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Campo di concentramento di Avezzano

campo di prigionia italiano
Campo di concentramento di Avezzano
Avezzano campo di concentramento prima guerra mondiale.jpg
Veduta del campo di prigionia durante la prima guerra mondiale
Ubicazione
StatoFlag of Italy (1861–1946).svg Regno d'Italia
Stato attualeItalia Italia
RegioneAbruzzo
CittàAvezzano
Coordinate42°02′53.6″N 13°25′12.9″E / 42.048222°N 13.42025°E42.048222; 13.42025Coordinate: 42°02′53.6″N 13°25′12.9″E / 42.048222°N 13.42025°E42.048222; 13.42025
Mappa di localizzazione: Italia
Campo di concentramento di Avezzano
Informazioni generali
TipoCampo di prigionia
Inizio costruzione1916
Demolizione1945
Informazioni militari
UtilizzatoreFlag of Italy (1861–1946).svg Regno d'Italia
PG091 il campo di concentramento di Avezzano
voci di architetture militari presenti su Wikipedia

Il campo di concentramento di Avezzano fu allestito dal governo Salandra nell'omonima città abruzzese durante il 1916 nel corso della prima guerra mondiale, pochi mesi dopo il terremoto della Marsica del 1915 che la distrusse quasi completamente decimando la popolazione. Il campo di prigionia fu riservato a circa 15 000 prigionieri dell'esercito austro-ungarico principalmente di nazionalità ceca e slovacca, polacca, tedesca, ungherese; i rumeni, che verso la fine del conflitto furono radunati nella Legione Romena d'Italia, ebbero una guarnigione e un campo di addestramento ad Avezzano[1]. Dismesso per buona parte nel 1920, un settore venne riutilizzato nella seconda guerra mondiale per ospitare i prigionieri di guerra indiani, inglesi, neozelandesi e pakistani[2].

Indice

Prima guerra mondialeModifica

 
Disegno a china che riproduce il campo con una prospettiva a volo d'uccello (autore ignoto, 1920)
 
Legionari rumeni in visita all'Incile del Fucino (luglio 1918)

Pochi mesi prima dell'entrata ufficiale del Regno d'Italia nella prima guerra mondiale, il disastroso terremoto del 1915 distrusse quasi completamente la città di Avezzano, radendo al suolo altresì molti centri della Marsica e delle province limitrofe. A causa del sisma, la città fece registrare una perdita di popolazione del 90% circa[3]. Nonostante tutto, i pochi giovani superstiti e appartenenti alle classi d'età degli ultimi anni dell'Ottocento[4] non furono esonerati dal servizio militare e vennero chiamati al reclutamento nell'esercito in guerra e alla mobilitazione verso il Carso. In breve tempo, i giovani superstiti del sisma dovettero abbandonare le aree disastrate lasciando un vero e proprio vuoto generazionale.

Per favorire la ricostruzione della città, nella seconda metà del 1916 il governo Salandra decise di installare il campo di concentramento per prigionieri di guerra austro-ungarici più grande del centro Italia. Capace di ospitare circa 15.000 internati e 1.000 tra ufficiali e soldati del Regio esercito addetti alla sorveglianza, il campo fu anche superiore per estensione ai campi d'internamento abruzzesi e al campo di prigionia di Servigliano. Ufficialmente codificato PG091, fu allocato in un'area a nord della città, in un terreno di circa 33 ettari, in cui vennero edificati 192 padiglioni in muratura e in legno, destinati al ricovero dei prigionieri e ai servizi logistici[5].

Oltre all'ufficio-magazzino del genio militare, realizzato presso il villino Cimarosa, vennero portate a termine diverse opere di urbanizzazione e logistica del campo: la casa-comando militare, l'ospedaletto, la vivanderia, gli spacci, l'edificio del corpo di guardia, la viabilità interna, l'impianto idrico collegato attraverso dodici chilometri di tubature ai serbatoi delle Tre Conche, la rete fognante pari a circa otto chilometri, il sistema di rete elettrica[6].

Le opere dei prigionieriModifica

 
Villino Cimarosa, già sede degli uffici del genio militare
 
Le tre Conche

I prigionieri del campo di concentramento di Avezzano furono impegnati, nel rispetto delle direttive internazionali stabilite dalla convenzione di Ginevra, in numerose opere come la rimozione delle macerie del terremoto del 1915 e la ricostruzione in concorso della nuova città attraverso la realizzazione di edifici pubblici e strade[7], ma anche in lavori agricoli nei campi rimasti incolti del Fucino, nella bonifica di fiumi e torrenti, nella realizzazione della pineta con lo scopo primario di proteggere l'area dai venti gelidi provenienti in inverno dal monte Velino[8], nell'imboschimento del monte Salviano e di altre aree montane della Marsica e nella manutenzione straordinaria del cimitero comunale[9]. Non mancarono le richieste di soccorso da parte dei comuni montani della provincia in occasione delle calamità naturali, come le fitte nevicate invernali[10].

Il cimiteroModifica

 
Monumento all'ex cimitero di Chiusa Resta

Il cimitero venne realizzato in una posizione distante rispetto al campo di prigionia in località Chiusa Resta, un'area già adibita ai servizi cimiteriali dal 1656, anno della grande peste. Il luogo di sepoltura venne chiuso nel 1881 in seguito alla realizzazione, lungo la strada per Luco dei Marsi accanto al convento di Santa Maria in Vico, del cimitero comunale a inumazione. Il nuovo camposanto era più sicuro dal punto di vista sanitario e più adeguato alle nuove esigenze della città, in fase di crescita demografica e sociale dopo l'avvenuto prosciugamento del Fucino. Gli ufficiali deceduti vennero inumati in un'area prossima al cimitero di Santa Maria in Vico, mentre le salme degli 850 internati boemi, cechi e slovacchi, croati, polacchi, serbi, tedeschi, ungheresi e i rumeni, provenienti da Banato, Bucovina e Transilvania e morti tra il 1917 e il 1919, vennero sotterrati presso il camposanto di Chiusa Resta, riallestito per tale necessità[11].

Quasi tutte le salme, circa 770, furono riesumate tra il 1969 ed il 1991 per essere trasferite nel sacrario militare di Asiago. Lo smantellamento del cimitero avvenne ufficialmente a cominciare dal 1991[12][13]. Nel 2007, a seguito dell'ulteriore espansione edilizia di questa zona, si è proceduto alla riesumazione delle ultime spoglie, che vennero restituite alle autorità estere[14][15].

Soppressione del campoModifica

Alla fine della grande guerra, i prigionieri dovettero attendere diversi mesi per il rimpatrio, a causa delle controversie territoriali tra i nuovi Stati sorti nell'Europa centro-orientale. Il 23 settembre 1920 l'onorevole Camillo Corradini ottenne la cessione gratuita di diversi edifici, tra cui il villino Cimarosa, in favore del comune di Avezzano[16]. Baracche e padiglioni furono ceduti anche al genio civile e alle Ferrovie dello Stato, mentre gran parte dei terreni occupati furono restituiti ai proprietari[17].

Seconda guerra mondialeModifica

Nel corso della seconda guerra mondiale, un settore del campo di concentramento venne ripristinato per rinchiudervi i prigionieri delle forze alleate schieratesi contro le potenze dell'Asse. Posto sotto il controllo del Regio Esercito Italiano e successivamente dei reparti tedeschi, il campo ospitò i prigionieri di guerra indiani, inglesi, neozelandesi e pakistani. Durante il conflitto, il generale tedesco Albert Kesselring fece stabilire il quartier generale composto da oltre 200 ufficiali e circa 1.000 soldati nei pressi del castello di Albe[18]. La città di Avezzano, divenuta un luogo di transito al servizio delle truppe naziste, subì pesanti bombardamenti da parte degli Alleati, che causarono numerose vittime civili e danni al 70% del patrimonio architettonico ricostituito a pochi anni dal sisma del 1915[19]. Durante le fasi concitate degli attacchi aerei molti prigionieri fuggirono dal campo, riuscendo a trovare riparo nei borghi montani della Marsica o nei rifugi delle aree più impervie dell'appennino abruzzese[20].

Dismissione del campoModifica

La definitiva dismissione del campo avvenne nel secondo dopoguerra: gran parte della baracche furono abbattute o sostituite da edifici moderni, compresa la baracca utilizzata come chiesa. Pochi ruderi e le fondamenta di alcuni padiglioni in muratura sono presenti all'interno della pineta[21]. Il residuo della cabina elettrica della società Roveto Electrical[6] si trova tra via Don Minzoni e via Fosse Ardeatine, nel moderno quartiere di Borgo Pineta. I serbatoi delle Tre Conche, restaurati più volte, si trovano all'accesso nord della pineta[22], mentre il villino Cimarosa è posto lateralmente alla chiesa della Madonna del Passo in via Domenico Cimarosa[23].

NoteModifica

  1. ^ Marco Baratto, La collaborazione romena alla guerra in Italia, InStoria, Dicembre 2008. URL consultato il 16 ottobre 2018.
  2. ^ Ciranna, Montuori, 2015, pp. 51-56.
  3. ^ Il terremoto, Comune di Avezzano. URL consultato l'11 gennaio 2018.
  4. ^ Fulvio D'Amore, Il Massacro dei fanti contadini Marsicani nella Prima Guerra Mondiale (1915-1918), Terre Marsicane, 13 ottobre 2014. URL consultato il 16 ottobre 2018 (archiviato dall'url originale il 17 ottobre 2018).
  5. ^ Francesco Proia, La storia, le foto d'epoca e i resti del PG091, il campo di concentramento di Avezzano, Marsica Live, 11 aprile 2018. URL consultato il 16 ottobre 2018.
  6. ^ a b Maccallini, Losardo, 1996, p. 25.
  7. ^ Clara Verazzo, Per una maggiore sensibilità ad un patrimonio architettonico fragile, Vitruvius, 16 gennaio 2017. URL consultato il 23 aprile 2019.
  8. ^ Paolo Guadagni, Pineta Tre Conche, in il Centro, 23 maggio 2009.
  9. ^ Maccallini, Losardo, 1996, pp. 177-204.
  10. ^ Alvaro Salvi, Campo di concentramento: morti e feriti, in Borgo Pineta verso il 2000, 3 agosto 1995.
  11. ^ Ciranna, Montuori, 2015, p. 54.
  12. ^ Maccallini, Losardo, 1996, pp. 41-69.
  13. ^ Eliseo Palmieri, Smantellato il cimitero dei prigionieri, in Il Tempo, 26 marzo 1991.
  14. ^ La Grande Guerra in Abruzzo. Viali e parchi della rimembranza e monumenti ai caduti, MiBACT, catalogazione del 17 settembre 2014.
  15. ^ Idia Pelliccia, Cimitero di Via Piana lasciato al degrado: un progetto di riqualificazione per l'anno della memoria, Marsica News, 9 giugno 2015. URL consultato il 16 ottobre 2018.
  16. ^ Comunicato stampa del Municipio di Avezzano a firma del delegato speciale Francesco Benigni, 11 settembre 1920, Sezione di Archivio di Stato di Avezzano.
  17. ^ Maccallini, Losardo, 1996, pp. 246-253.
  18. ^ Maccallini, Losardo, 1996, p. 351.
  19. ^ Palmieri, 2006, p. 106.
  20. ^ Paolo Rumiz, Il terremoto dimenticato, la Repubblica, 18 gennaio 2015. URL consultato il 16 ottobre 2018.
  21. ^ Maccallini, Losardo, 1996, p. 352.
  22. ^ Le Tre Conche…, Marsica Live, 2 maggio 2013. URL consultato il 17 ottobre 2018.
  23. ^ Maccallini, Losardo, 1996, pp. 168-176.

BibliografiaModifica

  • Simonetta Ciranna, Patrizia Montuori, Avezzano, la Marsica e il circondario a cento anni dal sisma del 1915: città e territori tra cancellazione e reinvenzione, L'Aquila, Consiglio Regionale dell'Abruzzo, 2015, SBN IT\ICCU\RMS\2695461.
  • Enzo Maccallini, Lucio Losardo, Prigionieri di guerra ad Avezzano: il campo di concentramento, memorie da salvare, Avezzano, Archeoclub d'Italia, Sezione della Marsica, 1996, SBN IT\ICCU\AQ1\0038012.
  • Eliseo Palmieri, Avezzano, un secolo di immagini, Pescara, Paolo de Siena, 2006, SBN IT\ICCU\TER\0011256.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica