Bullismo

Forma di violenza sociale intenzionale fisica e psicologica
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Il termine bullismo indica una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, tanto di natura fisica che psicologica, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone percepite come più deboli dal soggetto che perpetra uno o più atti in questione.[1][2]

Il bullismo, oltre a essere un fenomeno diffuso, può essere di varie tipologie: verbale, fisico, psicologico, sessuale e altre ancora.

Il bullismo come fenomeno sociale e deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell'età evolutiva e di altre discipline affini. Il termine viene usato per descrivere il fenomeno soprattutto in ambito scolastico, sebbene non esista una definizione univoca del per gli studiosi.

Cenni storiciModifica

Preliminarmente è necessario precisare che il termine "bullo" in Italia non ha sempre avuto un'accezione negativa. In particolare nel dialetto romano, nel periodo storico della seconda metà dell'800, il termine "bullo", spesso seguito dall'aggettivo "de Roma" o "de Trastevere", ha una sua collocazione ben precisa e definita indicando quei popolani, spesso animati dal desiderio di affermazione personale, che capeggiavano un rione. Nella Roma papalina e negli anni immediatamente successivi, il bullo usava il suo ascendente sul rione in modo disinteressato, non riscuoteva tangenti ma cercava solo un narcisistico modo per mettere in mostra il proprio esibizionismo e la propria forza. Si pensi alla figura di Romeo Ottaviani, "er Più de li Più", a "er Carcina" o ai bulli della letteratura romana come, ad esempio Meo Patacca o Rugantino. Un bullo teneva in alta considerazione il suo nome ed il suo onore, che non doveva essere sporcato da nessuna azione disonorevole. Il bullo romano perciò non era considerato un prepotente, ma un coraggioso tanto che il termine "bullo" risuona nel termine dialettale "bulo" presente in molti dialetti del centro Italia. In questo senso si vedano vari esempi letterari di Jacaccio (Maggio Romanesco di C. Peresio) e Meo Patacca (Meo Patacca di G. Berneri).

I primi studi sul bullismo furono svolti solo a partire dalla seconda metà del XX secolo e si svolsero nei paesi scandinavi, a partire dagli anni settanta[3], e, poco dopo, anche nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus[4] a seguito di una forte reazione dell'opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni.[5]

Analisi descrittivaModifica

Il bullismo, dunque, non riguarda soltanto l’interazione tra due soggetti, ma deve essere piuttosto considerato come un fenomeno di gruppo, e potrà essere contrastato soltanto dopo aver compreso, e soprattutto accettato, che si tratta di una manifestazione culturale, espressione di una società in cui, di fatto, sono dominanti i valori della sopraffazione e dell’arbitrio del più forte sul più debole, in cui i modelli vincenti, spesso veicolati anche attraverso i mass media, sono quelli dell’arroganza e del non rispetto per l’altro[2].

Il termine bullismo viene spesso utilizzato per riferirsi a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici[1], ma può verificarsi anche in altri contesti sociali riservati ai più giovani[1][6]. Lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo[1] o nonnismo nell'ambito delle forze armate. A partire dagli anni 2000, con l'avvento di Internet, si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyberbullismo.

Sebbene ad un primo sguardo possano apparire simili, è di estrema importanza distinguere tra il bullismo e tutti quei riti di passaggio che contraddistinguono determinati ambienti, prevalentemente di ispirazione militare. Questi ultimi, infatti, pur prevedendo il superamento di prove, spesso goliardiche e imbarazzanti per il novizio, sono comunque generalmente privi di quella crudeltà gratuita e di quella volontà di umiliare il prossimo tipici del bullismo[7].

 
Episodio di happy slapping presso l'Istituto Regionale Federico Errázuriz a Santa Cruz (Cile)

Letteralmente il termine "bullo" significherebbe "prepotente", tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare,[8] è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. In Inghilterra non esiste una definizione univoca, mentre in Italia con il termine bullismo si indica generalmente «il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico».[5] In Scandinavia, soprattutto in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine mobbing[9], così come in Svezia e Finlandia[10] derivante dalla radice inglese mob stante a significare «un gruppo di persone implicato in atti di molestie».[10][11] che è, appunto, il calco dell'inglese bullying.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti diretti, ad esempio violenza, attacchi e/o offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre vessazioni[12][13] oppure di comportamenti indiretti, tesi ad ottenere l'allontanamento dal gruppo e l'isolamento utilizzando sistemi come la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di isolarla mettendo in evidenza caratteristiche fisiche o, persino le sue capacità intellettuali (ed esempio uno studente particolarmente brillante potrebbe diventare oggetto di scherno come "secchione") fino ad arrivare a spaventare i suoi amici di modo da indurli ad allontanarsi. Accanto a metodi attivi, finalizzati ad emarginare o ferire la vittima, ce ne sono altri di tipo differente, più subdoli secondo il modello comportamentale del "bullo amico"[14] che, simulando amicizia ed accettazione della vittima all'interno del gruppo, nascondono il tentativo di procurarle danni o discriminazioni, ad es. sottoponendo la vittima a dei rituali umilianti, illegali o pericolosi (a seconda dell'età o del contesto i rituali possono variare e consistere nell'invito a commettere un reato, partecipare ad una competizione clandestina in auto o in moto, assumere una grande quantità di alcool o sostanze stupefacenti, fumare ecc). Lo scopo è quello di alzare sempre più la posta in modo da esporre la vittima a rischi sempre maggiori per poi colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza[15][16] oppure in quello di maggior fiducia in sé stessa da parte della vittima.[17]

In diverse circostanze, le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo quando, ad es., i meccanismi di difesa del gruppo possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime fuori dal quel gruppo. Il ciclo di tale comportamento implica qualche volta una previsione maggiore delle possibili risposte delle eventuali vittime, rispetto a quei gruppi dove la mentalità bulla si trova a uno status ancora primitivo e dove, idealmente, è ancora possibile intervenire per recuperare i soggetti.[18][19]

CaratteristicheModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Delinquenza minorile § Criminogenesi.

Il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli (docenti o strutture scolastiche): queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno, inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l'intera classe di attendenti tende a essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono a esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, il ciclo può includere sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell'eventuale vittima che sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l'aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l'atto abusivo o la risposta della vittima.

Mentre il coinvolgimento sociale può sembrare complicato per comprendere l'attività bullistica, lo stimolo che più frequentemente è implicato nella riattivazione del ciclo è la sottomissione. Nel momento di percezione dello stimolo, l'istigatore tenta di ottenere un riconoscimento pubblico per ciò che andrà a compiere, come dire: «vedetemi e temetemi, sono così forte che ho il potere di incutere timore verso qualsiasi persona e in qualsiasi momento senza pagare alcuna conseguenza per le mie azioni!».

Nel momento in cui la vittima dimostra di possedere delle tendenze passive o comunque che la inibiscono di reagire, allora il ciclo continuerà a riattivarsi. Nei casi in cui il ciclo non si è stabilito ancora, la vittima potrebbe rispondere in modo che qualsiasi tentativo da parte dell'aggressore non avrebbe alcun effetto. All'uopo, le istituzioni possono inibire o rafforzare il bullismo, ad es., colpevolizzando le vittime e inducendole a risolvere da soli i propri problemi.[20][21]

I principiModifica

Il bullismo si basa su tre principi:

  • Intenzionalità.
  • Persistenza nel tempo.
  • Asimmetria nella relazione.

Vale a dire un'azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l'azione e chi la subisce (ad esempio per la mancanza di una tecnica di autodifesa). Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.[22]

TipologiaModifica

Nella letteratura scientifica si tende a distinguere tra bullismo diretto e bullismo indiretto. Il primo è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e viene generalmente esercitato attraverso violenze fisiche e/o verbali, mentre il bullismo indiretto, che tende ad attaccare e colpire prevalentemente le relazioni sociali della vittima, mira alla sua emarginazione e al

suo isolamento.

Entrambe le forme di bullismo possono trovare ospitalità ed essere poste in essere tanto nel mondo reale che in quello virtuale (cyberbullismo).

Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come:[23][2]

  • bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi;
  • bullismo sessuale: mentre la molestia sessuale viene diretta a ledere la sfera della libertà sessuale e ha, quindi, origine o scopo nel soddisfacimento di un qualsivoglia istinto sessuale (conscio o inconscio) del suo autore, il bullismo riguarda, invece, una dinamica di potere tesa esclusivamente a umiliare e ferire la vittima anche con offese ed aggressioni di natura sessuale[2];
  • bullismo verbale: l’autore (o gli autori) degli atti colpisce la vittima con insulti, offese, prese in giro, frasi cattive e spiacevoli oppure appioppandole nomignoli offensivi, sgradevoli oppure la rende oggetto di battute o allusioni a sfondo sessuale;
  • bullismo di stampo razzista: in questo caso l’appartenere a una diversa etnia, il parlare male la lingua del paese ospite o l’avere la pelle di un colore differente rendono molto facile per il bullo isolare la vittima e coalizzare il gruppo contro di lei[24];
  • bullismo omofobico: strutturalmente simile al bullismo di stampo razzista il bullismo omofobico può assumere forme e modalità differenti: assistiamo a violenze dirette (tipicamente derisione o insulti, ma anche minacce fisiche) oppure violenze indirette solitamente volte ad emarginare il “diverso” attraverso scritte sui muri relative all’orientamento sessuale del soggetto. Non mancano, tuttavia, episodi di violenze fisiche che possono arrivare fino all’abuso sessuale vero e proprio[2].

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e diffamazioni sul suo conto.

Alcune tipologie di bullismo possono consistere in condotte che si pongono a cavallo tra le due fattispecie, come ad esempio:

  • bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto;
  • cyberbullismo o bullismo elettronico: la persecuzione avviene attraverso strumenti telematici con attacchi diretti o indiretti.

Le partiModifica

Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli:

  • "bullo e/o istigatore": è colui che materialmente compie le prepotenze oppure ne ordina l'esecuzione ai compagni;
  • "gregari": sono coloro che affiancano il bullo assistendolo nel compimento delle violenze;
  • "spettatori": sono coloro che assistono alle violenze, il loro ruolo è fondamentale e possono essere "nocivi" come coloro che ridono all'azione del bullo istigandolo e sostenendolo oppure "utili" quando intervengono a favore della vittima;
  • "vittima" o "sopravvissuto": è colui che subisce le prepotenze;
  • "bullo-vittima" o "vittima-reattiva": figura borderline rappresentata da un soggetto che si trova a ricoprire sia il ruolo di martire che quello di carnefice. Si tratta di una figura molto difficile da inquadrare e definire, e questo proprio a causa della sua ambiguità (tanto che alcuni autori preferiscono parlare di “vittima ambigua”.

Una prima distinzione è in base al genere del bullo: i bulli uomini sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le donne a quello indiretto. Gli uomini in particolare, tendono maggiormente all'approccio di forza, mentre le donne preferiscono la mormorazione.[25] Per quanto riguarda invece l'età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra gli 8 ed i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 ed i 18, ma negli ultimi anni si sono riscontrati fenomeni di bullismo anche tra i ragazzi di 11 anni e anche di meno.

Una quarta figura è rappresentata dall'"attendente o spettatore" che partecipa all'evento senza prendervi parte attivamente (vedi infra). Il bullismo, quindi, varia da un semplice rapporto diadico a una gerarchia di bulli che si circuiscono a vicenda[26].

Le possibili conseguenzeModifica

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un'attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero 13 studenti e ne ferirono altri 24 per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della CIA ha messo in luce ben 37 tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi.[27]

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull'incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti incominciano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente. A tal proposito l'Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni sia adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo e altre dipendenze.[28]

Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico.[29] Si stima che circa 15-25 giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.[30][31]

Il ruolo delle partiModifica

Il bullo e/o l'istigatoreModifica

Sebbene molto spesso quando si parla di bullismo si tenda ad applicare una facile e semplice dicotomia tra leader e gregario, la letteratura in materia è pressoché concorde nel ritenere che non esista un solo tipo di bullo, ma che sia possibile individuare alcune specifiche tipologie, tutte caratterizzate da proprie peculiarità, caratteristiche e modo di comportarsi. È bene precisare che tracciare il profilo del soggetto che si comporta da bullo non è mai semplice, soprattutto perché trattandosi di individui in età evolutiva e con un carattere non ancora formato, sono comunque soggetti, con la crescita, a numerosi cambiamenti anche radicali. In genere si tende a distinguere tra "bullo leader", "bullo cinico", "bullo agitato", "bullo aggressivo", "bullo amico"[32].

Sviluppi nella ricerca hanno dimostrato che fattori come l'invidia e il risentimento possono essere indicatori di rischio per diventare un bullo.[33] I risultati sull'autostima, in particolare, sono controversi:[34][35] mentre alcuni evidenziano un aspetto narcisistico[36], altri mostrano vergogna o imbarazzo.[37]

In alcuni casi l'origine del bullismo affonda le radici nell'infanzia, magari da parte di chi è stato a sua volta vittima di abusi.[38][39][40] Ci sono delle prove che indicano che i bulli hanno molte più probabilità di avere problemi con la giustizia[41], e che possa strutturarsi da adulto in una vera e propria carriera criminale[42] soprattutto nel caso del cosiddetto "bullo cinico"[43].

Gli adulti che abusano della propria personalità, che hanno un atteggiamento autorevole, combinato con il bisogno di controllare l'ambiente circostante[44], hanno anche una maggiore tendenza a sottovalutare le proprie vittime.[45]

I gregari ed il pubblicoModifica

Il ruolo del pubblico è determinante: senza il suo apporto la maggior parte dei bulli si sgonfierebbe in breve tempo perché sono i gregari a determinare lo status di capo di un bullo e, in questo modo, sono loro che gli danno la possibilità di sottomettere e umiliare gli altri ragazzi.

Non a caso, la letteratura prevalente in materia di contrasto al bullismo focalizza le proprie strategie di prevenzione proprio sul ruolo del pubblico e sull’importanza che quest’ultimo può assumere nel corso di un’aggressione: a seconda della loro condotta, gli spettatori possono rappresentare un facilitatore, alimentando l’aggressività e la violenza del bullo, ricoprendo così il ruolo di gregari e andando a costituire il branco, oppure un deterrente, riducendo fino a eliminare completamente la carica aggressiva; in ogni caso, quasi mai quello che il pubblico assume è un ruolo completamente neutrale e privo di conseguenze.

Studi e ricerche, basati prevalentemente sull’analisi di episodi di bullismo ripresi dalle videocamere presenti in molte scuole americane, hanno dimostrato che l’intervento del pubblico a favore della vittima o contro il bullo (identificato con il termine helpful bystanders), è in grado di disinnescare un episodio di bullismo entro dieci secondi dall’inizio.

Per questa ragione, in letteratura si tende a distinguere in primo luogo gli “spettatori dannosi” (hurtful bystanders) che istigano il bullo, lo incitano, ridono o partecipano direttamente alle violenze o guardano senza fare nulla giocando il ruolo di “spettatori passivi”. Anche questi ultimi giocano un ruolo importante fornendo al bullo il pubblico di cui ha bisogno e, con il loro silenzio, avallano la condotta sua e del branco che, così, si sente legittimato a proseguire.

Gli unici “spettatori utili” (helpful bystanders) sono coloro che intervengono direttamente, scoraggiando il bullo o difendendo la vittima, oppure corrono in cerca di aiuto, adulti, autorità o altri ragazzi, per prestare soccorso alla vittima: tutti questi soggetti giocano un ruolo importante nel contrastare e prevenire efficacemente la diffusione del bullismo[46][47] [48][49][50].

Cerchiamo ora di capire cosa potrebbe spingere un ragazzo a voler far parte del branco: la letteratura in materia individua molte spiegazioni e cause, a volte anche in contrasto tra loro, ma, in linea di massima, le ragioni prevalenti vanno dal carisma del leader, che agisce come una calamita attirando nella sua orbita soggetti affascinati dalla sua personalità, al bisogno di appartenere a un gruppo, tipico di molti adolescenti e preadolescenti in cerca di un’identità, ma anche il bisogno di sentirsi protetti, la noia, la mancanza di solide regole morali fino ad arrivare a veri e propri casi di instabilità psichica.

A seconda delle ragioni che lo hanno spinto avremo un differente profilo di gregario. Partiamo dal contesto generale, cercando di arrivare a una definizione il più possibile precisa e completa di che cosa sia un branco e in base a quali dinamiche operi. Il più delle volte a capo di questi gruppi troviamo dei leader carismatici, sicuri di sé e delle proprie idee, capaci di focalizzare l’aggressività e la violenza del gruppo verso uno o più specifici obiettivi[46].

Una volta all’interno del branco, la coscienza dell’individuo si affievolisce lasciando il posto a quella collettiva, fenomeno, questo, studiato con particolare attenzione da Gustave Le Bon che, considerato il fondatore della psicologia delle masse, fu uno dei primi studiosi ad analizzare scientificamente il comportamento delle folle, cercando di capire come si muovono e, soprattutto, quali meccanismi entrano in gioco quando l’individuo cessa di essere tale e diventa massa. Le teorie di Le Bon vennero successivamente riprese e sviluppate dal professor Philip Zimbardo della Stanford University, che sviluppò soprattutto la teoria della deindividuazione nota anche come "effetto Lucifero"[46].

La vittimaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Vittimologia § Predisposizione della vittima.

Mentre in superficie il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l'aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti. D'altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell'aggressore oppure di stare al gioco nell'ambito dei processi di comunicazione fra pari.[51] La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l'insorgenza. Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque a effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D'altro canto coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo.[52]

Il bullo-vittima o vittima reattiva

Secondo uno studio di Barker, Arsenault, Brendgen, Fontan, Maughan (2008) l’idea che i bulli e le vittime siano sempre due ruoli separati necessita di revisioni. Nonostante gli attori del fenomeno del bullismo seguano dei veri e propri script, cioè ruoli stabiliti in una sequenza stereotipata (Menesini, 2003), che dipendono dalle caratteristiche personali e dalle aspettative degli altri nelle interazioni sociali, il ruolo del bullo vittima o vittima reattiva risulta più spurio degli altri. Egli appare come il più problematico degli attori coinvolti nel bullismo, il suo profilo è stato definito secondo la teoria socio cognitiva e secondo la teoria dell’attaccamento. Il bullo vittima sembra distinguersi dalle vittime passive per un’incompetenza sociale generalizzata e per l’inefficacia nell’opporsi al suo aggressore.

Egli presenta una combinazione del modello reattivo aggressivo (tipico del bullo) e del modello reattivo ansioso (tipico della vittima). Da un lato è oggetto di aggressione da parte dei suoi pari, dall’altro reagisce alle offese subite facendo ricorso alla forza (Cerutti et al. 2005). Ciò che distingue le vittime provocatrici da quelle passive è proprio il tentativo di combattere i loro aggressori. Le vittime reattive di solito risultano sgradite anche agli adulti perché manifestano irrequietezza e distrazione e cercano di prevaricare a loro volta attivando situazioni di elevata conflittualità (Cerutti et al., 2008). Questi spesso hanno un comportamento iperattivo, problemi di concentrazione, un concetto di sé per lo più negativo, risultano ansiose e insicure (Cerutti et al, 2008). Il bullo vittima proviene spesso da ambienti ad alto rischio di abuso e maltrattamento, per questo incontra molte difficoltà nelle esperienze sociali (Espelage, Holt, 2006). Infatti, la vittima provocatrice vive nella relazione con l’altro un’alternanza di status (Menesini, 2003).  La vittima reattiva, presentando le difficoltà comuni sia ai bulli che alle vittime, ha maggiore probabilità di sviluppare problemi di adattamento rispetto agli altri attori.  In particolare la scarsa modulazione dell’aggressività incide sui comportamenti antisociali che possono incontrare il loro picco durante la tarda adolescenza o durante la giovane età adulta (Barker, Arsenault, Brendgen, Fontaine, Maughan, 2008). Secondo Perry, Perry e Kennedy (1992) la teoria dell’attaccamento e la teoria socio cognitiva potrebbero spiegare l’incompetenza sociale del bullo vittima e la sua centrale difficoltà di gestione del conflitto. Il bullo vittima potrebbe aver subito vittimizzazione anche in famiglia o in ambienti extrafamiliari (Espelage, Holt, 2006). Le possibili conseguenze del bullo-vittima dipendono anche dal ruolo disadattivo delle strategie di interazione di tipo aggressivo. Le conseguenze psicopatologiche cui va incontro la vittima reattiva implicano un’ampia serie di problemi di adattamento e difficoltà comuni sia ai bulli che alle vittime passive. Per queste ragioni la collaborazione tra la scuola e la famiglia assume un ruolo centrale per l’intervento e la sua efficacia.

Circostanze particolariModifica

OmofobiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bullismo omofobico.

Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Soggetti disabiliModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Disabilità.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d'odio.[53]

Nei vari contestiModifica

Nella scuolaModifica

A scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all'esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi a isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti.[54][55][56] Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.[57]

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umiliando un alunno/a (per i suoi risultati e/o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo/la di mira, innescando la spirale di isolamento e/o di violenza fisica/morale tipica del bullismo.

Il fenomeno si riscontra anche nelle università e negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, intesi sia come ricercatori sia come dottorandi.[58]

Nei luoghi di lavoroModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bossing e Mobbing.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su 10 000 diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un'altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.[59][60]

In internetModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Crimine informatico e Cyberbullismo.

Questa forma di bullismo, chiamata cyberbullismo, è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell'anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l'uso di email, forum asincronici, siti web, social network, ecc.[61][62][63][64][65]

Secondo l'Indagine nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza pubblicata nel 2011[66] un quinto dei ragazzi ha trovato in Internet informazioni false sul proprio conto: “raramente” (12,9%), “qualche volta” (5,6%) o “spesso” (1,5%). Con minore frequenza si registrano casi di messaggi, foto o video dai contenuti offensivi e minacciosi, ricevuti “raramente”, “qualche volta” o “spesso” dal 4,3% del campione; analoga percentuale (4,7%) si registra anche per le situazioni di esclusione intenzionale da gruppi on-line.

Nelle istituzioni carcerarieModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Carcere.

Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l'istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere e ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nelle forze armateModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Nonnismo.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio.

I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile sia femminile.[67] In quest'ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.

Dati sulla diffusioneModifica

Nel 2003 in Inghilterra, a fronte dell'incremento notevole di casi di bullismo, è stato necessario adottare nelle scuole un codice di comportamento per aiutare le vittime a denunciare i propri carnefici.[senza fonte] È attualmente in atto a livello europeo una rilevazione di dati che consenta un confronto della diffusione del fenomeno del bullismo in vari Paesi europei. Il progetto E-ABC (Europe Anti-Bullying-Project)[68], promosso dalla Commissione Europea, riunisce vari Paesi, ciascuno rappresentato da un'organizzazione nazionale che si impegna nella prevenzione del bullismo.

Negli ultimi anni in Italia sono stati condotti molti studi e ricerche sul bullismo, con l'intento di definire quale sia la diffusione del fenomeno in Italia. Manca però un sistema unitario e permanente di monitoraggio del fenomeno. Secondo l'Indagine nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza pubblicata nel 2011 le forme di prevaricazione più comunemente messe in atto da bambini e ragazzi sono la diffusione di informazioni false o cattive sul proprio conto (25,2%), provocazioni e prese in giro ripetute (22,8%), essere ripetutamente oggetto di offese immotivate (21,6%). Il 10,4% degli intervistati ha detto di subire una continua esclusione/isolamento dal gruppo dei pari. Le forme di bullismo indiretto (verbale e relazionale) appaiono quindi molto più diffuse rispetto alle forme di bullismo fisico. Rispetto a parametri quali sesso ed età, emerge che il bullismo riguarda sia i maschi sia le femmine, con una prevalenza per queste ultime di episodi di diffusione di informazioni false o cattive sul proprio conto.

Il dibattitoModifica

Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa hanno dato - soprattutto a partire dagli anni 2000 - hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata sul fenomeno. Sono pensieri o opinioni sul bullismo essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati:

  • credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita;
  • pensare che sia una semplice "ragazzata";
  • ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate (ipotesi dimostratasi falsa e inutile, alcune volte, ragazzi benestanti, perseguitano ragazzi più poveri)
  • giudicare colpevole la vittima, poiché non in grado di sapersi difendere.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza, infatti, che l'opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza.[22]

Legislazione nel mondoModifica

Non esiste un normativa europea di riferimento, e i giudici degli Stati membri identificano la legge applicabile in base all'interpretazione analogica di norme già esistenti, che inquadrano il bullismo come reati già codificati.

ItaliaModifica

La condotta del soggetto che agisce da bullo, anche quando non integrano un reato autonomo, sono sovente pluririlevanti dal punto di vista penale, potendo integrare diversi reati già previsti dal codice penale e dalla legislazione penale speciale, e come tali vengono punite dalla magistratura[69]: possono configurarsi, infatti, alcuni reati tipici come, ad esempio, le percosse, le lesioni personali (art. 581 e 582 codice penale), la minaccia (art. 612), la diffamazione (595), il furto (art. 624), la rapina (art. 628) o danneggiamento di cose (art. 635), molestia o disturbo (art. 660), stupro (art. 609-bis), interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis).

Bullismo e razzismo si nutrono della stessa subcultura fatta di ignoranza e violenza tanto che, non di rado, vanno a braccetto. Si tratta, infatti, di due evidenti espressioni di una preoccupante mancanza di senso civile, di rispetto per gli altri e di apertura mentale.

L’appartenere a una diversa etnia, il parlare male la lingua del paese ospite o l’avere la pelle di un colore differente rendono molto facile per il bullo isolare la vittima e coalizzare il gruppo contro di lei[2].

Il bullismo è spesso sanzionato con pene maggiori dovute all'aggravante dei futili motivi[70].

Una particolare modalità di bullismo, che risulta significativa sia per la rilevanza che per gli effetti su adolescenti e preadolescenti, è quella delle molestie sessuali, cioè quelle attenzioni sessuali (di natura verbale, psicologica e fisica) non desiderate dal soggetto che le riceve. In questo caso, è bene precisare che il reato di violenza sessuale sussiste anche in presenza di un generico gesto verso la zona genitale con l'intenzione di affermare una superiorità del bullo sulla vittima[71].

L’Italia ha stabilito di affrontare il problema del cyberbullismo con un’apposita legge: si tratta della legge 29 maggio 2017, n. 71, “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo” pubblicata nella «Gazzetta Ufficiale» n. 127 del 3 giugno 2017.

La legge nasce con l’obiettivo di contrastare il fenomeno del cyberbullismo attraverso azioni di carattere preventivo e attuando una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti e prevede alcuni importanti strumenti tra cui la richiesta di rimozione di contenuti lesivi della dignità del minore (art.2) e l'ammonimento del questore (art.7). Quest'ultimo strumento prevede che, fino a quando non è proposta querela o non è presentata denuncia per taluno dei reati di cui agli articoli 594, 595 e 612 del codice penale e all’articolo 167 del codice per la protezione dei dati personali, e laddove questi reati siano stati commessi, attraverso la rete internet, da minorenni di età superiore agli anni quattordici nei confronti di altro soggetto minorenne, è possibile procedere alla richiesta di ammonimento da parte del questore. Ai fini dell’ammonimento, il questore convoca il minore, unitamente ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale, e gli effetti dell’ammonimento cessano al compimento della maggiore età.

Il bullismo possa avere conseguenze molto gravi, ma cosa ci dice la giurisprudenza in merito alla responsabilità penale per le azioni dei bulli e, soprattutto, chi è tenuto al risarcimento dei danni che tali azioni causano alle vittime?

Per prima cosa, dobbiamo precisare che, in Italia, come in altri ordinamenti, esistono due differenti tipologie di responsabilità: una prima (cosiddetta “responsabilità civile” che, a sua volta, può essere divisa in responsabilità contrattuale ed extracontrattuale) che, semplificando al massimo, possiamo definire come quella relativa agli aspetti meramente economici della vicenda e, quindi, al risarcimento del danno, e una seconda (cosiddetta “responsabilità penale”) che, invece, riguarda il diritto-dovere dello Stato di sottoporre a una specifica punizione l’autore di un fatto riconosciuto dalla legge come reato[2].

Ai fini che qui ci interessano, possiamo dire che la principale differenza tra i due tipi di responsabilità consiste nel fatto che, mentre l’obbligo di risarcire il danno può essere imposto anche a soggetti diversi da chi, materialmente, ha commesso il fatto, la responsabilità penale può essere sempre solo ed esclusivamente attribuita al soggetto che ha commesso il reato.

La responsabilità penale si occupa di tutte quelle azioni o omissioni che, nel codice penale italiano, configurano un reato o, più precisamente, un delitto o una contravvenzione.

Un aspetto molto importante della responsabilità penale è che deve rispettare due importanti principi: la tipicità e la personalità. Sin dalla notte dei tempi, infatti, una delle principali conquiste della civiltà è stata rappresentata dal fatto che la responsabilità penale dovesse essere attribuita personalmente all’autore del fatto; non si può essere chiamati a rispondere penalmente del reato commesso da un’altra persona e non si può essere chiamati a rispondere di un fatto che, al momento in cui fu commesso, non era previsto dalla legge come reato.

Per poter essere punito legalmente, un soggetto deve essere “imputabile”, ossia deve trovarsi in possesso della capacità di intendere e di volere (cosiddetta “capacità naturale”), infatti, secondo l’art. 85 c.p. «nessuno può essere punito per il fatto, se al momento in cui lo ha commesso non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere».

loro età è inferiore ai quattordici anni.

A seconda dell’età del “bullo”, si possono aprire differenti scenari in ambito giudiziario:

– bullo minore di quattordici anni;

– bullo tra i quattordici e i diciotto anni;

– bullo maggiorenne.

Per i minori di quattordici anni esiste una presunzione assoluta di non imputabilità, il che significa che qualunque sia l’effettivo grado di sviluppo psicofisico del soggetto e indipendentemente dal reato che costui ha commesso, non potrà in nessun caso essere sottoposto a un procedimento penale.

Per quanto concerne, invece, il minore che si trova nella fascia compresa tra i quattordici e i diciotto anni, il codice prevede che questi sia imputabile soltanto se, al momento in cui ha commesso il fatto, abbia effettivamente la capacità di intendere e di volere.

Abbiamo visto che, molto spesso, i protagonisti di episodi di bullismo sono minorenni e abbiamo anche visto che l'ordinamento italiano prevede la possibilità di punire penalmente i soggetti tra i quattordici e i diciotto anni che dimostrino un’adeguata maturità.

Nell'ordinamento italiano, il compito di valutare la condotta e la personalità del minore non spetta al giudice ordinario, ma a un giudice specializzato: il Tribunale per i minorenni.

Il Tribunale per i minorenni, che si inquadra tra le sezioni specializzate previste dall’art. 102 Cost., fu istituito nel 1934 con il Rdl 1404, ed è composto da giudici togati e da esperti; normalmente, eccetto le funzioni di gip che sono svolte in veste monocratica, opera sempre in composizione collegiale.


Gli strumenti a disposizione di dirigenti scolastici e collegi docenti per reprimere il bullismo nelle scuole e università, sono (o erano fino agli anni novanta): voto in condotta fino alla bocciatura, sospensione fino a 15 giorni di lezione (massimo ammesso), trasferimento "coatto" di classe, espulsione dall'istituto per arrivare fino all'espulsione da tutte le scuole d'Italia a vita, come massima sanzione disciplinare ammessa dalla legge (norme del regio decreto del 1925, in vigore fino al mese di giugno del 1998).
Infatti, con Schema di Regolamento del 15 ottobre 2007, il Ministero della Pubblica Istruzione modificava lo Statuto delle studentesse e degli studenti (art. 3 e 4) per chi è sorpreso "in atteggiamenti lesivi della dignità dei compagni e degli stessi insegnanti", reintroducendo la possibilità di sospensione fino alla fine dell'anno scolastico con conseguente automatica bocciatura perché lo studente sospeso superato il limite massimo di assenze consentito, non garantendo il numero minimo di giorni effettivi di lezione[72]: la norma appariva come una naturale continuazione di un voto in condotta non sufficiente, che comporta comunque una inevitabile bocciatura, laddove la mancata sospensione fino a fine anno e la permanenza in aula presentano alte probabilità di peggiorare la situazione di bullismo. Gli organi collegiali (Consiglio di classe o Consiglio d'istituto) deputati a infliggere la sanzione non saranno comunque inappellabili. I ragazzi incolpati, o chi per loro, potranno rivolgersi all'organo di Garanzia della scuola che al suo interno, oltre ai docenti e al capo d'istituto, avrà i rappresentanti dei genitori e degli alunni.

Il genitore che intervenga a difesa del figlio minore, anche contro minori, potrebbe invocare la legittima difesa anche se non è direttamente il destinatario dell'azione aggressiva, purché esista il pericolo di un'offesa ingiusta e minacciata, e la necessità di difendere un diritto. Esiste una responsabilità civile dei genitori dei "bulli" per il risarcimento dei danni alle vittime, essendo i minori sprovvisti di autonomia patrimoniale. Se l'imputato non è maggiorenne, non è ammesso l'esercizio dell'azione civile per la restituzione e risarcimento del danno cagionato dal reato, e sono necessari un procedimento civile e uno penale, distinti.

Per l'azione penale, è competente la Procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni. Il minorenne non ha legittimazione attiva o passiva ad agire in giudizio: non ha valore la denuncia del minore, se non sottoscritta da chi esercita la responsabilità genitoriale. Anche in corso di anno scolastico, lo studente può chiedere il trasferimento ad altra classe dello stesso istituto, o ad altra scuola. Se adeguatamente motivato, il dirigente dell'istituto di provenienza deve concedere il nulla-osta. Tuttavia, non è previsto un termine per il silenzio-assenso, né un automatismo specifico per episodi di bullismo.

Docenti e collaboratori scolastici non sono tenuti dai contratti collettivi di lavoro (e quindi non sanzionabili sul profilo disciplinare) a segnalare a presidi e famiglie episodi di bullismo. In capo al personale scolastico, esiste:

  • una responsabilità civile (patrimoniale), solidale e non alternativa a quella dei genitori del bullo per culpa in educando ex art. 2048 c.c.(Cassazione Civile Sez. III sentenza n. 12501/2000). Per il personale scolastico la culpa in vigilando, per il preside la culpa in organizzando;
  • una responsabilità penale: generica quali cittadini (art. 43 cod. penale), in quanto dipendenti pubblici (art. 28 della Costituzione) e per lo specifico obbligo contrattuale di vigilanza sugli alunni minori (art. 61 legge n. 312/ 1980), in presenza di dolo o colpa grave (negligenza, imprudenza, imperizia), o di atti contra ius volontari e coscienti.

L'amministrazione scolastica (non il danneggiato) deve dare la prova liberatoria che ha adottato la vigilanza e questa era diligente in misura idonea a impedire il fatto; il danneggiato deve solo provare che il fatto è avvenuto nel periodo dal momento dell'ingresso a quello di uscita dalla scuola (Cassazione n. 6331/1998). Viceversa, non c'è presunzione di colpa e quindi l'onere è interamente del danneggiato, per azioni promosse contro i dirigenti scolastici (art. 2043 c.c.).

L'amministrazione scolastica surroga la responsabilità civile del personale soltanto per culpa in vigilando (anticipa il pagamento danni, salvo successiva rivalsa della Corte dei Conti), mentre per ipotesi diverse il dipendente pubblico risponde direttamente e personalmente col suo patrimonio (Cassazione Sez. Unite n. 7454/1).

Il 3 luglio 2019, la stampa italiana ha dato la notizia della prima sentenza per atti di bullismo commessi su un quindicenne, rinchiuso in un garage e torturato per ore da un gruppo di coetanei. La Procura dei Minori di Milano ha inflitto ai quattro minorenni colpevoli delle sevizie una condanna a 4 anni di carcere e a 1.200 euro di multa, oltre ad aver contestato anche i reati di rapina, violenza privata, sequestro di persona e lesioni.[73][74][75]

Altri servizi

114 è il numero telefonico di emergenza per i problemi dei minori, gestito dal Telefono Azzurro fin dal 2002. Disponibile anche come app per smartphone, dal 2019 è stato integrato da alcuni istituti scolastici con un servizio di consulenza psicologica e di pronto intervento della Croce Rossa Italiana.[76]

NoteModifica

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BibliografiaModifica

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