Caduta di Trebisonda

Resa di Trebisonda e del suo Impero in favore degli Ottomani nel 1461
Caduta di Trebisonda
Medieval Trebizond 2.png
Piano di fortificazione della città centrale di Trebisonda (attuale Trabzon, Turchia). In rosso i resti attuali
Data14 settembre 1460-15 agosto 1461[1]
LuogoTrebisonda
EsitoGli Ottomani conquistano Trebisonda, cade l'ultimo territorio erede dell'Impero Romano
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Sconosciuti60,000 cavalieri
80,000 fanti
200 galee
10 navi da guerra[2]
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La caduta di Trebisonda fu l'assedio che decretò la caduta della città di Trebisonda - capitale dell'Impero di Trebisonda - dagli ottomani sotto il sultano Mehmet II, che si concluse il 15 agosto 1461.[1] L'assedio è stato il culmine di una lunga campagna militare dal lato ottomano, che ha coinvolto le manovre coordinate - ma indipendenti - di un grande esercito e la marina. I difensori di Trebisonda avevano fatto affidamento su una rete di alleanze che li avrebbero fornito supporto militare e manodopera quando gli ottomani iniziarono l'assedio, ma la mancanza di una rete diplomatica dell'imperatore Davide II di Trebisonda non permise a Trebisonda di ricevere adeguati aiuti militari.

La campagna ottomana mirava inizialmente ad intimidire il sovrano di Sinope per arrendersi volontariamente senza combattere; i turchi si mossero per più di un mese attraverso disabitate montagne selvagge, vincendo diverse battaglie minori e trovandosi infine ad assediare Trebisonda.

L'obiettivo bellico messo in atto dal sultano fu poi quello di isolare la città fortificata oltre che via terra anche via mare, portando l'imperatore Davide II ad accettare la resa della capitale alle sue condizioni: in cambio del suo piccolo regno, gli dovevano essere assegnati dei latifondi altrove nell'Impero ottomano, dove Davide II, la sua famiglia e i suoi cortigiani avrebbero potuto vivere liberamente. Il sovrano decise di accettare e arrendersi spontaneamente perché riteneva di non essere in grado di fronteggiare un simile assalto.

Dopo che gli ultimi membri della dinastia dei Paleologi erano fuggiti dal Despotato della Morea l'anno precedente alla volta dell'Italia, Trebisonda era diventata l'ultimo avamposto della civiltà bizantina e la sua caduta determinò la fine dei romei.

Contesto storicoModifica

Le fonti del XV secolo differiscono nella loro spiegazione delle reali motivazioni dell'attacco di Trebisonda operato da Mehmet II. William Miller, storico inglese, riprende Michele Critoboulos affermando che "la riluttanza dell'imperatore Davide di Trebisonda di pagare tributi [per mantenere la pace nella sua regione] e le relazioni matrimoniali con Uzun Hasan e la corte georgiana portarono il sultano ad invadere l'Impero".[3] Un'altra autorevole fonte, lo studioso turco Halil İnalcık, cita un passaggio dello storico ottomano del XV secolo Ibn Kemal, che scrisse:[4][5]

«I Greci vivevano sulle coste del Mar Nero e del Mar Mediterraneo in zone abitabili e floride perché protette dagli ostacoli naturali circostanti. In ogni area a governare era un tekfur, una specie di sovrano indipendente a cui erano regolarmente dovuti tributi e vantava diritti sulle milizie locali. Il sultano Maometto II sconfisse ed espulse alcuni di questi tekfur e non intendeva arrestarsi fino a quando non fossero tutti soppressi. L'obiettivo era quello di togliere a tutte queste persone sovranità, sia pur locale. Fu per questo che per la prima volta nella storia [dal 1453] venne meno il tekfur di Costantinopoli, considerato il principale e guida di quel popolo. In seguito, sottomise i tekfur di Enos, Morea, Amasria (Amastris) e annesse i loro territori all'Impero. Infine, l'attenzione del sultano fu diretta al tekfur di Trebisonda.»

Entro il 1450, l'Impero ottomano occupò o stabilì l'egemonia su gran parte dei territori che l'Impero bizantino deteneva prima che la Quarta crociata saccheggiasse Costantinopoli nel 1204 in Asia Minore e Anatolia. Le campagne espansionistiche avviate da Maometto II gli conferirono il titolo di "Conquistatore".[6] Il quadro politico della regione stava repentinamente cambiando: Enos cadde dopo una serie di operazioni belliche lampo nell'inverno del 1456;[7] dopo aver mostrato insolita pazienza con i figli di Costantino XI che governavano la Morea, impegnati in lotte di potere interne, i turchi alla fine conquistarono Mistra il 29 maggio 1460;[8] Amasra fu espugnata dai genovesi nello stesso periodo;[9] ad eccezione di diverse isole del Mar Egeo sotto il dominio di vari signori latini, Trebisonda era l'unico parte rimasta dell'ex Impero romano d'Oriente ancora indipendente.

L'imperatore Giovanni IV di Trebisonda era a conoscenza della minaccia che Mehmet II rappresentava per lui già da qualche tempo e che occorresse tenere strette le alleanze già esistenti, tanto che nel 1451 il diplomatico bizantino Giorgio Sfranze arrivò a Trebisonda in cerca di una sposa per il suo imperatore, Costantino XI.[10] Giovanni aveva felicemente riferito al diplomatico in visita la notizia della morte di Murad II e che la giovane età del nuovo sultano significava che Trebisonda poteva forse ora durare più a lungo e ricostituirsi. Sfrante, tuttavia, spiegò a Giovanni IV che la giovinezza del regnante e l'apparente stato di quiete degli ottomani fosse solo una situazione temporanea e che incombeva una minaccia sia sul Bosforo che su Trebisonda.[10]

 
Le mura di Trebisonda in una ricostruzione storica del 1875

Trebisonda poteva fare affidamento sulle sue imperiose fortificazioni per difendersi. Oltre alla cinta muraria, lungo le mura orientali e occidentali due profondi burroni rendevano più forti le difese, sebbene parti della città giacevano al di fuori di esse, come il Meydan, uno dei quartieri più frequentati dell'attuale Trabzon, e i quartieri abitati da genovesi e veneziani.[11] Queste mura avevano resistito a molti assedi precedenti: nel 1223, quando le mura della città non erano estese come a metà del XV secolo, i difensori avevano sconfitto un esercito selgiuchide;[12] non più di qualche decennio prima, Sheykh Junayd aveva tentato di cingere d'assalto la città ma, nonostante i pochi soldati, l'Imperatore Giovanni IV era stato in grado di trattenerlo.[13]

Gli storici moderni hanno ricostruito la fitta serie di alleanze poste in essere da Giovanni con gli emiri di Sinope,[14] Karaman e i re cristiani della Georgia.[15] Si ritiene che suo fratello e successore Davide II Comneno commissionò Michele Alighieri, un mercante fiorentino che commerciava spesso in Turchia - e forse Lodovico da Bologna - di recarsi in Europa occidentale nel 1460 alla ricerca di sostenitori.[16] L'alleato più potente e affidabile degli imperatori di Trebisonda fu il sovrano degli Aq Qoyunlu (o Turcomanni della Pecora Bianca), Uzun Hasan.[17] Nipote di una principessa della dinastia dei Comneni, Hasan aveva trasformato l'Aq Qoyunlu nella tribù più potente tra i turkmeni, sconfiggendo i loro rivali, le Pecore Nere;[18] egli aveva sentito parlare della bellezza della figlia dell'imperatore Giovanni Teodora Comneno (nota anche come Despina Khatun). Interessatosi a chiedere la mano di questa, Hasan offriva in cambio protezione a Trebisonda con i suoi uomini, i suoi soldi e la sua persona.[19]

Nel 1456, le truppe ottomane guidate da Hizir Pasha sferrarono un attacco. Secondo lo storico bizantino Laonico Calcondila, Hizir fece irruzione nelle campagne, penetrando persino nel mercato cittadino e catturando complessivamente circa 2.000 persone. La città si era spopolata a causa della peste e stava vivendo un periodo difficile; Giovanni IV accettò di pagare un tributo annuale di 2.000 pezzi d'oro a Hizir in cambio dei prigionieri catturati. Giovanni inviò suo fratello Davide a ratificare il trattato con Maometto II in persona nel 1458, ma il sultano elevò la cifra a 3.000 pezzi d'oro.[20][21]

Un tributo di 3.000 pezzi d'oro ogni anno dovette significare troppo per l'erario dell'Impero, tanto da spingere Giovanni e Davide a chiedere ad Uzun Hasan di pagarlo in cambio della fedeltà di Trebisonda che a quest'ultimo da allora sarebbe stata riconosciuta. Hasan acconsentì e inviò degli araldi a Mehmet II. Tuttavia, questi inviati non chiesero solo che il tributo venisse trasferito all'Aq Qoyunlu. Domandarono agli Ottomani di saldare un debito che, secondo Hasan, era stato contratto dal nonno di Maometto nei confronti dei turcomanni e che non era stato ancora saldato. Le fonti non concordano esattamente sulla risposta di Mehmet II. Le due versioni principali della vicenda parlano però di una risposta piccata del sultano. In una di queste cronache, si riferisce che disse agli inviati "che non ci sarebbe voluto molto prima che avessero imparato cosa dovevano aspettarsi da lui".[22] Nell'altra, la sibillina risposta di Mehmed fu: "Vai in pace; l'anno prossimo mi ricorderò di queste cose e salderò il debito".[23]

Avanzata ottomanaModifica

AllestimentoModifica

 
Galera ottomana, 17º secolo circa

Nella primavera del 1461, Maometto II allestì una flotta composta da 200 galere e dieci navi da guerra.[9] Allo stesso tempo, attraversò lo stretto dei Dardanelli giungendo a Bursa e riunendo le truppe già stanziatesi in Europa con quelle giunte dall'Asia; si stima che la forza combinata consistesse in 80.000 unità di fanteria e 60.000 di cavalleria.[2] Secondo lo storico bizantino Ducas, mentre il sultano allestiva i preparativi suscitò un tale timore che gli abitanti di luoghi lontani come Lykostomion (Chilia Veche) alla foce del Danubio, Caffa in Crimea, Trebisonda e Sinope, oltre alle isole del Mar Egeo a sud tra cui Chio, Lesbo e Rodi temevano tutti di essere i prossimi ad essere attaccati dai turchi. Sia apparentemente che nei fatti, questa strategia del terrore sembrava gradita al sultano, tanto che egli stesso rivelò accigliandosi ad un confidente che gli chiedeva confuso a quale territorio mirasse davvero: "Stai certo che se venissi a sapere che anche solo un pelo della mia barba fosse a conoscenza di questo segreto,[24] me lo strapperei e lo brucerei".[25]

Assalto a SinopeModifica

Al comando del suo esercito, il sultano ottomano condusse le sue truppe di terra verso Ankara, fermandosi sulla strada per visitare le tombe di suo padre e dei suoi antenati.[26] Dopodiché, scrisse al sovrano di Sinope, Kemâleddin Ismâil Bey, al fine di ricevere suo figlio Hasan ad Ankara per comunicargli un messaggio.[27] Il giovane era in realtà già lì quando Mehmed raggiunse la città e fu ricevuto cortesemente da Maometto II. Quest'ultimo si fece subito riconoscere per la sua schiettezza: secondo Doukas, informò Hasan affermando: "Riferisci a tuo padre che voglio Sinope, e se si arrende liberamente, lo ricompenserò volentieri assegnandogli la provincia di Filippopoli. Tuttavia, se rifiuterà, giungerò da lui presto." Nonostante le ampie fortificazioni della città e i suoi 400 cannoni presidiati da 2.000 artiglieri, Ismail Bey decise di cedere alle richieste; si stabilì dunque nelle terre che Mehmet gli assegnò in Tracia, dove redasse uno scritto sulle prescrizioni rituali islamiche chiamato Huulviyat-i Sultan, morendo nel 1479.[28]

Mehmet aveva molte ragioni per impadronirsi di Sinope, soprattutto logistiche ed economiche: era situata in una posizione favorevole e vantava buoni porti. Si trovava anche non troppo distante dal suo obiettivo finale, la città di Trebisonda.[29] Critoboulos afferma che uno dei motivi principali per cui Mehmet la acquisì fu dovuto al fatto di essere consapevole che Hasan Uzun la avrebbe potuta volere per sé: l'indagine del sultano avvenne sulla base "delle molte voci che gli giungevano e lo resero più che mai deciso a prenderla".[30]

Marcia in AnatoliaModifica

Lasciando Sinope in gestione al suo ammiraglio Kasım Pasha, Mehmet guidò i suoi eserciti nell'entroterra turco.[31] La marcia si rivelò difficile per gli uomini. Konstantin Mihailović, soldato serbo che prestò servizio nell'esercito ottomano in questa campagna, scrivendo le sue memorie decenni dopo, non ricordò nei suoi testi punti di riferimento tra Sinope e Trebisonda, pur tuttavia avendo invece ancora bene in mente i travagli del viaggio:

«E abbiamo marciato con grande vigore e con grande sforzo verso Trebisonda; non c'era solo l'esercito, ma anche l'imperatore [il sultano Mehmet] stesso: i problemi erano tanti. Uno, la distanza; due, le molestie nei confronti del popolo; tre, la fame; quattro, le alte e grandi montagne e, in più, i luoghi bagnati e paludosi. Inoltre pioveva ogni giorno con la conseguenza che la strada divenisse alta come la pancia dei cavalli.[32]»

Il percorso intrapreso dall'esercito ottomano non è noto. Critoboulos afferma che Mehmet attraversò le montagne del Tauro, divenendo il quarto generale della storia ad averle attraversate (prima di lui Alessandro Magno, Pompeo e Tamerlano).[33] Doukas asserisce che Mehmet guidò i suoi uomini attraverso l'Armenia e il fiume Fasi, quindi salì sulle montagne del Caucaso prima di raggiungere Trebisonda. Questo percorso non assume molto senso se si esamina una mappa, poiché sia il Fasi che il Caucaso ben lontani ad est della destinazione prefissata. Attendendoci a quanto riporta Mihailović, l'esercito ha marciato in Georgia,[32] per cui è plausibile, secondo alcuni, che Mehmet abbia operato una messa in scena per intimidire i re della Georgia dall'aiutare il loro alleato costiero. In alternativa, se si vuole seguire una più semplice e realistica interpretazione, si erano smarriti.

Dopo 18 giorni di marcia, uno dei soldati comuni attentò alla vita del gran visir Mahmud Pasha Angelovic, riuscendo solo a ferirlo lievemente. Esistono due versioni di questo episodio: una, di Critoboulos e l'altra, ovviamente da una diversa prospettiva, di Konstantin Mihailović.[34][35] Il bizantino afferma che nessuno riusciva a darsi una spiegazione per questo tentato omicidio, tanto che prima del momento in cui l'assassino avrebbe potuto essere interrogato, fu "spietatamente ridotto a pezzi dall'esercito". Mihailović, invece, afferma che l'assassino stava agendo sotto gli ordini di Uzun Hassan e descrive come l'uomo fosse stato torturato per una settimana prima di essere giustiziato; dopodiché, il suo corpo fu lasciato "accanto alla strada per i cani o i lupi affamati." Entrambe le storie concordano sulle sopraccitate ferite inflitte, anche se Critoboulos aggiunge che il sultano Mehmet inviò il suo medico personale, Yakub, a curare le ferite di Mahmud Pasha.[34]

L'esercito continuò a camminare per altri 17 giorni. Una volta essersi lasciato alle spalle Sivas ed essere giunto nelle terre dell'Aq Qoyunlu, il sultano inviò in avanscoperta Sarabdar Hasan Bey, governatore della regione di Amasya e Sivas, affinché conquistasse una fortezza di confine e devastasse le terre circostanti depredando quanto avesse trovato.[36] Dopo aver continuato la sua marcia, il sultano incontrò Sara Khatun, madre di Uzun Hasan e giunta per negoziare un trattato di pace tra il sultano e suo figlio. Maometto accettò di stipulare una pace con Uzun Hasan, ma con di estendere il patto di non aggressione a Trebisonda.[37]

Kasim Pasha e l'attacco a TrebisondaModifica

Mentre le truppe di terra viaggiavano su un percorso impervio e impegnativo, la flotta sotto l'ammiraglio Kasim Pasha e assistita da un marinaio veterano di nome Yakub, aveva lasciato Sinope ed era giunta in prossimità di Trebisonda.[38] Come era prassi comune nelle battaglie dell'epoca, gli equipaggi delle navi erano scesi ben armati dalle imbarcazioni e si stava provvedendo a circondare la città.

Secondo Calcondila, i marinai iniziarono a dare fuoco ai sobborghi prima di assediare il centro abitato principale.[39] Doukas riporta che, nonostante gli assalti quotidiani e ripetuti, "non era stato fatto alcun passo avanti" per infrangere le mura.[40] Gli uomini della flotta di Kasim Pasha assediarono la cinta di Trebisonda per 32 giorni: all'alba del trentatreesimo, le prime unità dell'esercito del sultano sotto il suo Gran Visir Mahmud Pasha Angelovic attraversarono il Passo Zigana e presero posizione a Skylolimne.[41]

OffensivaModifica

 
Trebisonda e il Mar Nero alla sua destra

Proprio come per Costantino XI nel 1453, anche all'imperatore Davide fu offerta l'opportunità prima che l'assalto ottomano iniziasse di arrendersi.[42] La scelta era tra lo sventolare una bandiera bianca nella sua città per salvare non solo la sua vita e la sua ricchezza, così come quella dei suoi cortigiani, ma anche ricevere nuove proprietà (per adoperare un termine caro all'organizzazione amministrativa medievale occidentale, si può adoperare il termine feudi) che gli avrebbero garantito denaro oppure andare incontro ad un destino di sofferenza perché i combattimenti sarebbero terminati solo alla caduta di Trebisonda e con la morte della sua guida oltre che la privazione di tutte le sue ricchezze. I dettagli su come fu consegnata questa proposta variano a seconda delle fonti. Secondo Doukas, il sultano "propose l'ultimatum all'imperatore", lo mise di fronte ad un aut aut.[40] La discussione è nata sul come questo messaggio fu consegnato, se di persona o tramite delegati. Doukas omette molti dettagli su come è stata negoziata la resa. Sia Calcondila che Critoboulos affermano che il suo gran visir, Mahmud Pasha Angelovic, iniziò ad avviare le operazioni di negoziazione il giorno prima che giungesse il sultano. Ciò in cui variano le versioni dei due autori appena citati riguarda il ruolo che assunse in questa missione Giorgio Amiroutzes, protovestiario di Trebisonda.[43] Calcondila afferma che Mahmud Pasha negoziò con Davide e a far da tramite vi fu Giorgio Amiroutzes, ritenuto tra l'altro cugino di Pasha;[43] Critoboulos omette ogni menzione ad Amiroutzes in questi negoziati, affermando che Mahmud Pasha inviò come messaggero Tommaso Cataboleno, descritto come un abile diplomatico agli ordini del sultano.[44]

Gli storici moderni considerano la prima versione quella più verosimile, immaginando un incertissimo Davide nel ponderare tra le due scelte. Le mura di Trebisonda erano massicce e ben costruite da un punto di vista ingegneristico;[45] il bizantino immaginava che il suo parente Hassan Uzun potesse giungere da un momento all'altro per rendere meno gracioso l'assedio, forse assieme al suo altro alleato, il re di Georgia. A consigliarlo vi era Giorgio Amiroutzes, presumibilmente persuaso da suo cugino a consegnare la città, il quale gli suggeriva che la resa sarebbe stata la strada prudente e ricordandogli cosa accadde a Costantinopoli a seguito del rifiuto di Costantino XI;[43] rimanendo nel campo di una situazione storiograficamente incerta, può immaginarsi un Amiroutzes che fece a Davide un resoconto scritto di quanto Sara Khatun avesse concordato con il sultano, instillando in lui la certezza che nessun rinforzo sarebbe giunto.

Alla fine, l'imperatore Davide Comneno scelse di arrendersi e consegnare la sua città e il suo impero, confidando che il leader ottomano sarebbe stato misericordioso.[46] Anche su come questa comunicazione di resa fosse avvenuta le fonti sono tra loro discordanti. Secondo Calcondila, fu inviato un messaggio a Mahmud Pasha: il sovrano si sarebbe arreso se avesse ricevuto possedimenti di egual valore e se Maometto II avesse sposato sua figlia.[47] Giunto nel frattempo tutto il resto delle forze turche nei pressi di Trebisonda, Mahmud Pasha riferì gli sviluppi. La notizia che la moglie di Davide era fuggita in Georgia fece arrabbiare il sultano che inizialmente era propenso ad assaltare la città e a schiavizzare tutti i suoi abitanti. Tuttavia, dopo qualche consultazione con il gran visir, Maometto II accettò di far fede ai termini offerti.[48]

Critoboulos descrive la scena accaduta alle porte di Trebisonda con particolare dettaglio. Tommaso Cataboleno fu inviato davanti alle porte di Trebisonda per ripetere le condizioni di resa offerte il giorno prima. Il popolo di Trebisonda preparò "molti splendidi doni" e un gruppo selezionato "dei migliori uomini [soldati]" uscì dalle porte della città e "giurò obbedienza al sultano, dopo esser giunti a patti, e dichiarando che sia la città sia loro stessi si erano arresi al sultano".[49] Dopo questi convenevoli, l'imperatore Davide lasciò la città con i suoi figli e cortigiani, rendendo prima omaggio al sultano: quest'ultimo "lo accolse con cortesia e gentilezza, gli strinse la mano e gli mostrò gli onori appropriati", quindi "diede a lui [Davide] e ai suoi figli molti tipi di doni, così come l'accesso dove lui soggiornava in accampamento".[50]

Il 15 agosto 1461, il sultano Mehmet II entrò a Trebisonda, comportando la caduta dell'ultima capitale dei romei.[51][52] Curiosamente, 200 anni prima vi era stata la riconquista di Costantinopoli da parte di Michele VIII Paleologo nell'Impero latino.[9] Mehmed fece un'ispezione dettagliata della città, delle sue difese e dei suoi abitanti. Secondo lo storico Miller, che riprende Critoboulos: "Egli [Mehmet] salì alla cittadella e al palazzo, vedendo e ammirando la sicurezza della prima e degli edifici annessi e lo splendore del secondo, e giudicando degna di spessore la città".[53] Mehmet convertì la cattedrale Panagia Chrysokephalos al centro della città nella Moschea Fatih,[54] e nella chiesa di Sant'Eugenio disse la sua prima preghiera, dando così all'edificio il suo nome successivo, Yeni Cuma ("Nuovo venerdì").[55]

Miller ha raccolto inoltre due racconti popolari turchi sulla caduta di Trebisonda. Si racconta di come i cittadini, aspettandosi che un esercito fosse giunto in loro soccorso e avrebbe costretto il sultano a ritirarsi prima dell'alba, avessero accettato di arrendersi ai turchi al canto del gallo. Tuttavia, in quell'occasione i galli cantarono prima del solito orario e dunque nelle ultime ore della notte; fu per questo che gli abitanti di Trebisonda furono costretti a mantenere la promessa fatta ai turchi.

L'altra leggenda descrive una ragazza, vestita di nero, che si era nascosta nella torre del palazzo e, quando tutto sembrava ormai perduto, decise di gettarsi dall'alto morendo; per questo motivo quella torre fu chiamata Kara kızın sarayı ("Il palazzo della ragazza nera").[56]

ConseguenzeModifica

 
Cassone che rappresenta la "Conquista di Trebisonda" realizzato da Apollonio di Giovanni, sito al Metropolitan Museum of Art di New York, dipinto poco dopo la caduta della città

Dopo aver preso possesso della città, il sultano Maometto II pose i suoi Giannizzeri a guardia del castello imperiale di Trebisonda; Critobulos afferma che il presidio era formata da 400 uomini.[57] L'imperatore Davide, la sua famiglia e i suoi parenti, i suoi funzionari e le loro famiglie con tutta la loro ricchezza furono scortati sulle triremi del sultano che li portarono a Costantinopoli, dove Davide e tutti e 3 i suoi figli sarebbero stati giustiziati meno di 2 anni dopo e sua figlia avrebbe poi sposato con il gran visir Zagan Pascià.[58] Al resto degli abitanti di Trebisonda fu riservato un trattamento più duro. Secondo Calcondila (questo passaggio però è di dubbia ascrivibilità a questo autore) furono divisi in tre gruppi: uno costretto a lasciare Trebisonda e reinsediarsi a Costantinopoli; un secondo fu fatto schiavo o entrò a far parte dei suoi dignitari; l'ultimo gruppo fu lasciato a vivere nelle campagne intorno a Trebisonda, ma non all'interno delle sue mura. Circa 800 bambini furono prelevati dalle loro famiglie per diventare Giannizzeri, l'unità militare ottomana d'élite, e convertirsi dunque all'Islam.[59]

Secondo Calcondila, Mehmet nominò Kasim Pasha come governatore di Trebisonda e fece accettare a Hezir la sottomissione dei villaggi intorno alla città e in Mesochaldia, patria del clan dei kabasiti. Sebbene sempre secondo Calcondila queste comunità hanno rapidamente accettato il dominio ottomano, lo storico inglese Anthony Bryer ha trovato prove che alcuni gruppi hanno resistito ai nuovi signori musulmani per una decina di anni.[60]

Maometto II tornò via terra a Costantinopoli e rese Trebisonda alla stregua di una provincia da un punto di vista amministrativo.[61] Critobulos non dice molto riguardo alla sua marcia di ritorno.

Secondo un colophon in una copia dell'Africa di Francesco Petrarca, la flotta del sultano tornò nell'ottobre 1461, con armi e materiale quasi inutilizzati.[62]

Papa Pio II cercò di salvare Trebisonda, ma dopo la sua morte avvenuta nel 1464, nessun regno cristiano osò intraprendere una crociata contro gli Ottomani.[63]

NoteModifica

  1. ^ a b (FR) Franz Babinger, La date de la prise de Trébizonde par les Turcs (1461) (num. 7), Revue des études byzantines, 1949, pp. 205-207.
  2. ^ a b (EN) John Freely, The Grand Turk, I.B.Tauris, 2009, ISBN 978-08-57-73022-0, p. 67.
  3. ^ (EN) William Miller, Trebizond, Argonaut Publ., 1969, p. 100.
  4. ^ (EN) Halil Inalcik, Mehmed the Conqueror (1432-1481) and His Time (num. 35), Speculum, 1960, p. 422.
  5. ^ (EN) Halil Inalcik, Essays in Ottoman History, Eren, 1998, ISBN 978-97-57-62258-1, p. 104.
  6. ^ (EN) Michele Critoboulos, History of Mehmed the Conqueror, Princeton University Press, 2019, ISBN 978-06-91-19818-7, p. IX.
  7. ^ (EN) William Miller, "The Gattilusj of Lesbos (1355–1462)", Byzantinische Zeitschrift (num. 22), 1913, pp. 431-432.
  8. ^ (EN) Michael Greenhalgh, Plundered Empire, BRILL, 2019, ISBN 978-90-04-40547-9, p. 563.
  9. ^ a b c (EN) John Freely, Children of Achilles, I.B.Tauris, 2010, ISBN 978-18-45-11941-6, p. 171.
  10. ^ a b (EN) John Freely, Children of Achilles, I.B.Tauris, 2010, ISBN 978-18-45-11941-6, p. 161.
  11. ^ (EN) George Finlay, Mediaeval Greece and the empire of Trebizond, A.D. 1204-1461, Clarendon Press, 1877, digitalizzato dall'Università di Oxford il 23 novembre 2007, p. 334.
  12. ^ (EN) Judith Herrin; Guillaume Saint-Guillain, Identities and Allegiances in the Eastern Mediterranean After 1204, Ashgate Publishing, Ltd., 2011, ISBN 978-14-09-41098-0, p. 170 (nota 8).
  13. ^ (EN) I.P. Petrushevsky, Islam in Iran, SUNY Press, 1985, ISBN 978-14-38-41604-5, p. 315.
  14. ^ (EN) Sharon La Boda, Historic Places, Taylor & Francis, 1996, ISBN 978-18-84-96402-2, p. 650.
  15. ^ (EN) Peter Jackson; Lawrence Lockhart, The Cambridge History of Iran (vol. 6), Cambridge University Press, 1986, ISBN 978-05-21-20094-3, p. 177.
  16. ^ (EN) Robert Black, Benedetto Accolti and the Florentine Renaissance, Cambridge University Press, 2002, ISBN 978-05-21-52227-4, p. 273.
  17. ^ (EN) Helen J. Nicholson, The Crusades, Greenwood Publishing Group, 2004, ISBN 978-03-13-32685-1, p. 85.
  18. ^ (EN) Jamie Stokes, Encyclopedia of the Peoples of Africa and the Middle East, Infobase Publishing, 2009, ISBN 978-14-38-12676-0, p. 711.
  19. ^ (EN) Abbas Amanat, Iran, Yale University Press, 2017, ISBN 978-03-00-23146-5, p. 43.
  20. ^ (EN) Calcondila, The Histories (traduzione a cura di Anthony Kaldellis) (vol. 2), Cambridge: Dumbarton Oaks Medieval Library, 2014, 9.34, p. 313.
  21. ^ (EN) Fritz Rudolf, Künker Auktion 137, Numismatischer Verlag Künker, p. 301.
  22. ^ (EN) Calcondila, The Histories (traduzione a cura di Anthony Kaldellis) (vol. 2), Cambridge: Dumbarton Oaks Medieval Library, 2014, 9.70, p. 353.
  23. ^ (EN) Ducas, Decline and Fall of Byzantium to the Ottoman Turks (traduzione di Harry J. Magoulias), Books on Demand, 1975, 45.10, ISBN 978-07-83-73611-2, p. 257.
  24. ^ Il riferimento è alla strategia che Maometto II intendeva adottare.
  25. ^ (EN) Ducas, Decline and Fall of Byzantium to the Ottoman Turks (traduzione di Harry J. Magoulias), Books on Demand, 1975, 45.15, ISBN 978-07-83-73611-2, p. 258.
  26. ^ (EN) Peter Snow, History of the World Map by Map, Dorling Kindersley Ltd, 2018, ISBN 978-02-41-37918-9, p. 21.
  27. ^ (EN) Franz Babinger, Mehmed the Conqueror and His Time, Princeton University Press, 1978, ISBN 978-06-91-01078-6, p. 191.
  28. ^ (EN) Dorothy Dunnett, The Spring of the Ram, Knopf Doubleday Publishing Group, 2010, ISBN 978-03-07-76241-2.
  29. ^ (EN) Owen P. Doonan, Sinop Landscapes, University of Pennsylvania Press, 2011, ISBN 978-19-34-53627-8, p. 119.
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