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Cesare Terranova
Cesare Terranova 1.jpg

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature VI, VII
Gruppo
parlamentare
Sinistra Indipendente
Circoscrizione Sicilia occidentale
Collegio Catania
Incarichi parlamentari
componente Commissione parlamentare antimafia
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Comunista Italiano
Titolo di studio laurea in giurisprudenza
Professione magistrato

«E credo gli venisse, tanta acutezza e tenacia e sicurezza, appunto dal candore: dal mettersi di fronte a un caso candidamente, senza prevenzioni, senza riserve. Aveva gli occhi e lo sguardo di un bambino. E avrà senz'altro avuto i suoi momenti duri, implacabili; quei momenti che gli valsero la condanna a morte: ma saranno stati a misura, appunto, del suo stupore di fronte al delitto, di fronte al male, anche se quotidianamente vi si trovava di fronte.[1]»

(Leonardo Sciascia)

Cesare Terranova (Petralia Sottana, 15 agosto 1921Palermo, 25 settembre 1979) è stato un magistrato e politico italiano.

Indice

BiografiaModifica

Origini e formazioneModifica

La carriera nella magistraturaModifica

Tornato dalla guerra e dalla prigionia, entrò in magistratura nell'immediato dopoguerra, nel 1946: fu pretore a Messina e a Rometta e poi giudice istruttore a Patti. Nel 1958 si trasferì al tribunale di Palermo ed iniziò a lavorare all'Ufficio Istruzione.

Come giudice istruttore a Palermo, condusse le indagini ed emanò le sentenze istruttorie che portarono al "processo dei 117" (Angelo La Barbera + 116, con le sentenze Contro Angelo La Barbera ed altri 42 - 22 giugno 1964 e Contro Pietro Torretta ed altri 120 - 8 maggio 1965) celebrato, dal 1965, a Catanzaro, volto a punire i fatti sanguinosi della guerra di mafia di Palermo del 1962-1963, e al processo contro la cosca di Corleone (Luciano Leggio + 63, con le sentenze del 14 agosto 1965 e del 13 ottobre 1967), soprannominata dai giornali "Anonima Assassini", tenutosi nel 1969 a Bari per i fatti che avevano insanguinato Corleone dal 1958 al 1963. Entrambi i processi finirono, tuttavia, in una bolla di sapone, con grande scoramento da parte del magistrato: a Catanzaro la pubblica accusa, rappresentata da Bruno Sgromo, riuscì a ottenere dalla corte, con la sentenza finale del 22 dicembre 1968, soltanto pene irrisorie dai 6 ai 4 anni, peraltro comminate a imputati a piede libero per decorrenza dei termini, e ben 44 assoluzioni per insufficienza di prove; a Bari, forse anche sotto la pressione di minacce e intimidazioni (fu fatta a recapitare una lettera anonima, firmata con una croce, indirizzata al presidente Vincenzo Stea e a tutta la corte) il pubblico ministero Domenico Zaccaria non riuscì a ottenere i 3 ergastoli e i 300 anni di carcere chiesti nella requisitoria e la sentenza finale del 10 giugno 1969 emise, destando maggior stupore che a Catanzaro, ben 64 assoluzioni (Riina fu condannato solo per il furto di una patente), demolendo del tutto l'impianto accusatorio tracciato in istruttoria: nelle 307 pagine della motivazione di una sentenza destinata a fare scuola per almeno dieci anni, i giudici della I sezione della Corte d'Assise di Bari dichiaravano di non negare l'esistenza della mafia, tuttavia l'equazione tra mafia e associazione a delinquere, su cui hanno insistito gli inquirenti e si è esercitata la capacità dialettica del magistrato istruttore, è priva di apprezzabili conseguenze sul piano processuale[2]. D'altronde al processo di Bari l'accusa aveva portato a giudizio le dichiarazioni di un testimone d'eccezione, uno dei primissimi collaboratori di giustizia, Luciano Raia, che si "pentì" il 12 gennaio 1966 e collaborò col vicequestore di Palermo, Angelo Mangano, e con Terranova, rivelando la struttura e le responsabilità criminali della cosca di Liggio, nonostante questo non bastò a vanificare le accuse rivolte al pentito di essere un malato di mente e un depravato e sostenute da svariate perizie psichiatriche, oltre che da gente di Corleone che lo conosceva[3]. In realtà, le assoluzioni di Catanzaro e Bari, che costituirono "la bancarotta dell'impegno giudiziario e repressivo degli Anni Sessanta"[4], si spiegavano con la scarsa preparazione in materia di mafia da parte delle corti giudicanti e con la loro riottosità a giudicare la mafia siciliana non come un semplice problema di malavita ordinaria, ma anche con la debolezza dell'impianto probatorio, che in istruttoria poteva contare solo sulle esigue e mal connesse carte dei rapporti di Polizia e Carabinieri. Sarebbero serviti quasi vent'anni per affinare le metodologie investigative in senso all'autorità giudiziaria stessa, per rafforzare e irrobustire definitivamente le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia in istruttoria e quindi in giudizio e per dimostrare processualmente le intrinseche relazioni fra cosche e clan diversi, che negli anni '60 costituivano già un organismo verticistico.

Una parziale soddisfazione fu data all'impegno di Terranova dalla corte d'Appello di Bari che il 23 dicembre 1970, in riforma della precedente sentenza di primo grado, condannò Liggio all'ergastolo per l'omicidio di Michele Navarra[4]. Il brutale boss di Corleone, battezzato "la Primula rossa" per l'abilità con cui sfuggì all'arresto fino al 1974, non perdonò mai Terranova per la tenacia con cui condusse le indagini e arrivò alla sua condanna, arrivando anche a dichiararlo alla stampa e al magistrato in persona, quando venne a interrogarlo in carcere in veste di commissario antimafia.

Come molti anni dopo anche Borsellino, Terranova divenne procuratore della Repubblica a Marsala nell'agosto del 1971: qui raggiunse una discreta fama mediatica allorché dovette occuparsi del rapimento e dell'omicidio di tre bambine a opera di quello che la stampa definì il "mostro di Marsala". Nonostante la moltitudine di segnalazioni e di pressioni, tese a colpevolizzare un qualunque colpevole, Terranova cercò tenacemente il colpevole: Michele Vinci, zio di Antonella, che confessò il delitto e che, dopo gli attenti riscontri operati dalla polizia sotto la supervisione del magistrato, fu arrestato e condannato.

L'esperienza politicaModifica

Fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, eletto, nel collegio della Sicilia occidentale, nel 1972 e rieletto nel 1976, fino al 1979,[5], e fu segretario della Commissione parlamentare Antimafia nella VI Legislatura, durante la quale contribuì, insieme ad altri deputati del PCI (in primis Pio La Torre), ad elaborare la relazione di minoranza in cui si criticavano aspramente le conclusioni di quella della maggioranza (redatta dal deputato democristiano Luigi Carraro), nella quale erano sottaciuti o sottovalutati i collegamenti fra mafia e politica, e in particolar modo il coinvolgimento della Democrazia Cristiana in numerose vicende di mafia: infatti nella relazione di minoranza redatta da Terranova e dagli altri deputati venivano pesantemente accusati i democristiani Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima e altri uomini politici di avere rapporti con la mafia[6].

A riprova della profonda umanità e dell'ardore civile e sociale che animava l'uomo, prima che il magistrato, l'impegno parlamentare di Terranova non fu esclusivamente legato alle attività della Commissione Antimafia: nella VI legislatura fece parte della commissione Giustizia e della Commissione speciale per l'esame dei provvedimenti relativi agli immobili urbani e alla disciplina dei contratti di locazione. Nella VII legislatura fece parte prima della commissione Difesa e poi di alcune commissioni preposte ad affari interni[7]. Negli archivi della Camera lo troviamo come primo firmatario di progetti di legge di pubblica utilità, anche se all'apparenza di secondaria importanza, come quello relativo alla proibizione della vendita e del commercio di giocattoli pericolosi per i bambini[8]

Terminata, in anticipo rispetto alla fine della legislatura, l'esperienza parlamentare nel giugno 1979, Terranova tornò in magistratura per essere nominato in luglio Consigliere presso la Corte di appello di Palermo: si trattava indubbiamente di una collocazione "di parcheggio", necessaria e propedeutica alla nomina a capo dell'ufficio Istruzione (tale carica era, infatti, formalmente quella di Consigliere Istruttore, proprio perché destinata a giudici già nominati consiglieri in Corte d'Appello o in Cassazione). [9].

L'agguato e la morteModifica

Il 25 settembre del 1979 verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo per portarlo al lavoro. Cesare Terranova si mise alla guida della vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, l'unico uomo della sua scorta che lo seguiva dal 1963 come un angelo custode.

 
Terranova ucciso, in una delle immagini divenute simboliche della lotta alla mafia[10][11]

L'auto imboccò una strada secondaria trovandola inaspettatamente chiusa da una transenna di lavori in corso. Il giudice Terranova non fece in tempo a intuire il pericolo. In quell'istante da un angolo sbucarono alcuni killer che aprirono ripetutamente il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole contro la Fiat 131. Cesare Terranova istintivamente ingranò la retromarcia nel disperato tentativo di sottrarsi a quella tempesta di piombo mentre il maresciallo Mancuso, in un estremo tentativo di reazione, impugnò la Beretta di ordinanza per cercare di sparare contro i sicari, ma entrambi furono raggiunti dai proiettili in varie parti del corpo.

Al giudice Terranova i killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. La sua fedele guardia del corpo, Lenin Mancuso, morì dopo alcune ore di agonia in ospedale.

I responsabili dell'omicidioModifica

Francesco Di Carlo, di Altofonte, esponente di spicco del mandamento di San Giuseppe Jato, uomo di fiducia di Bernardo Brusca, ha indicato Luciano Liggio, come mandante l'assassinio del magistrato e come esecutori materiali: Giuseppe Giacomo Gambino, Vincenzo Puccio, Giuseppe Madonia e Leoluca Bagarella. Nel 1997 è stato riaperto il procedimento contro altre sette persone, esponenti della cupola palermitana, che diedero il permesso di eliminare il giudice, perché stava per diventare giudice istruttore: Michele Greco, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Totò Riina e Bernardo Provenzano.[12]

NoteModifica

  1. ^ Leonardo Sciascia, A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, 1989.
  2. ^ Umberto Ursetta, Mafia e potere alla sbarra, Luigi Pellegrini Editore, 15 novembre 2012, ISBN 9788881019373. URL consultato il 24 settembre 2018.
  3. ^ Fulvio Conti, Il rumore del Silenzio, Publisher s21213, 18 dicembre 2017, ISBN 9788827537114. URL consultato il 24 settembre 2018.
  4. ^ a b Attilio Bolzoni, La storia di una lunga battaglia, in Mafie. URL consultato il 24 settembre 2018.
  5. ^ Cesare Terranova / Deputati / Camera dei deputati - Portale storico
  6. ^ Relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  7. ^ Cesare Terranova / Deputati / Camera dei deputati - Portale storico, su storia.camera.it. URL consultato il 24 settembre 2018.
  8. ^ TERRANOVA: Norme sui giocattoli pericolosi / Documenti / Camera dei deputati - Portale storico, su storia.camera.it. URL consultato il 24 settembre 2018.
  9. ^ Associazione magistrati
  10. ^ Scheda BB.CC. Lombardia
  11. ^ Avvenire.it, Visioni italiane. Battaglia, rullino antimafia, di Giuseppe Matarazzo, mercoledì 12 agosto 2015
  12. ^ Ecco chi uccise Terranova. Corriere della sera. Archivio storico. 4 giugno 1997.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica