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Compagnia di ventura

esercito di soldati di ventura mercenari guidato da un capitano di ventura
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Le compagnie di ventura erano truppe mercenarie utilizzate nel medioevo, formate dai cosiddetti soldati di ventura, organizzate e guidate da un condottiero, generalmente detto capitano di ventura. Il principale scopo di tali compagnie era quello di arricchirsi il più possibile, e a tale finalità si schieravano a favore di un signore o di un altro, spesso rivali tra loro, sulla base di un ingaggio più vantaggioso.

Armatura di un armigero

StoriaModifica

Fecero la loro comparsa in Italia, al seguito di qualche Re o Imperatore, tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento: erano le masnade formate da soldati di mestiere, prevalentemente di bassissima estrazione sociale, pronti ad uccidere e a farsi uccidere per denaro e per bottino.

Nel corso del XV secolo tutti i principi italiani utilizzarono queste truppe di professionisti della guerra, che avevano un livello superiore di addestramento e una maggiore capacità di usare le nuove armi da fuoco. Le compagnie mercenarie declinarono in seguito alla nascita e al rafforzarsi degli stati nazionali. L'ultima compagnia di ventura degna di nota fu quella capitanata da Giovanni delle Bande Nere nei primi del Cinquecento.

In EuropaModifica

ItaliaModifica

Per contrastare le forze messe in campo dalle città di Firenze e Venezia nella Lega antiscaligera, molti mercenari discesero dalla Germania al seguito di Enrico VII di Lussemburgo, Federico I d'Asburgo, Ludovico il Bavaro o Giovanni I di Boemia, intervenuti per sostenere o combattere Mastino II della Scala. Al termine del conflitto, migliaia di soldati tedeschi rimasero in Italia, vivendo di saccheggio ed offrendosi o a questa o a quella città. Furono questi militari sbandati che diedero vita alla prime compagnie di ventura, nel 1337, con la compagnia di Uguccione della Faggiola, la Compagnia del Ceruglio e la Compagnia della Colomba, formatasi nei dintorni di Piacenza.

 
Armatura di un cavaliere

La prima unità di grandi dimensioni fu la Compagnia di San Giorgio, riunita da Mastino II della Scala e messa agli ordini di Lodrisio Visconti, che venne lanciata alla conquista di Milano e fu sconfitta nella battaglia di Parabiago. Le compagnie si imponevano una disciplina e una organizzazione, mentre non diminuiva la loro ferocia, peraltro esaltata ad ideale. Il Trecento fu il periodo in cui dilagarono in Italia le compagnie di ventura: ci furono spazio e committenti per tutti, nonché ricchezze da saccheggiare in abbondanza.

Le compagnie di ventura fecero la fortuna economica e politica di molti condottieri, come Federico da Montefeltro, Guarnieri d'Urslingen, il Conte Lando, Anichino di Bongardo, Fra Moriale, Angelo Tartaglia, Alberico da Barbiano, Muzio Attendolo Sforza, Braccio da Montone, Jacopo Caldora, Niccolò Piccinino, il Carmagnola, Bartolomeo Colleoni, Francesco Sforza, Giovanni dalle Bande Nere, Alessandro da Terni e suo fratello Lucantonio, Ludovico Racaniello, il Gattamelata e tanti altri che, grazie al proprio carisma ed alla concessione di libero saccheggio, riuscirono a coagulare attorno a sé questi masnadieri. Il termine condottiero deriva dalla parola "condotta", che era il contratto stipulato tra il principe e l'uomo d'armi.

 
Armatura per il cavaliere e il cavallo

L'Italia era, tuttavia, un miraggio che qualche volta deluse le speranze e le illusioni coltivate, come fu per Fra Moriale. Questi migliorò l'organizzazione della Grande Compagnia nel cui comando era succeduto a Guarnieri d'Urslingen; con essa ebbe grandi successi militando a volte per il Papa, a volte contro di lui, ma finì la sua carriera giustiziato ad opera di Cola di Rienzo.

Questi esempi sono i più significativi tra le compagnie guidate da condottieri stranieri che percorsero l'Italia devastando città e campagne al solo scopo di arricchirsi. Accanto a queste si misero in luce anche quelle guidate da capi italiani che presto soppiantarono gli stranieri; altrettanto feroci nella ricerca della ricchezza e del potere ma con una maggiore attenzione ai fini politici. Ecco, solo a titolo esemplificativo, le compagnie guidate da Castruccio Castracani, Ambrogio Visconti, Guidoriccio da Fogliano e Francesco Ordelaffi.

Molto spesso i capi italiani di queste compagnie provenivano da famiglie già potenti (il 60% dei capitani di ventura era di nobili origini): a volte erano titolari di signorie, che mettevano se stessi e la propria compagnia al servizio di altri potenti per aumentare ricchezze e potere in un intreccio diplomatico estremamente volatile, basti pensare ai Malatesta e agli Ordelaffi. A volte erano uomini di origine umile, se non infima, che vedevano nel servizio militare mercenario l'opportunità del proprio riscatto sociale e spesso assursero ad altissimi onori ed alla conquista di una propria signoria, anche se a volte effimera e velleitaria.

FranciaModifica

Esse devastarono la Francia del XIV secolo sotto i regni di Giovanni II e di Carlo V. I loro componenti venivano reclutati in tutta Europa, ma soprattutto in Germania: molti di questi infatti erano stati assoldati da Edoardo III d'Inghilterra e poi licenziati dopo il trattato di Brétigny del 1360. Essi depredavano le campagne francesi e sollevavano le ire dei contadini che, armatisi, spesso riuscivano efficacemente a contrastarli.

Il connestabile di Francia Bertrand du Guesclin fu utilizzato per sbarazzare di queste compagnie il regno di Francia allontanandole in Spagna, ove combatterono per Enrico II di Castiglia contro il fratellastro Pietro il Crudele. Capi celebri di queste compagnie furono Arnaud de Cervole, Croquart, Bernardone de la Salle, Ugo di Calveley, Robert Knolles, Bétucat d'Albret, John Creswell e Cahours.

Tra le compagnie più note:

CaratteristicheModifica

L'unico obiettivo che muoveva le compagnia di ventura era quasi sempre l'occasione di arricchirsi con qualsiasi mezzo, al servizio di chi sfruttava sapientemente questa loro avidità.

Molto spesso era solo il miraggio del bottino e non il "soldo", cioè la paga distribuita dal condottiero o da chi per lui, a spingerli, tanto meno una consapevolezza politica o morale del tutto inesistente: ciò spiega le nefandezze che con estrema indifferenza commettevano e di cui si gloriavano, cercando di aumentare, così, da una parte il proprio prestigio militare e dall'altra il terrore indotto ed esaltato della loro ferocia nei territori occupati e verso i nemici.

Compagnie di ventura famoseModifica

Gli AlmogavariModifica

Degli Almogavari, mercenari che seguirono Pietro III d'Aragona nella conquista della Sicilia (1288), abbiamo una descrizione particolarmente significativa ed eloquente:

«Breve saio a costoro, un berretto di cuoio, una cintura, non camicia, non targa, calzati d'uose e scarponi, lo zaino sulle spalle col cibo, al fianco una spada corta e acuta, alle mani un'asta con largo ferro, e due giavellotti appuntati, che usavan vibrare con la sola destra, e poi nell'asta tutti affidavansi per dare e schermirsi. I lor condottieri, guide piuttosto che capitani, chiamavansi anche con voce arabica Adelilli. Non disciplina soffrian questi feroci, non avean stipendi, ma quanto bottino sapessero strappare al nemico, toltone un quinto pel Re; né questo medesimo contribuivano quand'era cavalcata reale, ossia giusta fazione. Indurati a fame, a crudezza di stagione, ad asprezza di luoghi; diversi, al dir degli storici contemporanei, dalla comune degli uomini, toglieano indosso tanti pani quanti dì proponeansi di scorrerie; del resto mangiavan erbe silvestri, ove altro non trovassero: e senza bagagli, senza impedimenti, avventuravansi due o tre giornate entro Terre de' nemici: piombavano di repente, e lesti ritraevansi; destri e temerari più la notte che il dì; tra balze e boschi più che in pianura»

(Michele Amari, in La guerra del Vespro siciliano.)

Le masnadeModifica

Attraverso il provenzale maisnada (famiglia, servitù), dal latino mansionata (gente di famiglia), masnada[1] identifica la schiera di servi che lavora per una famiglia patrizia. Feudatari o signorotti locali non esitavano a servirsi di questo "esercito" improprio per imporre il proprio potere, più o meno legittimo, e per esercitare anche atti di violenza sulle popolazioni che fossero o meno sotto la propria giurisdizione. Il termine presto acquistò un'accezione negativa, passata a indicare anche un gruppo di sbandati, di "senza disciplina".

Le masnade erano anche gruppi di grassatori, di predoni che si prestavano occasionalmente al servizio militare presso terzi.

«Gente son sanza freno, e mai non pensan se non di usurpare»

(Anonimo del 1300.)

Ad essi si associavano i fuoriusciti dal proprio Comune, da dove una fazione avversa e vincente li aveva scacciati o cadetti che non trovavano spazio nella propria famiglia o nel proprio territorio di origine. Particolarmente attivi erano gli italiani esiliati, la cui prevalente aspirazione era quella di rientrare in possesso dei beni di cui erano stati spogliati o di riconquistare il Comune da cui erano stati cacciati. Queste brigate non erano ancora vere compagnie, la disciplina era pressoché nulla, l'organizzazione militare approssimativa, la fedeltà verso i loro committenti un'opzione, la sete di rivalsa e di bottino enorme.

NoteModifica

  1. ^ In Spagna durante il medioevo, con il termine mesnada si intendeva una riunione di uomini armati appartenenti a un ricohombre (vale a dire colui che anticamente apparteneva alla prima nobiltà di Spagna), a un consiglio, parrocchia o distretto che formava l'unità organica della milizia o esercito. Questa era puramente organica e si differenzia dalla haz, in quanto la mesnada era un corpo, un frammento, una divisione della milizia, mentre la haz era un'unità tattica nel campo di battaglia.

BibliografiaModifica

  • Claudio Rendina, I capitani di ventura, Newton Compton, Roma, 1985 (poi 1999 e 2004), ISBN 88-8289-056-2.
  • Ercole Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, volume 4, Torino, 1844 (poi 1893, Milano 1929, Roma 1965).
  • Franco Cardini, Il guerriero e il cavaliere, in L'uomo medievale, a cura di Jacques Le Goff, Laterza, Bari, 1987, ISBN 88-420-4197-1.
  • Georges Duby, Les trois ordres ou L'imaginaire du feodalisme, Gallimard, Parigi, 1979 (ed. it.: Lo specchio del feudalesimo, Laterza, Bari, 1998, ISBN 88-420-5650-2).
  • Michael Mallett, Mercenaries and their masters: warfare in Renaissance Italy, Londra, 1974 (ed. it.: Signori e mercenari. La guerra nell'Italia del Rinascimento, Bologna, Il Mulino, 1983, ISBN 88-15-00294-4).
  • Michele Amari, La guerra del Vespro siciliano, Parigi, 1843 (4ª ed. accresciuta, Le Monnier, Firenze, 1851).
  • Michele Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, volume 4, Le Monnier, Firenze, 1854-1872.
  • Philippe Contamine, La guerre au Moyen Âge, Parigi, 1980 (ed.it.: La guerra nel Medioevo, il Mulino, Bologna, 1986 e succ. ed. ISBN 8815107819).

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