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Il caso Piacenza - noto nella città emiliana come caso Piombino[1] - fu lo scandalo sportivo che causò la retrocessione a tavolino del Piacenza al termine del campionato di Serie C 1955-1956.

I fattiModifica

Nella primavera del 1956 la lotta per non retrocedere stava coinvolgendo numerose squadre del campionato di Serie C, tra cui il Piacenza, mentre l'unico club oramai matematicamente retrocesso era il Piombino[1].

Pochi giorni prima dello scontro diretto in Toscana in programma il 29 aprile, il portiere dei maremmani Aldo Barocelli denunciò di aver ricevuto un tentativo di corruzione ad opera di un certo Alberto Maccaferri, il quale avrebbe dichiarato di agire per conto di un signore di Piacenza[2][3] comunque estraneo alla società[4]. La proposta, consistente nel favorire la vittoria del Piacenza in cambio del pagamento di un milione di lire[1][5], fu avanzata a Ferrara, in occasione di un'amichevole tra la SPAL e il Piombino, circostanza poi confermata dal calciatore spallino Guido Macor[5]. La partita terminò effettivamente con il successo della formazione emiliana per 2-1[6].

Le indagini e il processoModifica

 
Eugenio Gaggiotti fotografato in un bar di Brescia nel 1967

Nonostante la denuncia risalisse al mese di aprile, la Lega Nazionale deferì il Piacenza solo nell'agosto 1956, al termine del campionato[2], e solo dopo che la Commissione di Controllo aveva trasmesso gli atti alla Lega stessa, senza aver preso visione di eventuale materiale difensivo portato dalla società emiliana[1]. Nel corso delle indagini emersero ulteriori punti di contatto tra Maccaferri e il Piacenza: il presunto corruttore era amico e concittadino di Eugenio Gaggiotti, noto agli ambienti federali per i numerosi tentativi di corruzione in ambito calcistico[2][5]. Inoltre, Gaggiotti aveva frequentato gli ambienti calcistici di Piacenza in quanto suo fratello Giuseppe in quella stagione militava nella formazione emiliana[7], e aveva fatto da tramite tra il presidente Aldo Albonetti e il calciatore Alvaro Zian nelle trattative per l'ingaggio di quest'ultimo (poi non concretizzatosi)[1][4]. Lo stesso Zian sostenne che l'illecito era stato effettivamente compiuto e architettato dalla dirigenza piacentina[3]. Maccaferri, al contrario, pur ammettendo il tentativo di frode sportiva[4][5], precisò di aver agito di propria iniziativa[4], contraddicendo le affermazioni di Barocelli su un eventuale mandante.

Ciononostante, non fu possibile provare in modo certo la connessione tra lo stesso Maccaferri, Gaggiotti e il Piacenza in merito all'illecito[2][3][5]; l'avvocato Edgardo Franzanti, legale della società, dichiarò in proposito[2]:

«Gli inquirenti hanno sostenuto un ragionamento che a me pare troppo semplicistico: il Maccaferri è amico del Gaggiotti, il Gaggiotti ha avuto uno o due colloqui con il presidente del sodalizio piacentino comm. Albonetti (in altra epoca però), quindi il Maccaferri ha agito per conto del sodalizio emiliano. Troppo facile, mi pare.»

Al Piacenza, cui spettava l'onere della prova[8], furono concessi due giorni di tempo per presentare il proprio memoriale difensivo[2]. Non potendo provare l'estraneità ai fatti, la linea difensiva scelta fu quella di rigettare genericamente le accuse[1][2].

La sentenzaModifica

Il 14 agosto la Lega Calcio, dopo dieci ore di camera di consiglio[1], deliberò[4][9]:

  • la retrocessione del Piacenza all'ultimo posto in classifica per il campionato 1955-1956;
  • l'inibizione a ricoprire cariche federali per due anni all'ex presidente Albonetti;
  • la squalifica del giocatore Alvaro Zian fino al 30 novembre 1956;
  • l'inibizione permanente a ricoprire cariche federali o societarie per Alberto Maccaferri;
  • la disputa di uno spareggio tra il Pavia e Colleferro (classificatesi a pari punti) per stabilire la quarta squadra retrocedenda in IV Serie.

Nel testo della sentenza si sottolinea come il Piacenza fosse l'unica parte in causa a poter trarre vantaggio dall'illecito[4], oltre a rimarcare l'atteggiamento reticente di Albonetti, che negò di aver conosciuto sia Gaggiotti che Zian[4].

Il Piacenza, nella persona dell'avvocato Franzanti, presentò ricorso alla CAF, facendo notare incongruenze nella procedura e nella tempistica con cui la società era stata chiamata a difendersi[1]. Il 27 agosto successivo, tuttavia, il ricorso venne rigettato[1][10], e il Piacenza fu costretto a disputare il campionato di IV Serie 1956-1957, mentre lo spareggio tra Pavia e Colleferro vide la vittoria dei lombardi per 1-0.

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i G.Bottazzini, Il caso Piombino: un illecito che fa discutere, Libertà, 14 agosto 2006
  2. ^ a b c d e f g Il Piacenza dopo il Genoa accusato di frode sportiva, La Stampa, 4 agosto 1956, pag.4
  3. ^ a b c Oggi pomeriggio si conoscerà il verdetto della Lega, Stampa Sera, 13 agosto 1956, pag.5
  4. ^ a b c d e f g Il Piacenza retrocesso in IV Serie, La Stampa, 14 agosto 1956, pag.4
  5. ^ a b c d e È ancora "segreta" la sentenza della Lega, Stampa Sera, 13 agosto 1956, pag.4
  6. ^ Piombino-Piacenza 1-2 - Stagione 1955-1956 Storiapiacenza1919.it
  7. ^ Gaggiotti si è interessato della partita con il Piombino, Stampa Sera, 3 agosto 1956, pag.5
  8. ^ All'epoca il codice calcistico italiano imponeva, in caso di irregolarità, alla società chiamata in causa l'onere della prova sull'estraneità dei fatti incriminati.
  9. ^ Retrocesso il Piacenza Archiviato il 22 giugno 2012 in Internet Archive., Il Corriere dello Sport, 14 agosto 1956, pagg.1-4
  10. ^ Il ricorso del Piacenza è stato respinto in appello, La Stampa, 28 agosto 1956, pag.6

Collegamenti esterniModifica

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