Chiesa di San Gioacchino in Prati

San Gioacchino in Prati
Prati - S. Gioacchino ai Prati.JPG
Esterno
StatoItalia Italia
RegioneLazio
LocalitàRoma
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareGioacchino
Diocesi Roma
ArchitettoRaffaele Ingami
Stile architettonicoecclettico
Inizio costruzione1881
Completamento1898
Sito webSito ufficiale

Coordinate: 41°54′35.7″N 12°27′54.5″E / 41.909917°N 12.465139°E41.909917; 12.465139

La chiesa San Gioacchino in Prati è un luogo di culto cattolico di Roma, sede dell'omonima parrocchia, situato nel rione Prati, in via Pompeo Magno, presso piazza dei Quiriti. La chiesa è anche titolo cardinalizio, il cui titolare attualmente è il cardinale Leopoldo José Brenes Solórzano.

Storia e descrizioneModifica

Questa chiesa fu costruita per volere di papa Leone XIII, che intendeva in questo modo celebrare il suo giubileo sacerdotale: la prima pietra fu posta nel 1881, ma i lavori furono intrapresi tra il 1891 e il 1898, anno in cui la chiesa fu aperta al pubblico (anche se i lavori si ultimarono solo nel 1911). Fu dedicata a san Gioacchino, il padre della Vergine Maria, a ricordo del nome di battesimo del papa.

Oltre che nei suoi aspetti architettonici, la chiesa ha anche valore in campo urbanistico perché, con altre del rione e del contiguo quartiere Trionfale (in parte coevo), racconta di una tendenza anticlericale diffusa alla fine dell'800 nel neonato stato italiano che voleva, ponendosi in contrasto con il Vaticano, minimizzare l'importanza dei luoghi di culto, assegnando loro un lotto edilizio qualsiasi nei costruendi quartieri in allineamento su strade anche secondarie e non, come ci si aspetterebbe, un lotto con affaccio sulla piazza principale del quartiere (anche in questo caso dove la piazza dei Quiriti è veramente prossima e presenta in affaccio semplice edilizia residenziale).[senza fonte]

Particolarità della chiesa sono la cupola, in alluminio e traforata con stelle di cristallo, che danno luce in modo suggestivo al suo interno; e all'interno 14 cappelle dedicate a quattordici delle ventisette nazioni cattoliche che contribuirono, con le loro offerte, alla costruzione dell'edificio.

La chiesa, costruita dall'architetto Raffaele Ingami, è a tre navate, a croce latina, suddivise da colonne di granito rosa con capitelli in bronzo. Essa appare sontuosamente decorata con marmi policromi e arredi di metallo. La porta centrale è affiancata da due colonne donate dallo zar di Russia.

Nel 1908 l'organaro belga Jules Anneessens edificò in questa chiesa un organo a tre tastiere e 29 registri, restaurato nel 2008 dalla ditta Gustavo Zanin di Codroipo (UD).

La chiesa è parrocchia dal 1905 ed è affidata alla congregazione del Santissimo Redentore; è titolo cardinalizio dal 1960.

Nel corso dell'occupazione nazista di Roma, un gruppo di perseguitati (ebrei e politici) trovò rifugio all'interno della cupola della chiesa. La soluzione, necessaria a salvare un gruppo di rifugiati - inizialmente accolti nella sala cinematografica della parrocchia - dalle sempre più frequenti incursioni dell'esercito tedesco in ambienti religiosi, venne escogitata dall'Ing. Pietro Lestini, che conosceva tutti gli ambienti della chiesa. I rifugiati accettarono così di farsi rinchiudere in uno spazio ristretto, e senza luce, posto tra la volta della chiesa e il tetto. La muratura dell’unica porta d’ingresso terminò il 3 Novembre del 1943 e in quell'angusto spazio, fra indicibili disagi e privazioni, vissero ogni giorno da dieci a quindici persone: il loro unico collegamento con il mondo era una piccola finestra apribile, posta al centro del timpano a cinquanta metri da terra, attraverso la quale passavano uomini, e cose: cibo, vestiti, lettere, giornali, passatempi e anche rifiuti organici. I rifugiati uscirono dal loro nascondiglio il 7 giugno 1944.

Al termine della guerra, per aver salvato i perseguitati il Governo Israeliano dichiarò Giusti delle Nazioni il redentorista Padre Antonio Dréssino, parroco di San Gioacchino, la suora Margherita Bernès delle Figlie della Carità (la cui sede era proprio dinanzi alla Chiesa di San Gioacchino), addetta all’approvvigionamento del cibo e del vestiario, l’ingegner Lestini (che aveva organizzato il tutto e sovrintendeva alle operazioni logistiche) e sua figlia Giuliana, che curava i rapporti tra le famiglie e i rifugiati romani.

BibliografiaModifica

  • Claudio Rendina, Le Chiese di Roma, Roma, Newton & Compton Editori, 2000, p. 124, ISBN 978-88-541-1833-1.
  • Alberto Manodori, Rione XXII Prati, in I rioni di Roma, vol. 3, Roma, Newton & Compton Editori, 2000, pp. 1198–1222.
  • M. Alemanno, Le chiese di Roma moderna, Armando Editore, Roma 2006, Vol. II, pp. 22–27

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