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Chiesa della Santissima Annunziata dei Catalani

chiesa di Messina
Chiesa della Santissima Annunziata dei Catalani
Maria Santissima Annunziata dei Catalani (Messina) 00.JPG
Veduta dell'abside da via Garibaldi
StatoItalia Italia
RegioneSicilia Sicilia
LocalitàMessina-Stemma.png Messina
Religionecattolica
TitolareSantissima Annunziata
Arcidiocesi Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela
Stile architettonicoBizantino con influenze arabo-normanne
Inizio costruzioneXII-XIII secolo

Coordinate: 38°11′28.5″N 15°33′22.5″E / 38.19125°N 15.55625°E38.19125; 15.55625

La chiesa della Santissima Annunziata dei Catalani o chiesa di Santa Maria Annunciata di Castello a Mare detta dei Catalani[1][2] si trova a Messina, precisamente situata fra via Cesare Battisti e via Garibaldi.

Indice

StoriaModifica

 
Cupola.
 
Abside.
 
Portale.
 
Navata laterale.
 
Navata.
 
Iscrizioni arabe, Museo regionale di Messina.
 
Interno.
 
Interno.

Epoca bizantinaModifica

Costruzione d'epoca bizantina verosimilmente effettuata sui resti di un preesistente tempio pagano dedicato a Nettuno.[3][4][2][5][6]

Epoca arabaModifica

"Messala figlio di Charam Re degli Alamidi, introdotto nella gloria magna da Mathur e da Messala".[4][7]

La traduzione dell'iscrizione araba[6] incisa sugli stipiti del portale del primitivo prospetto rimodulato dopo il 1908, versione effettuata dal gesuita Athanasius Kircher, rafforza la tesi della trasformazione del tempio in moschea durante la dominazione araba.[2]

Epoca normannaModifica

Rimodulata tra XII e XIII secolo sotto il regno di Guglielmo il Buono secondo i canoni nordici, in epoca normanna risulta inserita dentro le mura del Castello a Mare adiacente all'Arsenale Militare. Moderni piani urbanistici imposero la progressiva demolizione della fortificazione, l'apertura di nuove piazze, il tracciato di strade, la costruzione di unità abitative, il definitivo allontanamento dell'Arsenale Militare e dei cantieri per la fabbrica delle navi.[8]

Epoca svevaModifica

I frati dell'Ordine domenicano nel 1271 stabiliscono presso la struttura la loro sede iniziale dopo l'arrivo in Sicilia.[9][2][6]

Epoca aragoneseModifica

Tra il 1741 e il 1743 l'incaricato regio monsignor Giovanni Angelo de Ciocchis compie, per conto del Sovrano di Sicilia Carlo III, una ricognizione generale di edifici e beni religiosi soggetti a patronato regio nell'intero territorio siciliano e contemplati nella raccolta di atti e documenti denominati "Acta e Monumenta".[10] Circa la chiesa dei Catalani di Messina scrive:

"Questo tempio è dei più antichi e vetusti della Città di Messina. Sotto il dominio Aragonese servì da Cappella Reale ai Re di Sicilia. Un tempo possedeva pingui rendite, i Sovrani conferivano questa Cappella ai soggetti riguardevoli per dottrina e per servigi loro resi."

Sotto il regno Pietro III d'Aragona (verosimilmente durante il regno del nipote Pietro II di Sicilia, figlio di Federico III d'Aragona) molti dignitari chiesero e ottennero da Sua Maestà il sacro tempio, ove convenivano e si adunavano per i loro esercizi spirituali. Si formò quindi una specie di Confraternita d'iberici della Corona d'Aragona, i quali nominavano ogni anno nelle debite forme, il console ed altri ufficiali della chiesa. I diritti riscossi dai bastimenti battenti bandiera aragonese che approdavano nel porto peloritano, erano destinati per la maggior parte al mantenimento e al decoro della suddetta chiesa, come si evince dalle documentazioni redatte da consoli e ufficiali in vari tempi.

In una missiva inviata da Ludovico di Sicilia all'arcivescovo Raimando de Pezzolis il 4 luglio 1347, il sovrano rammenta che l'edificio gode del titolo di Cappella Reale e, in virtù delle bolle pontificie emanate, è esente dalla giurisdizione ordinaria dei beni.[9]

La lunga teoria di rettori di nomina regia destina le rendite dei privilegi ad essa assegnati parte al mantenimento della stessa struttura, la gran parte sono conferiti alla gestione dell'Ospedale dei Trovatelli.[9] Il 26 marzo 1507 il re Ferdinando II d'Aragona concede la chiesa con tutte le sue rendite assieme all'Ospedale dei Trovatelli al Senato di Messina.[9] L'amministrazione dei beni è conferita alla Confraternita della Candelora altrimenti detta dei «Verdi».

Epoca spagnolaModifica

Verso la fine del XV secolo, con la riunificazione di tutti regni sotto un'unica Corona di Spagna, vennero ammessi anche gli iberici non appartenenti alla ex Corona d'Aragona. Divenne così sede della Confraternita dei mercanti catalani, dalla quale prese il nome attuale, soluzione motivata dalla carenza di risorse economiche per assicurare al tempio il consueto lustro, decoro e splendore.[7]

I mercanti, nobili e cavalieri ispanici si riunirono in confraternita e commissionarono diverse opere d'arte che arricchirono l'antico tempio medievale. L'aggregazione determinò la costruzione di un altare sotto l'invocazione e il titolo di Nostra Signora della Soledad, elemento che l'accomuna, nel determinato contesto storico, alla Cappella della Madonna della Soledad della chiesa di San Demetrio di Palermo. Allo stesso periodo risale la costruzione di una cripta destinata alla sepoltura dei confrati.

Dopo il terzo decennio del XVI secolo i Padri dell'Ordine dei Chierici regolari teatini sono temporaneamente ospitati nell'attesa della costruzione della loro Casa e Tempio.[9]

Nella cappella in cornu evangelii è documentato il dipinto raffigurante l'Andata al Calvario di Polidoro da Caravaggio,[6] allievo e stretto collaboratore di Raffaello Sanzio,[4][7][2][5] del 1534, oggi al Museo di Capodimonte di Napoli. Il capolavoro pittorico costituisce una versione «processionale» dell'opera del genio di Urbino, celebrata a Messina anche con un'opera in versi dal titolo "Il Spasimo di Maria Vergine" del sacerdote Nicola Giacomo di Alibrando.[7] Entrambe le opere tendono ad esaltare i nascenti aspetti devozionali della Passione di Gesù nella città peloritana estendendone, attraverso le numerose copie pittoriche "personalizzate" della prima, la conoscenza e la divulgazione oltre i confini dei capoluoghi Messina e Palermo.

Sull'altare maggiore è altresì documentato il dipinto della Santissima Vergine Annunciata raffigurata con l'Angelo Annunciante e Sant'Eulalia dei Catalani, protettrice di Barcellona e della Catalogna.[4][7][2][5] La zona absidale costituiva la cappella gentilizia patrocinata dalla famiglia dello storiografo messinese Giuseppe Buonfiglio. Nella cappella in cornu epistolae il dipinto Giudizio Universale di scuola michelangiolesca.[4]

Epoca borbonicaModifica

Dopo i danni provocati in città dal terremoto della Calabria meridionale del 1783 la chiesa diviene sede parrocchiale in sostituzione della chiesa di San Nicolò all'Arcivescovado gravemente compromessa.

Il capolavoro di Polidoro Caldara da Caravaggio raffigurante l'Andata al Calvario fu donato a Ferdinando di Borbone dall'Arciconfraternita dei Catalani dopo il terremoto e inserito nella quadreria regia della Galleria di Capodimonte di Napoli.

Particolari gli antichi stipiti del portale centrale decorati da antiche iscrizioni arabe realizzate a tarsia di marmo verde inneggianti al Gran Conte Ruggero. A fine Ottocento furono cedute dal principe Papardo del Parco Governatore del sodalizio laicale al Museo Civico per passare dopo il terremoto del 1908 nelle collezioni del Museo Regionale.

Epoca contemporaneaModifica

Fino al devastante terremoto del 1908 sull'altare maggiore era collocata la grande tavola commissionata nel 1505 al frate carmelitano Giovanni d'Anglia raffigurante l'Annunciazione della Vergine Maria raffigurata con ai piedi Santa Eulalia, patrona dei Catalani, con una veduta della città, oggi custodita nelle collezioni del Museo Regionale. Stessa destinazione per la tavola del 1514 di Girolamo Alibrandi raffigurante il Giudizio Universale e la tela dell'Immacolata del 1606 di Tomas Montella.


La tela dell'Immacolata è stata riconsegnata alla chiesa dei Catalani una decina di anni orsono. In quella occasione la stessa Arciconfraternita ha acquisito un antico Crocifisso del XVI secolo, proveniente dal monastero dell'Elenuccia, che è stato collocato nell'abside centrale.

Ancora oggi è sede della Nobile Arciconfraternita della Santissima Annunziata dei Catalani che vi svolge le proprie attività di culto e solennizza la festività della Annunciazione del Signore alla Vergine.

Una delle mete più importanti del turismo crocieristico in Città, è utilizzata spesso per la celebrazione di matrimoni.

ArchitetturaModifica

In essa, egregia espressione dell'arte normanna con influenze bizantine, si fondono magnificamente gli stili bizantino, romanico, arabo e normanno, come appare dalla parte absidale, con transetto sormontato da una cupoletta cilindrica ad arcate cieche su colonnine e strette finestre, in un gioco cromatico di geometrie armoniche e vivaci.

La chiesa si presenta parzialmente interrata per via delle macerie causate dal sisma del 28 dicembre 1908 che vennero spianate innalzando così il piano stradale di circa tre metri.

Cappella RealeModifica

Cappella Palatina in epoca aragonese.

Castello a MareModifica

OratorioModifica

Oratorio e sede di una Confraternita dei Catalani[6] o Confraternita d'iberici della Corona d'Aragona.

Oggi presso il luogo di culto è attestata la Nobile Arciconfraternita della Santissima Annunziata dei Catalani.

Ospedale dei TrovatelliModifica

Ospedale dei Trovatelli all'Annunziata di Castellammare. L'istituzione è documentata nel XV secolo.[6]

L'ospedale sarà in seguito aggregato con altri nosocomi cittadini, la chiesa dei Catalani torna sotto la disposizione e giurisdizione reale.[9]

Nel 1542 è aggregato all'Ospedale Grande sotto il titolo della «Madonna della Pietà».[2]

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ Caio Domenico Gallo, pp. 168
  2. ^ a b c d e f g Pagina 102. Giuseppe La Farina, "Messina e i suoi monumenti". [1][collegamento interrotto]
  3. ^ Comune di Messina, Chiesa della SS. Annunziata dei Catalani, su comune.messina.it. URL consultato il 12 maggio 2015.
  4. ^ a b c d e Giuseppe Fiumara, pp. 49
  5. ^ a b c Giovanna Power, pag. 18
  6. ^ a b c d e f g Pagina 32, Giuseppe Buonfiglio e Costanzo, "Messina città nobilissima" [2], Venezia, Giovanni Antonio e Giacomo de' Franceschi, 1606.
  7. ^ a b c d e Caio Domenico Gallo, pp. 170
  8. ^ Caio Domenico Gallo, pp. 168 e 169
  9. ^ a b c d e f Caio Domenico Gallo, pp. 169
  10. ^ "Acta e Monumenta", raccolta di atti e documenti parzialmente editi nel 1836, custodita presso l'Archivio di Stato di Palermo.

BibliografiaModifica

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