Braccio da Montone

Condottiero e capitano di ventura italiano
Andrea Fortebraccio
Braccio da Montone.jpg
Anonimo, Ritratto del condottiero Andrea Fortebraccio "Braccio da Montone" (1368-1424), Perugia
Principe di Capua
Stemma
In carica luglio 14215 giugno 1424
Predecessore Rinaldo d'Angiò-Durazzo
Successore Sergianni Caracciolo
Conte di Foggia
In carica luglio 14215 giugno 1424
Conte di Montone
In carica 28 agosto 14145 giugno 1424
Predecessore Stato Pontificio
Successore Carlo Fortebraccio
Signore di Bologna
In carica ottobre 14145 giugno 1424
Signore di Perugia
In carica 18 luglio 14165 giugno 1424
Predecessore Stato Pontificio
Successore Stato Pontificio
Trattamento Principe
Altri titoli Capitano generale della Chiesa
Gran Connestabile del Regno di Napoli
Senatore di Roma
Nascita Perugia, 1º luglio 1368
Morte L'Aquila, 5 giugno 1424
Dinastia Fortebraccio
Padre Oddo Fortebraccio
Madre Giacoma Montemelini
Coniugi Elisabetta Armanni
Nicolina da Varano
Figli Oddo
Lucrezia
Carlotta
Carlo (legittimo)
Religione Ateismo
Andrea Fortebraccio
Braccio da Montone3.jpg
Braccio da Montone in un ritratto del 1646
SoprannomeBraccio da Montone
NascitaPerugia, 1368
MorteL'Aquila, 1424
Luogo di sepolturaChiesa di San Francesco al Prato, Perugia
Dati militari
Paese servitoFlag of John the Baptist.svg Repubblica di Firenze
Flag of the Papal States (pre 1808).svg Stato Pontificio
Bandera de Nápoles - Trastámara.svg Regno di Napoli
Royal Banner of Aragón.svg Regno d'Aragona
Forza armataMercenari
Anni di servizio39 (1385-1424)
GradoCondottiero
ComandantiGuido d'Asciano
Alberico da Barbiano
Battaglie
Comandante diCompagnia braccesca
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«Braccio
...che per tutto ancora
Con maraviglia e con terror si noma
»

(Alessandro Manzoni, Il Conte di Carmagnola, Milano, 1820, p. 61)

Andrea Fortebraccio[1], noto come Braccio da Montone (Perugia, 1º luglio 1368L'Aquila, 5 giugno 1424), è stato un condottiero, capitano di ventura e politico italiano.

Fu principe di Capua, conte di Foggia e Montone, e signore di Arcevia, Assisi, Bologna, Cannara, Castel Bolognese, Castel San Pietro Terme, Cingoli, Città della Pieve, Città di Castello, Gualdo Cattaneo, Gualdo Tadino, Jesi, Medicina, Montecassiano, Narni, Nocera Umbra, Orte, Orvieto, Ostra Vetere, Perugia, Pieve di Cento, Rieti, San Gemini, Sassoferrato, Spello, Spoleto, Teramo, Terni e Todi. Fu inoltre capitano generale della Chiesa, gran connestabile del Regno di Napoli e senatore di Roma.[2] Con le sue imprese fu quasi pronto a formare uno Stato proprio nell'Italia centrale del XV secolo.

BiografiaModifica

Andrea Fortebraccio nacque a Perugia[3] dai nobili Oddo Fortebraccio, conte di Montone, e Giacoma Montemelini. Sin da giovane si dedicò alla carriera militare, iniziando come paggio nella compagnia di Guido d'Asciano. La sconfitta dei nobili di fazione popolare a Perugia – i cosiddetti Beccherini – comportò l'esilio dalla città per la famiglia Fortebraccio e la perdita del castello di Montone, nell'alta Valle del Tevere. Braccio si diede quindi alla ventura, entrando nella compagnia di San Giorgio (della quale faceva parte pure il futuro rivale Muzio Attendolo Sforza) di Alberico da Barbiano, conte di Cunio.[4]

Nel 1390 tornò a Montone, e qui, aiutato da due fratelli, uccise tre membri della fazione avversaria dei Raspanti: per questa azione risoluta si guadagnò una taglia sulla sua testa e l'appellativo di "Braccio" al posto del nome Andrea. Il Fortebraccio decise quindi di abbandonare nuovamente i luoghi d'origine per formare una compagnia di quindici cavalieri e mettersi al soldo dei Montefeltro contro i Malatesta.[5]

 
Montone, Porta del Verziere

Nel 1391 venne ferito al petto e alla nuca durante l'assalto alla rocca di Fossombrone, e da quella battaglia rimase leggermente zoppo alla gamba sinistra. Sconfitto presso Fratta Todina, rifiutò di entrare al servizio di Biordo Michelotti. Nell'aprile del 1395 tornò a combattere per Alberico da Barbiano nel Regno di Napoli, rincontrando nuovamente lo Sforza. Nel 1397 passò al soldo della Repubblica di Firenze ed ottenne il comando di trenta uomini d'arme. Nel 1398 affiancò lo Stato Pontificio nella guerra contro Perugia, assediando prima Montone e poi, alla morte del Michelotti, attaccando la città che l'aveva esiliato. Finì per devastare il territorio di Assisi nell'inutile tentativo di penetrare nell'attuale capoluogo umbro. Nel 1400 Perugia finì in mano ai Visconti e Braccio tornò alle sue battaglie in lungo e in largo per la penisola. Nel 1402, alla morte di Gian Galeazzo Visconti, agli ordini di Mostarda da Forlì, combatté per i pontifici contro i viscontei. Nel 1403 Papa Bonifacio IX si accordò con il nuovo ducato di Milano e finirono sotto il controllo dello Stato Pontificio Bologna, Perugia e Assisi: la fazione dei nobili perugini dei Raspanti ottenne però che i fuoriusciti non potessero avvicinarsi a meno di venti miglia dalla città.[6]

Nel 1404 Braccio tornò così al servizio di Alberico da Barbiano, conte di Cunio, combattendo di nuovo a fianco di Lorenzo Attendolo, contro Faenza e lo Stato Pontificio: questa seconda battaglia rimarrà ricordata come uno degli esempi della perizia nell'arte della guerra di Braccio. Nei pressi del fiume Reno, nella Pianura Padana, le truppe del conte di Cunio rimasero in minoranza di fronte al nemico, e Braccio, che componeva la retroguardia, fece costruire tre ponti ad uso militare, per attraversare il fiume e trincerarsi oltre le sponde, riuscendo così a resistere agli assalti delle truppe papali. Per questa impresa Braccio si poté fregiare del titolo di cavaliere e del diritto di inserire nel suo stemma le insegne del conte di Cunio.

 
Il fiume Reno, luogo di una celebre battaglia di Braccio da Montone

I primi successi del giovane condottiero finirono per suscitare invidie nella compagnia: qualcuno lo calunniò avvertendo Alberico che Braccio voleva ucciderlo per prenderne il posto, e così Braccio, avvertito dalla moglie del conte di Cunio, dovette fuggire dall'accampamento per non essere a sua volta assassinato. Più tardi Alberico si pentì di questo suo proposito e chiese a Braccio, vanamente, di tornare nella sua compagnia.[7]

Nel 1406 combatté con i fuoriusciti contro Perugia e nel 1407 formò una compagnia di ventura composta principalmente da esuli perugini, danneggiando e ricattando vari piccoli comuni del contado romagnolo e dell'alta Valle del Tevere per finanziarsi con queste scorrerie, ponendo la sua base presso Sansepolcro. In maggio gli abitanti di Arcevia gli offrirono la signoria della città in cambio del suo aiuto contro il marchese di Fermo Ludovico Migliorati, che stava assediando la città.[8] Il Montone accettò, occupò il Monte Conero e devastò il territorio di Fano, dove si impadronì di alcuni castelli. In seguito Braccio si rappacificò con il Migliorati e passò al servizio del Re del Regno di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo proprio presso Fermo. Ai suoi ordini vi erano ormai più di 1.200 cavalieri e 1.000 fanti, cui dispensò complessivamente una paga di 14.000 fiorini. Devastò le terre dei Trinci di Foligno poiché si erano rifiutati di vettovagliare le sue truppe. Nel 1408 Perugia si arrese al Re Ladislao, ma ottenne da questi una dichiarazione di belligeranza verso tutti i fuoriusciti della città. Braccio ripiegò nelle Marche, ad Ancona, dichiarandosi a sua volta nemico di Ladislao, e s'impossessò di Jesi.

Nel 1409 combatté dapprima a Città di Castello, quindi ad Arezzo a fianco dei fiorentini e poi si diresse alla volta di Roma, assediando Castel Sant'Angelo, salvo ripiegare nelle Marche per l'arrivo dell'inverno. Nel 1410 Roma subì attacchi da parte degli eserciti di Luigi II d'Angiò-Valois e Ladislao d'Angiò-Durazzo e di diverse compagnie di ventura, tra cui quella del Fortebraccio, che, una volta viste in ritirata le truppe napoletane, le inseguì e le sconfisse presso Sora, poi saccheggiata. In agosto i fiorentini gli consegnarono 14.000 fiorini nel perugino, in settembre Spoleto gli commissionò scorrerie punitive nel territorio di Terni, in novembre attaccò nuovamente Perugia assediandola da Porta San Pietro, senza riuscire nell'intento. In questi anni di guerre, concentrate perlopiù nell'attuale regione Umbria, Braccio ebbe modo di perfezionare la sua tecnica militare, impostata sulla rapidità della manovra e sulla velocità dei movimenti, e questa fu la caratteristica di una nuova scuola d'arme, che venne definita braccesca.[9]

Nel 1413 l'antipapa Giovanni XXIII lo nominò conte di Montone, inoltre lo chiamò a governare Bologna. Braccio sfruttò la situazione per accumulare molto denaro, taglieggiando le città di Ravenna, Forlì, Rimini, Cesena e Castel San Pietro. Nel 1414 combatté a Todi contro lo Sforza; in giugno, al termine della battaglia, venne accolto con tutti gli onori a Firenze, con cui siglò un'alleanza di dieci anni. In agosto Ladislao d'Angiò-Durazzo morì e Braccio lasciò Bologna in libertà per la cifra di 180.000 ducati e raggiunse l'Umbria, occupando città e castelli durante il suo passaggio; Perugia, temendo il suo arrivo, si affidò a Carlo Malatesta, nominato "Difensore dei perugini per la Santa Chiesa"; lo scontro, molto duro, avvenne a Sant'Egidio il 12 luglio 1416, con la vittoria dei bracceschi. Nella battaglia si distinsero il figlio di Braccio, Oddo, e l'allievo Niccolò Piccinino.

Quindi la città di Perugia non poté far altro che aprirgli le porte e nominarlo signore, ed in seguito fu la volta di Terni: in un primo momento vinse la città, ma la seconda volta i ternani dovettero cedere per mancanza di aiuti esterni. Todi era già stata conquistata subito dopo Perugia, Narni neanche provò a ribellarsi e poi Orvieto; gli abitanti lo vollero come loro reggitore senza troppi scrupoli. Fu così che si venne a suggellare il dominio di Braccio nel territorio dell'odierna Umbria. Braccio chiese quindi al neoeletto Papa Martino V di concedergli il vicariato sull'Umbria, ma questi glielo negò e gli mandò contro Guidantonio da Montefeltro, suo parente, e lo Sforza suo alleato, che il Montone sconfisse puntualmente in una memorabile battaglia presso Spoleto. Sfruttando la vittoria, Braccio mosse contro i territori del Montefeltro. Dopo aver provato a sottomettere Gubbio senza successo[10], si spinse in alta Umbria con obiettivo Urbino: conquistandola, Braccio avrebbe potuto governare sino al Mare Adriatico. Ma nel 1417, appena valicato lo spartiacque appenninico, la sua avanzata verso Urbino si bloccò presso il castello di Cantiano che, sbarrando in maniera inespugnabile la Via Flaminia, divenne per anni il quartier generale dell'esercito del Montefeltro contro quello del Montone. Dopo un estenuante ed inutile assedio, Braccio abbandonò il progetto e vide così infrante le mire espansionistiche verso le Marche e l'Adriatico. È ricordata a tal proposito l'esclamazione furiosa dell'illustre capitano di ventura nei confronti del castello di Cantiano: «Maledicto arnese de guerra!». Il 14 marzo 1419 incontrò allora il Papa a Firenze e trovò un accordo che consisteva nella riconquista di Bologna. Braccio la occupò e poi si ritirò a Perugia, lasciando intatti tutti i territori dei Montefeltro.[11]

Braccio da Montone andò allora in aiuto della Regina del Regno di Napoli Giovanna II d'Angiò-Durazzo, scomunicata dal Papa, venendo però esso stesso interdetto dai sacramenti. Controllando in poco tempo, grazie alla sua abilità militare, quasi tutti i territori dell'Abruzzo e parteggiando per Alfonso V d'Aragona contro gli Angioini, conseguentemente ai suoi successi, nel febbraio 1424 fu nominato gran connestabile del Regno di Napoli, principe di Capua e conte di Foggia. Passato dalla parte degli Aragonesi, perse la carica di gran connestabile del Regno, venendo rimpiazzato dallo Sforza, al soldo degli Angioini, e ricevette da Alfonso l'incarico di assediare L'Aquila con la promessa dell'ottenimento del governo di tale feudo, di importanza cruciale nel territorio del Regno di Napoli.

 
Braccio da Montone e Jacopo Caldora si fronteggiano con i loro rispettivi eserciti sotto le mura dell'Aquila, davanti alla Porta Barete

In marcia verso lo scontro finale, presso Pescara morì lo Sforza; contemporaneamente Braccio da Montone cominciò l'assedio di L'Aquila distruggendo i "99 Castelli Fondatori" e spezzando ogni tipo di collegamento. Ma la città, guidata dal suo governatore Antonuccio Camponeschi, gli oppose una strenua e duratura resistenza che fece durare il conflitto più di un anno. Così la Regina Giovanna II d'Angiò-Durazzo mandò in suo soccorso un folto esercito capitanato dal gran connestabile Jacopo Caldora, potente ed esperto condottiero, ex allievo di Braccio, il quale affrontò il suo maestro presso la Piana di Bazzano, luogo in cui si era stabilito quest'ultimo, in una battaglia che fu veramente feroce. L'esercito braccesco venne sconfitto. Braccio da Montone riportò gravi ferite alla testa (in particolare al collo) per aver ricevuto un colpo di mazza ferrata, venne catturato ed imprigionato sul posto e morì il 5 giugno 1424, data che pose fine alla guerra, guerra che decise il destino di gran parte della penisola italiana. Essendo morto scomunicato, il Papa lo fece seppellire in terra sconsacrata, dove quivi rimase fino al 1432, quando, per iniziativa di suo nipote Niccolò Fortebraccio, fu tumulato ed i suoi resti furono custoditi nella chiesa di San Francesco al Prato di Perugia.[12] Nel 2013, a 589 anni dalla sua morte, i suoi resti sono stati estumulati per poi essere restaurati. La ricognizione ha portato al rilevamento della presenza di un foro sul cranio del condottiero, situato in un punto «non alto ma ben piazzato», che ha confermato quanto riportato dalle fonti storiche riguardo alla sua morte durante l'assedio della città aquilana.[13]

Nella città di L'Aquila gli è stata intitolata la strada in cui sarebbe deceduto; è stato inoltre oggetto di interesse anche a Terni.[14]

 
Via Fortebraccio a L'Aquila, dove si spense Braccio da Montone

Leggende sulla morteModifica

Circolano diverse leggende sulla morte di Braccio da Montone[15][16]:

  • una di queste riporta che mentre Braccio giaceva gravemente ferito nell'accampamento nemico come prigioniero, il chirurgo sbagliò ad operare le medicazioni, poiché spinto bruscamente ed intenzionalmente da Francesco Sforza, cosicché i bisturi si andarono a conficcare nel cervelletto, dove aveva riportato alcune ferite, determinandone la morte;
  • un'altra riporta che dopo alcuni giorni di prigionia Braccio venne condotto al cospetto di Jacopo Caldora, il quale lo avrebbe ucciso, adirato per il suo mutismo;
  • un'altra ancora riporta che il condottiero venne raggiunto ed ucciso da un certo Andreasso Castelli, nobile, il quale voleva vendicarsi poiché Braccio in passato gli aveva ucciso suo padre, tre suoi zii ed il suo nonno paterno;
  • un'ultima riporta che Braccio, chiuso in se stesso e rifiutando ogni sorta di cibo e di medicamento, morì in cella alcuni giorni dopo la sua cattura, a causa della gravità delle ferite riportate in battaglia.

Carattere e personalitàModifica

«Fu Braccio di aspetto prestante, benché impedito dal lato sinistro; la sua parola era dolce e carezzevole; aveva però un temperamento crudele al punto di ridere mentre ordinava di torturare la gente e di straziarla con atroci supplizi, e di dilettarsi a gettare dei poveretti da alte torri. A Spoleto diede ordine di precipitare giù da un ponte un messaggero che gli aveva portato una lettera ostile. Ad Assisi gettò tre uomini da una torre che si innalza nella piazza principale. Nel convento dei frati minori diede ordine di punire diciotto monaci che avevano sentimenti a lui ostili, pestando e spappolando i loro testicoli sopra un'incudine. A Viterbo fece immergere un prigioniero in una sorgente d'acqua bollente che si chiama Pelacano [...] Braccio non credeva né al Paradiso né all'Inferno, era nemico della Chiesa e della religione e assolutamente indegno di ricevere esequie religiose.»

(Enea Silvio Piccolomini, in Niccolò Ciminello, La guerra dell'Aquila. Cantare anonimo del XV secolo, a cura di Carlo De Matteis, Edizioni Textus, ristampa anastatica del 1996)

«Fù di natura crudele, e empia, e poco amico di S. Chiesa, che fè gettare vn pouero curriere dentro del barbacane di Viterbo, il quale raccomandatosi à Dio, e inuocando l'aiuto di S. Antonio da Padoua, fù liberato dalla morte; ma egli lo fè la seconda, e terza volta buttare in quel precipitio, e fù dal detto Santo miracolosamente liberato per sua gran confusione, e dal popolo fù rimprouerata la sua crudeltà, volendo contender col Santo. Fè da vn campanile buttar sei frati minori, li quali stauano cantando, e diceua li dauano fastidio.»

(Camillo Tutini, Discorsi de' Sette Officii overo de' Sette Grandi del Regno di Napoli, vol. 1, Roma, 1666, p. 131)

«Braccio fù di uita empia, nemico d'ogni religgione, e si uantaua non hauer uisto 30 anni messa né ufficio diuino, fù crudele, e lasciò memoria di infiniti esempij di crudeltà; ma nel mistier del'arme fù ualentissimo, e di grande ingegno, se ben alfine per superbia si perdesse; fù fedele, à tutti quelli â cui seruì, e sarebbe stato uno de maggior huomini che mai in Italia fosser nati, se questi enormi uitij non hauesse hauuti.»

(Giovanni Battista Carafa, Dell'historie del Regno di Napoli, Napoli, 1572, p. 175)

AscendenzaModifica

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Oddo Fortebraccio Rubeo Fortebraccio  
 
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Guido Fortebraccio  
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Oddo Fortebraccio  
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Andrea Fortebraccio  
Francesco Montemelini ?  
 
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Tiveri Montemelini  
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Giacoma Montemelini  
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DiscendenzaModifica

Braccio da Montone si sposò due volte:

Ebbe inoltre da relazioni extraconiugali un figlio e due figlie:

NoteModifica

  1. ^ Il cognome del condottiero è riportato anche nella forma Fortebracci.
  2. ^ Antonio Vendettini, Serie cronologica de' senatori di Roma illustrata con documenti, Roma, 1778, p. 78.
  3. ^ Ariodante Fabretti, Biografie dei capitani venturieri dell'Umbria, scritte ed illustrate con documenti, Montepulciano, 1842, p. 111.
  4. ^ Maria Vittoria Barutti Ceccopieri, Braccio da Montone. Le compagnie di ventura nell'Italia del XV secolo, Narni, 1993, p. 25.
  5. ^ Giuseppe Milli, Andrea Braccio Fortebraccio conte di Montone, Città di Castello, 1979, p. 35.
  6. ^ Carlo Brizzi, Il sogno del Principe Braccio da Montone, Roma, 2006, pp. 49-50.
  7. ^ Marco Rufini, Braccio da Montone. Vita d'un capitano di ventura, Roma, 2004, pp. 64-65.
  8. ^ Niccolò Capponi, La battaglia di Anghiari. Il giorno che salvò il Rinascimento, Milano, 2011, p. 31.
  9. ^ Marco Rufini, Quasi Re. Le vicende di Fortebraccio capitano di ventura, Bologna, Minerva Edizioni, 2013, pp. 70-71.
  10. ^ Oderigi Lucarelli, Gubbio, memorie e guida storica, Cerboni Editore, 1888, p. 95.
  11. ^ Angelo Ascani, Montone. La patria di Braccio Fortebracci, Città di Castello, 1965, pp. 47-48.
  12. ^ Giuseppe Milli, Andrea Braccio Fortebraccio conte di Montone, Città di Castello, 1979, p. 120.
  13. ^ Riesumati i resti di Braccio Fortebraccio, in PerugiaToday, Perugia, 11 maggio 2013. URL consultato il 28 maggio 2020.
  14. ^ Ghostbusters a caccia del fantasma di Braccio Fortebraccio, in Corriere dell'Umbria, Terni, 3 agosto 2016. URL consultato il 3 agosto 2016 (archiviato dall'url originale il 18 agosto 2016).
  15. ^ La battaglia dell'Aquila, su arsbellica.it.
  16. ^ Quando L'Aquila disse no a Fortebraccio: assedio e vittoria di una città testarda, su abruzzoweb.it.
  17. ^ Giovanni Antonio Campano, L'historie et vite di Braccio Fortebracci detto da Montone, et di Nicolò Piccinino pervgini, Venezia, 1572, pp. 90-91.
  18. ^ a b c d Giovanni Vincenzo Giobbi Fortebracci da Montone, Lettera istorico-genealogica della famiglia Fortebracci da Montone all'illustrissimo e reverendissimo monsignor Giacomo Marchese Giandemaria, Bologna, 1689, p. 67.
  19. ^ Giovanni Antonio Campano, L'historie et vite di Braccio Fortebracci detto da Montone, et di Nicolò Piccinino pervgini, Venezia, 1572, pp. 101-102.
  20. ^ a b Giovanni Vincenzo Giobbi Fortebracci da Montone, Lettera istorico-genealogica della famiglia Fortebracci da Montone all'illustrissimo e reverendissimo monsignor Giacomo Marchese Giandemaria, Bologna, 1689, p. 68.
  21. ^ Giovanni Antonio Campano, L'historie et vite di Braccio Fortebracci detto da Montone, et di Nicolò Piccinino pervgini, Venezia, 1572, p. 84.
  22. ^ Giovanni Antonio Campano, L'historie et vite di Braccio Fortebracci detto da Montone, et di Nicolò Piccinino pervgini, Venezia, 1572, p. 97.

BibliografiaModifica

  • Angelo Ascani, Montone. La patria di Braccio Fortebracci, Città di Castello, 1965.
  • Ariodante Fabretti, Biografie dei capitani venturieri dell'Umbria, scritte ed illustrate con documenti, vol. 1, Montepulciano, 1842.
  • Carlo Brizzi, Il sogno del Principe Braccio da Montone, Roma, 2006.
  • Filippo Thomassino, Giovan Turpino, Ritratti di cento capitani illvstri, Parma, 1596.
  • Francesco Lomonaco, Vite de' famosi capitani d'Italia, vol. 2, Milano, 1804.
  • Franco Pasquali, Braccio da Montone, G. B. Paravia & C., 1940.
  • Giovanni Antonio Campano, L'historie et vite di Braccio Fortebracci detto da Montone, et di Nicolò Piccinino pervgini, Venezia, 1572.
  • Giovanni Vincenzo Giobbi Fortebracci da Montone, Lettera istorico-genealogica della famiglia Fortebracci da Montone all'illustrissimo e reverendissimo monsignor Giacomo Marchese Giandemaria, Bologna, 1689.
  • Giulio Roscio, Agostino Mascardi, Fabio Leonida, Ottavio Tronsarelli et al., Ritratti et elogii di capitani illvstri, Roma, 1646.
  • Giuseppe Milli, Andrea Braccio Fortebraccio conte di Montone, Città di Castello, 1979.
  • Maria Vittoria Barutti Ceccopieri, Braccio da Montone. Le compagnie di ventura nell'Italia del XV secolo, Narni, 1993.
  • Marco Rufini, Braccio da Montone. Vita d'un capitano di ventura, Roma, 2004.
  • Marco Rufini, Quasi Re. Le vicende di Fortebraccio capitano di ventura, Bologna, Minerva Edizioni, 2013.

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