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Le concessioni televisive sono provvedimenti con cui le autorità preposte (tipicamente la pubblica amministrazione statale) attribuiscono a soggetti, pubblici o privati, la possibilità di esercitare l'attività radiotelevisiva.

Indice

Nel mondoModifica

ItaliaModifica

La prima legge in materia di radiotelegrafia e radiotelefonia fu la legge 30 giugno 1919 n. 395. Tuttavia in Italia l'attività radiotelevisiva è sempre stata esercitata esclusivamente da soggetti pubblici: il R.D. 8 febbraio 1923 n. 1067 stabilì infatti che l'impianto e l'esercizio di telecomunicazioni per mezzo di onde elettromagnetiche senza l'uso di fili sono riservati allo Stato, con facoltà del Governo di affidarle in concessione.

Ai sensi del R.D. 27 febbraio 1936 n. 645 ("Approvazione del codice postale e delle telecomunicazioni") l'esercizio esclusivo venne affidato all'EIAR. L'esclusività dello Stato ad esercitare tale attività, solamente però di rilevanza pubblica venne confermata dalla legge 14 aprile 1975, n. 103 che aprì la possibilità ai privati di esercitare attività di trasmissione e diffusione.

Tuttavia nel corso degli anni settanta del XX secolo la giurisprudenza della Corte costituzionale[1] sancì il principio della liberalizzazione dell'etere per quello che riguarda le trasmissioni radiotelevisive di ambito locale, indicando al legislatore precise linee guida che il potere legislativo avrebbe dovuto introdurre.
La successiva legge 4 febbraio 1985 n. 10 - pur ribadendo la riserva dell'esercizio del servizio radiotelevisivo pubblico, a livello di diffusione nazionale, allo Stato - nel contempo sancì la possibilità per l'emittenza privata di esercitare attività di radiodiffusione sonora e televisiva sulla base di un piano nazionale.[2]

Ciò nonostante seguì invece un lungo periodo di carenza a cui corrispose un'enorme vitalità creativa da parte degli operatori, molto poco disciplinata, per cui il periodo è ricordato come Far West televisivo. Una certa razionalizzazione era stata introdotta, di fatto, con l'introduzione di un sistema già in atto in USA: le syndications tramite le quali le emittenti, pur restando indipendenti, si collegavano per un certo numero di ore ad un'emittente capofila. Il fenomeno aveva di fatto creato un surrogato di reti nazionali e, sotto questo aspetto, era stato censurato dalla magistratura. Il potere esecutivo intervenne con un decreto legge (il cosiddetto decreto Craxi), poi convertito in legge dal parlamento, ma a sua volta di nuovo "censurato" dalla Corte. Da qui la necessità di interventi legislativi.

Il lungo periodo di incertezza normativa durò sino al 1990 con l'emanazione della legge Mammì che costituì una prima disciplina organica della materia. La legge 27 ottobre 1993 n. 422[3] apportò alcune modifiche per il rilascio delle concessioni e dei requisiti dei soggetti richiedenti.

Dal 2008, con l'avvento del digitale terrestre e la conseguente moltiplicazione del numero di canali disponibili, il sistema delle concessioni può considerarsi ormai superato.

Disciplina normativaModifica

Le fonti normative principali della concessione televisiva sono ad oggi la Legge Maccanico e il regolamento dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La Legge Gasparri, poi, ha stabilito l'esistenza di differenti titoli abilitativi per le attività di operatore di rete e fornitore di contenuti televisivi o radiofonici, e stabilisce inoltre che l'autorizzazione non comporta l'assegnazione delle radiofrequenze (art. 5), che invece è effettuata con un provvedimento separato.

La concessione indica la frequenza e le aree di servizio degli impianti dell'emittente. Ha una durata stabilita in 6 anni, ed è rinnovabile; può cessare per rinuncia, morte del proprietario, fallimento o perdita dei requisiti soggettivi (vedi "Requisiti per la concessione"). In allegato alla concessione vi è una convenzione che riporta obblighi e diritti del concessionario. La materia è attualmente regolata dal Testo unico della radiotelevisione emanato nel 2005.

Emittenti nazionali e localiModifica

Ai sensi della legge italiana, le emittenti televisive si distinguono in nazionali (che coprono almeno l'80 per cento del territorio) e locali.

Le emittenti nazionali si dividono a loro volta in:

  • TV commerciali;
  • emittenti specializzate in televendite;
  • Pay TV (con segnale "criptato");

Requisiti per la concessioneModifica

Innanzitutto la forma sociale richiesta è quella di società per azioni, società a responsabilità limitata o cooperativa, di nazionalità italiana o europea. Inoltre è richiesta una certa misura di capitale sociale.
I criteri di selezione, nelle graduatorie, sono il patrimonio dell'emittente, il numero di dipendenti, nonché la qualità del progetto editoriale.

Procedura per il rilascioModifica

La domanda deve essere presentata a una Commissione di esperti nominata dal Ministro delle Comunicazioni, la quale deve valutare le domande con un punteggio finale, attribuito a seconda del piano dell'emittente, la qualità dell'offerta, l'investiment tecnologico.

La concessione è infine rilasciata, nel caso delle emittenti locali, dal solo Ministro delle Comunicazioni, mentre per quelli nazionali è necessario che il Ministro senta in via preliminare il Consiglio dei ministri.

Concessioni rilasciate a privatiModifica

Le concessioni sono state rilasciate prima nel 1992 e poi nel 1999 alle seguenti otto reti nazionali private (la Rai ha un altro trattamento essendo servizio pubblico):


In via provvisoria sono state autorizzate due reti (1999): Rete 4 e TELE+NERO.

Concessioni e autorizzazioni per ambito localeModifica

Le concessioni e le autorizzazioni in ambito locale risultano da comunicazioni del ministero del 2001, mentre mancano notizie di elenchi più recenti.

NoteModifica

  1. ^ Ricordiamo la sentenze C. Cost. n. 226 del 1974 e la n. 202 del 28 luglio 1976
  2. ^ art. 2 legge n. 10/1985
  3. ^ Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 27 agosto 1993 n. 323, recante provvedimenti urgenti in materia radiotelevisiva.(pubblicata in GU n. 253 del 27-10-1993)

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