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Basilica di Santa Anastasia
Saint Anastasia Verona - View from Torre dei Lamberti DSC08109.jpg
Veduta dalla Torre dei Lamberti
StatoItalia Italia
RegioneVeneto Veneto
LocalitàVerona-Stemma.svg Verona
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareAnastasia di Sirmio
Diocesi Verona
Consacrazione1471
Stile architettonicogotico
Inizio costruzione1290
Completamentoincompiuta

Coordinate: 45°26′43″N 10°59′59″E / 45.445278°N 10.999722°E45.445278; 10.999722

La basilica di Santa Anastasia è un importante luogo di culto cattolico del centro storico di Verona, situato vicino al punto più interno della città dell'epoca romana, in prossimità dell'ansa del fiume Adige, dove sorge il Ponte Pietra. La chiesa è, in realtà, intitolata al santo domenicano Pietro Martire, tuttavia è normalmente conosciuta come Santa Anastasia in quanto sul luogo preesisteva un antico edificio di culto ariano dedicato, appunto, ad Anastasia di Sirmio martire sotto le persecuzione di Diocleziano. Poco o nulla sappiamo di questo primo edificio, la tradizione vuole che venne realizzato per volere di Teodorico il Grande. La sua prima menzione scritta risale ad un diploma di Berengario I del 2 ottobre 890.

La storia edificatoria dell'attuale edificio ebbe inizio quando nel 1260 Manfredo Roberti, vescovo di Verona, decise che i frati domenicani che si trovavano fuori dalle mura cittadine si dovevano insediare in città dove avrebbero costruito il proprio convento e la propria chiesa. Il cantiere ebbe inizio nel 1290 e fin da subito beneficiò di numerose donazioni e lasciti testamentari, come quelli degli appartenenti ai Della Scala, signori di Verona. Tra i più importanti mecenati della fabbrica vi è da annoverare Guglielmo da Castelbarco, amico personale di Cangrande I, il cui sarcofago si trova sulla sinistra della facciata della chiesa. Caduta la signoria scaligera i lavori ebbero dei rallentamenti ma con la ritrovata stabilità politica successiva alla dedizione a Venezia ripresero alacremente. La chiesa venne consacrata solennemente il 22 ottobre 1471 dal cardinale e vescovo di Verona Giovanni Michiel, tuttavia i lavori continuarono per oltre due secoli non arrivando mai a completare la facciata. Soppresso nel 1807 l'ordine domenicano, la chiesa venne affidata al clero secolare mentre l'adiacente convento, oramai abbandonato, diverrà più tardi sede del liceo ginnasio statale Scipione Maffei. Tra il 1878 e il 1881 l'edificio venne sottoposto ad un intenso ciclo di lavori di restauro. Nel 1967 si ebbe una nuova ristrutturazione, durata per tutti gli anni 1970.

L'incompiuta facciata, realizzata prevalentemente in cotto, presenta un maestoso portale biforo in stile gotico attraverso il quale si accede nel vasto spazio interno configurato con la tipica pianta a croce latina. Superate le tre navate congiunte con volte a crociera, si apre un ampio transetto da cui si accede al presbiterio. La grande zona absidale, a sua volta, è articolata in 4 absidi, ognuno con una cappella, in aggiunta a quello centrale ove è collocato l'altare maggiore. Ai lati delle navate si aprono alcune cappelle. Vi sono anche numerosi altari, il più celebre è l'Altare Fregoso realizzato da Danese Cattaneo, elogiato anche da Giorgio Vasari. All'interno della chiesa si possono ammirare tele e affreschi di noti maestri della pittura veronese e non, quali: Pisanello, Altichiero, Liberale da Verona, Stefano da Zevio, Nicolò Giolfino, Giovan Francesco Caroto, Felice Brusasorzi, Francesco Morone, Michele da Verona, Lorenzo Veneziano

Indice

L'ambiguità del nomeModifica

La chiesa di Santa Anastasia prende il nome da una chiesa preesistente, di epoca gotica, dedicata da Teodorico ad Anastasia di Sirmio e di culto ariano. La chiesa peraltro ha inglobato successivamente un altro edificio ecclesiastico dedicato a San Remigio di Reims, quindi di epoca franca. In realtà la chiesa è intitolata al compatrono di Verona san Pietro, martire domenicano assassinato il 4 aprile 1252 non lontano da Monza. I veronesi l'hanno sempre chiamata col nome precedente e così è conosciuta anche esternamente, in ragione della preesistente chiesa.

StoriaModifica

OriginiModifica

 
Veduta della chiesa di Santa Anastasia in una stampa d'epoca

Le origini della chiesa di Santa Anastasia sono antichissime. Si ritiene che già in epoca longobarda ove sorge l'attuale edificio vi fossero due chiese cristiane la cui tradizione vuole che fossero state edificate per volere del re ostrogoto Teodorico, una dedicata a san Remigio di Reims e l'altra a Santa Anastasia, martire delle persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano, il cui culto si era diffuso partendo da Costantinopoli per giungere a Verona intorno all'VIII secolo.[1] Il luogo prescelto si affacciava sull'antico decumano massimo della verona romana, prolungamento cittadino della via Postumia.[2] La più antica notizia giunta fino a noi di questa prima edificazione è contenuta in un diploma, datato 2 ottobre 890, emesso dal re d'Italia Berengario I in cui si fa riferimento “ad ecclesiam Santae Anastasiae” in proposito della città di Verona. Dopo alcuni secoli in cui non si è conservata alcuna traccia, troviamo una seconda menzione in un documento del 12 maggio del 1082 relativo ad una offersione in favore di Anastasio, “archipresbyter, custos et rector” della chiesa di Santa Anastasia, di una corte, torchio e terra vitata in Illasi, presso la casa di Santa Giustina "in finibus comitatus Veronensi, in loco et funde Ilasce, prope eclesia sanctae Iustinae".[3] Successivamente, un decreto del 1087 elenca i numerosi possedimenti che la chiesa poteva vantare nel territorio veronese.[4]

Le fonti dimostrano che la collegiata di religiosi che nel XII secolo qui officiavano era assai numerosa e importante, tanto che sono giunti fino a noi diversi documenti che parlano dei sacerdoti alla loro guida.[5] Un contratto giunto fino a noi ci informa che un certo Bonseniore ricopriva la carica di arciprete nel marzo del 1114, mentre pochi decenni più tardi papa Alessandro III emanava un decretale a Teoblado e ai chierici di Santa Anastasia in Verona. Un testamento redatto il 27 giugno 1226 in cui un tale Ricerio, mugnaio, lasciava dieci soldi per le opere “ad porticalia Sancte Anastasie” ci fa scoprire che in quel tempo l'edificio era sottoposto a ristrutturazione. Nulla di relativo all'architettura di questo primo edificio trapela da queste antiche fonti; sappiamo solo che era dotata di coro, che esternamente vi era una canonica e che era stato edificato un portico.[4] Alcuni storici hanno proposto che una porzione di muro della cappella del Crocifisso sia una vestigia dell'antica chiesa, ma tale affermazione rimane tutt'oggi controversa.[6]

Arrivo dei domenicani e inizio della fabbricaModifica

L'arrivo dei frati domenicani a Verona è collocabile tra il 1220 e il 1221 quando li troviamo ad officiare presso la chiesa di Maria Mater Domini,[7] distrutta nel 1517 e che si trovava dove ora sorge la rondella della Baccola, poco fuori porta san Giorgio. La congregazione veronese godeva di un'ottima situazione economica, frutto di donazioni, tanto da edificare un convento così grande da ospitare nel 1244 il capitolo generale dell'ordine.[8] La loro importanza fu tale che nel 1260 il vescovo di Verona Manfredo Roberti decise che essi avrebbero dovuto insediarsi in città dove avrebbero potuto edificare la proprio convento e la propria chiesa[8] da dedicate al proprio confratello san Pietro da Verona, martirizzato nel 1252 e fatto santo da Papa Innocenzo IV.[9] Per lo scopo, un terzo delle millecinquecento lire veronesi ricavate dalla vendita di Maria Mater Domini alle monache di San Cassiano venne impiegato per acquistare i terreni intorno alla antica Santa Anastasia e finanziare i primi lavori di edificazione.[10] Nonostante che un documento del 20 marzo 1280, in cui si legge "in domo ecclesie sancte Anasasie", ci mostri che i domenicani fossero già in relazione con la chiesa di santa Anastasia, passeranno comunque circa trent'anni dall'abbandono di Maria Mater Domini perché il cantiere potesse avere.[11][12] La fine del XIII secolo, più precisamente il 1290, è dunque la data in cui si colloca l'inizio del grande cantiere per la nuova e odierna chiesa, un periodo che coincise con l'abbandono generalizzato della tradizionale architettura romanica a favore di quella architettura gotica; fu proprio questo lo stile con cui venne progettato l'edificio.[11] Con un diploma del vescovo Pietro della Scala, datato 2 aprile 1292, i domenicani ricevevano in dono un terreno affinché fosse possibile allargare la strada di accesso alla chiesa e liberarne la vista.[N 1][8]

 
Arca di Guglielmo da Castelbarco, importante mecenate della fabbrica della chiesa.

Nei primi anni i lavori nella fabbrica proseguono alacremente sostenuti dalle numerose donazioni e lasciti testamentari, in particolare di quelli degli appartenenti della famiglia dei Della Scala come Alberto I, che lascia mille lire veronesi, Cangrande II e Cansignorio. A ricordo di queste elargizioni, l'arma degli scaligeri venne dipinta ai due lati di fonte all'arco della cappella che ospita l'altare maggiore.[11]

Un fervido mecenate dell'impresa edificatoria è da molti ritenuto Guglielmo da Castelbarco,[13][N 2] amico di Cangrande I, tanto che nel suo testamento dettato a Lizzana il 13 agosto del 1319 ordina che qui dovessero essere deposte le sue spoglie disponendo, inoltre, che venissero spese per la realizzazione mille lire di piccoli veronese.[14][12][9] Alla sinistra dell'attuale chiesa, sopra il portico che un tempo conduceva nel monastero, è ancora presente il suo sarcofago, probabile opera del lapicida Giovanni di Rigino. L'analisi dei materiali dell'edificio ci permette di supporre che alla morte di Casterlbarco, avvenuta nel 1320, fossero stati ultimati gli absidi, l'altare maggiore, il transetto, i muri perimetrali almeno fino alla metà altezza di quella definitiva, la parte inferiore della facciata.[15][12]

Nulla di preciso si conosce circa l'identità dell'architetto che ideò la costruzioni. Alcuni studiosi hanno proposto lo stesso Castelbarco come colui che concepì la struttura dell'opera, tuttavia studi più accurati e comparativi con altri edifici hanno rilevato dei parallelismi con la Chiesa di San Loreno di Vicenza e con la Chiesa di San Nicolò di Treviso che hanno fatto supporre lo stesso autore.[16]

Nella seconda metà del XIV secolo, il declino della signoria scaligera si ripercuote negativamente sui lavori di costruzione causando un rallentamento sostanzioso, in parte mitigato dalle continue donazioni di privati che permettono comunque di ultimare le strutture entro la fine del secolo. Diverse ipotesi sono state fatte relative al nome dell'architetto; scartando quella che lo identifica proprio in Guglielmo da Castelbarco, la più accreditata, sostenuta anche da Carlo Cipolla, è quella che attribuisce il progetto a due monaci dell'ordine domenicano, frà Benvenuto da Bologna e frà Nicola da Imola, autori di altri edifici che presentano molti elementi in comune con l'impianto di Santa Anastasia, tuttavia non si riscontrano documenti in merito.[12]

 
Particolare del pavimento iniziato nel 1462 su progetto di Pietro da Porlezza. Si noti, al centro, lo stemma dell'ordine domenicano.

Ritrovata a Verona la serenità politica grazie alla dedizione a Venezia, i lavori poterono proseguire più speditamente. Il 4 marzo il cantiere beneficia di una bolla papale in cui viene concessa l'indulgenza a chiunque fornisse il proprio contributo al proseguo della fabbrica.[9] Il podestà e il capitano del popolo ottennero da Senato veneziano una riduzione sulle tasse relative alla costruzione. Dai documenti risulta che nel 1428 i lavori relativi alla copertura della chiesa si trovavano a buon punto anche se risultava ancora parzialmente scoperta e si iniziava a valutare la costruzione della facciata per cui si pensava di realizzarla in pietra viva.[17] Il 12 agosto dell'anno successivo, una nuova bolla papale impone che a Santa Anastasia venisse sostituita la congregazione dei domenicani Conventuali con quelli Riformati. Nel 1462 Pietro da Porlezza inizia a dirigere la lastricatura del pavimento.[18]

Dalla consacrazione ad oggiModifica

 
La chiesa di Santa Anastasia come si presenta oggi, vista dalla sponda opposta del fiume Adige.

La chiesa venne consacrata solennemente il 22 ottobre 1471 dal cardinale e vescovo di Verona Giovanni Michiel anche se il cantiere continuò ad essere aperto per oltre due secoli, con l'aggiunta delle cappelle laterali, non arrivando mai a completare la facciata.[19] Tra il 1491 e il 1493 il maestro Lorenzo da Santa Cecilia realizzò le sedie del nuovo coro mentre nel 1498 venne posate le vetrate del rosone centrale della facciata e dei finestroni laterali. Tra il 1509 e il 1517 Verona, a seguito degli sconvolgimenti susseguenti alla guerra della lega di Cambrai, passò sotto il controllo del Sacro Romano Impero e proprio in Santa Anastasia si tenne la cerimonia di sottomissione all'imperatore Massimiliano I d'Asburgo. Tornata la città sotto il dominio della Serenissima, nel 1522 vennero posate le cornici della formelle che adornano le lesene della porta maggiore, nel 1533 viene lastricata la piazza antistante, in occasione della Pasqua del 1591 viene collocata una cariatide, realizzata da Paolo Orefice, a sostegno dell'acquasantiera.[18]

Una lapide collocata nell'annesso convento ricorda la venuta di Papa Pio VI che, di ritorno da Vienna dove aveva incontrato l'imperatore Giuseppe II, soggiornò a Verona la sera dell'11 maggio 1782 per ripartire poi la mattina del 13. Essendo quel giorno assente il vescovo veronese Giovanni Morosini, il papa venne ospitato nel convento dei domenicani e, prima di ripartire alla volta di Roma, ascoltò la mesa in Sant'Anastasia.[20]

Il 19 marzo 1807, per volere di Napoleone, l'ordine dei domenicani venne soppresso, mettendo così fine alla loro presenza in Santa Anastasia in cui avevano officiato da quasi cinque secoli. Affidata successivamente al clero diocesano divenne parrocchia con il beneficio di Santa Maria in Chiavica. Simile sorte toccò anche all'adiacente monastero che, dopo la sua definitiva chiusura, diverrà la sede del liceo ginnasio statale Scipione Maffei. Tra il 1878 e il 1881 l'edificio venne sottoposto ad un intenso ciclo di lavori di restauro in cui venne, tra l'altro, consolidato il campanile, sostituiti alcuni marmi del portone principale, riparati gli altari delle cappelle. Si procedette anche ad un restauro di alcune tele qui conservate con esiti non sempre felici. Nel 1967 una nuova ristrutturazione, durata per tutti gli anni 1970, portò a risultati ben più soddisfacenti. Nel 1981 il restauro toccò gli affreschi della cappella Lavagnoli.[18]

Architettura esternaModifica

L'esterno della chiesa di Sant'Anastasia rappresenta un bell'esempio di architettura gotica veronese con anticipi rinascimentali. La facciata, incompleta, è caratterizzata da vari elementi tra cui spiccano un ampio portone incorniciato in un arco acuto marmoreo, da un rosone centrale e due bifore all'altezza delle navate. Ai lati estremi due piedritti che si innalzano oltre la linea di gronda e che si ripetono, fino al transetto, su di entrambe le fiancate per essere sormontate da pinnacoli esagonali con lo scopo di scaricare il peso delle volte. Su ogni lato del piedicroce si aprono cinque rosoni che permettono alla luce di entrare nella chiesa.[21]

Sulla facciata del transetto di destra si apre una grande trifora e un simmetrico grande rosone gotico. La linea di gronda è abbellita da archetti rampanti a tutto sesto. La copertura è realizzata in due falde in pietra.[21]

FacciataModifica

 
La facciata incompleta

La struttura della facciata è divisa in tre sezioni che corrispondono alle navate interne. La facciata è incompiuta ed è prevalentemente in cotto. La chiesa fu costruita dai domenicani ed ha una struttura analoga alla basilica dei Santi Giovanni e Paolo anch'essa appartenente allo stesso ordine e costruita quasi in contemporanea. La facciata, simmetrica, ha la capanna centrale con la parte alta che ha nel suo centro un semplice rosone, anch'esso non terminato, con un settore circolare esterno e la parte interna divisa in sei sezioni divise da un diametro orizzontale.[22]

Il portale biforo, di datazione riferibile alla prima metà del XV secolo appartiene, stilisticamente, alla prima architettura rinascimentale con ancora delle gotiche. La parte inferiore è occupata dal portone del XV secolo diviso in due sezioni con sovrastanti due archi acuti con intorno il portale gotico con una serie di cinque archi acuti sovrapposti. Gli archi sono sostenuti da cinque colonne ornamentali alte e leggere realizzate con marmi rossi, bianchi e neri, gli stessi colori che troviamo anche nel pavimento interno.[22]

 
Il portale gotico con le lunette affrescate

La lunetta principale ha al suo interno la rappresentazione della Santissima Trinità con ai lati le figure di san Giuseppe e della Madonna. Il Padre è assiso su una cattedra di stile gotico con il Crocifisso fra le sue ginocchia e il Cristo a fianco con la colomba su di sé. Completa la figura una coppia di angeli sovrastanti la Trinità Nelle due lunette minori sono presenti il Vescovo alla guida del popolo veronese con lo stendardo della città e nell'altra San Pietro martire alla guida dei frati con lo stendardo bianconero dei domenicani.[22] Tutti e due i gruppi sono incamminati all'adorazione della Trinità. Questi affreschi appaiono oggi in gran parte perduti, nonostante il ritocco (probabilmente dall'esito non troppo felice) apportato in occasione del restauro del 1881.[23] Lo storico dell'arte Adolfo Venturi ha riconosciuto in questi dipinti l'influsso della scuola di Stefano da Zevio attribuendoli dunque a qualche suo allievo.[24][25]

 
Statua della Vergine con il Bambino, collocata sopra la colonnina di mezzo del portale.

Gli archi minori poggiano sull'architrave del portale decorato a bassorilievo da sei rappresentazioni in ordine cronologico della vita di Cristo: l'Annunciazione, la Nascita di Gesù, l'Adorazione dei Magi, la via verso il Calvario, la Crocifissione e la Resurrezione.[24] Ai due fianchi dell'architrave sono poste due statue, in quella di sinistra si riconosce Santa Anastasia, in quella di destra Santa Caterina della Ruota. Al centro dell'architrave, invece, sopra l'elegante colonnina che divide le due porte e poggiata su di una mensola, vi è posta una statua, di dimensioni maggiori rispetto alle due laterali, in cui è rappresentata la Vergine con il Bambino, di scuola veneziana. La colonna divisoria ha tre altorilievi sulla fronte e sui due lati. Di fronte San Domenico con la stella sotto i suoi piedi, a sinistra San Pietro Martire nell'atto di predicare alla folla[26] con il sole sottostante e a destra San Tommaso che sovrasta la luna, con in mano il libro dei dottori della chiesa, mentre istruisce un giovane monaco.[24][22]

È stata avanza l'ipotesi che il complesso del portale potrebbe essere stato realizzato, come si suppone per il pavimento, da Pietro da Porlezza a partire dal 1462. A supporto di ciò, Alessandro Da Lisca ha osservato che l'opera marmorea si lega con l'ambiente interno tanto da formare un'unica opera, come il corpo avanzato, in cotto, che alla sua volta è legato indissolubilmente col muro stesso della chiesa. Sicché il muro, il corpo avanzato e il portale marmoreo sarebbero tutti lavori effettuati nel corso del XV secolo.[27]

 
Formella con il Martirio di San Pietro martire

A discapito di quello che doveva essere il progetto iniziale, solo due formelle in marmo sono collocate sulla facciata e più precisamente sulla lesena alla destra del portale, dove sono rappresentante nella prima la predica di San Pietro Martire e nella seconda il suo Martirio. Dei quattro pilastri solo i primi tre, da sinistra, presentano due scritte per ciascuno.[N 3] La prima la quarta e la sesta si riferiscono ai miracoli operati dal santo, la quinta al martirio. Dunque, le formelle eseguite corrispondono alla quinta e alla sesta. Le cornici delle formelle sono attribuibili anch'esse al secolo XV o all'inizio di quello successivo. Si suppone che le formelle avrebbero dovuto costituire un grande cornice che mantenesse intatto il portale già esistente.[27] Ai lati della capanna centrale due sezioni con delle lunghe bifore vetrate che percorrono la parte alta delle parti, all'esterno delle sezioni due camini che superano i profili laterali.

A sinistra, guardando la facciata, si nota in alto, posta sopra un arco di passaggio verso un cortile interno (dell'attuale conservatorio musicale) la bellissima arca sepolcrale dove giace Guglielmo da Castelbarco. Si tratta del primo esempio di arca monumentale detta "a baldacchino" che pochi anni dopo avrebbe ispirato e avuto seguito nelle splendide "Arche scaligere" dove hanno sepoltura i Della Scala, i signori della Verona trecentesca. Sempre sulla sinistra vi è la oramai sconsacrata chiesa di San Pietro Martire.

Campanile e campaneModifica

 
Torre campanaria di Santa Anastasia

In prossimità del braccio sinistro del transetto, si eleva l'imponente torre campanaria, di cui abbiamo ben poche notizie sulla sua storia. Alta 72 metri e divisa in sei parti da marcapiani in pietra bianca, la torre in stile gotico presenta una canna lesenata in laterizio, con ripetizione di decorazioni ad archetti, che si innalza sulla punta della prima cappella absidale di sinistra.[28] La canna della torre termina, dunque, con una cella campanaria dotata per ogni lato da una trifora stromata con arco a tutto sesto e formate da colonne con fusto, piedistallo e capitello di ordine tuscanico.[29] Sopra di essa corre una balaustra costituita da diverse piccole colonnette in pietra bianca di elegante fattura. Da qui si innalza, a sua volta, una guglia conica, realizzata in cotto, solcata da snelli costoloni lapidee in pietra bianca.[30] Lo stile della struttura permette di collocarla intorno al XV secolo, ma è possibile che sia stata iniziata anche prima, in contemporanea all'abside. Si è a conoscenza dell'esistenza di un documento, oggi andato perduto, rogato il 15 gennaio 1433 dal notaio Antonio de Cavagion (l'odierno Cavaion Veronese) con il quale i padri domenicani vendettero per 50 ducati una casa impiegandone il ricavato per "nella fabbrica del campanile". Su tre piccole pietre incastonate ai lati del campanile vi è scolpita, con caratteri del secolo XV, la seguente iscrizione: "CHRISTUS REX | VENIT IN | PACE DEUS | ET HOMO | FATUS EST." Secondo lo storico Ignazio Pellegrini, sembra che un nel 1555 un fulmine avesse colpito la torre campanaria per cui si dovette procedere ad un restauro. Un simile evento accadde anche il secolo successivo costringendo i domenicani ad accettare, nel 1661, duecento ducati, provenienti da una affrancazione, per riparare il danno.[31]

Le prime cinque campane, poste in opera dal 1460, erano in accordo di Mi♭ minore e vennero rifuse più volte nel corso dei secoli. Gli attuali nove bronzi, forniti dalla famiglia Cavadini nel 1839, sono in scala di Si bemolle.[32] Decantati in numerosi sonetti ed inni sia per il pregio acustico che decorativo, il più grande pesa 1787 kg per un diametro di 145 cm. La scuola campanaria di S. Anastasia, fondata nel 1776, è stata la principale esponente dell'arte del suono dei concerti di Campane alla veronese e ad essa sono legati i nomi dei maestri Pietro Sancassani (1881-1972) e Mario Carregari (1911-1997). È tutt'oggi in piena e fiorente attività.

Architettura internaModifica

 
Pianta della chiesa.
1. Altare Fregoso; 2. Cappella Manzini; 3. Cappella Bonaveri; 4. Altare Pindemonte; 5. Altare Mazzoleni; 6. Cappella Crocifisso; 7. Altare Centrago; 8. Cappella Cavalli; 9. Cappella Pellegrini; 10. Presbiterio; 11. Cappella Lavagnoli; 12. Cappella Salerni; 13. Sagrestia e cappella Giusti; 14. Cappella del Rosario; 15. Organo; 16. Cappella Miniscalchi; 17. Altare di san Raimondo di Peñafort; 18. Altare Faella; 19. Cappella Boldieri

L'interno della chiesa, ricco di elementi architettonici e opere d'arte, è suddiviso in tre navate congiunte con volte a crociera. Le navate sono separate da due serie di sei colonne cilindriche l'una in marmo bianco e marmo rosso veronese con capitelli gotici. Le due coppie di colonne oltre l'altare maggiore hanno lo stemma dei Castelbarco di Avio con il loro leone rampante. La famiglia trentina fu una delle più generose per la costruzione della chiesa. Guglielmo di Castelbarco, già podestà di Verona volle legarsi alla chiesa costruendo l'arca a lato della piazza della chiesa che divenne la sua tomba. In questo senso precorse le arche scaligere.[22]

 
Interno
 
Volta della navata centrale

La pianta della chiesa è organizzata a croce latina presentando dunque, prima del presbiterio, un transetto di ampie dimensioni. La grande zona absidale a sua volta è articolata in cinque absidi[33] separati da lesene gotiche intonacate e affrescate, che terminano con capitelli.[34] L'abside centrale accoglie il presbiterio e l'altare maggiore, mentre quelli ai suoi lati ospitano delle cappelle gentilizie, da destra a sinistra quelle delle famiglie Cavalli, Pellegrini, Lavagnoli e Cappella Salerni. Le pareti del braccio longitudinale della chiesa (piedicroce) sono in gran parte dipinte con affreschi e arricchite da altari, cappelle e monumenti funebri di illustri cittadini veronesi.[35] Appena entrati, sul muro appena a destra dell'ingresso principale è incastonato un busto di Bartolomeo Lorenzi, poeta veronese, collocato per volere di Ippolito Pindemonte, Marcantonio Miniscalchi, Silvia Curtoni Verza e Beatrice d'Este. L'interno riceve la luce solare da grandi finestroni e da un rosone, posto sopra il portale.[22]

Il pavimento è ancora quello originario, che si suppone sia stato realizzato sotto la direzione di Pietro da Porlezza nel 1462. È costituito da marmi di tre colori: il bianco d'Istria ed la basanite nera ricordano la veste dei frati domenicani,[36] mentre il rosso ricorda che la chiesa è dedicata a san Pietro da Verona martire.[22] Le sue parti maggiormente elaborate si trovano nella navata centrale e nel transetto, proprio nel mezzo di quest'ultimo vi è rappresentato un rosone con al centro lo scudo raggiato bianco e nero, simbolo dell'ordine. Nessuna della antiche cappelle ha traccia dell'antico pavimento così pure ne è priva la sacrestia.[37] Sempre al da Porlezza è, tradizionalmente, attribuita l'acquasantiera in marmo rosso veronese posta vicino all'entrata secondaria.[22]

Acquasantiera di Paolo Orefice
Acquasantiera di Gabriele Caliari

Una caratteristica quasi unica della chiesa sono le due acquasantiere a fianco delle prime colonne, sono sostenute da due gobbi baffuti, il primo con le mani posate sulle ginocchia ed il secondo con una mano posata sulla testa in una posa che esprime preoccupazione. Il gobbo a sinistra, posto nel 1491, è attribuito a Gabriele Caliari padre di Paolo detto il Veronese, il secondo (chiamato anche Pasquino perché entrò in basilica la domenica di Pasqua del 1591) è ritenuto da molti opera di Paolo Orefice ed è una cariatide realizzata in marmo rosso di Verona.[38][39]

Nella quinta campata della navata laterale di sinistra si trova l'organo a canne realizzato nel 1625 in stile barocco, con parapetto e colonne dorate. La parte meccanica venne costruita dal ferrarese Giovanni Cipria, mentre quella lignea è opera di Andrea Cudellino. Domenico Farinati nel 1937 lo restaurò riutilizzando la cassa e la cantoria del XVI secolo., mentre nel 1967 venne revisioato ed elettrificato dall'Organaria di Padova.[40] Lo strumento è a trasmissione pneumatico-tubolare e dispone di 30 registri reali e due meccanici e pedale.[22][41]

Area absidaleModifica

L'area absidale della chiesa di Santa Anastasia è suddivisa in cinque absidi dove hanno trovato posto quattro cappelle e, in quello centrale, il presbiterio. Di seguito sono descritte da destra a sinistra (per chi guarda l'altare).

Cappella Cavalli (8)Modifica

 
Cappella Cavalli, affresco raffigurante l'Adorazione della Vergine, opera di Altichiero da Zevio

Posta all'estrema destra dell'area absidale. Ora dedicata a San Girolamo ma anticamente intitolata a San Geminiano.[42] La sua prima menzione risale ad un documento relativo ad una donazione fatta da Giacomo, Nicolo e Pietro, nobili appartenenti alla famiglia Cavalli, nel 1375.[43][44] Subito a destra si può ammirare l'Adorazione, unica opera certa di Altichiero da Zevio in Verona.[N 4][45] Nel dipinto, come un antico omaggio feudale, i nobili cavalieri s'inginocchiano davanti al trono della Vergine posto in un tempio gotico. Le arcate dipinte presentano sulla chiave di volta lo stemma nobiliare della famiglia Cavalli. Fu eseguito forse dopo il ritorno di Altichiero da Padova, poco prima del 1390, anche se alcuni studiosi lo datano al 1369, in base ad un documento ritrovato negli archivi veronesi.[43]

Sotto l'affresco è posta la tomba di Federico Cavalli, realizzata in marmo rosso veronese, arricchito da una lunetta in cui è contenuta un'opera di Stefano da Zevio risalente alla prima metà del XV secolo.[43][46] Sul listello della cassa marmorea corre un'iscrizione che si ripartisce sulle tra facce esposte, qui di seguito riportata: “S. NOBILIS 7 EGREGII VIRI FEDERICI . 9 EGRE | GII VIRI DNI NICOLAI DE CAVALIS SVORVMQ . HEREDVM QVI SPIRITVM REDIDIT ASTRIS - ANO DNI M . CCC. LXXXX | VII MENSIS SEENBRIS”.[47]

Le pareti sono decorate da altri affreschi, Vergine con Gesù bambino, San Cristoforo, e il più pregevole, Miracolo di San Eligio di Noyon, tutti e tre attribuiti a Martino da Verona, pittore scomparso nel 1412.[48][45] A sinistra compare l'affresco con il Battesimo di Gesù, attribuito a Jacopino di Francesco, pittore bolognese della prima metà del XIV secolo, considerato uno dei padre della pittura padana.

L'altare è abbellito da una pala, dipinta dal Liberale da Verona, inserita in una cornice ricca di intagli e dorature.[47]

Cappella Pellegrini (9)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella Pellegrini (Santa Anastasia) e San Giorgio e la principessa (Pisanello).
 
La cappella Pellegrini

È la prima cappella a destra, guardando l'altare, della zona absidale. Fu di proprietà della famiglia Pellegrini, un'importante casata veronese che si nobilitò sotto la dinastia dei Della Scala.[49] La cappella Pellegrini è soprattutto celebre perché contiene quello che è considerato il capolavoro di Pisanello, il San Giorgio e la principessa, affrescato tra il 1433 ed il 1438 sulla parete esterna sopra l'arco di accesso. Pittore di gusto tardo-gotico, operante nella società delle corti, ha evocato in questa sua opera un mondo favoloso e cavalleresco, utilizzando un tratto nitido ed elegante. Notevoli sono anche le 24 formelle di terracotta a rilievo, opera risalente al 1435 di Michele da Firenze, in cui sono raffigurate diversi soggetti, tra cui scene della Vita di Cristo, figure di santi e del committente Andrea Pellegrini.[45][22]

All'interno, appoggiato al muro di sinistra della cappella, vi è un sarcofago in marmo decorato con le insegne gentilizie della famiglia Pellegrini, adorno di sculture, in cui è sepolto Tommaso Pellegrini, che godette di particolare favore alla corte scaligera. Sul listello superiore vi è, disposta su di un'unica linea, una iscrizione in cui si legge: "SEPVLCRUM NOBILIS VIRI. D. TOMAXII DE PEREGRINIS ET SVORVM HEREDVM QVI OBIT XVI IVNII MCCCLXXXXII". L'architettura si deve ad Antonio da Mestre mentre alcuni affreschi, raffiguranti in particolare il Pellegrini inginocchiato davanti alla Vergine con il Bambino e vari Santi, sono attribuiti a Martino da Verona.[49] Sempre sul lato sinistro si nota il monumento sepolcrale a Guglielmo di Bibra, ambasciatore tedesco di Federico III d'Asburgo presso il papa Innocenzo VIII, morto a Verona nel 1490, mentre faceva ritorno a casa dopo una missione diplomatica a Roma.[50]

Presbiterio (10)Modifica

 
L'abside maggiore e il presbiterio

Il presbiterio è rialzato di alcuni gradini rispetto al resto della chiesa ed occupa interamente l'area dell'abside maggiore, preceduta da una campata a pianta quadrata coperta con una volta a crociera; sulla parete di destra, vi è il Giudizio Universale, scoperto nel 1492 e attribuito, con non pochi dubbi, a Turone di Maxio (seconda metà del XIV secolo),[51] mentre su quella di sinistra si trova il monumento a Cortesia Serego, condottiero ai tempi degli scaligeri.[52] L'altare maggiore è intitolato a San Pietro martire, santo domenicano a cui è anche dedicata la chiesa fin dalla sua edificazione. È in marmo giallo chiaro ed è stato realizzato e consacrato nel 1952; precedentemente era costituito da una pietra rossa che poi è venne collocata alla base dell'altare. Dalle forme semplici, al centro della mensa si trova il tabernacolo in marmo, posto il 22 marzo 1529 grazie ad Alessandro dal Monte che si sobbarcò le spese.[53] Sopra di esso vi è un grande crocifisso ligneo dipinto.

L'abside è poligonale ed è illuminata da cinque alte monofore ad arco. Esse sono chiuse da moderne vetrate policrome, risalenti al 1935 in cui sono raffigurati, da sinistra, San Tommaso, Santa Caterina da Siena, San Pietro martire, Santa Rosa da Lima e San Domenico di Guzman. La monofora centra venne temporaneamente chiusa poiché sopra di essa venne collocata una pala d'altare, oggi distrutta, rappresentate il santo titolare.[54] Sull'arco trionfale è in mostra lo stemma della famiglia dei Della Scala che contribuirono sostanzialmente al finanziamento per la costruzione dell'abside.[22]

Monumento a Cortesia SeregoModifica
 
Monumento a Cortesia Serego

Sul lato sinistro del presbiterio si trova uno dei monumenti più interessanti per quanto riguarda la commistione fra scultura e pittura d'inizio '400: il monumento a Cortesia Serego. Il cenotafio figurato si trova a sinistra dell'abside. Il monumento è costituito da un nucleo centrale in cui spicca la figura di Cortesia a cavallo con l'armatura e che tiene in mano il bastone del comando. Il cavallo è posto sopra un sarcofago, che è sempre rimasto vuoto, e porta sette nicchie: cinque nella parte frontale e due laterali; in queste nicchie dovevano essere presenti delle statue bronzee rappresentanti le virtù della famiglia, attestate da un documento presente nella biblioteca civica. La parte scolpita rappresenta due soldati che scostano una pesante tenda lapidea e in segno di rispetto si tolgono il cappello. Sopra la tenda si legge l'arma della casata Serego e in alto un altro soldato; questi non ha nessun elemento che lo riconduca a un santo, come in monumenti analoghi, perché si presenta con un'armatura all'antica, una spada e una corona d'alloro e si può pensare sia una figura allegorica delle virtù della famiglia (la spada è lo stemma della famiglia Serego). Tutt'attorno un grande fregio di foglie d'acanto con movimenti mistilinei incornicia la scena, è costituito da grandi fiori carnosi, che erano dipinti di bianco con venature dorate e contornati da pigne laccate di rosso, l'importanza del tralcio è legata alla divisione tra parte pittorica e scultorea e di unione allo stesso tempo, ovviamente il tralcio risaltava fortemente sullo sfondo azzurro con soli dorati. La parte più in alto, il Paradiso, presenta forti echi pisanelliani nella cura del dettaglio, nell'applicazione di tavole e nella citazione del pulviscolo dorato, unite a ad applicazioni a pastiglia e a applicazioni metalliche. La parte affrescata ci mostra un'Annunciazione, nella fascia in alto, con una grande mandorla, in pastiglia, contenente il Padre eterno avvolto da una nube di angeli. In basso due santi domenicani (Pietro martire e Domenico). Nello zoccolo sotto il monumento si trova un bellissimo velario affrescato che sembra un arazzo millefiori.

Il figlio di Cortesia Serego, Cortesia il giovane (portava lo stesso nome del padre) nel 1424 stilò un testamento nel quale chiedeva di essere sepolto e ricordato con un monumento in Sant'Anastasia. Pochi anni dopo, nel 1429, in un nuovo documento scrisse che il monumento eretto in Sant'Anastasia serviva come ricordo del suo onesto padre. Probabilmente il monumento fu scolpito da un toscano che da anni si era spostato in Veneto: Pietro di Nicolò Lamberti. Tuttavia alcuni autori attribuiscono la sua esecuzione a Nanni di Bartolo.[52] La parte affrescata, invece, potrebbe essere di Michele Giambono artista veneziano.[52][55] È possibile che Lamberti abbia lavorato tra il 1425 e il 1426, mentre Giambono terminò il suo lavoro solo nel 1432.

Cappella Lavagnoli (11)Modifica

 
Parete di destra, sarcofago di Angelo Lavagnoli e parte del ciclo di affreschi Vita di San Giovanni evangelista, attribuiti a Benaglio o a Michele da Verona

La cappella è dedicata a sant'Anna, anche se fino al secolo XV il titolare era san Giovanni Evangelista.[56] Le prime notizie risalgono al 19 gennaio 1480 nel testamento di un canonico veronese e bresciano che disponeva di essere qui sepolto.[57][N 5] All'interno, appoggiato sulla parete di destra rispetto a chi entra, vi è un elegante sarcofago, in cui riposano le spoglie mortali di Angelo e Marsilio Lavagnoli[58], adornato ai lati da due graziosi bambini che sostengono le insegne gentilizie della famiglia Lavagnoli, che avevano acquisito la proprietà della cappella nel 1480.[22] Sul sarcofago vi è scolpita, in purissimi caratteri romani, un'iscrizione che dice: "ANGELO, LAVANEOLO, AVO, MARSILIOQ. / PATRI. EX. VTRIVSQ. TESTAMENTO / ANGELVS, ET IOANNES FRES. LAVA. / F. C. M. D. LXXX".[59] Originariamente la cappella era dotata di un altare barocco, ora scomparso; rimane la pala d'altare di Francesco Fabi che pur tuttavia è stata spostata nella cappella Giusti.[60]

Il vasto intervento di restauro del complesso effettuato tra il 1879 e il 1881 riguardò anche questa cappella, in tale occasione venne tolto l'altare barocco che ingombrava il centro della cappella, vennero rifatti e riaperti gli antichi finestroni, così che la luce potesse nuovamente illuminare e dare vita agli spazi interni. il restauro permise, inoltre, di riscoprire alcuni affreschi che adornano le pareti laterali. Tuttavia, quelli di destra, andarono quasi interamente distrutti per permettere la realizzazione del monumento sepolcrale dei Lavagnoli; quelli di sinistra si sono conservati abbastanza bene.[59] Si tratta di un ciclo di affreschi voluti per celebrare il potere della famiglia e raffigurano episodi della Vita di San Giovanni evangelista intervallati al centro della parete sinistra da una Crocifissione e da un San Giacomo benedicente e apoteosi della famiglia Lavagnoli. Questi ultimi sono opera di un giovane Gian Maria Falconetto (che probabilmente si autoritrasse)[61], mentre il resto del ciclo è di autore ignoto, anche se la chiara origine mantegnesca delle pitture ha permesso di suggerire la mano di Francesco Benaglio o quella di Michele da Verona.[41]

Cappella Salerni (12)Modifica

 
Cappella Salerni, sarcofago di Giovanni Salerni e affreschi di Stefano da Zevio

La cappella fu indicata come suo luogo di sepoltura sul testamento che Giovanni Salerni, esponente di una facoltosa famgiglia veronese, redasse il 25 ottobre 1387. Già suo padre Dolcetto aveva disposto di essere sepolto penes ecclesiam Sancte Anestaxie.[62] Successivamente la cappell passò all'arte dei Molinari e dei Mugnai per poi ricadere in proprietà del convento domenicano. Alla sinistra rispetto a chi entra vi è posto un monumento sepolcrale realizzato in stile riferibile alla fine del XIV secolo in cui riposano le spoglie di Giovanni Salerni come si apprende dall'epigramma sepolcrale, capostipite del ramo veronese della famiglia e giunto in riva all'Adige dopo essere stato cacciato da Pistoia.[63] Sul vertice dell'arco a sesto acuto vi è scolpita l'arma gentilizia dei Salerni sormontata dall'elmo.[64][65]

La cappella conserva in sé un piccolo museo di affreschi eseguiti fra il cadere del secolo XIV e la prima metà del successivo. A sinistra si possono osservare i dipinti votivi realizzati da Stefano da Zevio, mentre a destra ve ne sono altri attribuiti a Bonaventura Boninsegna, discepolo di Giotto, tra cui Vergine tra i Santi.[41] In fondo sulla destra altro affresco votivo di Giovanni Badile: San Giacomo presenta alla Vergine un membro della famiglia Maffei.[66]

La cappella è stata oggetto di importanti restauri nel corso dell'intervento del 1881, in cui vennero ripristinate le antiche finestre e restaurate le pitture parietali, pulendole e liberandole dall'intonaco che le celava e le deturpava.[67]

Lato destro del piedicroceModifica

Di seguito sono elencati gli altari e le cappelle che si trovano sul lato destro del piedicroce, procedendo dall'entrata e andando verso la zona absidale (i numeri tra parentesi corrispondon a quelli indicati sulla pianta).

Altare Fregoso (1)Modifica

 
Altare Fregoso, realizzato da Danese Cattaneo e considerato un'opera di alto pregio

Il primo altare che si incontra sulla parete di destra del piedicroce è l'altare Fregoso. Realizzato nel 1565,[68] sorge ove inizialmente vi era la cappella di Santa Croce dove vi fu la prima collocazione della tomba di Giansello da Folgaria.[22] Il celebre altare, dedicato al Redentore (dunque conosciuto anche come "altare del Redentore"), edificato in memoria del capitano della milizia veneta, il genovese Giano II Fregoso morto nel 1525, fu commissionato dal figlio Ercole allo scultore carrarese Danese Cattaneo, un discepolo del Sansovino.[69][70] Alcuni studiosi hanno proposto che il disegno e le sagome del manufatto furono forniti da Andrea Palladio, amico di Cattaneo, tuttavia il dibattito in proposito non ha raggiunto una soluzione condivisa unanimemente.[71][72] Quest'opera fu anche celebrata da Giorgio Vasari nelle sue celeberrime Le Vite.[N 6] Vasari ci fornisce anche una particolareggiata descrizione dell'altare soffermandosi sull'arma gentilizia della famiglia, posta sul fastigio, contrassegnata dal motto "potius mori quam scedari" e adornata da due putti.[73]

L'altare ricorda come impostazione un arco trionfale con quattro colonne libere di ordine corinzio. Tra le due colonne di sinistra (guardando l'altare) vi è una statua che raffigura, nonostante non vi sia alcuna iscrizione che lo ricordi, proprio il condottiere, mentre sulla destra ve né un'altra rappresentante Virtù militare. La statua centrale, posta in un'edicola, rappresenta invece il Cristo redentore e sullo zoccolo è scolpita un'iscrizione che attesta la paternità dell'opera al Danese: "ABSOLVTVM OPVS AN DO M D LXV DANESIO CATANEO CARRARIENSI SCVLPTORE ET ARCHITECTO". Più in alto, sopra la trabeazione, altre due statue dai soggetti allegorici: Fama ed Eternità.[74] Davanti all'altare fu scavata la tomba della famiglia sormontata da una pietra di forma ovale. All'ingiro sulla medesima venne incisa in una sola linea la seguente epigrafe: "HERCVLES FREGOSIVS IN QVO SVA POSTERORVMQ HVMANARENTVR OSSA M. P. C."[75] Sul muro vi è infissa un'erma posta alla memoria dell'abate Bartolomeo Lorenzi.[76][77]

Capplla Manzini (2)Modifica

 
Cappella Manzini, l'altare è dedicato a San Vincenzo Ferreri

L'altare è dedicato a Vincenzo Ferreri, uno dei maggiori santi domenicani e pertanto talvolta è conosciuta semplicemente come "altare Ferreri".[78] La sua edificazione si deve a Gian Nicola del fu Bartolomeo "da Manzinis" che la ordinò nel suo testamento, datato 15 ottobre 1482, nel quale stabilì anche la realizzazione del suo sepolcro a cui assegnò una dote annua di 25 lire. La pala d'altare, raffigurante San Vincenzo Ferrari risuscita un bambino, è opera di Pietro Rotari,[79] mentre la fascia attorno è una realizzazione di Pietro da Porlezza, cugino dell'architetto Michele Sanmicheli, che assunse il compito intorno al settembre 1485.[80] Intorno vi sono affreschi attribuibili ad artisti della scuola del Mantegna.[68] Tra i soggetti raffigurati nelle nicchie si trovano Sant'Andrea, San Lorenzo martire e San Tommaso d'Aquino, al centro vi sono dei Devoti in preghiera e sopra, nella lunetta, dei santi circondati da angeli. Nella parte più in alto, a formare una cornice intorno alla lunetta, dei profili di Cesari ed effigi di figure bibliche.[79]

Come si apprende dal testamento della vedova di Gian Nicola, in origine, l'altare, era ornato con le armi gentilizie dei Manzini e dei Maffei ed era dedicato alla Santissima Trinità.[81] All'interno è custodito il sarcofago, opera di un anonimo scultore, del corso Francesco Maria Ornano, appartenente alla famiglia Ornano, morto nel 1613 a Vicenza.[22] Nel 1700 gli eredi della famiglia lo cedettero ai devoti di San Vincenzo, i quali furono poi i committenti della pala di rotari.[82] A destra dell'altare, su muro, è posto un piccolo monumento a Vincenzo Pisani, podestà di Verona intorno all'inizio della seconda metà del XVIII secolo, realizzato su progetto di Adriano Cristofali.[81]

Cappella Bonaveri (3)Modifica

 
Cappella Bonaveri (conosciuta anche come "altare dell'Immacolata Concezione"

Conosciuta anche come "altare Bevilacqua-Lazise"[68] o "dell'Immacolata Concezione".[83] Inizialmente era dedicato a Maria Maddalena ed era di proprietà, insieme alla relativa tomba, della famiglia Bonaveri in quanto costruito su legato testamentario di Pietro Bonaveri.[22] Il 3 agosto 1590 venne ceduto dal convento a Ottavio e Alessandro Bevilacqua per la cifra di 300 ducati con cui acquisirono anche un certo numero di messe ed offici da parte dei frati. Venne quindi sostituito lo stemma dei Bonaveri con quello della famiglia Bevilacqua. I bassorilievi della volta devono ascriversi alla fine del XV secolo, mentre l'affresco della lunetta è di Liberale da Verona,[80] inserito in un timpano centinato.[22][84] Il gruppo scultoreo dell'altare dell'Immacolata Concezione, Immacolata Concezione con i santi Antonio da Padova e Giuseppe, è un lavoro tradizionalmente attribuito al bassanese Orazio Marinali e venne qui trasportata all'inizio del XIX secolo dall'oratorio della concezione presso la ex chiesa di Santa Maria in Chiavica.[85] Gli stipiti e l'arco sono realizzati in marmo con finissimi intagli del XVI secolo, forse opera di Pietro da Porlezza.[80]

Ai lati della cappella, le pareti sono affrescate con dipinti di Liberale da Verona (1490 circa), riscoperti e restaurati verso la fine degli anni 1960.[68] In queste pitture, realizzate con tecnica grisaille, sono rappresentate cinque figure di santi (a sinistra e dall'alto Pietro apostolo, Pietro martire, Lucia' a destra Paolo e Domenico) e due dal soggetto ignoto, poste tutte al fianco di una lunetta su diversi registri, in cui è contenuta una Pietà, sormontata dal grande dipinto Coro degli Angeli.[83][86][87]

Altare Pindemonte (4)Modifica

 
Altare Pindemonte, la pala è di Giovan Francesco Caroto, si noti la somiglianza con l'arco dei Gavi.

Dedicato a San Martino, venne realizzato nel 1541 per volontà di Flavio Pindemonte come si può leggere dall'iscrizione posta sulla tomba famigliare collocata nella parete di destra: "FLORIVS PINDEMONTIVS || NOBILITATE PRAEFVLGENS || JOANNI VENETORVM || MILITVM DVCTORI || INCLITO AC DESIDERATO || CARISS. FRATRIBUS || AEDEM HANC POSVIT || CVM SEPVLCRO || M D XLII".[88]

L'altare è una lontana imitazione del fronte dell'Arco dei Gavi, monumentale architettura romana di Verona.[89] Del lapicida che lo realizzò fisicamente sappiamo solo che si chiamava Francesco. Un grande sarcofago di marmo rosso, con scolpita una croce a rilievo funge da altare e qui vi era sepolto il vescovo veronese Pietro della Scala. Nell'altare, nel 1828, venne seppellito anche il poeta Ippolito Pindemonte, insieme ai familiari Fiorio e Giovanni.[90] La pala d'altare, opera tarda di Giovan Francesco Caroto ascrivibile al 1542, raffigura San Martino in atto di donare il mantello al povero, con la Vergine in gloria, in cui molti vedono il tramonto del celebre pittore veronese.[N 7][91] Caroto fu allievo di Liberale da Verona, dal quale derivò le tendenze formali e cromatiche. Subì anche l'influsso del Mantegna.[22] Il fratello di Caroto, Giovanni collaborò con lo storico Torello Saraina ad un'opera che mirava alla riscoperta delle antichità cittadine; ciò fa supporre un suo contributo all'ispirazione del lapicida all'arco di epoca romana. Ai lati, inserite in nicchie sovrapposte da una trabeazione, vi sono due statue, San Giovanni evangelista e San Domenico, risalenti al XVIII secolo.[92] La mensa dell'altare è costituita da una grande arca di marmo rosso con croce in rilievo su un capo, ove riposa il vescovo Pietro della Scala (1295). Infisso al muro vi è un piccolo monumento realizzato in onore di Isotta Nogarola.[88]

Altare Mazzoleni (5)Modifica

 
Pala Santa Rosa da Lima, dipinta da Giovanni Ceffis che adorna l'altare

Conosciuto anche come "Altare Santa Rosa di Lima", è un altare barocco, considerata da Carlo Cipolla senza una particolare importanza storica o artistica, ma più recentemente rivalutato.[93] Come si legge su di un piedistallo, accanto alle insegne gentilizie dei Mazzoleni, l'altare venne realizzato nel 1592. Sulla destra vi è la tomba, posta nel 1602, della famiglia committente ove sono sepolti i fratelli giacomo, Bartolomeo e Francesco. Inizialmente, nel XVII secolo, era dedicato a san Raimondo di Peñafort ma già alla metà del del secolo successivo venne intitolato a santa Rosa da Lima, beatificata nel 1668 da papa Clemente IX e prima santa canonizzata ne sudamerica.[94]

L'altare è costituito da due colonne, in ordine ionico, libere e in marmo rosso che racchiudono un'edicola sormontata da un timpano curvilineo. Si è ipotizzato che il progetto architettonico sia opera di Paolo Farinati o della sua bottega.[95] Originariamente la pala d'altare era quella che oggi si trova nell'altare di San Raimondo e che venne iniziata da Felice Brusasorzi; l'attuale raffigura la santa titolare è opera dell'artista veronese Giovanni Ceffis e venne realizzata tra il 1668 e il 1688.[96][22] Dietro all'altare vi è un reliquiario costituito da una serie di teche di cristallo.[96]

Cappella del Crocifisso (6)Modifica

 
Cappella del Crocifisso

Alla fine del muro di destra del piedicroce, poco prima del transetto, si trova una piccola cappella realizzata con una volta a vela con costoloni a cui sia accede attraverso un arco acuto. All'esterno della chiesa, la decorazione del tetto di questa cappella è costituita da archetti a tutto steso, che si ritiene possano risalire al XIII secolo circa. Lo storico veronese Simeoni ha concluso che non si tratta di vestigia dell'antica chiesa[N 8] ma tale posizione non è da tutti condivisa. Altri autori (come Carlo Cipolla) vedono in questa cappella i resti di una costruzione non posteriore al secolo XIII la quale non aveva nessuna connessione con l'edificio attuale ma che si volle in ogni modo conservare per ragioni non note: la precedente chiesa di Santa Anastasia.[97] Una posizione che però non è provata da alcun riscontro né storico, né architettonico.[22]

Tornando all'interno la cappella presenta un impianto tipico del XIII secolo: sul fronte della cappella vi è l'arco e dei pilastri che costituiscono un bell'esempio di scultura ornamentale veronese del secolo XV. Degni di noti dei particolari scultorei eseguiti con dovizia di particolari che rappresentano foglie, fiori, frutta e animali. Meno ricca di dettaglia la scultura del monumento che risale ad uno stile più antico, più vicino a quello tipico del trecento. Il monumento sepolcrale che adesso è collocato sulla parete, anticamente si trovava al posto di dove oggi vi è l'altare Fregoso. L'iscrizione in caratteri gotici de secolo XIV corre sul listello superiore dell'arca è la seguente: "S.IOANNIS.DCTI.IANEXELLI.DNI.BERTOLDI.QUI.FVIT.FOLGARIDA.DE.CLAVICA.VERONE". Il defunto qui seppellito, Gianesello da Folgaria, redasse testamento il 10 novembre 1427 e in tale occasione fece dei legati a favore della costruzione del tetto della chiesa, per la realizzazione di una cappella e di un altare.[98] Oltre che la tomba di Giansello, la cappella accoglie anche le spoglie di Francesco Pellegrini che si occupò della sua ristrutturazione nel 1484.[22]

Il sovrastante monumento della Pietà, realizzato in tufo dipinto, è in stile goticizzante è attribuito a Bartolmeo Giolfino (1410-1486),[45] sul suo basamento vi è un bassorilievo in cui sono scolpiti otto apostoli.[99][45] Il Crocifisso ligneo, da cui il nome della cappella, è opera del XV secolo,[100] l'altare venne progettato da Ludovico Perini nel 1719, su commissione di Bartolomeo Pellegrini.[101][22] La fonte battesimale è realizzata in marmo rosso veronese.[22]

Altare Centrago (7)Modifica

 
Altare Centrago, la pala è di Girolamo dai Libri.

L'altare Centrago (dal nome della famiglia committente) venne costruito tra il 1488 e il 1502 in stile rinascimentale,[102] per volere di Cosimo Centrago.[22] Dedicato a Tommaso d'Aquino, si trova di fronte alla sacrestia, sulla parete di destra del transetto. Per realizzarlo si dovette ostruire la parte più grande del grande finestrone di mezzo della crociera. La sua costrizione, molto probabilmente, è da collocare intorno alla fine del XV secolo quando venne ingrandito l'altare già presente. Venne realizzato per volontà del nobile Cosimo Centrago come si legge nella scritta del frontespizio scolpita sull'arca: “COSMAS CENTREGVS VIVES DICAVIT”.[48] In occasione dei restauri del 1879-1881 venne parzialmente riaperto il finestrone posto verso levante grazie alla demolizione, per quanto fu possibile, il muro che lo otturava superiormente.[103] La pala, Madonna col Bambino, san Tommaso d'Acquino, sant'Agostino e i donatori Cosimo Centrago e Orsolina Cipolla, venne dipinta nel 1512[45] da un giovane Girolamo dai Libri.[22][104] La pala è inserita in un arco a tutto sesto delimitato da coppie di colonne poste su di un pilastro. Tutta l'architettura presenta una molteplicità di elementi decorativi.[105]

Lato sinistro del piedicroceModifica

Di seguito sono elencati gli altari e le cappelle che si trovano sul lato sinistro del piedicroce, partendo dall'entrata e andando verso la zona absidale (i numeri tra parentesi corrispondon a quelli indicati sulla pianta).

Cappella Boldieri (19)Modifica

 
Cappella Boldieri

La Cappella Boldieri, conosciuta anche come "altare di San Pietro Martire", risale alla metà del XV secolo ed è la prima cappella che si incontra sul lato sinistro del piedicroce entrando dal portone principale. Venne edificata per volere dal nobile Gerardo Boldieri, appartenente alla contrada di Santa Maria in Chiavica, che ordinò che qui dovesse essere sepolto. La sua arca funeraria venne posta alla sinistra dell'altare. Al di sotto del cenotafio vi è una lapide recante un'epigrafe.[106]

La cappella è caratterizzata da un'ampia nicchia circoscritta da un arco trionfale e da paraste riccamente decorate. All'interno della grande nicchia vi è un altare risalente al XVII secolo sormontato da una pala d'altare sculorea su due ordini in cui in quello inferiore si trovano, da sinistra, le statue di San Sebastiano, San Pietro Martire e San Rocco, mentre in quello superiore vi è Madonna col Bambino. Ai lati delle paraste vi sono altre sei nicchie (tre per lato) contenenti statue di santi e precisamente a destra partendo dal basso: San Vincenzo, San Giovanni battista, San Cristoforo; a sinistra: San Domenico, San Francesco, Sant'Antonio abate. Sopra la cappella vi è una trabeazione, abbellita da un fregio, su cui sono poste altre tre statute, ai lati due angeli che reggono uno scuodo e al centro un crocifisso ligneo con ai lati, questa volta disegnate, Madonna e San Giovanni, il tutto sormontato da un baldacchino sempre dipinto. Nel catino vi è l'affresco Incoronazione della Vergine.[107][22]

Altare Faella (18)Modifica

 
L'altare Faella

Edificato nel 1520 per volontà di Bonsignorio Faella, inizialmente venne dedicato a San Giorgio mentre oggi il santo titolare e Erasmo di Formia, martire cristiano del IV secolo.[102][108] Il materiale di costruzione è il marmo, principalmente di colorazione bianca ma anche con degli inserti rossi e neri. Sull'architrave vi è scolpita, in caratteri romani, l'epigrafe seguente su due linee: "DIVO HERASMO BONSIGNORIUS FAELLA ET GEORGIVS || NEPOS EX FRATRVM TEST ET SVA PECVNIA P". Sui fregi delle cornici dei pilastri vi è scoplita (metà in quello a sinistra, metà su qullo di destra) un'altra iscrizione, da cui si è potuto determinare l'anno in cui l'altare venne eretto: "AERE SVO MDXX. || BONSIGMORIVS. Le armi gentilizie della nobile famiglia Faella vennero scolpite sui dadi dei piedistalli delle colonne esterne insieme al proprio motto "incertum certius" (nulla è più certo dell'incerto).[109] La pala d'altare, di notevole pregio e dipinta da Nicolò Giolfino, rappresenta i Santi Giorgio ed Erasmo.[102][102] Nella parete è collocato il monumento funerario al matematico e letterato veronese Giuseppe Torelli, progettato da Michelangelo Castellazzi e scolpito da Francesco Zoppi.[22][110]

Altare di san Raimondo di Peñafort (17)Modifica

 
Altare di san Raimondo di Peñafort

Anticamente titolato da San Vincenzo martire, successivamente l'altare venne dedicato a san Raimondo di Peñafort, grande santo domenicano.[111][112] La pala d'altare qui collocata venne iniziata da Felice Brusasorzi per poi essere terminata dall'allievo Alessandro Turchi; i due pittori rappresentarono la Vergine con i Santi Filippo, Giacomo, Francesco e Raimondo. Sul lato destro dell'altare, prima dell'altare Miniscalchi, v'è il sepolcro del matematico Pietro Cossali, progettato da Giuseppe Barbieri e realizzato dallo scultore Antonio Spazzi. Alla sinistra, sempre incastonato sul muro, vi è il monumento funerario al medico veronese Leonardo Targa, anch'esso scolpito da Antonio Spazzi e realizzato su progetto di Luigi Trezza.[22][113]

Cappella Miniscalchi (16)Modifica

 
Cappella Miniscalchi

Detta anche cappella dello Spirito Santo, fu di proprietà della famiglia Miniscalchi orginaria della Lombardia e giunta a Verona negli anni della dominazione viscontea (1387-1404). La costruzione dell'altare risale al 1436 e fu eseguita su progetto attribuito a Pietro da Porlezza mentre l'esecutore materiale fu un tale Mastro Agnolo; lo storico Luigi Simeoni ne parla come di una "meravigliosa opera della Rinascenza".[114] La pala d'altare è di Nicolò Giolfino che la firmò e datò 1518. In essa vi è raffigurata una Discesa dello Spirito Santo.[115] Nella predella vi è un dipinto Predicazione di san Vincenzo Ferrer,[116] sempre di Giolfino, mentre il catino absidale, dove vi è raffigurata una Pentescoste, è opera di Francesco Morone con l'aiuto di Paolo Morando (quest'ultimo conosciuto anche come "Il Cavazzola"). A sinistra vi è il sepolcro di Zanino Miniscalchi[N 9] , capostipite del ramo veronese del casato;l'iscrizione è in caratteri gotici ed è posta sotto l'arma famigliare.[115][22][117]

Ai lati, inserite tra colonnine con capitelli corinzi, vi sono sei nicchie (tre per lato) contenenti ognuna una statua raffiguranti i Santi Sebastiano, Francesco, Giovanni battista, Girolamo, Vincenzo Ferrer, Giovanni evangelista. Superiormente, due edicole laterali ospitano le statue dei Santi Pietro e Paolo mentre in quella centrale e timpanata vi è un Cristo benedicente.[118] Prima della costruzione del pavimento, qui sorgeva una cappella dedicata ala Santissima Trinità. Nel Liber Possessionum[N 10] si ha memoria di un dono fatto "pro dote altaris Trinitatis".[117]

Cappella del Rosario (14)Modifica

 
Cappella del Rosario

La Cappella del Rosario venne ricostruita a partire dal 1585 per celebrare la vittoria di Lepanto del 1571 a cui la città di Verona aveva partecipato con tre compagnie di soldati.[119][22] Il nome si deve all'istituzione della "Società del Rosario", una congregazione nata proprio allo scopo di onorare la vittoria[120] e che si era impegnata a realizzare la cappella.[121] Come si può leggere sull'iscrizione posta sulla facciata interna del portone, i lavori per la cappella terminarono nel 1596 per quanto riguarda la pare muraria[N 11] mentre per il completamento dei rivestimenti marmorei si dovette aspettare il 1607.[122] Il progetto è attribuito all'architetto Domenico Curtoni, nipote e allievo dell'architetto veronese Michele Sanmicheli, anche se è stato proposto l'intervento di ulteriori progettisti, che concepì l'opera nel tipico stile del XVI secolo con alcune aggiunte barocche.[41][22] Alla cappella si accede attraverso un arco di ordine ionico con fregio coperto da girali.[122]

Sopra l'altare è collocata Madonna dell'Umilità con i santi Pietro martire e Domenico e gli offerenti, quest'ultimi tradizionalmente considerati due coniugi scaligeri che, a seconda delle interpretazioni, potrebbero essere identificati in Mastino II della Scala e Taddea da Carrara oppure in Cangrande II della Scala e sua moglie Elisabetta di Baviera. Il dipinto è un affresco che venne staccato dall'Altare di San Domenico nel XVI secolo e applicato su tela e, nella parte centrale, su legno. Ai suoi quattro lati corrono delle iscrizioni.[123] È attribuito a Lorenzo Veneziano, pittore attivo a Verona nella seconda metà del XIV secolo.[41][124]

Sulla parete sinistra della cappella un olio su tela della prima metà del XVII secolo raffigurante un Cristo orante nell'orto di Pietro Bernardi. Sulla parete di destra La Flagellazione di Cristo, realizzata nel 1619 da Claudio Ridolfi. L'altare maggiore è costituito da due gruppi a loro volte formate da quattro colonne composite e su di esso è posto un tabernacolo. La lunetta dell'altare è decorata con una Incoronazione della Vergine di Marcantonio Vassetti. Sui pennacchi Giovan Battista Rossi (XVIII secolo) realizzò la Deposizione, mentre l'Annunciazionee l' Adorazione dei Pastori sono attribuite, rispettivamente, a Dario Pozzo e Biagio Falcieri.[125] La cupola è abbellita con pitture di Marcantonio Bassetti raffiguranti l'Assunta la Trinità.[41] Ai lati dell'altare sono collocate due statue in marmo di Gabriele Brunelli, la Fede e la Preghiera (rispettivamente a sinistra e a destra). Sulla balaustra interna, realizzata tra il 1627 e il 1634, sono poste 4 statue raffiguranti angioletti, scolpite da Pietro da Carniola.[41][22][126][127][125]

Cappella Giusti e Sagrestia (13)Modifica

 
Entrata della Sagrestia e Cappella Giusti. Si notino gli affreschi attribuiti a Boninsegna

Sulla parete di sinistra del transetto si apre la porta che conduce alla sagrestia, costruita nel 1453 dalla famiglia Giusti per ospitare anche la propria cappella funeraria che ha trovato collocazione in fondo alla stanza. Prima di accedervi, sulla parete interna alla chiesa, si possono osservare affreschi attribuiti a Boninsegna e tre tele in cui vi è rappresentato Santa Cecilia, Miracolo di San Giacinto e Deposizione e San Paolo, San Dionigi, la Maddalena e Devoti, rispettivamente di Turchi, Farinati e Morone.[115] Varcata la porta, sopra di essa vi è un'iscrizione in caratteri romani che ricorda l'edificazione della sagrestia.[N 12][128] Sempre sulla porta vi è un grande quadro rappresentate il Concilio di Trento di Biagio Falcieri, pittore del XVII secolo.[129]

 
Sagrestia, in fondo si apre la cappella Giusti

La cappella e l'altare vennero rinnovati dopo più di un secolo e mezzo così nulla di questa parte rimane dell'originale. Sappiamo comunque, grazie al testamento del 15 luglio 1644 di Roberto Giusti[N 13] che fin dall'inizio il santo titolare era San Vincenzo Ferreri. Sul frontespizio dell'altare vi è una breve iscrizione dedicatoria: "DEO || B. MARIÆ VIR || AC VINCENTIO". Una grande lapide sulla parete destra di chi entra conserva la memori della rifabbricazione dell'altare fatta ad opera di Agostino, Girolamo Massimo Giusti, nel 1598. La pala d'altare venne realizzata da Felice Brusasorzi e vi sono raffigurati i santi dei nomi dei tre giusti suddetti, insieme alla Vergine ed a San Vincenzo.[130] A terra, al centro della cappella, vi è una triplice tomba del secolo XVI in cui ciascuna delle tre pietre è ornata dell'arma dei Giusti, che peraltro appare, dipinta o scolpita, in molti altri luoghi della sagrestia. Al centro della sagrestia vi è un'ulteriore sepoltura del 1793. Le due grandi vetrate sono di grande valore essendo attribuite al 1460 circa, essendo così le più antiche si possono trovare in Verona, e ancora oggi ben conservate anche grazie ad un restauro avvenuto nel 1969.[131][102] I colori di esse sono il bianco, il verde, il rosso; gli ornati sono semplici e senza figure.[132]

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ Sul diploma di donazione vi era indicato: "quam fratres dominicani aedificant in civitate Verone. In Castagnetti e Varanini, 1991, p. 581.
  2. ^ Si ritiene che Guglielmo di Castelbarco contribuì alla costruzione di altre chiese veronesi, come San Fermo e Santa Eufemia. In Cappelletti, 1970, p. 10.
  3. ^ Iniziando dall'alto del pilastro ultimo a sinistra di chi guarda, troviamo le seguenti iscrizioni:
    1. E TECTO . CADENS . CRVRA . FREGIT . SEX || ANNOS . IACET . DATO . VOTO . MOX . AMBVLAT.
    2. QUIBVS . PERIMOR . VLCERIBUS . ORANS || AD SEPVLCRVM . ATATIM . LIBEROR.
    3. VIVENS . SECTVM . GLVTINO . PEDEM || IACENS . NAVFRAGIA . VETO.
    4. PLVTO . IN . MARIAM . FORMATVS || VIAICO . VISO . STATIM . ABIT
    5. EX . COMO . MEDIOLANVM . REDIENS || ITINERE . OCCIDOR.
    6. SYRIO . ARDENTE . DVM . PREDICO || AER . IN . NVBES . ME ORANTE . COIT
  4. ^ Altichiero a Verona aveva anche realizzato un ciclo di affreschi nel Palazzo Scaligero, ora perduti.
  5. ^ Il testamento dispone che la sua sepoltura fosse "ante altare dicte capelle aquisite per ipsum testatorem a monasterio et fratribus dictorum fratrum Predicatorum". Vengono inoltre disposti duecento ducati d'oro per la sua realizzazione. In Marini e Campanella, 2011, p. 151.
  6. ^ Vasari scrive: "Questa carta è stata lodata sommamente da infiniti che l’hanno veduta, e particolarmente dal Danese da Carrara, che la vide trovandosi in Verona a metter in opera la capella de’ signori Fregosi, che è cosa rarissima fra quante ne sieno oggidì in Italia." Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori.
  7. ^ A proposito di tale opera, Vasari ne Le Vite, ebbe a dire: "fatto vecchio cominciò a ire perdendo nelle cose dell'arte".
  8. ^ Simeoni argomenta che non si tratta della chiesa antica a meno che non si volesse supporre che i frati che qui hanno vissuto tra il 1260 e il 1290 avessero trovato il tempo di rifabbricare in parte la vecchia chiesa innalzando una costruzione che precedette la grande fabbrica.
  9. ^ Zanino Miniscalchi in un testamento del 27 aprile 1424 ordinò di essere sepolto "in uno monumento sito in claustro ecclesie Sancte Anastazie". In Cipolla, p. 85.
  10. ^ Anno 1420. Conservato nell'archivio di Santa Anastasia, fol. 147.
  11. ^ Vi si legge: "DEIPARAE VIRGINI SACELLY || PRIORV ELEEMOSINIS || ERECTV SANCT. ROSARII || CONFRATERNITAS DICAVIT || ANN. DNI CIƆ IƆ XCVI". In Cipolla, p. 82.
  12. ^ Sull'iscrizione si legge: "DEO MAGNO PROPITIO || SACRARIVM HOC A SOLO AEDIFICATVM || ARAM DIVO VINCENTIO ORATORI SVO || SEPVLCHRA IVSTORVUM OSSIBVS CINE || RIBVSQVE NOBILIS OPTIMI AC APPRIME || FORTVNATI CIVIS PROVALI IVSTI SENI || ORIS LIBERI NEPOTESQVE BONORVM GRATI || SUCCESSORES AERE PROPRIO CONSECRA || RVNT ANNO AD HVMANATIONE CHRISTI || M. CCCC LIII". In Cipolla, p. 64
  13. ^ In cui ordinò di essere sepolto "in monumento illorum de Iustis in cappela nova sancti Vencentii illorum de Iustis, sive in sacristia nova ecclesie sancte Anastasie Verone". In Cipolla, p. 66.

BibliograficheModifica

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BibliografiaModifica

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  • Giovanni Cappelletti, La Basilica di S. Anastasia, Verona, Edizioni di Vita Veronese, 1970, ISBN non esistente, BNI 828558.
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  • Caterina Giardini, Santa Anastasia - storia e guida della Chiesa di Sant'Anastasia in Verona, Verona, Associazione Chiese Vive, 2011, ISBN non esistente.
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  • Gianfranco Benini, Le chiese di Verona: guida storico-artistica, Arte e natura libri, 1988, ISBN non esistente.
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  • AA.VV., La Basilica di Santa Anastasia a Verona. Storia e restauro, a cura di Paola Marini e Christian Campanella, Banco Popolare, 2011, ISBN 978-88-90645-40-2.
  • AA.VV., Il Veneto nel medioevo - Dai comuni cittadini al predominio scaligero nella Marca, a cura di Andrea Castagnetti e Gian Maria Varanini, Banca Popolare di Verona, ISBN non esistente.

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