Trock). Il primo era riuscito a privare il secondo di diversi beni ereditari; e Bona, oltre a richiamarsi al senso di giustizia, fa appello alla sua antica amicizia con Costantino Ostrožskij, nonché all’esempio di questi come condottiero. Gli ricordava cioè che prima di guidare un grande esercito contro i nemici, è importante che i cavalieri che lo accompagnano non abbiano rancori verso di lui.

Gli stretti rapporti di amicizia che legarono Bona a Costantino Ostrožskij ebbero anche un epilogo umano nei confronti dei suoi discendenti. Infatti, quando nel 1539 morì Elia Ostrožskij, figlio di Costantino, il principato con tutte le sue ricchezze passò alla figlia Elisabetta, che però, per la sua giovane età, fu amministrato sotto la tutela della madre Beata. Quando il principe Dimitrij Sanguško si presentò a chiedere la mano della giovinetta dovette fare una tale cattiva impressione che madre e figlia gli diedero una risposta negativa. Irritato per il rifiuto, Dimitrij raccolse un piccolo esercito ed attaccò Ostrog, impadronendosi del castello e cacciandone Elisabetta. Quando videro che i parenti avevano timore di mettersi contro i Sanguško, Beata ed Elisabetta decisero di rivolgersi a Bona, che le accolse amorevolmente a Varsavia, dove si era trasferita dopo il matrimonio del figlio con Barbara Radziwiłł.

Il nome che più si faceva come promesso sposo era quello di Simeone di Sluck, ma i polacchi premevano per un nobile polacco, affinché il principato di Kiev fosse annesso definitivamente alla Polonia. Si fece avanti anche il polacco Luca Gurka a contestare certi possedimenti, ma fu respinto sia dalla madre che dalla figlia. Intervennero allora i senatori polacchi avvertendo che se Elisabetta non avesse sposato Luca avrebbe potuto perdere i suoi feudi. Non si sa se la madre si piegasse a questa costrizione, ma è certo che con la figlia poté vivere alcuni anni alla corte di Bona, almeno fino a che questa non lasciò la Polonia. Quando la “vecchia” regina ripartì per “Napoli”, madre e figlia si nascosero a Leopoli nel monastero dei domenicani. Il re ordinò allo starosta di Lvov di consegnare Elisabetta a Luca. Contemporaneamente si veniva a sapere che Nicola Radziwiłł, palatino di Vilnius, avrebbe sequestrato i beni di Elisabetta se questa avesse sposato Luca Gurka. Presa fra due fuochi, Beata aveva riempito il monastero di armati e il custode si rifiutò di consegnarla, provocando così l’assedio del monastero stesso. Intanto, Simeon Luckij riuscì ad entrare nel monastero e a sposare Elisabetta. Finalmente la madre entrò in trattative con lo starosta, che le relegò in una torre in attesa della risposta del re, che continuava a parteggiare per Luca. L’intricata questione si risolse improvvisamente con la morte della giovinetta, e col passaggio del principato allo zio paterno Basilio Costantino Ostrožskij, figlio di Costantino, personaggio centrale nella storia della Russia occidentale a cavallo del XVI e XVII secolo.

Guerra delle gallineModifica

 
Guerra delle Galline nel 1537 di Henryk Rodakowski, 1872, Museo nazionale di Varsavia. Sigismondo seduto è accompagnato da sua moglie Bona e dalla corte reale mentre sono circondati da una folla inferocita all'Alto castello di Leopoli

Nel 1537 ebbe luogo La “guerra delle galline” nei dintorni di Leopoli nel quadro di una spedizione contro la Moldavia. Non era la prima volta che moldavi e valacchi irrompevano nella Podolia e saccheggiavano i villaggi russi della Lituania.

Nel 1531 il generale polacco Jan Tarnowski aveva ottenuto a Obertyn una vittoria contro i moldavi e i valacchi che, al comando del gospodaro Pietro, avevano invaso la Podolia e la Galizia. Lo stesso Pietro fece una seconda spedizione nel 1536, in occasione della quale si poté osservare l’anarchia nobiliare polacca. Al parlamento di Cracovia il re non riuscì ad avere dai nobili alcun aiuto finanziario per la guerra. Per il 15 agosto del 1537 convocò la nobiltà militare a Terebovl’, a metà strada fra Leopoli e Kamenec, ultimo baluardo fortificato. Il re giunse a Leopoli il 13 agosto, dove si raccolse un esercito di 150.000 uomini acquartierati nei dintorni della città. Solo che, invece di dirigersi verso la Podolia, si fermarono in quel territorio rifiutandosi di obbedire al re. I capi dell’esercito, il cui leader sembra essere stato Pietro Kmita (per altri versi vicino a Bona) si ritirarono nel monastero di San Giorgio e fecero pervenire al re e al senato le loro richieste, che avrebbero dovuto essere soddisfatte per iscritto prima della spedizione. L’incontro decisivo sarebbe dovuto avvenire nel villaggio di Zbojskov il 22 agosto. Altri abboccamenti si ebbero quindi in città, come nel convento dei francescani, nel castello inferiore e nella chiesa di San Giorgio.

Non avendo raggiunto alcun accordo con la nobiltà, il re decise di rinviare la guerra e di sciogliere l’esercito ivi confluito. Non era cosa semplice però, licenziare un così grosso esercito che comunque voleva essere pagato. I soldati, per rifarsi dei mancati pagamenti, per alcuni mesi razziarono le masserie impadronendosi degli animali domestici (onde si parlò di “guerra delle galline”).

Licenziato l’esercito dei nobili, il re raccolse come poté un suo esercito che entrò in Moldavia dandosi al saccheggio, al che rispose il gospodaro Pietro penetrando in Podolia e saccheggiando a sua volta. Finché i due eserciti non si affrontarono al fiume Sereta e i polacchi subirono una grave sconfitta (1538). E mentre Sigismondo cercava di convincere i nobili a riprendere la guerra, Pietro saccheggiava Pokutie, Zidjačevsk e Terebovl’.

I ribelli però non la passarono liscia, specialmente i fautori di Pietro Kmita e coloro che avevano goduto dei favori di Bona, come il coppiere Martino Zborowski. Quest’ultimo, con il giudice Giovanni Tassicki, si presentarono alla dieta di Piotrków del 1538 decisi a continuare la loro azione per la difesa dei diritti e delle libertà della piccola nobiltà. Ma le cose andarono diversamente, poiché non solo la regina, ma anche Jan Tarnowski, spinsero il re ad usare le maniere forti. Si sottomisero non soltanto il Tassicki, ma anche Plaza, Dambienski, Morski e Koscyen, che più tardi furono anche perdonati dal re, ma affidati alla vigilanza del Tarnowski. Soltanto Martino Zborowski, per l’opposizione di Bona, non poté riprendere alcun ufficio né fu perdonato. Tuttavia il re non cedette ai suggerimenti dei senatori di farlo uccidere.

Al momento cruciale delle trattative (agosto 1537) viene meglio illuminato il ruolo di Bona in tutta la vicenda. Il re era stato messo alle strette dai nobili in termini perentori: o bloccava la moglie nell’opera di riscatto delle terre a favore della corona, oppure non avrebbero combattuto. Si era trattato, in altri termini, di un vero e proprio ultimatum. La drammatica situazione aveva anche qualcosa di strano, essendosi invertiti i ruoli dei due principali generali, Jan Tarnowski e Piotr Kmita. Il primo, che in politica estera avversava Bona, ora ne sosteneva la politica antinobiliare. Il secondo, tra i maggiori fautori della politica estera di Bona, diveniva ora proprio contro di lei il tribuno della nobiltà. Il motivo di questo atteggiamento di Piotr Kmita va visto forse proprio nel fatto che, pur essendo tanto vicino alla regina, non era riuscito a scavalcare il Tarnowski come castellano di Cracovia e capitano generale dell’esercito polacco. Nonostante la drammaticità del momento, il re aveva dunque scelto la linea suggerita da Bona, mettendosi contro la piccola nobiltà. Quanto a Bona, che allora si trovava a Cracovia, aveva saputo di quella resa dei conti sia ufficialmente, tramite lettere del segretario regio Samuele Maciechowski, che ufficiosamente, da amici provenienti da Leopoli. La data di quelle del Maciechowski (31 agosto e 3 settembre 1537) indica che le lettere erano partite nell’ultima fase delle trattative del re con la nobiltà. Quindi si potrebbe pensare che il re, prima di decidere, voleva sentire l’opinione di Bona, e decidere di conseguenza. La successiva rottura fra il re e la nobiltà potrebbe essere avvenuta quando il re lesse la seguente ferma risposta di Bona che contestava punto per punto le accuse a lei rivolte dalla nobiltà:

«Bona, regina di Polonia, a Samuele Maczieowski, segretario maggiore del re.

Venerabile e devoto a noi diletto. Abbiamo ricevuto da voi due lettere, una del 31 agosto e l’altra del tre di questo mese, alle quali rispondiamo congiuntamente. Esse, infatti, anche se non sono state di nostro gradimento, dato che non avete fatto che compiere il vostro dovere, siamo non poco soddisfatta. La risposta data da Giovanni di Tarnow, castellano di Cracovia, alla nobiltà, ci è piaciuta sotto tutti gli aspetti, avendo egli fatto uso di quella eloquenza, quella prudenza e quella fedeltà che era giusto che fosse usata da un saggio, costante e fedele consigliere, i cui meriti noi non dimenticheremo e la regia maestà e il serenissimo nostro figlio non mancheranno di mostrargli gratitudine. Abbiamo letto ed esaminato attentamente le risposte della nobiltà a questa risposta (del Tarnowski), notando come gli interessi privati e l’avidità siano contrabbandati per il bene comune, col pretesto del quale gli uomini malvagi ne abusano per i propri comodi. Benché, infatti, non avete fatto il nome di chi abbia steso queste risposte, dal tono e dalle parole abbiamo facilmente indovinato che le ha scritte Tassicki, giudice di Cracovia. Per la qual cosa, se la nostra ipotesi non è errata, ce ne doliamo molto, poiché quest’uomo ha osato mettersi contro di noi e la maestà regia, dopo che ha sperimentato su di sé la nostra grazia ed umanità, avendo noi con liberalità cresciuto e favorito due suoi figli alla nostra corte, e se fosse un uomo buono saprebbe chi ringraziare. Ma egli è anche un giudice, e quindi potrà giudicare quale lode egli meriterà da questo suo atteggiamento. E forse verrà il tempo in cui diremo le cose come stanno. Come dice il proverbio, molte sono le strade che portano a Roma. E se una non è praticabile, ne prenderemo un’altra. In ogni caso, affinché andiamo sul sicuro, vogliamo che per lettera ci facciate sapere se è stato lui a scrivere queste cose o qualcun altro. Vogliamo che ci facciate pervenire le querele della nobiltà di tutte le terre.

Infatti, dalle lettere che ci avete inviato, abbiamo capito fra l’altro che i nostri sudditi si lamentano di noi perché stiamo riscattando le terre regie, il che nei nostri confronti non è una piccola ingiuria e per la loro avidità vogliono imporci nuove leggi, e portarsi ad una condizione inferiore alla loro, ritenendo che sia lecito che essi siano superiori a noi. Appellandosi allo statuto del re Jagiellone, contestano che noi possiamo possedere i beni regi, essendo noi di stirpe ducale. Ora, questa stessa motivazione ed impedimento noi possiamo addurre contro di loro, che ci muovono l’accusa, e obbiettare che anch’essi non sono affatto in condizione di possedere beni regi, poiché sono contenti di chiamarsi duchi e conti e titoli analoghi come usano fare sia nelle lettere che nei monumenti e persino scolpire su pietra. Ed esigono ciò da altri, al punto che non tollerano in alcun modo se qualcuno si rivolge a loro omettendo tali titoli. Ma ecco che proprio questi santissimi custodi dei diritti e delle leggi ignorano la nostra stirpe e la nostra condizione. Pensano che noi siamo nata da una stirpe ducale, mentre noi discendiamo dalla stirpe e dal sangue di re illustrissimi. D’altra parte questo statuto di Jagiellone Ladislao va inteso dei duchi e di coloro che discendono dai duchi, sudditi del regno o anche non sudditi, e non delle regine, poiché noi non siamo duchessa né suddita del regno, ma siamo la regina del regno di Polonia e principe e signora di tutti i suoi sudditi, e di conseguenza questo statuto non può essere applicato a noi. Infatti, se questo statuto escludesse dal possesso dei beni regi le regine di Polonia, e se questa fosse stata la mens del legislatore, quando la legge fu promulgata, certamente ci sarebbe stata una menzione esplicita sulle regine. Se ai nostri sudditi è lecito possedere beni regi, come mai a noi, che pure siamo loro regina e signora, non è lecito? Eppure noi, ascoltando buoni consigli, raccogliamo quei beni mal gestiti e di lapidati per la regia meaestà e per il serenissimo nostro figlio, riprendendoli da coloro che in massima parte li hanno abbandonati o in buona parte li hanno addirittura usurpati e rivendicati per darli in eredità ai loro familiari. Quanto poi al fatto di incolpare di questo il magnifico Nicola Wolski, castellano di Sandomir e maestro della nostra curia, come nostro consigliere ed esecutore di questo programma di riscatto dei beni regi, c’è da dire che gli fanno un gran torto, quasi che noi non avessimo sufficiente ingegno e giudizio per capire le cose utili e oneste da riportare alla regia maestà e alla repubblica. Invece, il nostro amore verso la regia maestà e il nostro serenissimo figlio, come pure verso i nostri sudditi, ci costringe e ci spinge a riscattare i beni della corona e a costruirvi rocche munite per la sicurezza degli stessi nostri sudditi. A questa causa abbiamo devoluto e continuiamo a devolvere il nostro denaro e le nostre energie, piuttosto che a spenderlo per altre cose inutili o addirittura a portarlo fuori dal regno. Ma gli uomini stolti non sono grati a noi della nostra bontà e benevolenza, e Dio li castigherà per la loro ingratitudine. Tuttavia, quale che sia la decisione che la regia maestà prenderà su di noi e sul possesso dei loro beni, che ora teniamo noi, ci rimetteremo all’arbitrio di sua maestà, che è il re, marito e signore nostro veneratissimo, alla cui sola volontà è certo che noi ci sottomettiamo. Ai discorsi che poi aggiungono, che nessuna regina di Polonia ha mai avuto tanti beni, tante facoltà e possedimenti come abbiamo noi,risponderemo apertamente quanto segue: nessuna regina di Polonia portò con sé una così ricca dote, tanto denaro, tante cose preziose, nonché tanti domini e ducati, come invece abbiamo portato noi, per cui non c’è da meravigliarsi se queste stesse regine avessero in Polonia meno possedimenti di noi. E si sbagliano di grosso questi che indagano sulle nostre cose e credono che questi possedimenti li abbiamo riscattati e comprati con denaro polacco. Noi sappiamo bene e lo sanno bene molti altri che i beni che abbiamo comprato li abbiamo comprati con il nostro denaro italiano. Ma Dio non consolerà costoro che con spirito malevolo ci stanno augurando la povertà, che ci vorrebbero ridotti nella stessa miseria, nel bisogno e nell’umiliazione, in cui essi tengono le loro mogli, le figlie e i figli, al livello delle quali vogliono in ogni cosa abbassare la dignità e l’eminenza nostra regale, pur non appartenendo noi al casato di un nobile qualsiasi, ma siamo, come è a tutti noto, di illustrissima stirpe regale. Se le nostre ricchezze e la nostra fortuna li offende tanto al punto di volerci togliere quei beni che qui in Polonia abbiamo comprato giustamente e lodevolmente, forse con la stessa avidità ed avarizia tenteranno di toglierci anche i beni che abbiamo in Italia. Ma non faranno nulla, poiché il Signore Dio non ci abbandonerà e non ci mancherà il pane in eterno. Che la nobiltà voglia bloccarci le mani e tenerci ferma sotto le sue nuove leggi, senza che possiamo intervenire in alcuna altra cosa, ed in particolare senza che possiamo intercedere presso la regia maestà per i disgraziati e i colpiti da qualche grave calamità, è cosa manifesta a tutti. E di questi interventi ne abbiamo fatti molti, non solo a favore di persone importanti, ma anche di persone di medio livello e di bassa condizione, e sono risultati per loro di giovamento e utilità. Ed ora ecco come si sono rivelati grati delle nostre intercessioni quelli a favore dei quali le abbiamo fatte, ed ecco quanto, ora che è necessario, quegli stessi vengono in nostro aiuto.

Abbiamo collocato ovunque nei nostri possedimenti dei capitanei possessionati. E se in qualche parte qualcuno non è possessionato, che difficilmente è più di uno, ciò è accaduto per una nostra sconsideratezza. Anche se un errore simile è facilmente correggibile. Questi nostri capitanei, compresi i non possessionati, si comportano molto più giustamente, equamente ed umanamente verso i loro vicini di quanto non si comportino coloro che lanciano accuse nei loro confronti. A proposito di queste ingiurie, gravami e danni che questi nostri capitanei dovessero apportare ai nobili vicini, la vera grande ingiuria la fanno contro di noi egli stessi capitanei coloro che non si vergognano di confezionare e diffondere cose tanto indegne. Quando poi i nobili, che si trovavano vicini ai nostri possedimenti, si erano lamentati di molestie da parte nostra o dei nostri ufficiali, cosa che noi abbiamo sempre proibito, non abbiamo mancato di ordinare loro di comportarsi con i vicini e con tutti gli altri secondo l’equità del diritto. E se anche si raccogliessero tutti i nostri vicini, nessuno avrebbe un giusto motivo di lamentarsi di noi o dei nostri ufficiali, né per paura resterebbero in silenzio o si limiterebbero a brontolare, come sostengono gli autori di queste querele. Infatti, i nobili che si trovano a confine con i nostri beni non mostrano di temere tale prossimità, anzi il più delle volte ne sono contenti, e verso questi ci comportiamo molto più umanamente e più giustamente di coloro che contro di noi costruiscono tali indegne falsità e incitano alla protesta chi non sa come stanno le cose. Anzi questi hanno oppresso i nobili loro vicini, tanto che temendo la loro tirannide e crudeltà, questi ultimi hanno preferito fuggire dal regno, abbandonando con dolore le loro cose e le proprietà. E quelli hanno occupato le loro terre, cosa che noi a suo tempo e a suo luogo non passeremo sotto silenzio. Ma nessun altro possiamo incolpare che noi stessa, che, ignara dei loro costumi, abbiamo sinora offerto la nostra grazia e benevolenza ad uomini turbolenti ed ingrati, alimentando e consolidando con la nostra generosità la loro ricchezza e potenza che ora rivoltano contro di noi. Ma noi, con nostro grande dolore, abbiamo ormai cominciato a conoscere queste piccole volpi, che Dio giusto voglia portare alla perdizione con tutta la loro astuzia e leggerezza. Questi talvolta chiedono di essere aiutati da noi, tra l'altro si offrono e promettono opere e servizi e ossequi, e fiducia, e costanza e che altro non promettono? E dopo aver ottenuto ciò che desideravano, quasi dalla sorgente del Leteo bevevano lunghi periodi di dimenticanza, e dimentichi dei nostri benefici a loro favore, non solo non ce li riconoscono, ma si danno a montare contro di noi cose nefaste ed indegne di ogni genere, che Dio gliele rovesci sulle loro teste.

Poco tempo prima avevamo ricevuto una lettera dalla regia maestà scritte di vostro pugno, in cui ci si informava che il magnifico Pietro Kmita, palatino di Cracovia, si era lamentato di noi per aver patito molestie e danni da parte nostra e dei nostri sudditi. Intorno a queste lamentele null’altro di certo potevamo allora rispondere se non questa sola cosa, che non sapevamo assolutamente nulla di queste molestie e danni e che certamente non avevamo dato alcuna disposizione in tal senso. Né potevamo fare alcuna altra difesa, non conoscendo affatto quali e quanti fossero i danni da lui subiti, fino al momento in cui non mandavamo un nostro fedele servitore, Alberto Lubowicki, a vedere sul posto come stessero veramente le cose. Questi, dopo aver preso visione diretta ed attenta del problema, tornò e dichiarò che nessun danno era stato arrecato dai nostri sudditi. Una sola cosa aveva notato fuori dell’ordinario, che i nostri sudditi pascolano le loro pecore nei campi e pascoli del palatino di Cracovia. I quali pascoli per diritto di buon vicinato non sono una molestia per nessuno, essendo comuni ai nostri ed ai suoi sudditi, come del resto i vicini hanno sempre fatto conservando una mutua comprensione. D’altra parte, anche se questi pascoli non fossero stati comuni, quel signore, in considerazione della nostra grazia e dei non pochi benefici che ha ricevuto dalla regia maestà e da noi, non avrebbe dovuto montare un caso da una cosa così insignificante. Anzi, se volesse mostrarsi grato, dovrebbe concederci sia questa che cose ben maggiori.

Ma state a sentire l’impudenza e la slealtà di uno che quelle cose che rinfaccia a noi, in realtà è proprio lui che le ha fatte contro di noi. Egli, infatti, ha introdotto nei nostri campi più di 300 contadini con cavalli e giumenti, facendo asportare frumento in maturazione, mentre i frutti della terra in parte furono portati via, in parte consumati, il resto fu buttato per terra e calpestato, e maltrattato al punto che nessuno potesse poi raccoglierne neppure un chicco di grano. E dopo aver compiuto questa cattiveria è ricorso alla regia maestà con false e congegnate calunnie, pensando che alle sue calunnie dovesse prestarsi fiducia come all’oracolo di Apollo, e che essendo giunto prima a lamentare la cosa alla maestà regia la sua causa avesse un buon vantaggio. Così, ciò che avremmo dovuto intentare noi nei suoi confronti, lo ha fatto lui contro di noi.

Ecco dinanzi a voi la menzogna impudente e matricolata di un uomo ingiusto ed ingrato. Ormai sapete, come ci ha ringraziata. Dio lo giudicherà per questo. E intorno a ciò avremmo tante cose da dire. Non vogliamo riferirle in questa lettera, ma ce ne riserviamo di parlarne di persona a suo tempo.

Inoltre, tornando da Leopoli, un cittadino di Cracovia ci ha riferito le stesse cose che voi ci avete scritto, cioè che, dopo che era stato stabilito e definito nel senato che la nobiltà di tutte le terre coi castellani e i comandanti, prese le armi, partissero contro il nemico, un consigliere sarebbe uscito dal senato rinunciando alla nobiltà con la seguente dichiarazione: “che questa spedizione contro il nemico è stata decretata soltanto per incutere terrore alla nobiltà; in conseguenza di questo terrore i nobili sarebbero stati più inclini e disposti a contribuire al vitto dei soldati mercenari che a tutte le altre cose richieste dal re, assicurando i presenti che non c’era nulla da temere per questa spedizione contro i valacchi, che era stata montata solo per diffondere una infondata paura; il re stesso non avrebbe partecipato alla spedizione, e quindi nemmeno i nobili erano tenuti a partire”. In tal modo, la nobiltà veniva gettata nel dubbio già prima di mettere in atto le conclusioni del senato e veniva demotivata dal partire contro il nemico come era stato deciso. Poi, riprendendo sicurezza e baldanza, si impuntò pertinacemente sulle sue posizioni, finendo col creare una gran confusione, non lasciandosi convincere in alcun modo a seguire quegli argomenti che l’avrebbero riportata a buoni e miti consigli. Il che avendo ingiustamente fatto, questo consigliere popolare estorse dalle mani della regia maestà la speranza di riaggiustarsi ben bene le proprie cose. Noi consigliammo a sua maestà di partire e lo ammonimmo a non confidarsi con tutti, ma solo con quei pochi della cui fedeltà aveva le prove. Siamo particolarmente amareggiata che ci troviamo ad avere simili consiglieri popolari, senza alcun senso di responsabilità, che diffondono e a modo loro i segreti del consiglio tra gente facilmente manovrabile, il che è di estremo danno a sua maestà e alla repubblica. Quale sia la giusta pena per queste frodi ognuno lo può facilmente valutare. Ovunque, presso tutti i re e principi e in ogni repubblica bene ordinata queste azioni sono punite sempre con la pena capitale. E ciò non deve affatto meravigliare. Infatti, anche intorno a Cristo non molti erano gli apostoli, eppure fra quei dodici componenti il senato del Signore fu trovato uno che era un traditore. La fiducia non è mai troppa! Sarebbe perciò opportuno che la maestà regia e l’intero consiglio senatoriale punissero queste cose con un giusto e memorabile avvertimento, e proibissero e impedissero queste assemblee e congiure che la stessa nobiltà temerariamente organizza contro le pubbliche leggi del regno. Anzi, il regno non potrà uscirne incolume fino a che tali cose non vengono estirpate, e non si libera di questi dispetti e ricatti portati contro di esso. In questi conciliaboli infatti il popolo si trasforma in una belva dalle molte teste e raggiunge un potere difficilmente controllabile. Per cui bosogna con avvedutezza prendere provvedimenti affinché in futuro non vengano più organizzati simili assembramenti.

Con questi mali, a meno che il tempo non porti consiglio, non vediamo in che modo lo stato del serenissimo nostro figlio possa mantenersi nella debita dignità con sudditi tanto ribelli, tanto turbolenti e temerari. Per cui esortiamo la regia maestà, che esamini la cosa diligentemente e decida di conseguenza che cosa può concedere o promettere alle importune richieste dei nobili. Infatti, se qualcosa egli concedesse loro (che sia tanto pernicioso alla condizione e dignità regia ed anche alla repubblica), essi potrebbero pretenderlo come dovuto dalla legge, né tollererebbero che per alcuna ragione poi lo si possa loro togliere. Quindi stia attento sua maestà che lo stato suo e del serenissimo suo figlio venga gettato in certe difficoltà e angustie dell’insana plebe, dalle quali non potrà più uscirne né sua maestà che il serenissimo figlio. Diversamente porterebbe il serenissimo re giovane, nostro figlio, ad una povertà tale da fargli auspicare una vita da privato piuttosto che rimanere irretito in limiti così ristretti per governare il regno. Quale cosa, che Dio non voglia, potrebbe essere più miserabile, più infelice, più disgraziata di questa? Perciò il nostro consiglio, almeno per ora, se non si può avere di meglio, è di fare una tregua con i valacchi che, come abbiamo sentito, sembrano propensi alla cosa, e sciogliere questa assemblea di nobiltà disobbediente, prima che sua maestà, il serenissimo figlio nostro e noi stessa siamo costretti ad accettare altre indegnità dai nostri stessi sudditi. Quanto poi a quelle cose che la nobiltà rimprovera a sua maestà di aver fatto contro le leggi e gli statuti del regno a suo discapito, sua maestà può ritorcere contro di loro che essi ancor di più hanno violato e continuano senza fine a violare le leggi. E la nobiltà patirebbe non minori mali se sua maestà applicasse con rigorosità ai trasgressori le leggi e gli statuti.

Ma non era opportuno che sua maestà scendesse in tali dispute legali coi suoi sudditi in questo momento e in questo luogo. Queste sono cose che si affrontano in tempo di pace e di serenità interna. Era conveniente, invece, spronarli quanto prima contro il nemico, affinché potessero condurre a termine la guerra cui erano stati chiamati con pubblico editto. Infatti, sua maestà non è partita per fare assemblee, o dibattiti, né per esaminare liti pendenti con loro. Una volta partito, il re non doveva permettere una moltitudine senza freni, e specialmente lasciare briglie sciolte a comandanti così faziosi. Se fosse stata colpita prima la temerità di costoro e la brama di turbare ogni cosa, oggi non avremmo questi problemi. Dall’impunità è cresciuta l’audacia, generata appunto dalla eccessiva tolleranza e pazienza di sua maestà. Tanto più che i sudditi ingrati non si rendono conto della sua età, degli sforzi, delle guerre, delle vittorie, né del suo buono, giusto e moderato governo. Tuttavia, questi erculei custodi e difensori dei diritti si accorgeranno se queste loro scelte siano poi andate a vantaggio di sé stessi, della repubblica e della gloria e onore del regno. Per quanto concerne le loro richieste sul catasto e sui registri della cancelleria, noi vi scorgiamo una somma stoltezza ed una brama di occupare i beni regi. Essi, infatti, laddove i nostri sudditi usurpano i beni regi, tolgono valore e credibilità a questi libri, mentre, al contrario, li considerano validi in tutte quelle cose generiche dalle quali non sperano di cavarci nulla. Che cos’altro è, quando si attribuisce credibilità solo a una parte di questi libri oppure volerli abolire del tutto e toglierli dalla faccia della terra, se non immensa cupidigia di usurpare le cose altrui e invereconda e temeraria richiesta di una cosa iniqua? Diamo fiducia agli annali e alle storie. Diamo fiducia alle leggi e agli statuti. Diamo la stessa (fiducia) agli atti municipali, agli atti giudiziali, agli atti dei concistori, agli atti civili. Diamo anche fiducia agli atti e libri mercantili e delle associazioni regolarmente istituite. Diamo ancora fiducia alle lettere processuali, e sapendo che una parte è falsa pure siamo costretti a dar loro fiducia poiché così stabiliscono le nostre leggi e i nostri statuti (come è successo qualche anno fa per l’affare Mosinski), e ai libri regi, ai libri dei cancellieri scritti con somma diligenza da notai giurati non presteremo fede alcuna? Soltanto a questi libri catastali, che sono come un comune e peculiare tesoro di tutti gli uomini, e delle azioni e delle cose umane un testimone fedelissimo, non vorremo prestare fede? E ciò per l’avarizia di un solo uomo fazioso e insolente? Non crediamo infatti che gli altri nostri uomini perderanno la ragione, al punto di sostenere l’ingiusta richiesta di un uomo toccato nel cervello ed avaro a danno di sé stessi e di tutto il regno. A noi sembra che una pretesa tanto impudente e perniciosa, che viene colorata col pretesto del bene comune, verrà rigettata dalla ragione di tutti. A questi libri autentici tutti gli uomini quando perdono i loro documenti possono ricorrere; su di essi potranno poggiare la certezza e la solidità dei loro beni e delle loro sostanze. Di conseguenza, non è proprio il caso di spendere troppe parole, visto che la cosa si difende da sola. Questo dunque pensiamo che dovreste suggerire a sua maestà quando sarà il momento e, se a sua maestà parrà opportuno, rispondere ai clamori della folla inesperta. Voi poi tenete queste cose nascoste e non comunicatele a nessuno, nemmeno agli amici e ai vicini. Informatevi, tuttavia: vi sono in quella moltitudine persone che prendono le nostre parti, che hanno a cuore le nostre cose e la nostra dignità, e in particolare che meritano la nostra benevolenza?

Dato a Cracovia l’8 settembre dell’anno del Signore 1537.»

(Lettera di Bona a Samuele Maczieowski, segretario maggiore del re, che riporta la sua risposta alle accuse della nobiltà polacca rivolte a lei.[14])

La suddetta lettera in occasione della ribellione del 1537, che è una difesa del senso della giustizia contro la piccola nobiltà, in particolare per quanto detto del trattamento delle donne e sull’importanza dei libri catastali è molto illuminante.

Politica InternaModifica

In politica interna Bona tese a rafforzare il potere reale, organizzando alla corte un proprio partito nonché accumulando una notevole quantità di latifondi. Combatté il potere dei nobili allo scopo di fare della Polonia un moderno Stato assolutista, sull'esempio della Francia, della Spagna e dell'Inghilterra: poiché ai nobili era affidato il compito di eleggere il nuovo re, nel 1530, quando era ancora vivo il padre Sigismondo, fece incoronare l'unico figlio Sigismondo Augusto, appena decenne, senza richiedere l'approvazione della nobiltà, in modo da farle intendere che la successione al trono doveva seguire la linea dinastica. I nobili ottennero solo la promessa che nel futuro nessuna incoronazione avrebbe avuto luogo durante la vita del re e senza approvazione della Dieta dei nobili, il Sejm Walny.

La forte personalità di Bona prevalse chiaramente nella politica interna dello Stato. Educata nella tradizione del potere accentrato, Bona tendeva costantemente a trasformare l'organizzazione medioevale della Polonia in uno Stato nuovo, basato su una forte monarchia ereditaria e centralizzata, grazie al concordato con Roma, Bona sottomise alla sua autorità una parte dell'alto clero. Per rompere la preponderanza dei magnati si accordò con il partito nazionale del primate G. Laski, appoggiò le rivendicazioni della piccola e media nobiltà e, grazie a una saggia distribuzione delle cariche, introdusse alla corte un gruppo di cortigiani a lei devoto. Fra questi furono il maresciallo del regno P. Kinita, P. Opaliński, il diplomatico e vescovo G. Dantyszek, il primate Piotr Gamrat. Come nei suoi principati italiani Bona volentieri faceva entrare gli eruditi al servizio dello Stato. Si preoccupava di aumentare l'autorità del potere reale e dell'amministrazione della giustizia, e in relazione a ciò perseguiva severamente gli abusi dei magnati. "Negli affari che richiedevano severità" esigeva "che si mostrasse la mano forte", ma restando nei limiti di una azione legale. Agiva contro i privilegi dei magnati nei tribunali, esigendo che fosse applicata loro la pena di morte. Anche se non sfuggì ad eccessi di autorità, le accuse di avvelenamenti fattele dai contemporanei furono probabilmente false: Bona stessa se ne difese con molta energia.

Molti meriti sono poi riconoscibili a Bona quale amministratrice energica e capace. Le sue riforme economiche riguardanti i vasti possedimenti statali della Lituania, assieme ad un'ottima riforma agraria (la così detta "pomiara włoczna" - misura del terreno -), com'anche la riforma riguardante il tesoro (rivendicazione dei possedimenti statali), quella del sistema doganale e la concessione in appalto dei dazi fecero aumentare le entrate dello Stato e lo strapparono al primitivismo economico, in cui fino allora era rimasto. Nelle sue riforme amministrative e fiscali Bona seguiva il modello napoletano della Regia Camera della Sommaria. Bona mirava a formare un tesoro della corona che fosse la base di un rafforzamento del potere. Dal 1519 cominciò a concentrare nelle sue mani vasti possessi in Lituania (il principato di Pinsk e di Kobryn, i capitanati di Kleck, di Horodło e di Krzemieniec). Nel 1524 ottenne dal re grandi estensioni di terre nella foresta del Niemen, poi incominciò, a comprare ed eventualmente a ricomprare i beni dai magnati di Lituania. In queste sue terre si svolgeva una intensa attività di colonizzazione, si fondavano villaggi e città, le imposte in natura furono sostituite da imposte in denaro, furono emanati decreti sull'economia, costruiti castelli, chiese, scuole, dando all'economia del luogo un ritmo decisamente più agile, in cui circolasse il denaro, riducendo il pagamento in natura, mentre si mirava ad assicurare alla Lituania l'accesso al Baltico.[15]

Sembra che nella realizzazione delle sue riforme, per quanto riguarda la riforma agraria, introducesse diversi prodotti italiani, almeno a giudicare dall'uso di termini italiani per indicare diversi prodotti. Volle ad esempio una maggior estensione di campi dedicati alla coltivazione della vite, il che molto probabilmente le veniva dalla sua esperienza pugliese. Introdusse anche alcuni alberi, come ad esempio il pioppo, che si prestava bene alla decorazione dei giardini.

Tale disegno di un rilancio dell'economia spinse Bona a favorire i contadini, i borghesi e gli ebrei, contro i privilegi dei nobili. Un atteggiamento che si spostò anche nel campo della giustizia, nel quale i nobili facevano il bello e il cattivo tempo. Bona volle invece che la giustizia fosse applicata equamente, anzi con severità, ed anche i nobili avrebbero dovuto dare un esempio di responsabilità. Non solo quindi doveva finire la loro impunità, ma per le colpe gravi doveva essere applicata la pena di morte.[16]

Anche nella Polonia centrale propriamente detta (la cosiddetta Corona) Bona aumentava la fortuna familiare degli Jagelloni e fra l'altro riuscì a far rientrare il principato di Masovia nel loro patrimonio. Credendo che una delle cose più importanti necessarie per rafforzare l'autorità reale fossero entrate adeguate, la regina Bona cercò di raccogliere quanta più ricchezza dinastica possibile, il che avrebbe dato l'indipendenza finanziaria di suo marito per difendere il regno dalle minacce esterne senza il lento sostegno del Parlamento. Bona contribuì a riformare la tassazione dell'agricoltura, compresi i dazi uniformi sui contadini e le misurazioni dell'area. Queste azioni generarono enormi profitti.

Politica culturale e mecenatismoModifica

 
Tomasz Makowski, Vilna Magni Ducatus Lithuaniae caput, 1600. Il Palazzo dei Granduchi di Lituania, che fu ampliato per volere di Bona, è contrassegnato col numero 6

L'importanza di Bona nella storia culturale della Polonia fu particolarmente grande e diversa a seconda dei settori in cui si svolse. Ebbe la massima influenza nel campo delle arti decorative: dell'oreficeria (per la quale il figlio ereditò una particolare predilezione), della tessitura e in quello del ricamo (diede un grande contributo alla formazione della famosa collezione di centoquattordici arazzi di Wawel, importati da Bruges nel 1533: la collezione ebbe infatti inizio con i quattordici arazzi portati da lei in Polonia nel 1518), dell'allestimento dei giardini (l'introduzione di nuove specie d'alberi decorativi, come, ad esempio, il pioppo italiano, l'estensione della cultura della vite), della decorazione dei giardini (il giardino all'italiana fu introdotto per esempio a Zwierzyniec, presso il castello reale di Wawel). Proteggeva la musica e il canto ed aveva alla sua corte eminenti rappresentanti di quest'arte (ad esempio A. Pesenti, mediatore principale dell'influenza italiana sulla musica polacca). In maniera non minore influenzò la scultura e l'architettura: a lei si deve sia il monumento funerario del granduca Vitoldo nella cattedrale di Vilnius. Portò in Polonia rinomati artisti, architetti e scultori dall'Italia. Protesse i pittori, fra i quali Pietro Italiano, che dipinse quadri per la cattedrale di Cracovia. Non si deve poi dimenticare che alla corte di Bona come già a quella di Sigismondo si formò e riunì un gruppo di rinomati architetti e scultori come Francesco da Firenze, Bartolomeo Berrecci, Giovanni di Lorenzo Cini da Siena, Giovanni Maria Mosca detto Padovano, G. B. Ferro, lo scultore di gemme e medaglioni G. G. Caraglio; tutti questi apportarono il Rinascimento italiano nella cultura artistica polacca sottraendola alla supremazia tedesca che fino allora aveva dominato.[17]

Accanto al profondo interesse di suo marito per la rinascita dell'antichità classica, Bona fu determinante nello sviluppo del Rinascimento polacco. Il suo coinvolgimento artistico più noto fu l'ampliamento del Palazzo dei Granduchi di Lituania a Vilnius e la costruzione del Castello di Ujazdów, che comprendeva un grande parco e un serraglio. Essi furono eretti da Bartolomeo Berecci da Pontassieve, che progettò diversi altri progetti in Polonia.[18]

Il mecenatismo di Bona nel campo della letteratura fu invece di importanza piuttosto limitata e di carattere cortigianesco. Anche in questo caso però ella riunì attorno a sé celebri poeti latino-polacchi come Andrzej Krzycki, Jan Dantyszek, Mikołaj Hussowski, i quali lodavano nelle loro poesie "la sua scienza, sapienza e amore della Repubblica e della religione" e il fatto che essa desidera la felicità e la prosperità" per la sua seconda patria. Essa appoggiò i padri della letteratura in lingua polacca, come per esempio S. Ga̢siorek e Mikołaj Rej. La letteratura italiana non trovò in Bona una feconda protettrice e le opere a lei ispirate (ad esempio quelle di Colantonio Carmignano) ebbero un'impronta cortigiana e in parte ancora caratteristiche medioevali. Le dediche di alcune opere di minore importanza e i resti della sua corrispondenza con Pietro Aretino sono tutto ciò che rimane di Bona in questo campo. Né la regina si distinse in modo particolare per lo sviluppo della cultura scientifica in Polonia: non si interessò all'incremento dell'unica scuola superiore, la università di Cracovia, benché nutrisse molta stima per gli scienziati e gli eruditi che erano al suo servizio (ad esempio L. Alifio, Scipione di Somma, [[Michele della Torre ]]) e cercasse di farne venire altri in Polonia (ad esempio ingegneri militari per la costruzione di fortificazioni). Non riuscì a realizzare l'interessante progetto di far venire in Polonia l'umanista Quinto Mario Corrado, che avrebbe dovuto scrivere una moderna storia della Polonia. L'influenza di Bona fu invece molto importante per lo sviluppo del pensiero politico moderno e per l'introduzione di nuove forme di amministrazione nello Stato.

 
Introduzione della musica italiana alla corte di Sigismondo I e Bona, 1874, Kazimierz Mirecki

Bona Contribuì molto anche a migliorare e raffinare la vita sociale e i costumi. Amante dei bei vestiti e delle stoffe, Bona propagò la moda del suo paese d'origine, e in ogni campo della vita civile estese la possibilità di influenza italiana e di sviluppo dei rapporti fra i due paesi: ne risultò l'organizzazione, dopo il 1520, di una linea postale fra Cracovia e Napoli. La corte della regina, formata subito dopo il suo arrivo in Polonia e composta di Italiani e di Polacchi, costituì l'elemento principale di questo avvicinamento e dello sviluppo dell'amicizia polacco-italiana. Fra i più noti italiani appartenenti alla corte sono da ricordare i giuristi L. Alifio e Vincenzo Massilla, il poeta N. A. Carmignano, il musicista A. Pesenti, il medico e agente diplomatico G. A. Valentino, i teologi Michele della Torre e Francesco Lismanini. Il gruppo polacco era più modesto e si componeva di persone educate nelle università e nelle corti italiane. Alla corte di Bona si formarono parecchi noti personaggi della vita statale ed ecclesiastica polacca, come Piotr Gamrat, Jakub Uchański, M. Dzierzgowski, Walerian Protasewicz ed altri. I primi matrimoni delle dame di corte di Bona con Polacchi come anche il fatto di ammettere i nobili italiani nei ruoli gentilizi polacchi furono la dimostrazione del ruolo svolto dalla corte di Bona nell'approfondire l'amicizia polacco-italiana.[19] Considerata la madre della cucina polacca, introdusse nel Paese le verdure italiane. Grazie a lei sulle tavole polacche arrivarono una serie di cibi fino ad allora sconosciuti, come pomodori commestibili, cavolfiori, broccoli, spinaci, carciofi, ecc., nonché spaghetti e varie preparazioni di spezie che la regina amava. Inoltre, con l'arrivo di Bona, il consumo di vino aumentò, sostituendo gradualmente l'idromele.

Bona e Sigismondo I seppero creare un clima culturalmente fertile nei loro regni, capace di stimolare il pensiero autoctono e le attività intellettuali: basti pensare a Niccolò Copernico, che proprio in quel periodo si dedica allo studio del sapere astronomico e all’elaborazione della sua opera rivoluzionaria (De revolutionibus orbium coelestium, 1543).[20]

Politica religiosa e religiositàModifica

 
Sigillo di Bona Sforza

In Polonia la popolazione non seguiva un'unica confessione religiosa: oltre a una maggioranza cattolica, vi erano ortodossi, cristiani armeni e musulmani a Oriente, luterani a Nord, ebrei, e piccoli gruppi di calvinisti e di antitrinitari, questi ultimi giunti soprattutto dall'Italia per sfuggire alle persecuzioni.

L'arrivo di Bona in Polonia coincise con due momenti importanti nella storia del cristianesimo sia occidentale che orientale. Per quanto riguarda quello occidentale basti pensare che il suo matrimonio con Sigismondo a Napoli (per procura) ebbe luogo soltanto un mese e sei giorni dopo che Lutero aveva affisso le sue 95 tesi contro le indulgenze sulla porta della chiesa di Wittenberg. In altri termini, la sua nuova vita in Polonia andò di pari passo col sorgere del protestantesimo in Europa. Per quanto riguarda, invece, il cristianesimo orientale, la sua presenza in Polonia coincise con gli sforzi degli ortodossi di riconquistare la propria autonomia rispetto al clero latino.

Il concilio di Firenze (1439) aveva avuto effetti durevoli perché basato su due concetti fondamentali: il riconoscimento del primato papale (da parte ortodossa) e il riconoscimento dei diritti e della tradizione ortodossa (da parte cattolica). Anche se la Russia moscovita aveva rigettato tale unione, quella occidentale l'aveva accolta. Nel primo ventennio del XVI secolo però l'unione poco a poco era divenuta sottomissione dei "Greci" (= russi) ai latini, onde il desiderio degli ortodossi di staccarsi nuovamente dai cattolici e tornare alla tradizione ortodossa. Il problema protestante e la questione ortodossa si imposero all'attenzione di Bona solo negli anni trenta. Prima, invece, come regina dovette affrontare il suo rapporto con la gerarchia ecclesiastica.

L'atteggiamento di Bona verso il mondo ecclesiastico rifletteva quello dei sovrani rinascimentali. I dogmi e le principali verità di fede non rientravano nei suoi interessi. Dalle varie lettere risulta la sua fede nell'aldilà, la sua sensazione che dopo la morte ci sarebbe stata una rimunerazione o una punizione. Ma non la si vide mai entrare in problematiche teologiche sui punti dibattuti della dottrina cristiana, pur essendo la sua l'epoca di Lutero, Zwingli ed Enrico VIII. La religione per lei era una parte della vita sociale e del mondo politico, un ottimo strumento per agevolare il governo della popolazione. Come la madre, anch'essa chiedeva preghiere, inviava doni alle chiese. Non mancò mai ai suoi doveri di regina di una nazione che, nonostante il cattivo esempio del clero, rimaneva pur sempre profondamente cattolica. Partecipava normalmente ai servizi liturgici ed aveva sempre uno o due confessori personali. Dalla scelta di questi ultimi si può dedurre che Bona non considerava una pura formalità esteriore l'avere un confessore, bensì teneva ad essere circondata da persone valide sia culturalmente che spiritualmente.

Un esempio di tali personalità era fra Marco della Torre, di Venezia, dei frati minori francescani. Eletto provinciale in Polonia, si preoccupò dei frati che lasciavano l'ordine fidando nella dispensa pontificia. Per cui chiese al nunzio in Polonia di farsi interprete della sua preoccupazione e chiedere al papa di non concedere facilmente dispense ai frati. In una lettera re Sigismondo esaltava la singularem illius doctrinam et raras virtutes. In un'altra indirizzata al capitolo generale dei francescani, re Sigismondo evidenziava la virtù della prudenza e la santità di vita, nonché la grande attività per riportare i conventi di Polonia da un generale rilassamento ad una regolare vita religiosa. E Bona fece del suo meglio affinché questo suo poenitentiarius riuscisse nella sua attività riformatrice dell'ordine.

La regina ebbe contatti non solo con le più alte cariche ecclesiastiche polacche, ma anche con gli stessi papi, coi quali fu quasi sempre in buoni rapporti, ed essi ricambiavano favorendo i suoi disegni politici ed economici. Leone X (1519) e Clemente VII (1524) le riconobbero, oltre al diritto di intervento nella nomina dei vescovi, una notevole libertà nel disporre delle prebende e dei benefici legati ai vari capitoli di canonici o asedi episcopali.

Ottenute poi le necessarie dispense papali e con il consenso di Sigismondo, fu lei a scegliere i vescovi, tratti dalla nobiltà, purché servissero con fedeltà il sovrano. Era un modo per assicurarsi i servigi di vescovi meno fedeli alle direttive di Roma e più devoti alla causa dello Stato polacco, oltre che un sistema per sottrarre potere alla nobiltà, che cercò di dividere contrapponendo alla piccola nobiltà che controllava la Dieta la grande aristocrazia del Senato.

Quanto ai rapporti fra il cattolicesimo e l'ortodossia, la politica di Bona era ispirata ad un atteggiamento di reciproco rispetto e tolleranza. Anche se il sovrano era cattolico, non poteva non tener conto che una gran parte dei suoi sudditi era ortodossa. Per cui, apprezzando la fedeltà politica dimostrata dai sudditi ortodossi, non cercò di ostacolare quel cammino da essi intrapreso tendente a staccarsi sempre più da quell'unità con la chiesa cattolica sancita al concilio di Firenze (1439) e che aveva retto abbastanza bene sino al 1500 circa. Tale politica, già di Sigismondo e pienamente condivisa da Bona, aveva già portato notevoli frutti in campo politico. Alla morte del fratello Alessandro, Sigismondo aveva lasciato che la vedova Elena, figlia dello zar Ivan III, continuasse ad aiutare gli ortodossi della Lituania. Dovette essere proprio questa atmosfera di tolleranza religiosa a far mantenere sempre fedele alla corona il più potente dei principi lituani, Costantino Ostrozski. Fu lui, quando le armate vittoriose dello zar avanzarono nella Russia Bianca conquistando Smolensk (1514), ad infliggere loro una pesante sconfitta, che se non ottenne la riconquista di Smolensk, riuscì a fiaccarne la spinta. Secondo il voto fatto prima della vittoria di Orscia contro i Russi, il re gli permise di costruire due chiese ortodosse a Vilnius, una dedicata alla Trinità e l'altra a San Nicola.

Come l'Ostrožski, fedele ai sovrani polacchi si tenne il metropolita Giuseppe II Soltan di Smolensk (1507-1521), anche quando la Polonia era in guerra contro Mosca. Per tale fedeltà, il re Sigismondo nel 1519 gli riconobbe potestà su tutti i vescovi della sua metropolia. La morte di Giuseppe II coincise con i progetti di Bona su Sigismondo II come duca di Lituania. Dato che la fedeltà dell'Ostrožski e dello stesso metropolita non garantiva della fedeltà dei loro successori o eredi, sembrò più prudente prendere qualche iniziativa a sostegno di una maggiore tranquillità del ducato lituano. Nel 1522 Sigismondo il Vecchio emanava un decreto, per il quale solo i lituani di rito latino che erano catholicae et romanae fidei potevano ricoprire cariche nello stato polacco. Una deliberazione che fu introdotta anche nello statuto polacco lituano del 1529.

Sempre nel 1522, però, Sigismondo riconosceva un unico capo degli ortodossi di Galizia e Podolia, indipendente dall'arcivescovo latino, Bernardino Wilczek. Il vicario del metropolita, scelto nella persona del nobile ortodosso Gdasicki, si dimostrò abbastanza attivo, ridando così fiducia ai fedeli ortodossi. Anzi, non mancarono casi di ortodossi che erano passati al cattolicesimo e che ora ritornavano all'ortodossia. La cosa, ovviamente, dispiacque all'arcivescovo latino, che ottenne dal re l'allontanamento del Gdasicki e la sua sostituzione col cattolico Sikor. Anche il metropolita di Kiev, Giuseppe III (1522-1534), propose un candidato, ma senza successo. Poco a poco gli ortodossi si organizzarono e furono unanimi nello scegliere come vicario Macario Tuciapski, un notabile di Leopoli. Il metropolita lo ordinò sacerdote per dargli maggiore autorevolezza.

L'arcivescovo latino non ebbe però difficoltà nel parlamento polacco a dimostrare che si era trattato di un atto arbitrario, senza il consenso del re. Nel 1538 l'insoddisfazione sociale, già viva per suo conto, fu portata ad una tensione tale che a Leopoli sfociò in dei moti popolari. Colui che cercò e favorì una soluzione pacifica fu proprio il primate di Polonia, Piotr Gamrat, il quale accolse con tutti gli onori una delegazione ortodossa. Anche Bona accolse dei delegati della Galizia ortodossa, i quali le donarono una notevole somma di denaro (200 voli). La regina si interessò quindi più direttamente al problema e ottenne dal re che la nomina del vicario del metropolita non fosse più un privilegio dell'arcivescovo latino. Quest'ultimo tornò alla carica, facendo fare marcia indietro al re. Ma anche gli ortodossi ripresero le loro pressioni, donando altro denaro. Così, finalmente, su richiesta del re, Tuciapski fu consacrato vescovo dal metropolita di Kiev ed il re in data 22 ottobre 1539 lo confermò vicario per gli ortodossi della Russia occidentale.

Il mancato successo dell'arcivescovo latino ebbe come contraccolpo il rafforzamento del metropolita di Kiev, Macario (1534-1556), che nel 1540 convocava a Novogrodek (ove risiedevano i metropoliti di Kiev) il Tuciapski, ottenendone la rinuncia all'autonomia ecclesiastica. Di conseguenza, a partire da questa data, il metropolita ortodosso di Kiev riprendeva la giurisdizione sulla diocesi di Halyč e Leopoli, e quindi su tutta la Russia occidentale. La nomina del metropolita di Kiev restava comunque di facoltà regia, anche se il re non mancava di comunicare il nominativo all'arcivescovo latino di Leopoli. Ad esempio, nel 1549 il re Sigismondo II comunicò all'arcivescovo latino Pietro Starzechowski la sua nomina del metropolita di Kiev nella persona di Marco Balaban, successore del defunto Macario. Sotto il governo di Sigismondo il Vecchio, dunque, e con l'attiva partecipazione di Bona, la chiesa ortodossa si riorganizzò e riprese vigore. Divenne particolarmente attiva nei luoghi in cui furono istituite delle confraternite, come a Vilnius, con la confraternita della Purissima Madre di Dio (1538), e a Leopoli, con la confraternita di San Nicola (1544).

Mentre tutto ciò accadeva nella parte orientale dello stato polacco lituano, il cristianesimo occidentale stava attraversando uno dei suoi periodi più travagliati, il che non poteva non avere le sue ripercussioni anche sull'attività di Bona. Proprio gli anni che l'avevano vista divenire regina erano quelli che avevano segnato il cristianesimo occidentale di una terribile prova, la nascita del protestantesimo, provocata in gran parte dall'incapacità della gerarchia cattolica di interpretare le esigenze del popolo di Dio e avvertire la necessità di una riforma. Anche in Polonia, nonostante la corruzione di gran parte dell'episcopato, anzi forse proprio per questo, i fedeli sentivano la necessità di una riforma ecclesiale. Lo stesso Sigismondo seppe rendersi interprete si questa esigenza, intuendo che essa non poteva essere affidata al papa, il quale era proprio il rappresentante di quella istituzione che aveva più bisogno di riforma. Seguendo la tradizione polacca del XV secolo, propose di affidare la riforma ad un concilio ecumenico. Tale fu il senso della risposta (1 maggio 1525) al pontefice che gli chiedeva di inviargli dei vescovi polacchi in vista di una commissione pontificia per la riforma. La risposta era stata ispirata dall'arcivescovo di Gniezno, Jan Łaski. E che questa fosse la convinzione del re è dimostrato da una sua lettera all'imperatore Carlo V, affinché convocasse lui un concilio, considerando la reticenza e la passività del papato. A fare da ambasciatore in quel periodo su tale questione era sempre l'onnipresente Giovanni Dantisco, che era anche il fidato ambasciatore di Bona.

È difficile dire come mai poi, quando fu convocato il concilio di Trento Sigismondo e Bona non inviassero alcun prelato polacco. Probabilmente perché convinti che un concilio convocato dal papa e dall'ostile imperatore asburgico non poteva portare alla riforma sperata. La sua impostazione, infatti, piuttosto dogmatica e ritualista, confermava i loro timori che ci si sarebbe limitati ad una riforma esteriore, che non intaccava il punto più bisognoso di riforma, la morale del clero. Pur essendo temperamentalmente contraria ad ogni tipo di protestantesimo che mettesse in discussione il tradizionale ordine politico, il tipo di religiosità di Bona non poteva non sentirne il fascino. Della religione, infatti, ciò che più l'attraeva erano gli aspetti umanitari, e soprattutto le virtù della giustizia e della carità. Per cui, rigettò decisamente il protestantesimo dottrinale, ma ne colse le implicanze morali.

Il suo confessore personale nel 1546 era Francesco Lismanini, nativo di Corfù e già da qualche anno provinciale dei francescani di Cracovia. Data la sua posizione a corte, questi poteva portare specialmente dall'Italia i testi proibiti dell'umanesimo e della riforma, creando così nella capitale polacca un circolo culturale di homines scholastici, nonostante l'opposizione dell'arcivescovo di Cracovia Maciejowski, che lo accusava di eresia. Sembra che fosse proprio Bona ad evergli donato dei Sermoni di Bernardino Ochino e ad esortarlo a leggere le prediche di questo riformatore protestante, conteso dalle varie corti italiane, e che fu all'origine del suo passaggio più tardi alla Riforma. Sempre il Lismanini era precettore del figlio di Bona, Sigismondo Augusto, a cui insegnava le Istituzioni di Calvino e contribuì alla fondazione di un'Accademia calvinista a Pińczów.[21]. Inoltre il medico di Bona era quel Giorgio Biandrata che al tempo era, almeno apparentemente, cattolico, ma divenne un aperto antitrinitario. Ma i rapporti amichevoli di Bona col Lismanino e con lo stesso Ochino non devono far pensare che ispirasse simpatie ai protestanti, che furono nei suoi confronti molto severi.[22]

Inoltre, verso il mondo protestante Bona non nutriva generalmente eccessive simpatie, tanto è vero che diede informazioni agli inquisitori romani che esaminavano il suo ex segretario Uchanski, vescovo di Cuiavia, e che fu poi dichiarato eretico dal Papa Paolo IV. Una eccezione faceva quando c’erano di mezzo simpatie personali oppure riscontrava un interesse per la cultura in genere. Quest’ultimo caso si verificò, ad esempio, nel 1539, quando giunse a Vilnius il riformatore protestante Abramo Culvense (1510-1545), che aveva studiato a Cracovia, Siena e Wüttemberg. In poco tempo questi riuscì a conquistarsi le simpatie della regina, e con la sua protezione fondò una scuola luterana, dove però si studiava scienza. Egli costituì quindi una ricca biblioteca, ove accanto ai classici, si potevano trovare gli scritti di Hus e Melantone.

Non vedeva male neppure quei protestanti che, senza alcun fanatismo, propugnavano idee “ecumeniche”, a suo avviso utili per il bene e la tranquillità dello stato. Nel 1543 non si oppose alla pubblicazione di un’opera del protestante Andrea Frycz Modrzewski, che proponeva una unione fra tutte le confessioni cristiane, inclusi quindi i ruteni. Anche Orzechowski, che nel 1543 aveva lanciato l’idea di una lega antiturca insieme agli Asburgo, nel 1544 cominciò a proporre progetti di riunione fra la chiesa cattolica e la chiesa rutena, continuando in questa campagna fino alla fine del concilio di Trento.

Governo del Ducato di BariModifica

 
Miniatura raffigurante Bona, 1553 circa, Lucas Cranach il Giovane, Museo Czartoryski, Cracovia

Durante i 38 anni trascorsi in Polonia (1518-1556) Bona fu costantemente in contatto con le corti italiane, specialmente Ferrara e Mantova. Forte in lei era il senso della nazione e, nonostante la sua tempra machiavellica, dalle sue lettere traspare una certa trepidazione per i destini dell'Italia. Il nome stesso "Italia" viene preferito nel suo epistolario ai singoli stati italici, sia per indicare l'invio di qualche suo rappresentante nella penisola che per esprimere le sue ansie per le guerre dalle quali l'Italia era lacerata dappertutto.

Ovviamente, al di là dell'Italia vista nel quadro della più vasta politica internazionale, c'è poi un'Italia che le sta ancora più a cuore perché ne è la diretta signora, vale a dire quegli "stati italiani", composti da numerosi feudi, il più importante dei quali era il ducato di Bari.

Per la sua innata prudenza è probabile che Bona, in previsione di un eventuale sviluppo negativo della vicenda polacca, mettesse in bilancio un suo rientro nei feudi italiani. Né va sottovalutato il sentimento nostalgico verso una terra dove il rinascimento dava uno spazio più vasto alla donna di quanto non lo desse in Polonia. Per cui, per tutto il periodo trascorso in Polonia, non cessò mai di mantenere contatti con le corti di Mantova e Ferrara e di seguire le vicende dei suoi possedimenti nel regno di Napoli. Nei primi anni polacchi poteva contare pur sempre su quella straordinaria "manager", che era la madre Isabella, tutta protesa a diffondere in Italia l'immagine più attraente e prestigiosa della figlia. Come l'eccezionale divulgazione della notizia della nascita di Sigismondo Augusto, figlio di Bona, in tutta Italia nel 1520.

Due anni dopo tutto il regno fu colpito dalla peste che mieté numerose vittime. Ma Isabella non si trovava né a Napoli né a Bari. Era fuori dal regno di Napoli, a Roma per un pellegrinaggio. Al suo rientro a Napoli sfuggì alla peste, ma si ammalò di idropisia, e la sua salute andò sempre peggiorando. Anche se Isabella cercava di non drammatizzare, Bona venne a sapere delle cattive condizioni di salute della madre e, pur non presagendo che le cose sarebbero precipitate in così breve di tempo, volle essere prudente e muoversi in anticipo sugli eventi. Così nel 1523 inviò il suo fedele ambasciatore Giusto Ludovico Decius, il quale, giunto nel mese di luglio, fece la spola fra Bari e Napoli. In quest'ultima città, oltre a difendere i diritti di Bona nella Regia Camera della Sommaria, teneva compagnia e seguiva il decorso della malattia di Isabella. Sei giorni dopo la morte di Isabella (avvenuta a Napoli l'11 febbraio del 1524), egli si affrettò a tornare a Bari per prenderne possesso a nome della duchessa Bona. Non si sa Bona da chi apprendesse la morte della madre. Probabilmente da qualche messo che faceva la spola fra Napoli, Ferrara, Milano e la Polonia. Infatti, una delle maggiori preoccupazioni di Bona era stata sempre quella di avere un efficiente servizio postale. E certamente il Decius dovette farne uso. Tuttavia lettere in tal senso partirono anche da Bari.

La morte della madre, che l'aveva sempre guidata ed aveva preso per lei importanti decisioni, per Bona era stato un vero colpo. Tuttavia, da vera discepola di Isabella, la regina riportò rapidamente la mente all'azione. Con diploma del 13 marzo 1524 designò il barese Ludovico Alifio, dottore in Legge, nonché il vescovo polacco Giovanni Dantisco (Jan Dantyszek), amministratori del ducato.

Undici giorni dopo scriveva la lettera testé riportata, in risposta alla richiesta dei baresi di approvare i privilegi della città. Ma Bona si illudeva che il ducato sarebbe passato dalla madre a lei naturalmente e senza intoppi. Mai una successione si sarebbe rivelata così controversa. L'Alifio e il Dantisco si erano messi in viaggio fiduciosi. Ma il viaggio era lungo fino a Bari, ed essi non immaginavano neppure che mentre attraversavano l'Austria e puntavano verso Venezia, a Bari scoppiava una sommossa contro il tesoriere della defunta Isabella. A Bari, infatti, la morte di Isabella aveva dato libero sfogo agli scontenti del passato regime, soprattutto contro il procuratore e favorito di Isabella, Giosué de Ruggiero. Questi, che aveva avuto da Isabella la chiesa di Santa Caterina e l'ospedale di San Tommaso nell'area antistante il castello, era già molto inviso alla popolazione, tanto che si era sparsa la voce che il palazzo da lui costruito fosse infestato dagli spiriti. In ogni caso, alla notizia della morte di Isabella scoppiò una sommossa che colse di sorpresa il De Ruggiero, che fu costretto a lasciare ignominiosamente la città.

Fu trascinato dunque a viva forza nella piazza maggiore e, in ginocchio dinanzi al palazzo comunale, dovette ascoltare il violento discorso pronunciato da Nicola de Rosellis che, basandosi su denunce del notaio Nicola di Castellana di Rutigliano, gli rinfacciò tutti le sue scelleratezze ei danni causati alla città. La conclusione della vicenda fu descritta in modo vivace dallo storico Francesco Lombardi sul finire del XVII secolo. Al termine, egli narrava come le guardie accompagnassero l'ex governatore fuori città, mentre una turba vile di sfrenati ragazzi con l'oltraggiosa armonia di alcuni indegni istrumenti, beffeggiandolo l'accompagnò per un miglio fuori delle mura. Non è impossibile che l'Alifio e il Dantisco, giunti a Venezia, apprendessero dei moti scoppiati nella città di Bari. Infatti, dal momento della loro probabile partenza (seconda metà di marzo), al loro arrivo (il 27 maggio), corre un tempo un pò troppo lungo, considerando che la loro meta diretta era proprio Bari. È da ritenere quindi che i due attesero che si calmassero le acque. Poi presero il mare per Bari.

Come l'Alifio ed il Dantisco fecero il loro ingresso a Bari, il Decius prese la via della Polonia. Dopo pochi giorni anche il Dantisco lasciò Bari per continuare la sua missione diplomatica tra la Spagna (presso la corte imperiale) e Venezia, lasciando all'Alifio il compito di riportare la città alla normalità. Come si può vedere, i rappresentanti di Bona, giunti un mese dopo questi fatti e misfatti, avevano un compito tutt'altro che facile, a causa del comportamento fin troppo avido del favorito della madre di Bona. Per di più, a queste difficoltà di carattere locale, vanno aggiunte quelle di carattere più ampio dei legittimi diritti. La rapidità con cui Bona si era mossa, infatti, si spiega col desiderio di far trovare eventuali pretendenti di fronte al fatto compiuto, come pure con l'intento che i disordini scoppiati in città alla notizia della morte di Isabella non rendessero il ducato ingovernabile. Ma se la sua era una mossa necessaria, non significa che raggiungesse subito lo scopo.

Bona, fino al 1556, amministrò il suo ducato dalla Polonia. Il suo governo fu severo e autoritario, ma anche magnanimo e benevolo con i suoi sudditi. Dalla Polonia diresse molti interventi nel suo ducato effettuando donazioni in favore di Modugno. Nel 1518 (quando era ancora duchessa Isabella) concesse al Capitolo di Modugno 425 lire per restaurare la chiesa Maria Santissima Annunziata, concesse la creazione di un mercato di otto giorni a favore della chiesa di Sant'Eligio (ora chiesa di San Giuseppe delle Monacelle), fece costruire un ospedale per i poveri vicino alla stessa chiesa.[23]

Bona cercò di alleviare le sofferenze della popolazione del ducato che spesso soffriva di siccità facendo costruire diversi pozzi. A Modugno, fece costruire lungo la via che conduceva a Carbonara un pozzo profondo 60 metri[24] che rimase visibile fino al 1960. Un altro dei pozzi pubblici costruiti da Bona è presente ancora oggi a Bari alle spalle della Cattedrale di San Sabino e riporta l'iscrizione in latino (tradotta in italiano): “Venite o poveri, con letizia e bevete senza spese l'acqua che vi fornì Bona regina di Polonia”[25][26]. Tra le varie opere pubbliche promosse per la salute pubblica, fece realizzare un canale lungo le mura di Modugno per evitare che le acque reflue ristagnassero per le strade e provocassero malattie.[27]

La regina Bona portò con sé alla corte di Sigismondo I diversi letterati e uomini di cultura che fece suoi ministri. Fra questi si ricordano i modugnesi Scipione Scolaro, Girolamo Cornale (fratello di Amedeo) e Vito Pascale, tanto stimato a corte che, quando questi chiese di tornare in patria, il giovane Sigismondo II Augusto di Polonia gli chiese di rimanere nominandolo cancelliere.

È possibile, ma non si hanno notizie certe al riguardo, che la regina possedesse a Modugno un proprio Palazzo nel quale si recava quando era in visita in città. Esso è individuato in una costruzione che sorge ancora oggi nei pressi della chiesa del Carmine. È certo che Bona possedeva a Modugno una scuderia di cavalli nei pressi della chiesa matrice.

Bona cercò anche di ampliare il proprio ducato: nel 1536 acquistò la città di Capurso e nel 1542 acquistò anche la contea di Noja e Triggiano. Per raggiungere la cifra necessaria all'acquisto della contea (68 000 ducati) impose nei suoi feudi delle nuove tasse, e in questa occasione l'Università di Bari (amministrazione comunale) si lamenta presso la regina del fatto che Modugno sia “laudata e amata più di questa città (Bari) dalla M.V. (maestà vostra)”[28].

Bona e il figlio Sigismondo AugustoModifica

 
L'educazione del re Sigismondo Augusto, 1861, Józef Simmler

Ricordando il giorno del suo matrimonio napoletano (6 dicembre), nonché il patrono del suo ducato, fu proprio a San Nicola che Bona e Sigismondo fecero elevare preghiere per ottenere la grazia di un figlio maschio che assicurasse la successione al trono. Come si è detto, la prima nascita fu quella di Isabella, ma il 1º agosto del 1520 vedeva la luce il tanto sospirato maschietto, Sigismondo II Augusto. Non si può immaginare la gioia che questa nascita portò sia ai genitori, che indissero feste a Cracovia, che alla duchessa Isabella, che mise a festa la città di Napoli. Scrivendo ad Alfonso d'Este lo stesso giorno del parto, Bona diceva: Per gratia de nostro Signore a questa hora havemo parturito un figliol mascolo, del che rendemo infinite gratie et quante possemo, si non quante dovemo a chi il tutto di sopra dispone e governa. A Napoli, la duchessa Isabella ricevette la notizia dal medico brindisino Cola de Cateniano. Con palese soddisfazione Isabella inviò lettere alle principali corti italiane, comunicando anche le feste che aveva programmato per il 2 settembre a Napoli.

Il re e la regina non mancarono di manifestare la loro gratitudine verso il santo del ducato di Bari e del giorno nuziale di Bona. Si mostrarono perciò generosi verso la chiesa di Bari che custodiva le reliquie del famoso taumaturgo di Myra. Fu lo storico della dinastia Jagellone, Giusto Ludovico Decius, a portare a Bari i doni dei sovrani, fra i quali spiccava una bellissima statua d'argento. Lo storico barese Antonio Beatillo sottolineava che era stato proprio in occasione della nascita del figlio che Bona aveva inviato un bellissimo reliquiario pieno di quelle molte Reliquie alla chiesa di Bari. E l'opra d'argento, indorato nel piede dove sono l'arme della Reina, et una crocetta, che tien di sopra, ma il vase delle Reliquie è tutto d'oro. L'altezza è di un palmo e mezo, l'artificio di maraviglia, et il valore di grandissimo prezzo, per esservi incastrate in varij luoghi sette perle di strana grossezza, quattro giacinti, otto zaffiri, una prasma, quattro smeraldi, et una elitropia lavorata in modo, che fà una statua di San Giovanni Battista. Le gemme accennate sono tutte rustiche, come le produsse la natura senza essere tocche da maestro, onde sono assai grosse, e per conseguenza di gran valore. Nel tempo istesso tiensi che donasse al medesimo luogo la Reina una bellissima cassettina d'argento dorato d'un palmo in quadro con le sue arme, nella quale conservano adesso i chierici alcune Reliquie di quei Santi Martiri Rufino, Macario, Giusto e Teofilo, i cui sacri Corpi giaceno nella Chiesa del Giesù di Bari; et un quadretto piccolo pur d'argento dorato con molte gioie pretiose. Tutto ciò mandò la Reina Bona alla nostra Chiesa di San Nicolò, mentre fù nel Regno di Polonia.

Diversi scrittori e poeti cantarono l'avvenimento, come ad esempio Ludovico Decius nell'opera Chronica Polonorum pubblicata nel 1521, in cui esaltava le origini augustee della famiglia reale polacca. In Polonia, come del resto nella Moscovia del tempo, i sovrani facevano di tutto per ricostruire le loro genealogie facendole risalire all'imperatore romano Augusto. Bona e Sigismondo il Vecchio aggiunsero espressamente questo nome a quello tradizionale di Sigismondo.

Il fausto avvenimento, tuttavia, mise ancora una volta Bona in contrasto con la nobiltà polacca. Nel 1522 ottenne che il figlio fosse riconosciuto erede del trono di Lituania, cosa che ufficialmente ebbe luogo nel 1529 col titolo di granprincipe. Mentre nel 1530, Come si è detto, contravvenendo a tutte le usanze polacche, Bona faceva incoronare re il figlio, essendo ancora vivo il padre. La reazione della nobiltà non si fece attendere. Si sparse voce che i nobili, ad impedire un'eventuale reggenza della madre alla morte di Sigismondo, preferivano quale reggente il principe prussiano Alberto, mentre Sigismondo sarebbe cresciuto circondato da un consiglio di senatori. I nobili ottennero solo la promessa che nel futuro nessuna incoronazione avrebbe avuto luogo durante la vita del re e senza approvazione della Dieta dei nobili, il Sejm Walny.

In realtà Sigismondo Augusto, nonostante la giovane età e le paure della nobiltà, crebbe in uno spirito di autonomia, prendendo spesso atteggiamenti che non piacevano né alla madre né alla nobiltà. Bona non riuscì, ad esempio, ad impedire il suo matrimonio con Elisabetta, legata alla dinastia asburgica, contro la quale essa agiva politicamente.

Il matrimonio di Sigismondo Augusto con Elisabetta, figlia del nemico di Bona, l'arciduca Ferdinando, re dei Romani e fratello di Carlo V, era stato organizzato ai primi del 1542. Il 25 aprile partivano da Vienna il suddetto re Ferdinando e la consorte Anna, poi, mentre il re deviava per raggiungere Praga, Anna e la figlia Elisabetta (accompagnate dal conte di Sarno e da don Pedro de Corduba) proseguivano per Olmiz, ove trovavano ad attenderle diversi duchi tedeschi e dove le raggiunse il vescovo di Cracovia accompagnato da 1500 cavalieri polacchi. Quando la domenica giunsero presso Cracovia, da questa città uscirono molte dame incontro alla regina. Nel corteo organizzato da Pedro de Corduba andavano avanti 300 cavalieri ungheresi, seguiti da 1000 tedeschi, dopo i quali avanzavano dodici paggi con dodici bellissimi cavalli, che erano il dono di re Ferdinando al genero. Sigismondo Augusto, vestito "alla napolitana di velluto nero, con cento gentiluomini similmente vestiti", andò loro incontro e abbracciata la regina, tornò verso Cracovia insieme. Si diressero verso la cattedrale, sulla cui scalinata attendevano il re Sigismondo il Vecchio e la regina Bona. A quel punto i trombettieri italiani smisero di suonare, permettendo a 24 trombettieri polacchi di continuare. Elisabetta abbracciò il re e la regina e tutti entrarono in chiesa ove ebbe luogo il matrimonio e l'incoronazione di Elisabetta.

Non fu di lunga durata la felicità dei nuovi sposi, commentava il Ciampi nel riportare un brano di Marco Guazzo, aggiungendo che la morte di Elisabetta nel 1545 solo due anni dopo suscitò grande dolore in Bona. Una affermazione, questa del Ciampi, che è tutt'altro che condivisa da molti autori. In Elisabetta, infatti, Bona vedeva un rampollo di quella dinastia che da un lato era un pericolo per la Polonia (per il sostegno all'autonomia della Prussia) e dall'altro era la fine delle sue ambizioni su Milano. Di conseguenza non è da meravigliarsi che, quando Elisabetta, nel fiore della giovinezza, morì (1544), non pochi, conoscendo questi sentimenti di Bona, avanzarono il sospetto che la morte fosse stata procurata da lei.

Lasciando quindi in ombra i sentimenti autentici di Bona alla morte di Elisabetta, va detto che non vi furono comunque serie conseguenze, anche perché Bona era al massimo del suo potere e il marito Sigismondo aveva pur sempre fiducia in lei. Del resto, il figlio non prestò ascolto a quelle dicerie. La svolta avvenne nel 1548, quando il vecchio Sigismondo morì. Per testimonianza di vari scrittori, Bona assistette il marito per tutto il tempo che precedette la morte, lo pianse, e con le figlie l'accompagnò alla sepoltura.

 
Ritratto di Bona in abito vedovile, 1557 circa, castello reale di Varsavia

Finite le cerimonie funebri ed assumendo autonomamente il governo della nazione, Sigismondo Augusto rese di pubblico dominio le sue nozze segrete del 1547 con la lituana Barbara, figlia del barone Giorgio Radziwiłł, castellano di Vilnius, appartenente quindi ad una delle più potenti famiglie della Lituania. Se Elisabetta non andava a genio a Bona perché apparteneva alla dinastia nemica degli Asburgo, Barbara non le andava perché per il figlio Bona desiderava un partito ben più prestigioso e redditizio sul piano dinastico e politico, visto che la dinastia di Barbara, evidentemente, non aveva alcun peso politico nel panorama europeo, un matrimonio che, visto sotto l'aspetto degli interessi dinastici e nazionali, sembrava dimostrare l'immaturità politica del giovane re. Bona avrebbe preferito, infatti, fargli sposare persino un'altra figlia del suo nemico Ferdinando o la primogenita di Ercole II d'Este, duca di Ferrara, e soprattutto di Renata di Francia, strettamente imparentata con la famiglia reale francese per essere figlia di Luigi XII, un matrimonio che Bona stava progettando e che avrebbe potuto favorire i suoi sforzi di insediare sul trono di Ungheria la figlia Isabella[29] e che avrebbe rafforzato i suoi interessi in Italia.

È però possibile che Sigismondo avesse intenzionalmente evitato un matrimonio d'interesse, in coerenza coi propri principi morali: si sa che nella sua biblioteca vi erano libri di Calvino e di Erasmo da Rotterdam. Di quest'ultimo possedeva in particolare la Institutio principis christiani nella quale, tra l'altro, l'umanista olandese condannava i matrimoni stipulati dai regnanti per perseguire i propri interessi politici: «I principi dovrebbero rifuggire dalle alleanze straniere e soprattutto dal contrarre matrimoni fuori dai loro confini. Che senso può avere un accordo per il quale un matrimonio cambia a un tratto un irlandese in un sovrano delle Indie o fa di un siriano un re d'Italia? Oltre tutto, i matrimoni regali non garantiscono la pace. L'Inghilterra aveva concluso un'alleanza matrimoniale con la Scozia e tuttavia Giacomo V invase l'Inghilterra».[30]

Nemmeno la Dieta dei nobili approvò il matrimonio, e cercò di far recedere Sigismondo dal passo compiuto, attraverso il ripudio o, in alternativa, abdicando, oppure ancora privando la moglie dei suoi diritti di regina.

Ne nacque quindi una furiosa controversia, che vide una volta tanto Bona sulla stessa barricata con la nobiltà polacca. La cosa che sorprese un po' tutti fu il fatto che il mondo ecclesiastico, palesemente debitore di tante cariche a Bona, restò alquanto tiepido alle sue esortazioni. Oppure cominciava a rendersi conto della forte personalità del giovane Sigismondo Augusto. E che Sigismondo fosse dotato di grande personalità lo dimostrò quando la Dieta polacca si pronunciò contro questo matrimonio, non cedendo alle pressioni che gli venivano fatte. Il nobile Pietro Boratynski era stato il portavoce dei nobili, e lo aveva supplicato in ginocchio di annullare ilmatrimonio. Ma il giovane Sigismondo rispose: Quel che è fatto non può disfarsi. Credete dunque ch'io possa mantenere la fede verso di voi, quando voi volete ch'io la rompa verso la mia donna?. Minacciando una verifica dell'autenticità dei titoli nobiliari, molti si calmarono. Ed anche Bona dovette far buon viso a cattivo gioco, e venire a rendere omaggio alla nuora che veniva incoronata regina a Cracovia.

Tuttavia Barbara si ammalò molto presto, senza speranza di guarigione e a quel punto Bona volle riconciliarsi con la nuora: in una sua lettera,[31] dichiarò «di riconoscere e onorare la Vostra Altezza Serenissima come propria figlia e beneamata nuora [...] prega e spera che il Signore Iddio vi guarisca presto». La guarigione non ci fu e Barbara Radziwiłł morì a Cracovia a soli trent'anni l'8 maggio 1551, non prima di aver disposto di essere sepolta in patria, a Vilnius.

La morte prematura di Barbara riversò sospetti su Bona: in molti casi, non riuscire a stabilire la reale causa di una morte portava a credere all'intervento di pozioni somministrate nel cibo e nelle bevande e la fama di «avvelenatori» che nel Cinquecento circondava i principi italiani ingrandiva le congetture. Inoltre, l'attività di governo da lei esercitata destava lo scontento dello stato nobiliare, il quale vi intravedeva una minaccia al proprio potere, tanto più inammissibile e umiliante, trattandosi di una donna che oltretutto appariva autoritaria e collerica.

Da parte sua Sigismondo non sembra che desse molto credito alle voci di avvelenamento, ma non fece nulla per difendere la madre da questa accusa. Troppo vivo era il fastidio creatogli dalla sua continua critica ed opposizione, per poterla discolpare. Tanto più che questo sospetto che pesava sulla madre serviva egregiamente, liberandosi della sua tutela, alla presa effettiva del potere da parte di lui.

Bona intuì subito che la situazione era ormai cambiata radicalmente e che il figlio non le avrebbe permesso di partecipare al governo dello stato. Praticamente estromessa dalla vita politica, già nell'agosto del 1548 si trasferì a Varsavia, lasciando libero il campo al figlio. Né in quell'atmosfera di sospetti, che ormai l'avvolgeva pesantemente, avrebbe potuto governare serenamente.

Si fece strada allora in lei il pensiero di tornare in Italia. Nel 1549 spedì 300.000 ducati e molti oggetti preziosi. Quindi a più riprese chiese al figlio ed alla dieta il permesso di rientrare in Italia, ma per diversi anni le fu negato.

Un certo rasserenamento dei rapporti ebbe luogo col terzo matrimonio di Sigismondo Augusto con l'arciduchessa Caterina d'Austria, sorella della prima moglie di Sigismondo e vedova di Francesco III Gonzaga, duca di Mantova. La mutata atmosfera si riflette in un panegirico scritto per l'occasione da Stanisław Orzechowski, già autore di una orazione per la morte di Sigismondo il vecchio: Panegyricus Nuptiarum Sigismundi Augusti Polonorum Regis priore correctior et longe locupletior, in appendice al quale venne pubblicata una Bonae Reginae luculenta laus, Cracovia 1553. Due testi scritti forse in epoca diversa, ma che assumevano un significato nuovo proprio perché apparsi insieme a Cracovia. Il che non sarebbe mai avvenuto senza il benestare del re. Di conseguenza, si può dire che nel 1553 i rapporti del figlio con la madre fossero migliorati, e Sigismondo, anche se preferiva che la madre restasse in Polonia, fece capire che non si sarebbe opposto alla sua partenza. La dieta però diede risposta positiva soltanto nel 1555, ma a condizione che Bona rinunciasse a tutti isuoi averi in Polonia a favore del figlio, cosa che lei accettò.

Dopo trenta anni di regno, nel 1556 la stessa Bona decise di lasciare la Polonia. A quel punto il figlio Sigismondo, sentendo la propria inadeguatezza, cercò di trattenerla ma la decisione era presa: dopo il matrimonio della figlia Sofia, Bona tornò in Italia e si stabilì a Bari.

Ultimi anni a Bari e morteModifica

 
Jan Matejko: Avvelenamento della regina Bona, 1859, Museo nazionale di Cracovia

L'ultimo periodo polacco di Bona Sforza fu contrassegnato dalla sua aspirazione - poi delusa - ad essere nominata Viceregina di Napoli dagli Asburgo: tale ambizione è oggi documentata dall'epistolario scambiato tra lei e il suo agente diplomatico Pompeo Lanza, che fino a tutto il 1554 la rappresentò, insieme all'ambasciatore Pappacoda, a Bruxelles presso Carlo V e successivamente fino al 1556 a Londra presso Maria Tudor, la cosiddetta Sanguinaria.[32]

Il suo vecchio ducato era stato impoverito dalle guerre condotte dagli spagnoli contro la Francia: a questo Filippo II non aveva esitato di impadronirsi dei suoi beni. Fu per questo motivo - e per la tradizionale leggenda dei veleni che sarebbero circolati nelle corti italiane - che alla sua morte, nel 1557, nacque la diceria dell'avvelenamento perpetrato dal suo segretario Gian Lorenzo Pappacoda, che avrebbe agito nell'interesse del re spagnolo Filippo.

La sua bara, portata nella Basilica di San Nicola, rimase incustodita per molte ore, fu incendiata dalle candele e i suoi resti carbonizzati furono sepolti in una cappella senza particolari decorazioni. Più tardi i figli Sigismondo e Anna provvidero a far costruire un sepolcro sontuoso, situato dietro l'altare maggiore della Basilica, che tuttora è una delle maggiori attrazioni per i visitatori di Bari.

 
Il mausoleo della duchessa Bona
(Basilica di San Nicola)

DiscendenzaModifica

 
La famiglia di Bona durante la sospensione della campana Sigismondo al campanile della cattedrale di Cracovia nel 1521. Olio su tela di Jan Matejko, 1874, Museo Nazionale di Varsavia

Dal suo matrimonio con Sigismondo I Jagellone nacquero sei figli:

AscendenzaModifica

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Francesco Sforza Muzio Attendolo Sforza  
 
Lucia Terzani  
Galeazzo Maria Sforza  
Bianca Maria Visconti Filippo Maria Visconti  
 
Agnese del Maino  
Gian Galeazzo Maria Sforza  
Ludovico di Savoia Antipapa Felice V  
 
Maria di Borgogna  
Bona di Savoia  
Anna di Cipro Giano di Lusignano  
 
Carlotta di Borbone  
Bona Sforza  
Ferdinando I d'Aragona Alfonso V d'Aragona  
 
Gueraldona Carlino  
Alfonso II d'Aragona  
Isabella di Chiaromonte Tristano di Chiaromonte  
 
Caterina Orsini del Balzo  
Isabella d'Aragona  
Francesco Sforza Muzio Attendolo Sforza  
 
Lucia Terzani  
Ippolita Maria Sforza  
Bianca Maria Visconti Filippo Maria Visconti  
 
Agnese del Maino  
 

NoteModifica

  1. ^ Gerardo Cioffari, Bona Sforza: donna del Rinascimento tra Italia e Polonia, Bari, Levante, 2000, p. 73 e p. 418, ISBN 88-7949-218-7.
  2. ^ Renato Russo, Isabella d'Aragona, duchessa di Bari, Barletta, Rotas, 2005, p. 142, ISBN 9788887927535.
  3. ^ Wójcik-Góralska 1987, Wójcik-Góralska D., Niedoceniana królowa, Varsavia 1987, ISBN 83-205-3903-X.
  4. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/bona-sforza-regina-di-polonia_%28Dizionario-Biografico%29/
  5. ^ Il soggiorno e il matrimonio di Bona Sforza è descritto in due articoli di Salvatore Di Giacomo, Bona Sforza à Naples (1507-1517, in «Gazette des Beaux-Arts», III, 18 novembre 1897 e III, 19 maggio 1898.
  6. ^ Achille Dina, Isabella d'Aragona duchessa di Milano e di Bari, 1471-1524, Milano, Tip. S.Giuseppe, 1921.
  7. ^ https://www.bonculture.it/vintage/bona-sforza-unimpronta-per-addio-sul-molo-sipontino/
  8. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/bona-sforza-regina-di-polonia_%28Dizionario-Biografico%29/
  9. ^ https://www.academia.edu/35571709/BONA_SFORZA_DONNA_DEL_RINASCIMENTO_TRA_ITALIA_E_POLONIA
  10. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/bona-sforza-regina-di-polonia_%28Dizionario-Biografico%29/
  11. ^ https://www.academia.edu/35571709/BONA_SFORZA_DONNA_DEL_RINASCIMENTO_TRA_ITALIA_E_POLONIA
  12. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/bona-sforza-regina-di-polonia_%28Dizionario-Biografico%29/
  13. ^ Rūta Janonienė (2015): The Lithuanian Millennium: History, Art and Culture, VDA leidykla, pp. 121-122.
  14. ^ https://www.academia.edu/35571709/BONA_SFORZA_DONNA_DEL_RINASCIMENTO_TRA_ITALIA_E_POLONIA
  15. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/bona-sforza-regina-di-polonia_%28Dizionario-Biografico%29/
  16. ^ https://www.academia.edu/35571709/BONA_SFORZA_DONNA_DEL_RINASCIMENTO_TRA_ITALIA_E_POLONIA
  17. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/bona-sforza-regina-di-polonia_%28Dizionario-Biografico%29/
  18. ^ Rūta Janonienė (2015): The Lithuanian Millennium: History, Art and Culture, VDA leidykla, pp. 121-122.
  19. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/bona-sforza-regina-di-polonia_%28Dizionario-Biografico%29/
  20. ^ https://culturificio.org/il-rinascimento-italiano-alla-corte-di-bona-sforza-e-sigismondo-i-il-vecchio/
  21. ^ Rūta Janonienė (2015): The Lithuanian Millennium: History, Art and Culture, VDA leidykla, pp. 121-122.
  22. ^ https://www.academia.edu/35571709/BONA_SFORZA_DONNA_DEL_RINASCIMENTO_TRA_ITALIA_E_POLONIA
  23. ^ Macina 1993, p. 37.
  24. ^ G. De Bellis, Modugno e i suoi principali uomini illustri, Bari, Pansini, 1892, p. 29.
  25. ^ Mauro.
  26. ^ Francescangeli.
  27. ^ Nicola Modugno, Modugno, memorie storiche, Bari, Arti grafiche Ragusa, 1970, p. 130.
  28. ^ Un frammento dell'esposto dell'Università di Bari alla regina Bona Sforza è pubblicata in Milano (1984)
  29. ^ W. Pociecha, Poseltswo Andrzeja Jakubowskiego, in «Odrodzenie i Reformacja w Polsce», V, 1960, p. 107.
  30. ^ Erasmi opera, Leida, IV, 602 E.
  31. ^ M. Balinski, Pisma Historycne, I, p. 218.
  32. ^ Le lettere autografe di Bona si conservano oggi nell'archivio privato dei baroni Lanza, a Capua.

BibliografiaModifica

  • Michał Baliński, Pisma Historycne, Varsavia 1843
  • Salvatore Di Giacomo, Bona Sforza à Naples (1507-1517, in «Gazette des Beaux-Arts», III, 18 novembre 1897 e III, 19 maggio 1898
  • Adam Darowski, Bona Sforza, Tipografia Forzani e C., Roma 1904
  • Władysław Pociecha, Królowa Bona (1494-1557), czasy i ludzie odrodzenia, 3 voll., Poznań, 1949-1958
  • Władysław Pociecha, Poselstwo Andrzeja Jakubowskiego, in «Odrodzenie i Reformacja w Polsce», V, 1960
  • Marceli Kosman, Królowa Bona, Varsavia 1971
  • AA. VV., La Regina Bona Sforza tra Puglia e Polonia, atti del convegno promosso dall'Associazione culturale «Regina Bona Sforza», Bari, Castello svevo, 27 aprile 1980, Zakład Narodowy im. Ossolińskich, Wydawn. Polskiej Akademii Nauk, Wrocław 1987
  • Maria Bogucka, Bona Sforza, Wrocław 1998
  • Krzysztof Zaboklicki, Lettere inedite (1554-1556) di Bona Sforza, regina di Polonia, al suo agente italiano Pompeo Lanza, Varsavia-Roma 1998
  • Francesca De Caprio, Bona Sforza, principessa italiana e regina di Polonia, tra potere e famiglia, in La cultura latina, italiana, francese nell'Europa centro orientale, a cura di Gaetano Platania, Atti del V Colloquio Internazionale, 9-11 ottobre 2003, Collana CESPoM n. 9, Viterbo, Sette Città editore, 2004, pp. 71–92
  • Angela Campanella, Bona Sforza. Regina di Polonia duchessa di Bari, Bari, Laterza Editore, 2008
  • Gerardo Cioffari, Bona Sforza: donna del Rinascimento tra Italia e Polonia, Bari, Levante, 2000, p. 418, ISBN 8879492187.
  • Henryc Barycz, BONA Sforza, regina di Polonia, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 11, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1969. URL consultato il 13 agosto 2017.  
  • Colantonio Carmignano, Viaggio della Serenissima S. Bona in Polonia, a cura di Andrea Colelli, Roma, Lithos, 2018.
  • Rūta Janonienė (2015): The Lithuanian Millennium: History, Art and Culture, VDA leidykla, pp. 121-122
  • Achille Dina, Isabella d'Aragona duchessa di Milano e di Bari, 1471-1524, Milano, Tip. S.Giuseppe, 1921.
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  • Raffaele Macina, Modugno nell'età moderna, Modugno, Nuovi Orientamenti, 1993, SBN IT\ICCU\NAP\0095780.
  • Rossella Mauro, A spasso per Bari vecchia. Guida per piccoli turisti, Bari, Adda, 1994, ISBN 88-8082-429-5.
  • Adriano Francescangeli, Il pozzo dietro la Cattedrale, su libertiamoci.bari.it, 1º Dicembre 2012. URL consultato il 14 marzo 2021 (archiviato il 19 marzo 2021).
  • Nicola Milano, Modugno. Memorie storiche, Bari, Levante, 1984, SBN IT\ICCU\CFI\0088928.
  • G. De Bellis, Modugno e i suoi principali uomini illustri, Bari, Pansini, 1892.

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