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Carlo Emanuele IV di Savoia

sovrano
(Reindirizzamento da Carlo Emanuele IV)

BiografiaModifica

InfanziaModifica

 
Carlo Emanuele, da bambino, con la madre Maria Antonietta di Spagna, regina di Sardegna

Nacque a Torino il 24 maggio 1751. Era il figlio maggiore del Re di Sardegna Vittorio Amedeo III e dell'infanta di Spagna Maria Antonietta, figlia di Filippo V di Spagna.

MatrimonioModifica

 
Maria Clotilde di Francia, come principessa di Piemonte, subito dopo il suo matrimonio con Carlo Emanuele

Nel 1773 il padre salì al trono di Sardegna, e da quel momento iniziò a organizzare il matrimonio di Carlo Emanuele su basi politiche. Due delle sue sorelle erano sposate ai fratelli più giovani del re di Francia Luigi XVI: Maria Giuseppina al conte di Provenza, più tardi re Luigi XVIII, e Maria Teresa al conte d'Artois, più tardi re Carlo X. Dopo due anni di negoziati, il 21 agosto 1775, Carlo Emanuele fu sposato per procura con la sorella di Luigi XVI, Maria Clotilde. Il matrimonio vero e proprio fu celebrato il 6 settembre 1775 a Chambéry. Nonostante il matrimonio fosse di interesse, la coppia era molto ben affiatata: condividevano entrambi infatti una fede cattolica molto rigorosa e morigerata.

Effetti della Rivoluzione franceseModifica

 
Vittorio Alfieri e Carlo Emanuele IV in una stampa del 1790

Malaticcio, epilettico, psicologicamente fragile, Carlo Emanuele fu profondamente provato dagli effetti della rivoluzione francese: nel 1793 fu condannato a morte il cognato Luigi XVI, nel 1793 subì la stessa sorte la cognata Maria Antonietta e le truppe della repubblica francese fecero irruzione nei domini del padre.

Devotissimo, come Amedeo IX, Carlo Emanuele trovò sollievo nella sua fede: nel 1794 divenne membro del terz'ordine di San Domenico, prendendo il nome di Carlo Emanuele di San Giacinto.

Re di SardegnaModifica

 
Un ritratto di Carlo Emanuele IV, re di Sardegna oggi custodito nel Museo di Belle Arti di Chambéry

Alla morte del padre Vittorio Amedeo III, il 16 ottobre 1796, Carlo Emanuele gli succedette al trono come re Carlo Emanuele IV di Sardegna. Era un momento estremamente difficile: Carlo Emanuele si riferiva al suo trono come ad una "corona di spine". Suo padre aveva dovuto cedere alla repubblica francese, con l'armistizio di Cherasco, parte del Piemonte meridionale. Le casse dello stato erano vuote, l'esercito era indebolito e disorganizzato e tra le persone comuni covava la rivoluzione: tra il 1796 e il 1798 due congiure contro di lui furono sventate e i responsabili furono condannati a morte. Carlo Emanuele subì una serie di umiliazioni dalla Francia napoleonica, finché il 6 dicembre 1798 fu costretto a cedere i territori rimanenti della penisola italiana e mantenne la sovranità unicamente sulla Sardegna.

Dopo la perdita del Piemonte, divenuto regione militare francese, Carlo Emanuele e la moglie lasciarono Torino per Parma e successivamente Firenze. Nel febbraio del 1799 ragioni di sicurezza imposero a Carlo Emanuele di ritirarsi in Sardegna. Il mese successivo i francesi occuparono Firenze e cacciarono il granduca di Toscana dai suoi domini.

 
Carlo Emanuele IV di Sardegna ritratto nell'Ottecento

In Sardegna Carlo Emanuele avanzò una protesta formale contro la privazione dei suoi Stati di terraferma, annunciò numerose riforme per l'isola ed aprì i suoi porti alla flotta inglese. Nel frattempo l'esercito russo liberò Torino dai francesi. All'invito dello zar Paolo I, che tramite il generale Aleksandr Vasil'evič Suvorov aveva inviato in Sardegna il conte Alessandro de Rege di Gifflenga per ridonare la corona al re esule, Carlo Emanuele decise di lasciare l'isola, dopo un soggiorno di sei mesi, per tornare in patria. Quando sbarcò a Livorno con la moglie il 22 settembre 1799 scoprì però che i russi avevano lasciato il Piemonte nelle mani degli austriaci, che non erano disposti a sostenere il suo ritorno. Decise quindi di stabilirsi nella Villa di Poggio Imperiale, vicino a Firenze, dove incontrò uno dei suoi sudditi piemontesi, Vittorio Alfieri.

Le prospettive di Carlo Emanuele peggiorarono ancora con l'elevazione di Napoleone alla carica di primo console della repubblica francese. Tra il 1800 e il 1802 Carlo Emanuele e la moglie vissero tra Roma, Frascati, Napoli e Caserta.

Ultimi anni e morteModifica

 
Carlo Emanuele IV di Savoia in abito gesuita (incisione di Nicolas Charles Geoffroy)

Alla fine di febbraio del 1802 Maria Clotilde si ammalò di febbre tifoidea e morì in odore di santità il 7 marzo 1802. Carlo Emanuele era distrutto dal dolore e tornato a Roma, il 4 giugno 1802, a Palazzo Colonna, abdicò a favore di suo fratello Vittorio Emanuele I.

Durante tutta la sua vita Carlo Emanuele si interessò molto alla restaurazione della Compagnia di Gesù, che era stata soppressa nel 1773. Ebbe grandi attenzioni e rapporti con i gesuiti di Sassari, specie con quelli che gestivano il Convitto Canopoleno. Nel 1814 l'ordine fu ripristinato e dopo sei mesi, l'11 febbraio del 1815, all'età di sessantaquattro anni, Carlo Emanuele intraprese il noviziato da gesuita a Roma.

 
La tomba di Re Carlo Emanuele nella chiesa di Sant'Andrea al Quirinale

Visse nel noviziato gesuita a fianco della chiesa di Sant'Andrea al Quirinale, fino alla morte, il 6 ottobre del 1819, pochi mesi dopo la visita del nipote Carlo Alberto di Savoia. Fu sepolto presso l'altare maggiore della chiesa di Sant'Andrea al Quirinale.

Francesco Chiaffredo Marini fu sottosegretario nella Segreteria di Stato per gli Affari Esteri, Segretario Particolare e Segretario Archivista fino al giorno della morte di Carlo Emanuele IV.

AscendenzaModifica

Carlo Emanuele IV di Savoia Padre:
Vittorio Amedeo III di Savoia
Nonno paterno:
Carlo Emanuele III di Savoia
Bisnonno paterno:
Vittorio Amedeo II di Savoia
Trisnonno paterno:
Carlo Emanuele II di Savoia
Trisnonna paterna:
Maria di Savoia-Nemours
Bisnonna paterna:
Anna Maria d'Orléans
Trisnonno paterno:
Filippo I di Borbone-Orléans
Trisnonna paterna:
Enrichetta Anna Stuart
Nonna paterna:
Polissena d'Assia-Rotenburg
Bisnonno paterno:
Ernesto di Assia-Rotenburg
Trisnonno paterno:
Guglielmo d'Assia-Rotenburg
Trisnonna paterna:
Maria Anna di Löwenstein-Wertheim-Rochefort
Bisnonna paterna:
Eleonora di Löwenstein-Wertheim-Rochefort
Trisnonno paterno:
Massimiliano di Löwenstein-Wertheim-Rochefort
Trisnonna paterna:
Polissena von Lichtenberg und Belasi
Madre:
Maria Antonietta di Borbone
Nonno materno:
Filippo V di Spagna
Bisnonno materno:
Luigi, il Gran Delfino
Trisnonno materno:
Luigi XIV di Francia
Trisnonna materna:
Maria Teresa d'Austria
Bisnonna materna:
Maria Anna di Baviera
Trisnonno materno:
Ferdinando Maria di Baviera
Trisnonna materna:
Enrichetta Adelaide di Savoia
Nonna materna:
Elisabetta Farnese
Bisnonno materno:
Odoardo II Farnese
Trisnonno materno:
Ranuccio II Farnese
Trisnonna materna:
Isabella d'Este
Bisnonna materna:
Dorotea Sofia di Neuburg
Trisnonno materno:
Filippo Guglielmo del Palatinato
Trisnonna materna:
Elisabetta Amalia d'Assia-Darmstadt

OnorificenzeModifica

BibliografiaModifica

  • Teofilo Manzotti, Memorie storiche intorno a Carlo Emanuele IV, re di Sardegna, morto religioso nella Compagnia di Gesù. Roma, Tempesta, 1912.
  • Domenico Perrero, I reali di Savoia nell'esilio (1799-1806): narrazione storica su documenti inediti. Torino, Fratelli Bocca, 1898.
  • Domenico Perrero, Gli ultimi reali di Savoia del ramo primogenito ed il principe Carlo Alberto di Carignano: studio storico su documenti inediti. Torino, Francesco Casanova, 1889.
  • Carlo Emanuele VI, re di Sardegna. Cent'anni dalla sua morte (1819-1919) in «La Civiltà Cattolica», anno 1919, quaderno IV, pp. 398–412.
  • La ven. Maria Clotilde e Carlo Emanuele IV di Savoia. A proposito di una recente pubblicazione in «La Civiltà Cattolica», anno 1936, quaderno IV, pp. 278–88.
  • Enrico Rosa S.J., in I Gesuiti dalle origini ai giorni nostri, Edizioni "La Civiltà Cattolica", 1957, pp. 355–65.
  • G. Locorotondo in Dizionario biografico degli italiani, volume 20 (1977), pp. 357–65.
  • Giacomo Martina S.J., in Storia della Compagnia di Gesù in Italia (1814-1983), Morcelliana, 2003, pp. 24–27 e 162.
  • Rizzi Filippo, Il re gesuita: un Savoia contro l'Unità, in «Avvenire», pagina 28, 6 aprile 2011

Voci correlateModifica

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