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Altichiero da Zevio, La Vergine adorata dai membri della famiglia Cavalli (1370), Cappella Cavalli, Chiesa di Sant'Anastasia, Verona.

I Cavalli furono una famiglia veronese.

Indice

StoriaModifica

I Cavalli sono originari di Verona[1].

Alcuni autori trasmettono la leggenda che i Cavalli, anticamente chiamati Caballa, abbiano avuto origine nel Lazio e sostenuto in Roma cariche di questori, pretori e arti militari. Emigrati successivamente in Sassonia al tempo dell'occupazione di roma dai sassoni passarono successivamente al servizio dei signori di Milano e Verona.[2]

Un ramo entrò nel patriziato veneziano e del Maggior Consiglio nel 1381[1][3] nella persona di Jacopo Cavalli, in virtù dell'appoggio garantito da quest'ultimo alla Repubblica durante la guerra di Chioggia come valoroso condottiero: fu il primo capitano di ventura ad essere inserito nel Libro d'Oro della nobiltà veneta[4].

Suo nipote Giorgio, mentre era al servizio dell'imperatore Venceslao di Lussemburgo, interpose i suoi buoni uffici in favore di Giangaleazzo Visconti per farlo nominare duca di Milano e, come ricompensa, fu nominato conte di Santorso, di Schio, di Torre e di Pievebelvicino[5]. Dopo la dedizione di Vicenza alla Serenissima, rinunciò al comitato e si pose al servizio della Serenissima.

Nel 1407, i Cavalli furono ascritti anche al Consiglio nobile di Verona. Nel 1780, sotto il dogato di Paolo Renier, furono innalzati al rango comitale, titolo riconosciuto anche dal Senato veneziano[1].

Dopo la caduta della Serenissima, i Cavalli ottennero dal governo imperiale austriaco il riconoscimento della propria nobiltà (Sovrana Risoluzione del 10 ottobre 1819)[1].

Ultima vivente del ramo padovano fu la contessa Erminia (Apollonia) Cavalli (Chiari 1904-1993), il ramo bresciano risulta invece ancora fiorente.

ArmaModifica

Di rosso, al cavallo gaio inalberato.

Membri illustriModifica

Luoghi e architettureModifica

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, III/1, Il Trecento, Vicenza, Accademia Olimpica, 1958 (ristampa 2002).