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Chiesa di San Gennaro (Cerreto Sannita)

museo italiano
Chiesa di San Gennaro
Chiesa di San Gennaro2 - Cerreto Sannita.JPG
Il prospetto.
StatoItalia Italia
RegioneCampania Campania
LocalitàCerreto Sannita
ReligioneCattolica
Diocesi Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata de' Goti

Coordinate: 41°17′09.19″N 14°33′41.62″E / 41.285886°N 14.561561°E41.285886; 14.561561

La chiesa di San Gennaro è una architettura religiosa sita nel centro storico di Cerreto Sannita.

Dal 1998 ospita la sezione di arte sacra del museo civico e della ceramica cerretese.

Indice

StoriaModifica

Dalla fondazione alla metà del XVIII secoloModifica

Nella Cerreto antica esisteva una chiesetta dedicata a San Gennaro le cui rendite, il 28 febbraio 1544, confluirono in quelle dell'appena costituita collegiata di San Martino. La chiesetta di San Gennaro della vecchia Cerreto, della quale si hanno poche notizie, era già completamente distrutta entro la fine del XVI secolo dato che a partire dalla visita vescovile del 1599 non se ne fa più menzione.[1]

L'attuale chiesa di San Gennaro fu voluta nel nuovo tessuto urbanistico di Cerreto Sannita dai coniugi Giuseppe Giamei ed Elisabetta Biondi che, nel 1722, manifestarono dinanzi al notaio cerretese Lorenzo Mazzarelli la volontà di costruire un tempio da intitolare ai santi Gennaro e Liborio.[2]

Giuseppe Giamei (soprannominato "Peppone"), nato nel 1670 da Pietro ed Antonia di Lella, era un facoltoso mercante di panni lana. Egli aveva diciotto anni quando riuscì a sopravvivere al terremoto del 5 giugno 1688, che causò la distruzione di Cerreto antica e la morte di migliaia di cerretesi. Nel 1697 sposò Elisabetta Biondi, di Giuseppe e Angela Cataldo, ma la coppia non ebbe figli.[2]

I coniugi Giamei e Biondi, molto devoti ai santi Gennaro e Liborio, originariamente avevano deciso di costruire all'interno della collegiata una cappella dedicata a questi due santi ma, nel 1722, cambiarono idea e vollero edificare una vera e propria chiesa. Chiesero pertanto al vescovo del tempo mons. Francesco Baccari il relativo permesso. Il vescovo acconsentì il 30 ottobre dello stesso anno e delegò il canonico Giovanni de Laurentiis a benedire la prima pietra.[3]

Il terreno su cui sorse la chiesa fu ricavato abbattendo alcune casette che erano di proprietà di Giovan Lorenzo Gismondi, Anacleto e Giacomo Antonio Biondo, Nicola Sanzaro, Antonio Petronzi e Paolo di Luise.[4]

Nel 1725 fu iniziato il prospetto principale sul corso ad opera del maestro lapicida Antonio di Lella mentre nel 1729, terminate le mura, si provvide ad innalzare la cupola che originariamente era liscia e non a gradoni come oggi.

Fu terminata nel 1735 ma fu consacrata solo nel 1739 da mons. Antonio Falangola il quale manifestò il suo vivo apprezzamento per la devozione dei fondatori del tempio e annotò che la chiesa era, dal punto di vista architettonico, molto simile alla reale cappella del Tesoro di san Gennaro nel duomo di Napoli.[5]

Morta Elisabetta Biondi nel 1734 e mancando eredi diretti, Giuseppe Giamei si convinse a stendere un testamento nel quale stabiliva erede universale del suo patrimonio la chiesa di San Gennaro e nominava amministratore dei suoi beni il vescovo dell'epoca mons. Francesco Baccari ed i suoi successori. Non si sa per quali motivi il 26 novembre 1739 il Giamei revocò il testamento del 1734 e, non solo nominò erede universale dei suoi beni l'Universitas ma, inoltre, trasferì sin da quello stesso giorno il patronato della chiesa alla civica amministrazione. Fra gli oneri che ricadevano sull'Universitas vi era quello di curare la manutenzione del luogo sacro, di continuare a mantenere vivo il culto di San Gennaro e di far celebrare la messa in tutti i giorni festivi. Giuseppe Giamei morì dopo quindici giorni e fu sepolto al fianco della moglie nella sepoltura sottostante il pavimento della chiesa.[6]

Il patronato della chiesa passò quindi alla civica amministrazione che era solita tenere le proprie riunioni (i "parlamenti") nel pronao.

Dal restauro del 1762 ad oggiModifica

 
L'interno visto dalla cantoria sovrastante il pronao.

Nel 1748 all'interno della cupola iniziarono a comparire vistose macchie di umido che, nonostante dei restauri, divennero sempre più grandi e cominciarono a minacciare la solidità della struttura. Solo nel 1761, quando il vescovo minacciò l'interdizione del luogo sacro se non fosse stata riparata la cupola, gli eletti dell'Universitas si adoperarono per cercare i fondi necessari e nel 1762 i lavori furono appaltati al milanese Giovanni Battista Borrelli per la somma di 160 ducati. Parte della somma fu ricavata grazie ad un prestito di 100 ducati contratto con le suore clarisse di Cerreto e gravato dall'interesse del 6%. I lavori consistettero prevalentemente nella impermeabilizzazione della cupola e nella creazione di numerosi gradoni, al fine di far defluire l'acqua senza farla penetrare nella struttura muraria. La cupola, a seguito di questi lavori, acquistò un nuovo aspetto e maggiore slancio.[7]

Risolto il problema della cupola si presentarono nuovi grattacapi: nel 1765 la pietra tombale si era rotta e l'adiacente pavimento era stato danneggiato; nel 1766 la sepoltura era piena d'acqua e sulla cantoria era visibile una grande macchia d'umido; nel 1795 il vescovo dispose di restaurare la chiesa entro tre mesi, pena l'interdizione della chiesa e una relazione al sovrano. Tale rimase la situazione della chiesa sino al 1854 quando mons. Luigi Sodo provvide a restaurarla, a riaprirla al culto e a dotarla di una confraternita dedicata alla Madonna della Purità.[8]

Nel 1927 la chiesa fu dichiarata monumento nazionale.[9]

Durante la seconda guerra mondiale fu occupata dai tedeschi che usarono la cupola come vedetta mentre i fascisti fusero le cancellate laterali del pronao per ricavarvi delle munizioni.

Dopo il terremoto del 23 novembre 1980 ha subito un radicale e discusso intervento di restauro.[10]

Dal 1998 ospita la sezione di arte sacra del museo civico e della ceramica cerretese.

DescrizioneModifica

Museo civico di arte sacra
Il reliquiario-calendario cesellato
Ubicazione
Stato  Italia
LocalitàCerreto Sannita
IndirizzoCorso Umberto I
Caratteristiche
Tipoarte sacra, Arte, ceramica

EsternoModifica

La facciata, che misura 15 metri di altezza per 13 di larghezza, è in pietra locale lavorata, opera del mastro scalpellino Antonio di Lella. Presenta quattro colonne a fusto liscio di ordine tuscanico aventi le basi su dei plinti e dei capitelli di ordine dorico. Fra le colonne si aprono tre arcate che introducono al pronao e che sono ornate da inferriate settecentesche lavorate.

La trabeazione è costituita da un architrave su cui si legge:

UT CONIUGI SORTE ITA PIETATE UNANIMES TEMPLUM HOC DIVO IANUARIO IOSEPHUS IAMEUS ET ISABELLA BIONDA FUNDAVERE. A. D. MLCCXXV
(Come concordi nella sorte coniugale così nella pietas, Giuseppe Giamei ed Elisabetta Biondi nel 1725 fondarono questo tempio dedicato a San Gennaro)

Il campanile, pure opera del Di Lella, è arricchito da pietre locali lavorate mentre la cupola, alta circa 30 metri, è impostata su di una pianta ellittica e si presenta, a seguito degli interventi del 1762, costituita da gradoni rivestiti da embrici maiolicati gialli e verdi.

Il pronao è composto da tre campate. Nelle campate di destra e di sinistra sono site due sculture in stucco di Giacomo Caldarisi (1725) raffiguranti San Cristoforo e San Gennaro. Nella campata centrale vi è il portale di ingresso alla chiesa, sovrastato da due putti in stucco e dallo stemma dei coniugi Giamei e Biondi, fondatori del luogo di culto.

InternoModifica

L'interno ospita la sezione di arte sacra del museo civico e della ceramica cerretese.

Gli stucchi, tipicamente settecenteschi, sono opera di Giacomo Caldarisi.

La chiesa, come la cupola, presenta una pianta ellittica e possiede una cappella maggiore e due cappelle laterali.

Aula della chiesaModifica

 
Pavimento in ceramica cerretese (1730 circa) realizzato da Nicolò Russo.

Nella cappella maggiore è sito un dipinto di Luigi Cacciapuoti che raffigura San Gennaro fra i diaconi Festo e Desiderio. Un angelo regge le ampolle con il sangue miracoloso mentre a terra ed in alto si vedono degli strumenti di martirio con i quali fu ucciso il santo. La scenografia architettonica presenta elementi tratti dal Sanfelice e da Domenico Antonio Vaccaro che ricostruiscono l'aspetto dell'anfiteatro di Pozzuoli dove Gennaro e suoi diaconi furono uccisi.[11]

L'altare maggiore è opera di Antonio di Lella e presenta ai due lati lo stemma dei coniugi Giamei e Biondi. Il pavimento della predella dell'altare maggiore è quello originale in ceramica cerretese, realizzato dal maestro Nicolò Russo intorno al 1730. Le antiche riggiole in ceramica presentano delle decorazioni floreali e ornitologiche.

Nelle cappelle laterali sono siti altri due dipinti di Luigi Cacciapuoti: la Natività a destra, e la Madonna del Rosario fra i santi Domenico e Caterina a destra.

Le quattro splendide porte in legno sono del XVIII secolo e si presentano riccamente intagliate.

Al centro dell'aula è sito il reliquiario-calendario, fine opera secellata del XVII secolo, raffigurante una chiesa a due ordini dotata di timpano. Fra le varie colonne sono custodite decine e decine di schegge di ossa di santi. Al centro della parte superiore del reliquiario sarebbe custodita una scheggia della Santa Croce di Cristo.

Sono esposte le seguenti opere:

  • San Vincenzo Martire, scultura lignea del 1676 realizzata dal Ciminelli;
  • Madonna del Carmine, ex voto del XIX secolo con corpo in ceramica e vestiti in seta;
  • Madonna della Libera, seconda delle tre Madonne della Libera di Cerreto Sannita (1689);
  • Pianete e tonacelle appartenute ai vescovi cerretesi Carlo Puoti e Luigi Sodo, in broccato bianco o seta rosa con fili d'oro e d'argento;
  • Madonna lignea molto rovinata, rinvenuta nelle mura di una chiesa;
  • Santa Lucia, scultura lignea settecentesca.

SacrestiaModifica

Vi sono raccolte tre tele di autori ignoti e di epoche differenti:

  • San Francesco che riceve il saio da un Angelo che nello sfondo raffigura alcuni dei monumenti più significativi di Cerreto antica, distrutta dal terremoto del 5 giugno 1688;
  • San Tommaso Apostolo, del 1710 con in basso lo stemma della famiglia Ciabburro;
  • San Giuseppe col Bambino.

A destra dell'ingresso è un tronetto in legno intagliato e dorato per l'esposizione del Santissimo Sacramento (XVII secolo).

Nelle teche sono conservate delle statuette votive in ceramica.

NoteModifica

  1. ^ Renato Pescitelli, Chiesa Telesina: luoghi di culto, di educazione e di assistenza nel XVI e XVII secolo, Benevento, Auxiliatrix, 1977, p. 82.
  2. ^ a b Chiesa, p. 5.
  3. ^ Chiesa, p. 6.
  4. ^ Palazzi, p. 238.
  5. ^ Chiesa, p. 17.
  6. ^ Chiesa, p. 18.
  7. ^ Chiesa, p. 19.
  8. ^ Chiesa, p. 21.
  9. ^ Chiesa, p. 22.
  10. ^ Chiesa, p. 23.
  11. ^ AA. VV., Cerreto Sannita: Testimonianze d'arte tra Sette e Ottocento, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1991, p. 83.

BibliografiaModifica

  • Renato Pescitelli, Luisa Montefusco, La Chiesa di S. Gennaro Vescovo in Cerreto Sannita, Auxiliatrix, 1998.
  • Renato Pescitelli, Palazzi, Case e famiglie cerretesi del XVIII secolo: la rinascita, l'urbanistica e la società di Cerreto Sannita dopo il sisma del 1688, Telese Terme, Don Bosco, 2001.

Voci correlateModifica

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