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Cicogni

frazione del comune italiano di Alta Val Tidone
Cicogni
frazione
Cicogni – Veduta
Panorama del paese da nord
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Emilia-Romagna-Stemma.svg Emilia-Romagna
ProvinciaProvincia di Piacenza-Stemma.svg Piacenza
ComuneAlta Val Tidone-Stemma.png Alta Val Tidone
Territorio
Coordinate44°50′36.96″N 9°22′35.76″E / 44.8436°N 9.3766°E44.8436; 9.3766 (Cicogni)Coordinate: 44°50′36.96″N 9°22′35.76″E / 44.8436°N 9.3766°E44.8436; 9.3766 (Cicogni)
Altitudine700 m s.l.m.
Abitanti71[1] (01-01-2011)
Altre informazioni
Cod. postale29010
Prefisso0523
Fuso orarioUTC+1
Nome abitanticicognesi, basioni
Patronosant'Antonio abate
Madonna delle Grazie
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Cicogni
Cicogni

Cicogni (Sìguin in dialetto piacentino, sino agli anni cinquanta la grafia ufficiale indicava "Cigogni") è una frazione del comune di Alta Val Tidone in provincia di Piacenza. Conta 71 residenti, che però divengono più di 600 durante le ferie estive e natalizie. È una località prevalentemente dedita al turismo escursionistico e gastronomico vista la sua collocazione in una conca immersa nel verde dei boschi (il Proudhomme lo segnala nel suo Dictionnaire come borgo sul fianco di una collina, vicino ad un ruscello dello stesso nome[2]). Particolarmente apprezzate l'aria salubre, la quiete e l'opportunità di escursioni a piedi su sentieri opportunamente segnalati

Geografia fisicaModifica

TerritorioModifica

Il paese è ad un'altezza di 700 metri s.l.m., al termine di una valletta dell’Appennino Ligure formata dal Tidoncello Merlingo che ivi nasce e che confluisce nel Tidoncello, tributario del Tidone, non distante dall'ex capoluogo comunale di Pecorara (ora incluso nel nuovo comune denominato Alta Val Tidone); è ubicato sul fianco del Monte Mosso (1.008 m) in direzione ovest, ed ha a nord-ovest il monte Pietra Corva (1.078 m), collocandosi quindi nell’immediatezza del Colle della Crocetta.

ClimaModifica

CICOGNI[3] Mesi Stagioni Anno
Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic InvPriEst Aut
T. max. mediaC) 5,06,09,613,617,521,424,623,520,114,78,86,25,713,623,214,514,2
T. min. mediaC) −0,50,33,06,010,013,616,415,913,49,13,60,70,26,315,38,77,6
Precipitazioni (mm) 29,742,851,590,4113,382,346,473,463,773,851,129,3101,8255,2202,1188,6747,7
Giorni di pioggia 45681085655541324191571
Eliofania assoluta (ore al giorno) 4,64,64,54,65,76,07,47,04,73,83,94,34,54,96,84,15,1

StemmaModifica

Rappresenta due cicogne e, sullo sfondo, il monte di Pietra Corva. Lo stemma è contornato da una fascia verde, poiché il bianco ed il verde sono i colori del paese.

Tale stemma nasce dalla diffusa credenza che il nome del paese derivi dal suo essere luogo di passaggio della rotta migratoria delle cicogne (per altre ipotesi sull'etimo, vedi "Storia"). In effetti don Carlo Ferrari, parroco del paese ai primi del '900, nelle sue Memorie narra del suo incontro con un paio di cicogne proprio sul sagrato della chiesa parrocchiale.

StoriaModifica

Epoca antica e medievaleModifica

L'etnografo francese Charles Athanase Walckenaer, nella sua opera Géographie ancienne historique et comparée des Gaules cisalpine et transalpine, identifica Cicogni con il fundus Succonianus della Tabula alimentaria traianea di Velleia[4]. Al di là di tale attribuzione, la frazione di Cicogni viene citata tra i possedimenti dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio, una prima volta come facente parte - sul finire del X sec. - del beneficio "Rodulfus"[5], indi nel diploma di papa Lucio II del 15 marzo 1144[6]. Gli studiosi di storia locale inoltre ritengono che da queste parti passasse uno dei rami della "Via Patrania", antichissimo sentiero dei Ligures che collegava Genova alla Pianura Padana. Tale diramazione si estendeva sui crinali seguendo la linea Monte Penice-Monte di Pietra Corva. Recenti studi[7] hanno inoltre appurato che Cicogni faceva parte di una via medievale detta "Via delle Rocche", deviazione della Via Francigena, che iniziava da San Colombano al Lambro e terminava a Bobbio attraverso il Colle della Crocetta.

L'intera zona venne conquistata nella seconda metà del XIV secolo dai Visconti di Milano, i quali nel 1378 investirono il loro condottiero Jacopo Dal Verme della Rocca d'Olgisio, cui nel 1380[8] aggiunsero l'Alta Val Tidone compreso Cicogni. Il paese venne poi da questi venduto agli Scotti di Mezzano, che a loro volta lo cedettero ad Ubertino Fulgosi nel 1393[9], per poi riottenerlo pochi anni dopo alla morte di quest'ultimo e rivenderlo ai Dal Verme. Nel 1430[10] venne da questi dato in feudo a Facino Mascaretti. In questi anni la parrocchia di Cicogni fu aggregata sotto un unico parroco a quelle di Busseto e Caprile (frazioni del medesimo comune di Pecorara). Di quest'epoca è la creazione di un posto di osservazione con torre alta più di 16 metri e un piccolo castello con scopi di avamposto dello Stato vermesco.

 
Via della Chiesa illuminata. Sullo sfondo, la Chiesa parrocchiale

Jacopo da PecoraraModifica

Come riportano fonti attendibili[11], Cicogni viene indicato quale luogo natale del cardinale Jacopo da Pecorara, insigne diplomatico vissuto a cavallo dei secoli XII-XIII.

Padre Fedele Monti, un novello Fra Cristoforo[12]Modifica

Gianfrancesco Monti nacque a Cicogni nel 1556. Ebbe una giovinezza irrequieta, ma in tarda età (per quell'epoca) si convertì e nel 1582 entrò nell'Ordine barnabita col nome di Fedele. Qui compì il noviziato e gli studi per diventare sacerdote, ma per poter essere ammesso agli ordini sacri la Congregazione il 28 dicembre 1583 dovette richiedere a Papa Gregorio XIII la dispensa dalle irregolarità in cui egli era incorso prima dell'ingresso nell'Ordine.

 
Collegio dei Barnabiti, Casalmaggiore (CR)

Consacrato sacerdote nel 1586, due anni dopo venne inviato quale preposto (titolo che sommava in sé quello di parroco e superiore) nella Chiesa dei Santi Giacomo e Vincenzo in Cremona, quindi a San Cristoforo in Vercelli. In tali incarichi diede ottima prova di sé, tanto che nel 1595 venne inviato quale preposto presso l'erigenda Chiesa di San Paolo in Casale Monferrato, consacrata alla sua presenza dal Vescovo di Casale il 12 novembre di quello stesso anno. Nel 1599 venne nominato preposto della casa madre dell'Ordine, la Chiesa dei SS. Paolo e Barnaba in Milano, ove rimase sino al 1605 per essere nominato Assistente generale dell'Ordine (collaboratore del Superiore Generale). Per il suo zelo, l'esperienza e l'umiltà venne quindi nominato Visitatore generale (1608-1620), percorrendo le chiese ed i collegi dell'Ordine per risolvere le contese, riportare la serenità e punire le mancanze. Nel 1617 veniva intanto nominato (pur restando Visitatore) Superiore della chiesa e annesso collegio di Santa Croce di Casalmaggiore (CR) sino al 21 maggio 1620 , giorno in cui venne eletto Padre provinciale per la provincia Piemontese-Gallica (Piemonte e Savoia) dei Barnabiti. Scaduto l'incarico nel 1623, tornò a Casalmaggiore quale Superiore; scoppiata la peste di manzoniana memoria, trasformò il collegio in lazzaretto e qui morì di peste il 12 giugno 1630 curando gli appestati[13]. Così il Marchini ne tratteggia la figura: In quello stesso tempo, nella molto insigne città di Casalmaggiore – nel contado cremonese – tre frati eccelsero tra i vivi in quella stessa pestilenza: [...] Fedele Monti, piacentino, uomo di esimia santità e provata prudenza, spesso investito della carica di Visitatore, il quale venne inoltre eletto alla dignità di Padre provinciale, amministrò lodevolmente non pochi insigni Collegi, e per due volte fu Assistente segreto del Preposto generale dell'Ordine. Quanto più veniva elevato alle varie dignità dell'Ordine, tanto più aumentavano la sua umiltà d'animo e la moderazione: in lui si accrescevano di pari passo i fasti degli onori e tutte le virtù. Con la sferza, il cilicio ed i digiuni rese sottomesso il proprio corpo, e rifuggiva a tal punto le comodità di questa vita che nel freddo più atroce dell'inverno – che pativa di sua sponte – spessissimo aveva le mani tumefatte, però le teneva immobili o le muoveva il meno possibile. Reputava quali delizie i cibi più poveri e la virtù dell'astinenza. Tanto era pietoso verso gli altri, quanto rigido ed inflessibile con sé stesso. A detta di tutti, superava di gran lunga tuti gli altri confratelli nella veglia, anche quella del mattutino. L'obbedienza fu per lui quasi una parola d'ordine: conformava qualsiasi sua attività alle costituzioni dell'Ordine, da cui non si discostava nemmeno nella più piccola cosa. Coltivò a tal punto la povertà che stimava come più preziosi e più adatti a sé i vestiti più umili; ardeva a tal punto di amore per il prossimo, che uno o due volte al giorno andava a visitare e confortare i fratelli malati; desiderava così tanto la salvezza degli altri che, assiduo confessore e giudice dei peccatori, molti li riportò alla vita cristiana traendoli dall'inveterata abitudine al peccato. In ultimo, all'età di 70 anni, preferendo la salvezza spirituale degli appestati a scapito della sua propria vita, finì i suoi giorni con una morte gloriosissima.[14]

Epoca modernaModifica

Una relazione di Visita episcopale del 1596 ci informa circa la situazione del paese e della chiesa parrocchiale: costruita in pietra, con una piccola torre campanaria, essa veniva ritenuta idonea al culto: meno idoneo il sagrato, che ospitava il locale cimitero ed era delimitato da un muretto di canne. La primitiva funzione del sagrato è peraltro attestata dal dialetto locale: il sagrato infatti viene chiamato "simitéri" (dal francese "cimetière"). Con il Trattato di Aquisgrana (1748), Cicogni divenne Ricevitoria (dogana)[15] di 6ª classe del Ducato di Parma e Piacenza: ospitava una guarnigione con un Capitano, una prigione per i contrabbandieri nonché un Ricevitore (funzionario amministrativo delle dogane ducali); viene espressamente nominata quale punto di confine nel Regolamento dè confini tra le Corti di Torino e Parma. La Torre e l'Ufficio della Dogana sono stati abbattuti negli anni quaranta perché pericolanti.

Nel 1812, in pieno periodo napoleonico, l'applicazione dell'Editto di Saint Cloud rese necessaria la sistemazione del sagrato: il Vescovo di Piacenza, mons. Scribani-Rossi, invitò la popolazione ad approfittarne per riedificare la chiesa parrocchiale, in pessime condizioni ed ormai troppo piccola per accogliere i fedeli. Il suo voto venne esaudito.

Nel 1836 il paese (come gran parte d'Europa) venne colpito da una epidemia di colera: i Cicognesi, come si legge negli Archivi parrocchiali, fecero voto alla Madonna delle Grazie

 
Statua della Vergine delle Grazie di Cicogni
 
Facciata della Chiesa parrocchiale

di dedicarle - quale giorno festivo - anche il lunedì seguente la festa patronale (che cade la 2ª domenica d'agosto). Miracolosamente, l'epidemia cessò. Da allora, è usanza considerare il "Lunedì della Festa" un giorno del tutto festivo, sia nei riti religiosi sia nell'abbondanza e nell'importanza delle portate consumate a pranzo. Quale segno di rispetto per i morti del contagio, comunque, è tuttora usanza non danzare durante l'intero giorno (le danze, allora, erano il segno distintivo della festa). Cicogni viene inoltre citata da due delle più importanti opere di geografia locale dell'800: il "Viaggio intorno ai monti di Parma e Piacenza" di Antonio Boccia (1805), e il "Vocabolario topografico dei Ducati di Parma e Piacenza" di Lorenzo Molossi (1834).

Epoca contemporaneaModifica

Con il 1860 venne riunita all'Italia proseguendo la sua vita quale borgo agricolo.

Nel 1896 il beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, ri-eresse dopo 500 anni la parrocchia quale Parrocchia autonoma della Diocesi. Durante la sua prima visita episcopale al paese, la relazione del parroco del tempo dice che, commosso dalla festosa accoglienza dei Cicognesi, il beato vescovo abbia esclamato: "Mi sembra di entrare nella santa Gerusalemme!". In seguito, dando l'incarico di parroco a don Carlo Ferrari, gli disse (come quest'ultimo afferma nelle sue Memorie): "La mando tra brava gente". L'affetto per il beato Scalabrini è testimoniato dalla lapide in suo onore apposta nella chiesa parrocchiale.

Durante la seconda guerra mondiale, nell'ambito della guerra di liberazione italiana, fu una delle basi della 1ª Divisione GL Piacenza del comandante Fausto Cossu, e di conseguenza contesa tra le formazioni partigiane ed i nazifascisti. In particolare, fu uno degli obiettivi del rastrellamento del novembre-dicembre 1944 operato dalla divisione Turkistan: durante quest'episodio, il 18 dicembre 1944 vennero sorpresi tre partigiani, ospitati da una famiglia del paese, immediatamente fucilati[16]; qualche giorno dopo, nel viale che conduce al cimitero, venne ucciso il partigiano Mario Busconi, poi insignito della medaglia di bronzo al valor militare[17].

Negli anni cinquanta risentì dello spopolamento dell'Appennino, e molti emigrarono nelle grandi città (in particolare Milano e Piacenza). Sono quegli stessi che ora, dopo anni di lavoro, tornano a godere il riposo e la quiete dell'alta Val Tidone nel loro paese natìo, risistemando le tipiche case in pietra.

CulturaModifica

Quattro provinceModifica

Questo paese fa parte del territorio culturalmente omogeneo delle Quattro province (Alessandria, Genova, Pavia, Piacenza), caratterizzato da usi e costumi comuni e da un importante repertorio di musiche e balli molto antichi. Strumento principe di questa zona è il piffero appenninico che accompagnato dalla fisarmonica, e un tempo dalla müsa (cornamusa appenninica), guida le danze e anima le feste, in particolare la questua del calendimaggio, qui chiamato la galina grisa. Questo rito, particolarmente amato dai cicognesi, vede, fin dal mattino, un allegro corteo visitare le case portando l'augurio del maggio, tra cori, musica e balletti.

 
Cicogni, rogo della "vecchia" a San Silvestro

TradizioniModifica

  • Tutti gli anni, nel periodo natalizio, sul sagrato viene approntato il tradizionale Presepe con antiche statue di gesso dipinte a mano. È tradizione non smontare il presepe all'Epifania, ma lasciarlo in mostra sino alla festa di Sant'Antonio abate (17 gennaio).
  • La notte di Capodanno, a mezzanotte, è usanza bruciare la "vecchia", simbolo dell'anno vecchio. Il rogo avviene nella piazza principale, e dà il via ai festeggiamenti per l'anno nuovo.
  • La festa della Gallina grigia (vedi sopra), detta in dialetto galina grisa: assimilabile al calendimaggio, ha luogo nei primi giorni di maggio e ha lo scopo di festeggiare l'arrivo della primavera, momento fondamentale per una comunità agricola. Tale ricorrenza affonda le radici nella notte dei tempi, così come le sue modalità, rimaste tuttora invariate: tutto il paese di pone in corteo (con in testa i suonatori). Questo corteo passa di casa in casa, e ciascuno - al passare della laica processione - offre da mangiare e da bere, ma soprattutto un po' di uova, con cui verrà cucinata una frittata poi condivisa da tutti. Ad ogni fermata, i cantori intonano la filastrocca beneaugurale: E l'è arrivà il primo di maggio/con l'erba e con la foglia/E con l'erba e con la foglia/la fresca rugiada seguita da altre strofe beneagurali sugli ospiti. Il canto termina con l'augurio dialettale Campa la ciössa con tütt i so ciussein/crapa la vulp, con tütt i so vulpein, ovvero Campi la gallina, con tutti i suoi pulcini/crepi la volpe con tutti i suoi piccoli, ad augurare quindi prosperità all'economia domestica dei padroni di casa.

ManifestazioniModifica

È attiva in paese la locale Pro Loco che anima la vita della comunità organizzando diverse manifestazioni:

  • La "Galêna grisa", forma locale del tradizionale Calendimaggio;
  • Marcia Alta val Tidone (dal 1971): Marcia non competitiva, si tiene la 3ª domenica di luglio
  • Serate danzanti durante il periodo estivo, particolarmente nella Festa della Madonna delle Grazie (2ª domenica di agosto)
  • Tornei sportivi

Luoghi e monumenti di interesseModifica

  • La chiesa parrocchiale, del 1812. La facciata in pietra a vista nasconde un interno decorato secondo il gusto del "barocco veneto" da Angelino Capelli. Particolarmente pregevole l'altare, il cui paliotto in scagliola di marmo è un fine esempio di arte del XVIII secolo.

ViabilitàModifica

NoteModifica

  1. ^ Dati ISTAT provvisori
  2. ^ riportato a pag. 599 del "Dictionnaire universel" di Louis Marie Proudhomme (vedi bibliografia)
  3. ^ Meteo Cicogni, MeteoVista. URL consultato il 27 gennaio 2016.
  4. ^ riportato a pag. 477. parte III cap. VII dell'op. cit.(vedi bibliografia)
  5. ^ "Breviarium de terra Sancti Columbani", riportato a pag. 184 de "Codici Bobbiesi" di Carlo Cipolla (vedi bibliografia)
  6. ^ riportato a pag. 637 de "Le chiese d'Italia" di G. Cappelletti (vedi bibliografia)
  7. ^ riportato ne "Gli itinerari francigeni di montagna" (vedi bibliografia)
  8. ^ Pergamena del 4 ottobre 1380, ASVr, AZDV, Perg., perg. 115 (vedi bibliografia)
  9. ^ riportato a pag 224 dell'"Archivio storico per le Province Parmensi" (vedi bibliografia)
  10. ^ Atto notarile del 4 giugno 1430, ASVr, AZDV, Cart., b.13, n.33 (vedi bibliografia)
  11. ^ riportato ne The Cardinals of the Holy Roman Church di Salvador Miranda (vedi bibliografia)
  12. ^ per l'intero paragrafo, le notizie sono state tratte dall'Archivio Storico dei Barnabiti e dalle opere di M. Regazzoni e Marchini (vedi bibliografia)
  13. ^ Marchini, “Belli Divini, sive pestilentis temporis…” (vedi bibliografia)
  14. ^ Marchini, pag. 298 “Belli Divini" op. cit., traduzione dal latino di Danilo Rossi
  15. ^ riportato a pag. 264 de "Landes-regierungs-blatt für die stadt Triest sammt gebiet und das Küstenland" (vedi bibliografia)
  16. ^ anpicatania.wordpress.com, https://anpicatania.wordpress.com/2009/07/27/i-martiri-della-fontanella-e-alfio-anastasi-di-acireale/. URL consultato il 17 giugno 2014.
  17. ^ B.U. disp. 16a pag.1688 del 31 dicembre 1944
  18. ^ Copia archiviata (PDF), in SETA. URL consultato il 17 luglio 2014 (archiviato dall'url originale il 28 dicembre 2013).

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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