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1leftarrow blue.svgVoce principale: Satriano di Lucania.

«Carnuval carnuvalicchj'
ramm nu'poc r saucicchj
e si nun m'lu vuoi rà
ca t'pozzan mbracetà»

(Filastrocca popolare)
Murales su Urs e il Rumit

Il Carnevale di Satriano è un'antica festa popolare che si svolge il sabato e la domenica prima del martedì grasso[1], ritenuto il più caratteristico, suggestivo e misterioso della Basilicata[2]. L'unicità di questo rito carnevalesco è data dalla presenza di tre maschere tipiche che sfilano per le vie del paese: Rumita, Urs e Quaresima[3].

Considerato come uno degli ultimi riti arborei e ancestrali sopravvissuti nella loro integrità[4][5] il carnevale di Satriano ha subito vari mutamenti per quanto riguarda la sua interpretazione. Nel XX secolo infatti, richiamava il tema dell'emigrazione e del ritorno alla terra natia. Una notevole evoluzione si è innescata, invece, a partire dagli anni 2000 e ancor di più dal 2013 quando si accosta la figura del romita a quella dell'uomo-albero che si fa portatore di valori ecologici e naturalistici.

È tra le più importanti tradizioni carnevalesche della Regione[6] nonché d'Italia[7][8][9].

Indice

Le frastagliate originiModifica

 
L'antica Torre di Satrianum

Le origini del Carnevale sono perlopiù sconosciute. Alcuni, tuttavia, ipotizzano che esso affondi le proprie origini etniche nell'antica città distrutta di Satrianum, da cui ha preso anche il nome. Durante il periodo medievale la carestia e la povertà erano di certo delle consuetudini dell'area, la presenza dei signori francesi e di popoli stranieri (come anche i longobardi) che si erano insediati nel territorio circostante, potrebbe aver condizionato la storia del luogo e, secondo alcuni, da qui nacque l'orso (l'urs nel dialetto locale). Questa figura costituì, sempre in base a vaghe interpretazioni, una vera e propria traslazione della cultura straniera (probabile francese) negli usi e costumi della società di Satrianum, che in seguito alla sua distruzione si movimentò, in parte, verso Pietrafesa con lo stabilirsi della vecchia popolazione di Satrianum nel nuovo paese.

In merito alla storiografia del carnevale e alle origini e provenienza delle maschere restano, comunque, ancora molte incertezze e perplessità, sicché fino ad oggi non sono state compiute ricerche approfondite sul tema.

Le maschereModifica

Le maschere si ricollegano alla cultura del paese e ognuna delle quali rappresenta uno stile di vita diverso per condizione sociale ed economica. In tutto sono tre: l'eremita, l'orso e la quaresima. Gli eremiti durante il corteo di festeggiamento sono soliti punzecchiare la gente con i loro bastoni al cui vertice vi è un pungitopo, l'orso dalla sua cerca di incutere timore con la sua mole e il suo carattere selvaggio, impervio e furibondo, e di stordire i passanti con le campane che provocano rumore al suo passaggio. La quaresima invece cammina lenta tra la gente, come non voler dare cenno di allegria in una festa così goiosa.

L'orsoModifica

 
Gli orsi (urs)

(L'urs) Uomo animale, vestito di pelli di pecora o di capra rappresenta una maschera di prosperità, buona sorte e successo. È quel cittadino presto emigrato verso terre lontane dove ha fatto fortuna e per questo ritornato con pelli pregiate e altre notevoli ricchezze. Va saltellando di qua e di là per il paese, con il proprio pastore che è vestito con i tradizionali abiti delle campagne circostanti e il cui compito è quello di trattenere l'impeto selvaggio del proprio animale, e assicurarsi quindi, che non dia "troppi problemi" alla gente. A causa della lunga lontananza dalla sua terra natia è praticamente muto. Sulla sua testa indossa un sacchetto che copre la vera identità della persona, sono presenti due soli buchi per gli occhi e uno per la bocca. Attorno al corpo ciondolano campanelli e campanacci che provocano rumore al suo muoversi e continuo saltellare, sia per incutere timore sia per dimostrare il fervore proprio della maschera.

Anche l'interpretazione e la simbologia sull'Urs è cambiata nel corso degli anni. La maschera dell'Urs veniva utilizzata per vendicarsi di un torto subito. Il giorno del Carnevale indossate le pelli e divenuto anonimo, il satrianese poteva restituire un torto subito e in questo modo risolvere i conflitti sociali. Nel secondo dopoguerra, come per il Rumit, la figura è stata associata al fenomeno dell'emigrazione e secondo questa interpretazione rappresenterebbe l'emigrante satrianese di ritorno che arricchitosi all'estero si vestiva di pelli di pecora o capra, in contrapposizione al Rumit, il satrianese rimasto nella sua terra, che si vestiva di sole foglie, e in maniera spavalda e senza ritegno girava tra le case del paese entrando di forza e comportandosi da padrone delle cose altrui. Negli ultimi anni girano tra le strade del paese più Urs insieme, non uno solo, capitanati da un pastore.

L'eremitaModifica

 
I romiti (rumit)

«Si la furtuna vuoi ca' t'assist man inda'sacca e nun t' fa nziste', ra u rumit' t'ha fa tuccà e na cosa ng'aja lassà.»

(Filastrocca del Romita)

(U'rumit) Uomo vegetale, albero vagante, maschera silente avvolta e cosparso di foglie, rampicanti e tralci d'edera. È un'altra maschera molto importante e rappresentativa, simbolo di povertà e penuria. Raffigura quel satrianese che, nonostante non sia in ottime condizioni economiche e per questo indigente, è rimasto fedele alla sua terra natia e ha provveduto autonomamente a costruirsi un rifugio al di fuori del centro abitato, nel bosco. L'ultima domenica prima del martedì grasso gira tra le strade del paese strusciando il "fruscio" (un bastone con all'apice un ramo di pungitopo o di ginestra) sulle porte delle case. È il suo modo di bussare. Chi riceve la visita del Rumit rispetta il suo silenzio e in cambio di un buon auspicio dona qualcosa (fino a qualche anno fa generi alimentari, ora pochi spicci).

Chi l'ha visto prima della seconda guerra mondiale racconta che "u rumit" era uno spirito francescano, un eremita appunto, una persona che viveva ai margine del paese e che dopo un inverno rigido usciva dai boschi per fare la carità. In seguito, le vicende dell'emigrazione hanno accostato questa figura al satrianese che non ha avuto né la voglia né la possibilità di lasciare la Basilicata e che rimasto in una situazione di assoluta indigenza girava per le strade del paese e delle contrade, vestito di edera per rimanere anonimo, alla ricerca di qualcosa da mangiare per affrontare con forza e vigore la primavera. Ora c'è la nuova interpretazione. I giovani satrianesi hanno intenzione di utilizzare u rumit per lanciare un messaggio ecologista universale che è un rovesciamento dei valori, una "rivoluzione copernicana": ristabilire un rapporto antico con la Terra per rispettare gli uomini e le donne che l'abiteranno in futuro.

La quaresimaModifica

 
Le Quaresime (quares'm)

«Quare's'ma uocchj tort vaij chiangend p' nand r' port vaij r'cenn sciglj miej aggj pers' a cumbagnie»

(Filastrocca delle Quaresima)

(A Quares'm) La Quaresima è un'anziana donna vestita di nero con un smorfia rossa disegnata dalla bocca fino alle guance. Coperta da un manto nero di stoffa o cotone, porta sul capo una culla che contiene al suo interno il proprio figlio concepito durante il periodo del Carnevale, di cui però non si conosce il padre. Secondo la leggenda, il piccolo rappresenta il carnevale ormai finito. Questa figura, interpretata sia da maschi che da femmine, manifesta compiutamente la dura realtà che si trovavano ad affrontare le signore dei tempi passati, quando, rimaste vedove del loro amato, si abbandonavano a sentimenti di amarezza e angoscia. A differenza dell'orso e del romita, la figura della quaresima è piuttosto statica: procede lungo le vie del paese con passo lento e malinconico, ripetendo con voce stridula e assordante parole di profonda disperazione. Può ritenersi questa, dunque, la principale caratteristica del personaggio.

I Carri allegoriciModifica

Hanno costituito per molti anni la vera essenza del carnevale benché dagli anni successivi al 2000 non sono più stati realizzati a causa degli elevati costi economici e dalla diminuita partecipazione popolare. Dagli anni 2013/2014 sono stati interamente sostituiti dal nuovo evento di rilevanza nazionale denominato "la foresta che cammina", organizzato dall'associazione di promozione culturale "Al Parco" in collaborazione con i principali enti locali.

'A ZitaModifica

È la messa in scena del matrimonio contadino con lo scambio dei ruoli, i maschi fanno le femmine e viceversa. Rispetto allo scorso secolo, la sceneggiata è organizzata puntualmente in correlazione alla foresta che cammina. Scenograficamente 'a Zita (la sposa) viene accompagnata da lu Zit (lo sposo) ed è seguita da tutte le figure tipiche della cerimonia nuziale, compreso il prete con i chierichetti e il resto degli invitati. Si percorrono così le strade del paese a ritmo di balli, risate e imprevisti colpi di scena. Di norma ognuno di questi personaggi è travestito da maschio o da femmina, per scatenare il riso e marcare l'ilarità della situazione.

La messinscena assume quindi un tono puramente tragicomico al limite col volgare, tanche durante il percorso a piedi è frequente la consumazione di vino, viveri e caramelle. Notevoli, sono, infine i momenti in cui la sposa in pieno festeggiamento pone in essere comportamenti infedeli e deleteri in faccia allo sposo.

CinemaModifica

Alberi (regia di Michelangelo Frammartino) Il racconto della remota quotidianità dei Rumita.[10][11]

TelevisioneModifica

Nel corso degli anni la tradizione carnascialesca del paese è passata all'osservazione delle principali emittenti locali e nazionali attirando l'attenzione anche dei principali giornali di settore.

CuriositàModifica

  • Durante l'evento "la foresta che cammina", gli alberi vaganti sono 131, uno per ogni comune della basilicata.

NoteModifica

Voci correlateModifica

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