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Castello del Carmine

Castello del Carmine
Castello del Carmine 1629.JPG
Il castello del Carmine raffigurato nella pianta di Alessandro Baratta (1629)
Stato attualeItalia Italia
RegioneCampania
CittàNapoli
Coordinate40°50′46″N 14°16′06.8″E / 40.846111°N 14.268556°E40.846111; 14.268556Coordinate: 40°50′46″N 14°16′06.8″E / 40.846111°N 14.268556°E40.846111; 14.268556
Mappa di localizzazione: Italia
Castello del Carmine
Informazioni generali
TipoFortezza
CostruzioneXIV secolo-XVIII secolo
Materialetufo con rinforzi in piperno agli spigoli dei torrioni
Demolizione1906
Condizione attualedemolito
Proprietario attualeComune di Napoli
VisitabileNo
Informazioni militari
UtilizzatoreRegno di Napoli, Repubblica Partenopea, Regno delle Due Sicilie
Funzione strategicaArtiglieria costiera in difesa del porto di Napoli
Armamento7 cannoni di grosso calibro verso il mare; 2 di piccolo calibro verso terra.
Azioni di guerra1799: vi si svolgono gli ultimi combattimenti tra i sostenitori della Repubblica Napoletana e le truppe sanfediste del Cardinale Ruffo
Eventi1799: epilogo della Repubblica Napoletana
voci di architetture militari presenti su Wikipedia

Il castello del Carmine o Sperone era una fortezza della città di Napoli, nel quartiere Mercato collocabile tra piazza del Carmine, via Marina e corso Garibaldi.

Cenni storiciModifica

 
Le due torri del castello del Carmine oggi

Edificato nel 1382 da Carlo III di Durazzo (sovrano del periodo angioino), l'edificio fu collocato volutamente all'angolo meridionale della cinta muraria cittadina come baluardo difensivo, in prossimità di un torrione chiamato Sperone, laddove un tempo proliferavano gli acquitrini della Palus neapolitana. Si tratta di una delle realizzazioni militari più recenti rispetto alle analoghe costruzioni della città di Napoli, dovute al ritardo nella conurbazione dell'area orientale ed alla necessità di difenderla dagli attacchi provenienti da oriente, sia via mare che da terra. A differenza, però, degli altri fabbricati (Castel dell'Ovo, Castel Capuano, etc.) non presentava arredi di lusso né sale regali, essendo esclusivamente adibito ad uso militare.

Il progetto originale si caratterizzava di due torri cilindriche, di un elevato torrione e di mura merlate congiunte da robusti blocchi di piperno. Il castello fu teatro non appena quattro anni dopo la sua costruzione della battaglia che vedeva contrapposti Luigi II d'Angiò e Ladislao di Durazzo. In seguito, durante l'assedio di Alfonso V d'Aragona, che vide morire suo stesso fratello in battaglia, Pietro, sostenne la difesa degli angioini, ma non fu abbastanza per mantenere il regno.

Ulteriori modifiche furono realizzate nel 1484, quando le mura della città furono ampliate e modificate dagli aragonesi: per volere di Ferdinando I d'Aragona, si decise di arricchire le mura partendo dal maggior torrione presente presso il castello del Carmine, prendendo spunto dall'ingegner Francesco Spinelli che fu preposto ai lavori e che appose una lapide in ricordo dell'evento:

«DIVUS ARAGONEA QVI SVURGIT ORIGINE CAESAR
ITALUS ET PACE INGENS FERDINANDUS ET ARMIS
DUM TIBI PARTHENOPE MIRI NOVA PERGAMA FASTUS
ET SIMUL AETERNAS MANSURAS CONDERET ARCES
HIC LAPIDEM PRIMUM FUNDAVIT NUMINE DEXTRO
FRANCISCUS SPINELLUS EQUES PORREX ERAT ILLUM
TEMPORE QUO IUNII LUX TERNAQUE FULSERAT HORA
EX ORTU CHRISTI TRIA LUSTRA DEME TRECENTIS.[1]»

 
La caserma Sani ripresa da via Marina

Nel 1512, a causa di un'alluvione, il torrione principale fu riedificato in forma quadrata. Fra il 1647-1648, durante la rivolta di Masaniello, fu la dimora del capopopolo Gennaro Annese.

Nel 1662, a seguito delle mutate condizioni belliche, per decisione del viceré conte di Peñaranda, fu seriamente rimaneggiato dal punto di vista militare, conferendo maggiore risalto agli arredi e alle stanze che avrebbero dovuto ospitare i capitani di ventura e i mercenari più esigenti e separandone nettamente gli ambienti dall'area conventuale dei Carmelitani. Il viceré affidò la progettazione dei lavori a Bonaventura Presti e la sua realizzazione agli ingegneri Donato Antonio Cafaro e Francesco Antonio Picchiatti.[2]

Tra gli eventi più celebri che si sono svolti in questa sede si ricordano: la proclamazione della “Serenissima Real Repubblica Napolitana” che, però, durò solo alcuni giorni; la congiura di Macchia, nel 1707, che anticipò l'arrivo degli Austriaci; l'occupazione delle truppe francesi di Championnet nel 1799; lo strenuo tentativo di resistenza del contingente borbonico di stanzia ai Mille di Garibaldi.

Il castello venne demolito nel 1906 per rettificare l'ultimo tratto del corso Garibaldi. Al suo posto sorse la caserma Giacomo Sani in stile neorinascimentale, adibita a panificio militare e che sarà tagliata della parte meridionale alla fine degli anni settanta per il nuovo tracciato di via Marina.

Sulla parte ovest del forte, negli anni trenta fu realizzato l'edificio dei Magazzini militari, progettato da Camillo Autore e anch'esso demolito alla fine degli anni settanta. Questo era situato tra il vado del Carmine (ancora nella sua posizione originaria) e la torre Brava (in esso inglobata) e mostrava uno stile tipicamente fascista.[3]

NoteModifica

  1. ^ Don Fastidio (1906) Il castello del Carmine, “Napoli nobilissima”, III-IV, pp. 57-58, p. 57
  2. ^ Teresa Colletta, Napoli città portuale e mercantile: la città bassa, il porto e il mercato dall'VIII al XVII secolo, Kappa, 2006
  3. ^ Cesare De Seta, Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici della provincia di Napoli, L'architettura a Napoli tra le due guerre, 1999

BibliografiaModifica

  • De la Ville sur Yllon Lodovico, Il castello del Carmine, in Napoli Nobilissima: rivista d'arte e topografia napoletana, vol. 12, Napoli, Arte tipografica, 1893, pp. 186-189.
  • Maglio Luigi, Il castello del Carmine tra storia e trasformazioni urbane di piazza Mercato, in Quaderni dell'Architettura fortificata in Campania, Napoli, Giannini, 2012, ISBN 978-88-7431-615-1.
  • Ruggiero Gennaro, I castelli di Napoli, Napoli, Newton & Compton, 1995, ISBN 88-7983-760-5.
  • Touring Club Italiano, Napoli e dintorni, San Donato Milanese, Centro Grafico Ambrosiano, 2001, p. 274, ISBN 88-365-1954-7.

Voci correlateModifica

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