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Chiesa del Santissimo Crocifisso (Santa Maria di Licodia)

edificio religioso di Santa Maria di Licodia
Chiesa madre del Santissimo Crocifisso
Chiesamadresmlicodia.jpg
La chiesa madre su piazza Umberto I
StatoItalia Italia
RegioneSicilia
LocalitàSanta Maria di Licodia
ReligioneCattolica
Arcidiocesi Catania
Consacrazione1205
Stile architettonicoEclettico
Inizio costruzione1143
Completamento1856

Coordinate: 37°36′57.63″N 14°53′15.05″E / 37.616008°N 14.887515°E37.616008; 14.887515

La chiesa del Santissimo Salvatore nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso o semplicemente chiesa del Santissimo Crocifisso, conosciuta anche come chiesa di San Giuseppe o meglio ancora chiesa Ranni, è la chiesa madre di Santa Maria di Licodia.

Costituisce l'edificio più notevole della città e in quanto chiesa matrice, svolge un ruolo fondamentale per la vita religiosa cittadina. Tra le sue mura si conservano inoltre, le più importanti testimonianze dell'antico fasto abbaziale.

StoriaModifica

La chiesa ha origini molto antiche, sicuramente alto medioevali, si suppone infatti che l'originario luogo di culto sia d'origine bizantina.

Epoca normannaModifica

Le prime fonti datate risalgono al 1143, quando con atto di fondazione e donazione il conte Simone di Policastro affida il monastero di Santa Maria al monaco Geremia dei Cassinesi di Sant'Agata in Catania. Nel 1205, con privilegio del vescovo Ruggero, il monastero di Santa Maria veniva elevato a rango abbaziale, concedendo alla Chiesa il diritto sacramentale sul territorio di pertinenza dell'abbazia. Il nobile Abate Jacopo de Soris, il Riformatore, durante la sua giurisdizione (1340-1362), concesse nel 1344 il trasferimento del monastero in un luogo più salubre rispetto all'originario sito. Porrà lui stesso nell'anniversario del 180º anno dalla fondazione, la prima pietra del nuovo edificio, nel luogo dove già era stata installata la croce. Con lui la chiesa e l'abbazia godettero di un periodo di particolare lustro.

Epoca aragoneseModifica

La nuova chiesa di Santa Maria (1359) assunse l'aspetto di “Ecclesia Munita” (chiesa fortezza), con la massiccia torre giurisdizionale di origine araba affiancata al muro sinistro e le fortificazioni, entrando a far parte del sistema difensivo del Regno di Sicilia. Il gotico fu lo stile imperante in questa nuova chiesa, arricchita anche di nuova suppellettile. Dalla chiesa di Santa Maria del Robore Grosso di Adrano, annessa all'abbazia nel 1358, giunse il prezioso simulacro bizantino di Santa Maria del Divin Figliolo (XII secolo), venerato sotto il titolo di Santa Maria di Licodia.

 
L'antico simulacro di Santa Maria del Robore Grosso

La chiesa di Santa Maria divenne un importante luogo per la devozione popolare. Luogo di ricovero e assistenza, meta di pellegrinaggi per venerare le numerose reliquie. Il prestigio dell'abbazia crebbe notevolmente tanto da essere oggetto di donazioni e privilegi di regnanti, nobili e Pontefici tra i quali papa Clemente VI con diploma del marzo 1345, prese sotto la sua protezione la chiesa e il monastero con tutte le sue pertinenze. Nel 1453 la chiesa, insieme all'edificio abbaziale, vennero restaurati, ingranditi e abbelliti con nuove opere artistiche, secondo il piano di rinnovamento attuato dall'abate Giovanbattista Platamone, il quale fece affiggere il suo stemma sulla torre campanaria.

Nel 1483, i monasteri benedettini di San Placido Calonerò, San Nicolò l'Arena, Santa Maria Nuova, Santa Maria di Licodia si costituirono in congregazione, la quale fu chiamata «Congregazione dei Monaci di San Benedetto in Sicilia». Essa fu approvata da Papa Sisto IV e furono concessi privilegi simili a quelli goduti dalla «Congregazione di Santa Giustina».

Nel 1504, con l'annessione dell'abbazia di Montecassino, la Congregazione benedettina di Santa Giustina mutò nome, chiamandosi appunto, Congregazione cassinese. Nel 1506 all'interno di quest'ultima confluì la Congregazione sicula.

Epoca spagnolaModifica

A causa della decrescita demografica e del trasferimento della corte abbaziale a Catania, nel secolo XVI il casale e la parrocchia licodiese attraversarono un periodo di decadimento che causò anche la perdita del diritto sacramentale. Con l'avvento del secolo XVII il casale licodiese riassume una certa vitalità testimoniata anche dagli interventi sull'edificio ecclesiastico da parte dell'Abate Caprara nel 1640 e poi ancora nel 1724 successivi al terremoto del 1693 e contemporanei ai cantieri del monastero di San Nicolò l'Arena a Catania. Durante i primi decenni del secolo XVIII, dietro la spinta e con i favori dei Padri Benedettini, nasce e si afferma a Licodia l'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e delle Anime Purganti, composta da cittadini licodiesi e biancavillesi, oltre che da monaci.

 
Stemma dell'abate vescovo Platamone, affisso sulla torre campanaria.

Per venire incontro alle esigenze locali nel 1734, con l'aiuto della confraternita venne eretta una nuova chiesa, di dimensioni comunque modeste, affiancata al muro destro della chiesa monastica e soprastante l'antico cimitero, la quale venne dedicata alle Anime Purganti. La chiesa era adorna di due altari, oltre al maggiore, rispettivamente dedicati all'Immacolata ed al patriarca San Giuseppe, ed era provvista di una cripta idonea al seppellimento dei cittadini, che dalla perdita della parrocchia non poterono più godere del privilegio di riposare in eterno nella terra licodiese. Frattanto l'illustre decano del monastero di San Nicolò, don Romualdo Maria Rizzari, con grande spirito di intraprendenza portò avanti una lunga battaglia con la matrice di Paternò, che avanzava diritti di patronato sulla chiesa di Licodia, opponendosi all'erezione parrocchiale. Dopo svariati consigli dei decani dei monasteri e del capitolo della cattedrale, la questione sulla parrocchia di Licodia passò al vescovo Pietro Galletti, che con diploma del 31 gennaio 1754, confermando il privilegio del vescovo Ruggero, elevava a parrocchia la chiesa di Licodia, sotto il titolo di Santissimo Salvatore Nostro Gesù Cristo Crocifisso, prescrivendo che l'elezione del parroco spettasse all'abate del monastero e riservandosi il diritto di Sacra Visita.

 
Il Crocifisso e le Anime del Purgatorio in una tela del settecento

Il primo periodo della nuova storia parrocchiale non fu certo dei migliori, si dovettero infatti quietare le controversie con i canonici di Paternò. L'investitura del primo parroco Romualdo Maria Rizzari avvenne comunque presso l'altare del Santissimo Crocifisso, il 10 agosto 1754, mentre il giorno seguente fu piantato il fonte battesimale. La parrocchia necessitava adesso di un luogo di culto più ampio, rispetto alla chiesa delle Anime Purganti, si optò allora per l'ingrandimento della preesistente cappella. Riguardo alla fabbrica della nuova chiesa, addossata sempre alla chiesa di Santa Maria, il monastero si prese carico delle spese, per avere sulla stessa lo “Jus Patronato”, inoltre concesse l'utilizzo della suppellettile e quanto fosse necessario per la liturgia, facendosi obbligo di eventuali importi. Secondo le ordinanze di don Anselmo Val di Bella del monastero di San Nicolò, redatte nel 1756, il parroco aveva la cura di ambedue le chiese, di cui possedeva le chiavi, ma si doveva comportare “come se a Licodia non esistesse il monastero”, riservandosi però il diritto di recitare l'Ufficio in coro assieme ai monaci. Oltre questo, il parroco doveva aver riguardo di celebrare con le solite consuetudini, oltre le principali solennità liturgiche, le due feste principali dedicate alla Madonna di Licodia e al patriarca San Giuseppe, le cui spese gravavano già dal secolo XVI al monastero.

Il secolo XIX portò notevoli modifiche, sia nell'ambito civile della vita licodiese che in quello religioso. Con l'aumento della popolazione si avvertì maggiormente l'esigenza di un luogo di culto più ampio rispetto a quello esistente. Il vicario Giovanni Ardizzone, in una corrispondenza dei primi del secolo, palesava al vescovo di Catania il disagio dei fedeli che durante le celebrazioni assiepavano anche l'area destinata ai presbiteri. Contrariamente la matrice chiesa monastica rimase idonea per le celebrazioni corali. Nel 1831 iniziarono i lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale del Santissimo Crocifisso, che furono portati a termine intorno al 1840. L'architettura della nuova chiesa fu ispirata dal gusto artistico prevalente nell'epoca, il neoclassico.

 
Facciata della chiesa madre negli anni venti.

Ma le cose regredirono a partire dal 1866, quando con le leggi statali vennero soppressi gli ordini religiosi, e l'ordine dei Cassinesi, che fino ad allora aveva mantenuto il diritto di patronato sulla parrocchia, non poté più elargire i fondi per il mantenimento della stessa. La chiesa di Santa Maria, divenne proprietà del Demanio, la chiesa del Santissimo Crocifisso rimase aperta al culto con i fondi statali e comunali, che però non si dimostrarono sufficienti al mantenimento delle fabbriche, infatti nel 1883 il parroco maggiore, supportato dai cittadini, inviò una richiesta al vescovo onde ottenere dei finanziamenti per avviare i lavori per il completamento e la ristrutturazione decorosa della chiesa, che a causa di intemperie e terremoti era divenuta pericolante. I lavori furono completati intorno al 1887, diretti dall'architetto comunale Antonino Magrì, che lavorò alla fabbrica già dal 1875. Riguardo alla chiesa di Santa Maria (che dal 1905 mutò il titolo in San Giuseppe), dietro le pressanti richieste dei cittadini, venne riaperta al culto nel 1879, ma solo nel 1905 le autorità del tempo la cedettero alla Parrocchia assieme a parte dei locali del monastero, con l'impegno che delle due chiese se ne facesse una sola, mediante l'apertura di tre archi nel muro mediano. In questo modo si creò una tipologia atipica per l'impianto chiesastico ovvero le due navate. Con il beneplacito del cardinale Giuseppe Francica-Nava de Bontifè iniziarono i lavori e il 1º novembre nel 1919 la chiesa fu inaugurata.

L'esternoModifica

La facciataModifica

 
Facciata della Chiesa Madre

La realizzazione dell'attuale imponente facciata, fu inserita nel piano di rinnovo urbanistico del centrale Piano della Murame (Piazza Umberto I), avvenuto nella seconda metà del secolo XIX, che previde un ridisegno architettonico unitario degli edifici prospicienti sulla stessa. La costruzione della facciata iniziò probabilmente nel 1840, ma un documento del 1846 parla ancora del prospetto unificato ma non ultimato nelle fabbriche, le quali vennero completate nel 1888 con la sistemazione dell'orologio. La facciata della chiesa rivolta ad ovest, si erge imponente e maestosa sull'elevata piazza, dominando con la sua mole il centro storico del paese. È composta da due ordini, con tipologie architettoniche diverse, dorico e jonico. Il primo ordine è ripartito in cinque sezioni, scandite dal susseguirsi di lesene doriche. Due di queste ospitano i due portali del secolo XV risalenti all'epoca dell'abate Platamone. I portali incorniciati da mostre in pietra bianca lunettati, sono sovrastati da aperture semicircolari, che propagano luce all'interno dell'edificio. Le porte bronzee sono opera moderna del M° G.Girbino, installate nel marzo del 2003. La Porta del Sole, a destra, è decorata da pannelli riportanti episodi del Nuovo Testamento. Le formelle della Porta Santa Maria, a sinistra, riproducono i santi benedettini legati alla storia della Chiesa locale. Al centro del primo ordine troneggia una maestosa statua raffigurante Cristo Re, inserita il 5 settembre del 1932 in occasione del Congresso eucaristico diocesano. Il cornicione a fasce aggettanti separa dal secondo ordine occupato dalla cella campanaria. Questi è ripartito in tre sezioni, inquadrate da lesene con capitelli in stile jonico. Nelle bifore delle sezioni laterali, prendono posto le quattro campane. Due grossi vasi ornamentali in pietra decorano l'estremità dell'ordine. Il timpano corona la facciata. Nel frontone prende posto l'orologio risalente ai Padri Benedettini (citato già in documenti del 1756). Agli angoli inferiori degli spioventi, due banderuole a vento a guisa di puttini, caratterizzano la fisionomia dell'edificio. Sulla punta del timpano un acroterio regge la Croce ferrea affiancata dalle ottocentesche campane dell'orologio.

La torre campanariaModifica

 
Facciata ovest della Torre Camapanaria

L'edificio merlato, dedicato secondo la tradizione benedettina a San Nicolò, è un'opera del 1143, edificata su preesistente fortificazione araba. Lo stile di transizione la colloca nell'epoca di passaggio dal romanico al gotico. Di pianta quadrangolare ha la facciata principale rivolta ad oriente su cui si aprono bifore dagli archetti con l'intradosso a tutto sesto e l'estradosso a sesto acuto, decorato con motivi ornamentali e animali di stile romanico. Le bifore a nord sono di eguale misura, le bifore rivolte ad oriente sono di diversa grandezza e sulla facciata rivolta a sud si apre una grande monofora a tutto sesto. Notevole è l'effetto decorativo della loggia superiore, realizzato dal contrasto tra la pietra lavica scura e la bianca pietra calcarea. Sulla facciata principale dell'edificio, è impresso lo stemma dell'Abate Vescovo Platamone, restauratore dell'edificio nel 1454. Il quadrante circolare di un antico orologio sovrasta la grande monofora decorata. La torre svolgeva anche la funzione di anello di congiunzione tra il castello di Adrano e quello di Paternò per le segnalazioni luminose. Attaccato alla torre si trovava il chiostro del monastero benedettino demolito nel 1929.

Ex-cappella di San LeoneModifica

Sotto la Torre Campanaria si osservano tracce di una cappella medioevale, decorata da elementi gotici e romanici, e collegata alla chiesa Madre. Nella cappella, interna al monastero, si trovava il "Coro di notte", e le sepolture dei monaci. A seguito della distruzione del Romitorio di San Leone del Panacchio nel 1536, il titolo di San Leone passò alla cappella. Il 18 aprile del 1589, Fabrizio Mandosio Vicario Apostolico per la Diocesi di Catania, accordò che nella cappella si fabbricasse l'altare dedicato al Santo. La tavola del XIV-XV secolo, originariamente venerata nel romitorio etneo, venne trasferita nella cappella. Molti furono gli abati che si pregiarono del titolo di Priore di San Leone, ultimo di questi il Parroco Savuto (1822-1848). Nel 1929, la cappella venne distrutta insieme all'edificio claustrale. La tavola quattrocentesca, negli anni ottanta del Novecento venne trasferita nella Parrocchia omonima di Catania.

L'internoModifica

La navata principaleModifica

 
L'abside della chiesa madre con l'altare maggiore in marmi del secolo XVIII

La planimetria della chiesa si dispone seguendo l'orientamento Ovest-Est, dettato dalle antiche tipologie che prevedevano l'altare collocato verso l'oriente, luogo di nascita del sole, che allegoricamente rappresenta Cristo che viene ad illuminare chi giace nelle tenebre. L'interno della chiesa si presenta luminoso, spazioso e sobrio. Sul lato sinistro del vestibolo d'ingresso si apre la Cappella del Battistero. Il fonte battesimale, dalla base ottagonale in marmi policromi risale al settecento. Un'acquasantiera in marmi mischi di richiamo barocco, decora il pilastro frontale, invitando il fedele a segnarsi in ricordo del Battesimo. L'intradosso dell'arco vestibolare è decorato dalle immagini ovoidali dei Santi Pietro e Paolo, simbolicamente raffigurati all'ingresso in qualità di rappresentanti e fondamento della Chiesa Cattolica. La cantoria sovrasta il vestibolo, mostrando l'organo a canne realizzato negli anni '60 dalla ditta Ruffatti di Padova, in sostituzione del precedente strumento settecentesco andato perduto durante la Seconda Guerra Mondiale. La parete destra della navata è ripartita da robuste lesene di ordine dorico ed arricchita da due altari marmorei, il primo dedicato al vescovo San Leone (già alla Madonna del Carmelo) e il secondo all'Immacolata, tra i quali si apre porta laterale della chiesa, sovrastata dall'immagine di Santa Cecilia Martire protettrice dei musicisti. Giuseppe Ardizzone Sotera nel 1911 donò il nuovo pulpito ligneo sistemato tra la navata e l'abside. L'abside, introdotta dall'arco trionfale poggiante su massicce colonne doriche, accoglie l'artistico altare monumentale sovrastato dalla grande tela della Sacra Famiglia di Giuseppe Rapisardi (1841). Nel 1932 la navata fu interessata da lavori pittorici decorativi per iniziativa del sacerdote Giuseppe Ronsisvalle Corsaro fu Angelo eseguiti dal pittore paternese Giuseppe Carmeni (1906-1964). Negli anni sessanta del Novecento, gran parte di questa decorazione, rovinata in parte dalla guerra, fu occultata. Gli affreschi risparmiati si suddividono tra la navata, l'abside e la volta. Gli ovali con San Pietro, San Paolo e Santa Cecilia abbelliscono la navata. Il transito di San Giuseppe e lo Sposalizio, interpretazione dell'opera omonima di Raffaello, ornano le pareti dell'abside, ed insieme alla tela della Sacra Famiglia, formano un ideale ciclo pittorico dedicato al Patriarca San Giuseppe. Sul catino è raffigurata l'apoteosi del Santissimo Sacramento posto sul globo all'interno di un ostensorio, copia del manufatto conservato nella chiesa, ed adorato da una serie di 33 angeli (che rimandano agli anni di Cristo) con simboli delle passione, sovrastati dallo Spirito Santo e dal Triangolo della Santissima Trinità. Nella lunette della volta sono effigiati i quattro evangelisti con i rispettivi simboli. Al centro della volta, racchiuso da una cornice mistilinea, è raffigurato Dio Padre in Gloria circondato da una schiera di puttini osannanti. Altre immagini allegoriche rappresentano la Nuova Alleanza con l'Agnello sul libro dei sette sigilli, l'Antica Alleanza con le tavole del decalogo, e le Tre Virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, con i candidi gigli e il libro dei salmi.

La navata lateraleModifica

 
Navata laterale della Chiesa Madre, risalente al secolo XII
 
Particolare dell'altare con l'icona di Santa Maria di Licodia

La navata laterale, ovvero la Matrice chiesa monastica di Santa Maria, successivamente dedicata al patrono San Giuseppe, benché di dimensioni minori, risulta di maggior rilievo storico, architettonico e strutturale. Deve la sua sistemazione attuale, ai lavori eseguiti nel 1910 dal sacerdote Luigi Panepinto. In fondo alla navata, la cappella del Crocifisso, antica abside, oltre ad essere il luogo più storico dell'edificio, è in assoluto il più sacro poiché vi si adora il Santissimo Sacramento. Questo piccolo santuario conserva inoltre le testimonianze storico artistiche e devozionali più importanti della comunità. Il Crocifisso ligneo (XIII secolo) elemento dominante, posto nella grande nicchia, antica abside della chiesa monastica, in cui si distinguono ancora tracce dell'originale architettura gotica benché fortemente occultate dagli stucchi applicati all'inizio del secolo scorso. La parete sinistra è occupata dal sacello che ospita per tutto l'anno il venerato simulacro del Santo Patrono il Patriarca San Giuseppe (secoli XVI-XVII). Il sacello, chiamato cameretta, è chiuso dalla porta lignea intagliata del secolo XVII – XVIII. Su un abaco angolare è posizionata la bellissima statua lignea di San Benedetto Abate del secolo XVII, qui sistemata dopo la perdita dell'altare nel 1919. All'angolo sinistro della navata il simulacro di un importante mistica benedettina, Santa Gertrude la Grande, pregevolissima opera gotica risalente al 1350. Posti simmetricamente paralleli agli archi del muro mediano, tre altari marmorei dedicati rispettivamente al Sacro Cuore di Gesù, alla Madonna di Licodia, la cui icona sostituisce l'antichissimo e pregevole simulacro trafugato nel 1979 e a San Luigi Gonzaga. Sotto il primo arco un'acquasantiera marmorea del secolo XVI, di chiara ispirazione rinascimentale, con l'immagine in bassorilievo della Vergine col Bambino.

Gli Interni della ChiesaModifica

Le opereModifica

Le tele maggioriModifica

  • La Sacra Famiglia, grande tela centellinate pregevole opera d'arte commissionata al pittore catanese Giuseppe Rapisardi(1799-1853), per abbellire uno degli altari della Chiesa. L'opera firmata è datata 1841.

Quando nel 1911, la chiesa del Santissimo Crocifisso fu unita alla ex chiesa monastica, la tela fu collocata sopra l'altare maggiore, adornata da cornici intagliate del settecento, per conferirle più dignità e valore. Il suo stato di conservazione è ottimale e non ha mai subito particolari manomissioni o restauri. Durante il secondo conflitto mondiale la scheggia di un ordigno esploso sulla piazza, provocò un taglio sotto il piede della Madonna. In ricordo dell'evento e a memoria della particolare protezione impetrata sul paese, quel segno è stato lasciato. L'opera, dalla sua centrale collocazione absidale, sembra dominare ed insieme protegge l'intera navata principale del tempio. La Sacra Famiglia infatti “accoglie” i fedeli che si recano in Chiesa a lodare Dio.

  • San Leone che sconfigge il mago Eliodoro. La grande tela, fu commissionata dai PP. Benedettini del Monastero di San Nicolò l'Arena di Catania per la loro basilica, al pittore Matteo Desiderato (1750-1827), operante nella seconda metà del secolo XVIII. Non si conoscono le ragioni per la quale l'opera fu rifiutata dall'ordine, ma essa venne trasferita presso la Chiesa della Casa Madre di Santa Maria di Licodia, dove già esisteva il culto per il Vescovo catanese. Nella tela è raffigurato l'eroico evento della sconfitta del mago Eliodoro. Secondo la leggenda al tempo del vescovado di Leone esisteva a Catania un mago pagano, negromante, di nome Eliodoro i cui poteri straordinari gli consentivano addirittura di spostarsi volando da Costantinopoli a Catania a dorso di un elefante, lo stesso che la tradizione popolare addita come l'elefante di Piazza Duomo il simbolico “Liotru”, storpiatura del nome Eliodoro.
  • L'Immacolata Assunta ed Incoronata. La tela risale al secolo XVIII. Fu commissionata per la Parrocchia del Santissimo Crocifisso, per l'accrescimento artistico della novella chiesa. L'ignoto autore si inserisce nella cerchia dei tanti pittori siciliani, probabilmente di scuola palermitana, operanti nel secolo XVIII. L'opera presenta fattezze tipiche dell'apoteotico barocco siciliano del settecento.

La tela propone in maniera efficace, i due dogmi mariani fondamentali; l'Immacolata Concezione, l'Assunzione insieme al mistero dell'Incoronazione di Maria. Per tale motivo, nell'espressione popolare la tela è chiamata dell'Immacolata altresì dell'Assunta o dell'Incoronata, anche se in un verbale del 1808 è chiamata dell'Immacolata. I personaggi sono inquadrati in maniera composta e articolata, immersi in forti contrasti chiaroscurali. La Madonna è posta come fulcro dell'intera opera, assisa su un trono di nubi mentre viene assunta in Cielo. Indossa gli abiti dai colori che la tradizione iconografica le attribuisce, la veste rossa che simboleggia la regalità e il manto blu per rappresentare la divinità. Il capo è fasciato da un plissettato velo e circondato da dodici stelle. Il volto è raggiante ma dalla espressione umile, perfettamente consono alla persona di Maria, l'umile Ancilla Domini. Con gli occhi socchiusi e in atteggiamento orante, si prepara a diventare la Regina del Cielo. Le mani sono unite in preghiera, il piede calpesta il serpente del male dalla testa di lupo che grava sul globo. La falce lunare, simbolo di rinascita, sottostà al piede di Maria e grava sul serpente. Un putto svolazzante sulle nubi, inchinato accanto al ginocchio di Maria, volge lo sguardo verso la terra e soavemente indica la Vergine come esempio di Purezza e Giustizia, a cui fa riferimento il candido giglio che regge nella mano. Dietro la Madonna, le teste di altri due angeli si affacciano come ad osservare incuriositi il suo trionfo. Sopra le nubi, avvolti da una raggiante luce, le tre persone della Trinità accolgo l'ingresso della Vergine in Cielo. Dio Padre nelle vesti dell'anziano canuto, con il triangolo dietro il capo osserva la più eccelsa delle sue creature. Con la mano sinistra regge lo scettro del potere e il globo terracqueo. Gesù Cristo è raffigurato nelle vesti del Risorto, con la splendente veste svolazzante, regge vittorioso la Croce simbolo di Redenzione. Entrambi sollevano sul capo di Maria la corona con cui la investiranno di dignità regale. Lo Spirito Santo, sotto le sembianze di una nivea colomba aleggia su Maria. Le teste di due angeli arricchiscono lo spazio sopra i personaggi.

  • La Madonna della Cintura. La tela, collocata in una parete della navata sinistra, è un'opera del secolo XVIII, di scuola siciliana probabile copia di un'opera di fattura marchigiana del ‘400. Le inesattezze anatomiche dei personaggi qualificano l'opera come manifattura popolare.

La Madonna della cintura viene invocata e venerata dagli agostiniani, in ricordo dell'apparizione della Vergine a Sant'Agostino. La domanda sorge quindi spontanea, come un'immagine venerata dagli agostani si trova in una chiesa benedettina? È probabile che con questa immagine si volle rendere omaggio a Padre Eutichio di Santa Flavia, generale dell'Ordine riformato degli Agostiniani di Catania, che dimostrò al vescovo Galletti con voto del 25 gennaio 1754, il suo favore al riconoscimento della parrocchia di Licodia durante i dissensi con la collegiata di Paternò. Soggetto principale, la Madonna assisa su un trono di nubi, regge il Bambino Gesù e dona con la mano destra la cintura a Santa Monica inginocchiata ai suoi piedi. La fisionomia rimarcata di Santa Monica fa supporre che si tratti del ritratto della committente dell'opera. Sant'Agostino è inginocchiato dal lato opposto adornato da un ricco piviale e riceve il cuore in fiamme, suo attributo iconografico, dalle mani del Bambino. Sullo sfondo si nota una particolare vegetazione mediterranea insieme all'Etna fumante. È da ricordare la particolare devozione che anticamente i fedeli tributavano alla Madonna della Cintura, sotto il titolo della Consolazione, basti pensare che nel 1868 il parroco Maggiore chiedeva la vescovo il permesso di istituire una congregazione femminile, allo scopo di incrementare la devozione.

I simulacriModifica

Il Crocifisso ligneo medioevale
 
Il Crocifisso
Il Crocifisso, venerato titolare della Parrocchia, è un'opera lignea di pregevole fattura composta da due parti, l'originale risale al secolo XIII, e le articolazioni inferiori, di minore impatto stilistico del secolo XVII. Fino al restauro del 1997, l'opera presentava forme barocche che avevano occultato l'aspetto medioevale, e la datavano al secolo XVII,.

Il volto, il busto e le braccia del Cristo presentano tutte le caratteristiche dell’arte basso medioevale richiamando alla mente le opere dei grandi maestri quali Cimabue. La compattezza e il risalto dei volumi ottenuti grazie alla incisività della scultura esprimono forza dolorosa. Il viso, grandiosamente drammatico, dai capelli scuri largamente incisi, con gli occhi serrati dalla morte, reclinato sulla spalla destra, dai rialzi anatomici dai volumi netti e decisi. L'opera presenta anche caratteristiche bizantine quali; gli occhi ad esse, la fossa alla radice del naso e la tripartizione del ventre, che secondo la simbologia bizantina raffigura il volto del Padre incarnato nel Figlio.

  • Santa Gertrude. Pregevolissima opera gotica di scuola tedesca, risalente al 1350, commissionata durante l'abbaziato di De Soris. La grande mistica tedesca (1256-1301), fu proposta dall'ordine benedettino quale esempio di elevatissimo di spiritualità ascetica.

La Santa è raffigurata con il volto soave e meditativo. Le mani allargano un'apertura della veste all'altezza del petto, che lascia vedere il Bambino Gesù Redentore con il globo terraqueo, simbolo del cuore che si nutre della presenza del Signore. La santa indossa la cocolla benedettina dalle ampie maniche. Ciò che desta l'attenzione è la doratura della veste decorata da volute in foglia d'oro, realizzate durante il sec XVI. All'interno della statua sono conservate le presunte uniche reliquie esistenti della Santa, scampate alla distruzione del suo sepolcro in Germania durante la Riforma Protestante.

  • San Giuseppe. Il venerato simulacro è sicuramente tra le immagini più care ai licodiesi, non solo per la sua bellezza artistica, ma per il valore devozionale ed affettivo che le è accreditato. Il simulacro ha origini cinquecentesche, ma probabilmente rappresentava un altro soggetto. Al secolo XVII per opera di eccellenti esponenti del Barocco locale, si deve la trasformazione nelle attuali forme e l'inserimento del Bambino, dalla movimentata forma corporea e dalla integrale nudità, che a sua volta proverrebbe da un'altra statua. Conforme allo stile barocco la statua presenta un accentuato senso del movimento, oltre ad una magistrale resa dei volumi nelle eleganti pieghe dei panneggi. Contrariamente all'iconografia coeva, che prevede il Bambino Gesù condotto per mano, nel simulacro licodiese è disteso sulle mani, protese quasi ad offrirlo ai fedeli.

Come previsto nell'iconografia, il santo è raffigurato molto avanzato nell'età, per meglio figurare la saggezza e per difendere il dogma della verginità perpetua di Maria Santissima. Il volto ha una soave espressione mista tra il sorriso e la malinconia, come premonizione alla Passione di Cristo e alla Redenzione dell'uomo. Il Bambino coronato, lo indica come modello di santità e giustizia. Il braccio regge il bastone argento fiorito con dei gigli, simbolo della giustizia e della santità, secondo il verso biblico, “il Giusto fiorirà come il giglio”. I piedi poggiano su una base lignea scolpita e indorata. Una corona in argento finemente cesellata del secolo XVI, soggiace simbolicamente ai piedi del Santo.

  • San Benedetto. Il simulacro in legno e cartapesta, di squisita fattura, risale ai secoli XVI- XVII. Il volto espressivo del Santo è catturato in un momento di estasi mentre con le mani nocchiute stringe al petto il pastorale ligneo. Dalle braccia pendono le pesanti maniche della cocolla benedettina, abito monastico usato durante le liturgie. Ai piedi del santo è adagiata la mitria vescovile, ricca di fregi ornamentali.

Prima del 1919 il simulacro era posto su un altare, che nel 1875 fu abbellito a spese del Cardinale Dusmet. Un'antica leggenda popolare è legata al simulacro; si dice infatti che esso non possa essere condotto in processione, poiché provocherebbe una forte temporale. Le leggenda è stata accreditata dall'assoluta assenza di processioni in onore di San Benedetto nella recente storia licodiese, causando anche una scarsa devozione nei fedeli. La leggenda trae origine probabilmente dall'epoca della confisca dei beni dei Benedettini e del successivo allontanamento dal paese. Sfatando questa banale diceria il santo viene solennemente celebrato l'11 luglio, giorno della festa.

  • San Luigi Gonzaga. Opera lignea attribuibile alla mano del grande Filippo Quattrocchi, risalente al secolo XVIII. Dall'immagine traspare uno spiccato e slanciato senso del movimento tipico dell'arte barocca e delle opere dell'autore. Il santo indossa la cotta liturgica sopra l'abito talare gesuita, modellata e mossa da molteplici pieghe. La mano sinistra regge il Crocifisso, su cui il santo rivolge il candido sguardo. I piedi calpestano un cuscino su cui poggiano la corona e un pugnale, memento della rinuncia al ducato di Mantova. Un angelo, inginocchiato ai piedi del Santo, regge un giglio indicando Luigi come modello di virtù e candore.
  • Immacolata Concezione. Il simulacro, fu commissionato dai Padri Benedettini per la chiesa monastica, allo scultore catanese Francesco Lo Turco, che consegnò l'opera nel 1753.

La storia di questo simulacro è molto travagliata. Esso subì vari e grossolani restauri e rifacimenti che lo resero cadente e poco gradevole alla vista, tanto da essere sostituito nel 1925 con una nuova immagine, nonostante il divieto del Cardinale Nava. La statua venne quindi trasferita presso la chiesa di Contrada Cavaliere, dove rimase abbandonata per più di vent'anni. Nel 2004 dopo un primo intervento di restauro è ritornata in chiesa Madre. L'otto dicembre 2007, a seguito di un nuovo intervento di restauro, è stata solennemente incoronata dal parroco Scuderi. Il simulacro, a grandezza naturale, non rimarca i connotati tipici ed aulici dei medesimi soggetti dell'epoca, bensì ci presenta una figura muliebre di intensa espressività popolare. L'iconografia tipica dell'Immacolata Concezione, prende spunto dalla visione di San Giovanni Apostolo descritta nell'Apocalisse, la Donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e le dodici stelle che le incoronano il capo. Nel rispetto dell'iconografia, la Madonna è rappresentata in piedi, con la lunga veste bianca avvolta dal manto blu. Il volto leggermente inclinato ed incorniciato da una folta chioma corvina, rimarca i connotati estetici tipici delle donne siciliane. La carnagione chiara e le guance vermiglie, le labbra dischiuse quasi al dialogo con il fedele e gli occhi scuri teneramente volti verso l'osservatore, infondono grande espressività e dolcezza alla figura. Il busto della Vergine, in leggera torsione, premette alle braccia di accostarsi al petto dove si incrociano mani dalla forma robusta, richiamo all'operosità della Fede. Il manto blu si avviluppa ampiamente alla veste, ricadendo morbidamente sui piedi, avvolgendo la figura ma lasciando scoperto il ventre, dove il Verbo di Dio si è fatto carne. Il copioso manto ceruleo richiama all'abbondanza di Grazia con cui Maria è stata rivestita, il Cielo che si rigenera in lei. Lo stesso manto, trapuntato di stelle, si allarga e si espande come a protezione e mediazione per l'intera umanità. I piedi della Vergine, poggianti su una nuvola aurea, calpestano il biblico serpente che stringe tra i denti la mela, simbolico frutto del peccato originale e la falce lunare. Lo scultore appose la sua firma alla base del simulacro FR.sco LO TURCO SCOLPÌ IN CATANIA A. D. 1753. Dei secoli XVII-XVIII tre simulacri lignei, di modeste dimensioni rappresentanti rispettivamente, il Crocifisso, posto accanto all'altare maggiore, la Madonna venerata con il titolo di Maria Bambina, e un barocco Sant'Antonio Abate.

 
Simulacro dell'Immacolata. Francesco Lo turco, 1754

Altre opereModifica

Tre dipinti di piccole dimensioni posso catalogarsi tra le opere sei-settecentesche di scuola siciliana di influenza caravaggesca.

  • La Vergine Annunziata. La piccola tela, di scuola siciliana con chiaro riferimento all'arte caravaggesca, risale al secolo XVII. In essa è raffigurata la Vergine Maria, avvolta da un ampio manto blu intenso, in atteggiamento contemplativo, con il volto reclinato verso il libro delle Sacre Scritture, la testa avvolta in un velo trasparente e le mani accostare al petto. La calda luce, cadendo dall'angolo destro della tela, produce un forte senso chiaroscurale che esalta i volumi. La presenza della colomba dello Spirito Santo, ha fatto interpretare il soggetto come Vergine Annunziata, benché manchi la consueta figura angelica.
  • Gesù Bambino deposto nella mangiatoia (sec. XVII), forse ritaglio di un'opera di dimensioni maggiori.
  • L'Addoloratina, di forte espressività. posta ai piedi del Crocifisso.

Di chiara matrice siciliana, con influenze di scuola acese due tele, una Madonna con Bambino e un Crocifisso con le anime del purgatorio

Tra il patrimonio della chiesa, vanno annoverati la serie di Vasi Sacri, Ostensori e Turiboli argentei, che si collocano tra il secolo XVI e il XIX, e i paramenti sacri e liturgici, particolarmente lavorati, dei secolo XVIII e XIX.

Serie dei parrociModifica

Sequenza dei parroci a partire dal ristabilimento del medioevale jus parrocchiale della "antichissima venerabile chiesa parrocchiale sottotitolo di San Salvatore Gesù Cristo Crocifisso esistente nei feudi del monastero di Santa Maria di Licodia dei PP Benedettini dei monasteri riuniti di Santa Maria di Licodia e San Nicolò l'Arena di Catania" a cura di Luigi Sanfilippo.

  • I - 1754 – 1758 Rev.mo Padre Don Romualdo Maria Rizzari da Catania, decano Benedettino Cassinese.
  • II - 1758 – 1763 Rev. Padre Don Pietro Maria Alessi da Paternò, decano Benedettino Cassinese.
  • III - 1763 – 1767 Rev. Padre Don Lucio Mazzara da Siracusa, decano Benedettino Cassinese
  • IV - 1767 – 1768 Rev. Padre Don Francesco Maria Trigona da Piazza Armerina, decano Benedettino Cassinese.
  • V - 1768 – 1773 Rev. Padre Don Bartolomeo Cordaro da Catania, decano Benedettino Cassinese.
  • VI - 1773 – 1784 Rev. Padre Don Roberto La Rocca da Scicli, decano Benedettino Cassinese.
  • VII – 1784 – n.d. Rev. Padre Don Antonio Benedetto Ascenzio da Modica, decano Benedettino Cassinese e priore di San Marco.

Dalla nomina del Parroco Ascenzio viene istituito l'ufficio di Proparroco e Provicario.

Tra il 1799 e il 1818, il governo monastico per ragioni di opportunità politiche insite nelle dinamiche monastiche sceglie per l'ufficio di parroco dei sacerdoti appartenenti al clero secolare. Essi sono:

  • VIII - 1799 – Rev. Padre Don Francesco Di Paola Nicotra e Pavone da Catania.
  • IX - 1815 – Rev. Padre Don Luigi Floresta da Biancavilla.
  • X - 1818 – Rev. Padre Don Francesco Rossi Marletta da Catania.

Da questa data la scelta ricade all'interno della comunità monastica dei monasteri riuniti:

  • XI - 1822 – 1847 – Rev. Padre Don Angelo Maria Savuto da Paternò, decano Benedettino Cassinese, Priore di San Leone.
  • XII - 1847 – 1884 – Rev.mo Padre Don Giacomo Maggiore da Vizzini, decano Benedettino Cassinese, Abate titolare.
  • 1884 Rev. Sac. Don Luigi Emmanuele “regnicolo”, proparroco e vicario foraneo.

Dal 1884 al 1926 si susseguono diversi cappellani sacramentali coadiuvati dai reverendi canonici Alfio Lanaia e Vito Piccione che ricoprirono entrambi l'ufficio di vicario foraneo. Parroci di diritto diocesano a partire dalla costituzione ed erezione canonica della Parrocchia del 21 giugno 1926, essendo Arcivescovo il Cardinale Giuseppe Francica Nava.

  • XIII 1929 Rev. Mons. Antonio Spina da Belpasso.
  • XIV 1933 Rev. Sac. Francesco Rapisarda regnicolo.
  • XV 1952 Rev. Sac. Vito Rapisarda regnicolo.
  • XVI 2002 Rev. Sac. Salvatore Scuderi, da Zafferana.
  • XVII 2011 Rev. Can. Santo M. Salamone regnicolo.

Chiese filialiModifica

  • Chiesa di Piano Ammalati. Identificata come il primo edificio di culto del territorio licodiese, ha origini medioevali.
  • Chiesa delle Anime del Purgatorio. Eretta per devozione a metà ottocento, sul luogo di una prodigiosa apparizione.
  • Chiesa dell'Immacolata. Costruita nel 1933 in contrada Cavaliere, fu riedificata nel 1985.

ConfraterniteModifica

  • Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, fondata nel 1740
  • Confraternita di San Giuseppe, del 1862
  • Confraternita di San Luigi, del 1902

BibliografiaModifica

  • AA. VV La Confraternita di S.Giuseppe nei suoi 150 anni, tra devozione, patronato e identità a cura di Luigi Sanfilippo e della confraternita di S.Giuseppe 2012
  • Luigi Sanfilippo, I Percorsi del Sacro in Val Demone, C.U.E.C.M., 200
  • Regesto Ardizzone
  • Archivio Storico della Parrocchia SS. Crocifisso
  • Archivio Storico della Confraternita del SS. Sacramento

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