Chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Secondigliano

chiesa di Napoli
Chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Secondigliano
StatoItalia Italia
RegioneCampania
LocalitàNapoli
Coordinate40°53′37.09″N 14°15′47.56″E / 40.893636°N 14.263212°E40.893636; 14.263212
Religionecattolica di rito romano
Arcidiocesi Napoli
Stile architettonicobarocco
Inizio costruzione1695

La chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Secondigliano è una chiesa basilicale di Napoli, sita nel quartiere di Secondigliano in piazza Luigi di Nocera, nome dell’ex sindaco dell’alllora comune autonomo, nel 1926 annesso alla città di Napoli. Egli visse tra il 1826 e il 1902, guidando il municipio di Secondigliano per 4 lustri consecutivi a partire dal 1870.[1] Il conte commendatore[2] Luigi di Nocera, discendente di Dauferio Balbo[3], conseguì importanti risultati nel suo mandato , come l’estensione della rete dell’acquedotto del Serino, presidi sanitari, scuole e la realizzazione di nuove strade, che contribuirono alla crescita del comune. Il suo nome è legato ad un periodo storico in cui Secondigliano si distinse per delle opere che migliorarono concretamente la vivibilità del comune, il cui aspetto mutò profondamente solamente nella seconda metà del ‘900. Di quelle opere è possibile rintracciare la memoria storica anche in una lapide, posta all’interno dell’ex casa comunale, che in nuce racconta quanto di buono abbia realizzato Il sindaco per i cittadini.[1]

StoriaModifica

La costruzione della chiesa fu decisa nel 1695, dagli abitanti del quartiere di Secondigliano a seguito dei frequenti eventi sismici di fine XVII secolo. I terremoti resero inagibile la struttura precedente molto più antica (VIII secolo), che dovette essere interamente ricostruita. La riedificazione fu resa possibile grazie ad una sottoscrizione cui parteciparono la Confraternita del Santissimo Sacramento e tutto il popolo. I lavori incominciarono nel 1703 e terminarono l'anno successivo.

DescrizioneModifica

La facciata mostra un timpano di forma triangolare, spezzato: posto sopra al portale d'accesso, segna l'ingresso alla struttura.

Il portale è caratterizzato da tre lesene per ogni lato con capitelli ionici. La chiesa ha un'unica navata e si conclude con un coro rettangolare e l'altare maggiore, costituito da preziosi marmi; vi sono quattro cappelle su ciascun lato; mentre, il coro è preceduto da due cappelle, e forma un transetto coperto, nell'impostazione centrale, dalla bella cupola. La navata centrale è caratterizzata dalla volta costolonata, mentre, il battistero è collocato sulla destra della navata stessa. Sul davanti si trova un bel campanile che si svolge su quattro livelli, costituito da un basamento in bugnato (lavori del 1721).

Nella chiesa sono custodite diverse opere d'arte di grande valore, come: la pala d'altare di Giacomo Farelli sui santi titolari, le due tele laterali del coro attribuite a Giuseppe Marullo, gli affreschi della volta di Giuseppe Simonelli (ridipinti nella seconda metà dell'Ottocento da Alfonso Simonetti), una Deposizione su tela di Nicola Vaccaro (collocata nella sacrestia) e un pregevole crocifisso ligneo di Nicola Fumo (datato 1692).

Notevoli sono anche le due acquasantiere del XVIII secolo poste all'ingresso, nelle quali sono stati scolpiti a rilievo i volti dei santi patroni della chiesa.

Ai rimaneggiamenti, condotti tra il 1863 e il 1867, risalgono: il pulpito che poggia su due colonnine ioniche di marmo, il maestoso organo sopra l'ingresso, il restauro degli stucchi e degli affreschi della volta e il rivestimento delle cappelle con zoccolature in marmo.

Sono annessi alla chiesa due oratori: quello della Confraternita del Santissimo Sacramento e quello della Confraternita dell'Assunta. Entrambi sono dotati di un altare maggiore in marmi policromi e di varie opere pittoriche.

NoteModifica

  1. ^ a b periferiamo, Secondiglianesi. Luigi Di Nocera, il sindaco delle grandi opere pubbliche, su Periferiamonews, 4 dicembre 2020. URL consultato il 2 febbraio 2022.
  2. ^ Italy, Gazzetta ufficiale del regno d'Italia, 1895. URL consultato il 2 febbraio 2022.
  3. ^ Collegio araldico, Rivista, Presso il Collegio araldico., 1926. URL consultato il 2 febbraio 2022.

Voci correlateModifica