Coniglietta

cameriera che lavora in un Playboy Club

Una Coniglietta di Playboy (in originale Playboy Bunny) è una cameriera che lavora in un Playboy Club, locali notturni che operarono tra il 1960 e il 1991 principalmente negli Stati Uniti e che sono stati riaperti in misura minore a partire dal 2006 in varie parti del mondo.

Conigliette del Playboy Club di New York, a bordo della USS Wainwright (1971 circa)

Le conigliette originali erano selezionate tramite audizioni, ricevevano una formazione standard e vestivano un costume ispirato dal logo di Playboy chiamato "bunny suit" che consisteva in un corsetto senza spalline (nello specifico, un "Teddy"), orecchie da coniglio, collant neri, un papillon, un colletto, polsini e una coda a pon-pon. Il costume da coniglietta è considerato uno dei simboli più celebri della cultura americana.[1]

Le conigliette non devono essere confuse con le playmate, le modelle che appaiono nel paginone centrale della rivista (anche se alcune conigliette sono poi divenute playmate e viceversa).[2]

StoriaModifica

Il costumeModifica

 
Le playmate Kassie Lyn Logsdon, Kimberly Phillips e Jaime Faith Edmondson indossano un costume da coniglietta durante una festa alla Playboy Mansion, 23 luglio 2011

L'idea del costume da coniglietta venne a Ilse Taurins,[N 1] un'emigrata di origini lettoni che all'epoca frequentava uno dei co-fondatori dei Playboy Club, Victor Lownes III, e che era fra le ospiti del varietà televisivo Playboy's Penthouse. Durante un incontro tra Hefner e Lownes per discutere dei futuri club, Taurins suggerì di vestire le cameriere con un costume basato sul logo di Playboy, un coniglio in smoking, nonostante Hefner precisasse che fosse un maschio. Ilse convinse sua madre, una sarta, a confezionare il primo prototipo ed ella lo indossò durante una riunione tra Hefner, Lownes, Arnold Morton e l'illustratore della rivista LeRoy Neiman. Inizialmente il costume non venne accolto molto positivamente, dato che assomigliava ad un costume da bagno integrale a cui erano state aggiunte la coda e le orecchie. Tuttavia Hefner ci vide del potenziale e suggerì di tagliarlo più alto sui fianchi in modo da esporre maggiormente le gambe, dato che non tutte le ragazze avrebbero avuto le gambe della lunghezza adatta. In seguito, su suggerimento di Hefner, vennero aggiunti i polsini, il collare e il papillon.[3][4][5] Secondo fonti recenti il design originale del costume sarebbe da attribuire alla stilista americana Zelda Wynn Valdes[6][7], tuttavia questa tesi non è riscontrabile in pubblicazioni dell'epoca ed è più plausibile che le venne semplicemente commissionata la creazione di alcuni dei vestiti.[8]

All'epoca i costumi erano disponibili in 10 colorazioni differenti. Nel 1961 venne aggiunta sul fianco destro una coccarda di seta con il nome della coniglietta. Successivamente la stilista di origini francesi Renée Blot venne assunta per rifinire il costume e per supervisionarne la produzione in massa ad opera della Kabo di Chicago. Ella eliminò la cucitura sotto il busto e lo alzò ulteriormente sui fianchi. Nel 1962 le calze a rete nere furono sostituite da dei collant trasparenti prodotti dalla Danskin. L'originale coda fatta in nylon venne sostituita da una di finta pelliccia nel luglio del 1969. Sono sempre state utilizzate delle scarpe di seta dello stesso colore del vestito con un tacco da 3 pollici. Il costume da coniglietta divenne un simbolo dei Playboy Club ed è anche la prima uniforme commerciale ad essere stata registrata dalla United States Patent and Trademark Office (numero 0762884).[9]

I Playboy ClubModifica

Il primo Playboy Club fu aperto a Chicago il 29 febbraio 1960 e le audizioni per assumere 30 conigliette cominciarono il 9 gennaio[10]. Le ragazze provenivano da vari centri degli Stati Uniti e furono selezionate fra passate playmate della rivista, modelle, vincitrici di concorsi di bellezza, hostess e segretarie in base al loro charme e al loro aspetto fisico.[11] Successivamente furono inaugurati club in altre cinque città americane: Miami il 10 maggio 1961,[12][13] New Orleans il 13 ottobre,[14][15][16] Saint Louis il 16 ottobre 1962 (un franchise),[17] New York l'8 dicembre (all'apertura vi lavoravano 140 conigliette)[18] e Phoenix il 19 dicembre[19]. Al luglio del 1963, in questi sei locali, lavoravano 421 conigliette e, tra queste, 67 erano nate in nazioni diverse dagli Stati Uniti, più di 25 erano di colore e 11 erano di origine asiatica.[20] Ognuna di queste ragazze poteva guadagnare facilmente da due a tre volte il salario di una segretaria ben pagata, accumulando più di 200 dollari a settimana di sole mance.[20] In questo periodo le conigliette divennero oggetto di numerosi articoli di giornale, servizi televisivi, canzoni, fumetti, parodie e spettacoli teatrali, negli Stati Uniti come all'estero.[20][21]

Alcune ex playmate del mese furono assunte per lavorare nei club e col passare del tempo alcune conigliette fecero il percorso inverso, diventando playmate. Venne ufficializzato così il ruolo della Playmate Bunny, ovvero una coniglietta che era anche comparsa nel paginone centrale della rivista. La prima playmate a divenire coniglietta fu Lisa Winters, mentre la prima coniglietta a divenire playmate fu Jan Roberts, nell'agosto del 1962[22] (fino a quel momento le cameriere con un passato da playmate erano 24[23]). Nel 1972 le playmate che lavoravano o avevano lavorato in un Playboy Club ammonteranno a 88, su un totale di 230 ragazze comparse nella rivista,[24] mentre nel 1979 saranno più di un centinaio[25].

Le aperture continuarono nel 1964 in città quali Detroit a febbraio,[26] Kansas City il 13 giugno,[27][17] Baltimora l'11 luglio[27] e Cincinnati il 19 settembre[28]. Nella notte di capodanno 1965 fu inaugurato il club di Los Angeles[29][30] e il giorno seguente un intero resort a Ocho Rios, in Giamaica, chiamato Playboy Club-Hotel[29]. Il personale del resort giamaicano, prima proprietà internazionale della Playboy Enterprises, si componeva principalmente di persone del posto, compresa la maggior parte delle conigliette, le quali furono formate dalle rimanenti ragazze americane. Per servire ai tavoli della piscina o della spiaggia, rinominata "Bunny Bay", le conigliette indossavano un particolare costume a due pezzi.[29][31] Nello stesso anno vennero aperti i Playboy Club di Atlanta (il 6 marzo)[16][N 2] e di San Francisco (a novembre)[33].

Nel febbraio 1966 venne inaugurato un locale a Boston.[34] A giugno fu aperto il primo club europeo, quello di Londra;[35] prima dell'apertura, sei ragazze selezionate tramite un concorso radiofonico volarono a Chicago per ricevere la formazione necessaria al lavoro,[36] al fine di trasmetterla alle altre 94 conigliette londinesi una volta tornate in patria[37]. Un'ulteriore proprietà internazionale fu il Playboy Club di Montréal, inaugurato il 15 luglio 1967 con 57 conigliette all'attivo,[38] mentre il 6 maggio 1968 venne aperto a Lake Geneva un secondo Playboy Club-Hotel simile a quello giamaicano, completo di campo da golf e piste da sci (nella stagione invernale le conigliette indossavano un particolare costume a tema sciistico e venivano chiamate Snow Bunny)[39][40]. Seguirono varie inaugurazioni in altre città americane e vennero aperti club anche in Giappone, nelle Bahamas (Nassau) e nelle Filippine (Manila).

L'ultimo Playboy Club degli Stati Uniti, quello di Lansing, chiuse nel luglio del 1988[41] e la catena di locali continuò ad esistere fino al 1991, quando anche il club di Manila terminò le attività[42].

OggiModifica

 
Ad oggi il costume da coniglietta viene utilizzato in eventi promozionali della Playboy Enterprises. Nella foto la playmate Alison Waite presenta un profumo al New York Comic Con 2013

Negli anni successivi alla chiusura dei Playboy Club il costume da coniglietta ha continuato ad essere utilizzato da varie modelle in eventi e fotografie (tra queste, Kate Moss, che posò per l'edizione speciale per i 60 anni della rivista[43]).

Dato che la Playboy Enterprises richiedeva a tutte le loro impiegate di riconsegnare i costumi alla fine del loro lavoro, ancora oggi molti di questi sono conservati nei magazzini della compagnia e vengono saltuariamente venduti all'asta.[44] Alcuni costumi appartengono a collezioni di musei, come il National Museum of American History dello Smithsonian[45] (non più esposto[46][47]), il Fashion Institute of Design & Merchandising Museum di Los Angeles[48] o il Chicago History Museum[49].

Nel 2006 il Palms Casino Resort di Las Vegas aprì un Playboy Club nella Fantasy Tower,[50] e Roberto Cavalli venne scelto per ridisegnare il costume[51]. Lo stilista italiano aggiunse un corsetto esterno, ammorbidì i tessuti, alzò la linea delle gambe e allungò le orecchie piegandole leggermente in avanti.[52] Il club ha chiuso i battenti nel 2012.[53] Nel 2010 venne aperto un club a Londra[54] e per l'occasione il brand americano Marchesa disegnò una nuova versione del costume, poi venduta all'asta per beneficenza[55]. Nello stesso anno si inaugurarono club in Macao[56][57] e a Cancún[58], tuttavia il primo chiuse nel 2013[59] e il secondo nel 2014[60]. Nel 2012 venne aperto un nuovo club a Colonia, in Germania, dove lavorarono 8 conigliette, ma fu chiuso dopo soli nove mesi per motivi economici.[61] Nel 2012 Playboy decise di aprire vari club in India, cominciando da un locale sulla spiaggia nello stato di Goa.[62] Per venire incontro alle leggi locali lo stilista Mohini Tadikonda dovette modificare l'uniforme da coniglietta,[63] ma nonostante ciò la licenza venne negata da parte delle autorità.[64] Playboy poté inaugurare in seguito altri locali in tre città indiane,[N 3] ma nessuna coniglietta venne assunta per lavorarci. Nel 2018, a New York, è stato aperto un nuovo Playboy Club in cui hanno lavorato 54 conigliette,[65] ma il locale è stato chiuso l'anno seguente per mancanza di clienti[66].

 
Thaíz Schmitt, Márcia Spézia e Ana Lúcia Fernandes ad un evento Playboy a San Paolo del Brasile nel 2009

In Brasile, nonostante non fossero presenti Playboy Club, la divisione brasiliana di Playboy utilizzò delle conigliette ("coelhinas" in portoghese) per i propri eventi. Inizialmente le conigliette ufficiali furono Thaíz Schmitt, Márcia Spézia e Ana Lúcia Fernandes, che furono anche playmate e comparvero insieme sulla copertina del numero speciale natalizio di dicembre 2008.[67] In seguito vennero sostituite da Camila Vernaglia e Priscila Muniz[68] fino al 2015, anno in cui l'editore Editora Abril decise di interrompere le pubblicazioni. Per il rilancio della rivista avvenuto nel 2016 ad opera della PBB Entertainment, vennero selezionate diverse conigliette promozionali, scelte in modo da rappresentare al meglio la varietà demografica del Paese.[69][N 4] Le pubblicazioni sono state interrotte definitivamente nel 2018. In modo del tutto analogo, l'edizione thailandese della rivista pubblicata negli anni 2010 diede il titolo di "Bunny Girl" ad alcune modelle promozionali.[73]

Il costume da coniglietta è molto popolare in Giappone, ma non è comunemente associato a Playboy e viene semplicemente chiamato "Bunny suit" (バニースーツ banī sūtsu?), mentre le ragazze che lo indossano sono dette "Bunny Girl" (バニーガール banī gāru?). Fece la sua comparsa per la prima volta a metà degli anni '60, indossato dalle cameriere di alcuni locali aperti in maniera indipendente dalla Playboy Enterprises, come ad esempio gli Esquire Club (エスカイヤクラブ?). Il primo Playboy Club asiatico vero e proprio, infatti, venne inaugurato a Tokyo solo nel dicembre 1976, in seguito al successo dell'edizione giapponese della rivista, e vi lavorarono 40 conigliette.[74] Molti locali indipendenti con questo tipo di cameriere continuano ad esistere in Giappone, mentre quelli inaugurati da Playboy sono tutti stati chiusi. Non essendo associato direttamente alla rivista americana, il costume da coniglietta viene indossato, ancora oggi, da personaggi televisivi e da idol. Inoltre ha fatto la sua comparsa in manga e anime, vestito da personaggi di finzione come, per esempio, Ranma Saotome,[75] Bulma di Dragon Ball,[76] Haruhi Suzumiya o la protagonista dei cortometraggi Daicon III e Daicon IV. Compare addirittura nel titolo del primo numero della serie di light novel Seishun buta yarō, dal momento che la protagonista fa la sua prima apparizione girovagando in una libreria con indosso un costume da coniglietta.[77] Questo fenomeno culturale è simile al nekomimi, il costume da felino, e al kemonomimi in genere.

Formazione e comportamentoModifica

 
Una coniglietta del Playboy Club di Miami con Tony Bennett nel 1963

Per diventare una coniglietta le ragazze erano accuratamente selezionate tramite audizioni e, una volta accettate, dovevano frequentare una settimana di corsi di formazione soprannominata "Bunny Boot Camp". Durante il primo giorno veniva loro consegnato il manuale ufficiale e veniva controllata la loro postura, il trucco e il loro modo parlare. Nel secondo giorno venivano istruite su come portare le pietanze ai tavoli. Nei giorni restanti facevano pratica delle varie forme di servizio. La settimana si concludeva con un esame scritto, l'adattamento del costume alle loro forme, una visita medica, appuntamenti per il trucco e per i capelli.[20] Negli anni '70 Victor Lownes utilizzò la sua tenuta di campagna nell'Hertfordshire (la "Stocks") come luogo per formare le conigliette.[78]

In ogni Playboy Club era presente la "Bunny Mother" (la "Madre coniglietta") che si occupava della formazione delle ragazze e doveva definire i turni di lavoro, assumere o licenziare.[79] Una coniglietta doveva essere in grado di indentificare 143 marche di liquori e sapere come guarnire 20 varianti di cocktail.[80][20] Inoltre doveva padroneggiare alcune movenze necessarie a lavorare nei club. Tra queste la "Bunny Stance", una posa richiesta per i clienti più facoltosi in cui la coniglietta restava in piedi con le gambe incrociate. Quando una coniglietta riposava o aspettava prima di entrare in servizio, doveva sedersi sullo schienale di una sedia o di una poltrona, nella cosiddetta "Bunny Perch". La movenza più famosa era la "Bunny Dip" (inventata da Kelly Collins, famosa come "la coniglietta perfetta"[81]) che permetteva ad una coniglietta di servire i drink senza piegarsi in avanti verso i clienti. Per eseguirla correttamente, la ragazza doveva curvarsi leggermente all'indietro tenendo il ginocchio sinistro appoggiato dietro la gamba destra. Così facendo evitava di rovinare il costume[82] e, vista sia da davanti e sia da dietro, manteneva un certo livello di decoro[18]. Esistevano vari tipi di conigliette, come la "Door Bunny", la "Cigarette Bunny", la "Floor Bunny", la "Playmate Bunny" o la "Jet Bunny" (una coniglietta appositamente selezionata e formata per diventare assistente di volo nel "Big Bunny", il jet di Playboy).

Le conigliette potevano beneficiare di un'assicurazione di gruppo, di ferie pagate e di un pasto al giorno. Potevano inoltre ricevere le copie di Playboy e di VIP in anticipo e acquistare prodotti dell'azienda a prezzo scontato.[79] Pagando un affitto mensile di 50 dollari, le ragazze del club di Chicago potevano vivere in un dormitorio all'ultimo piano della Playboy Mansion ed usufruire di alcuni servizi della casa, come la piscina e la sauna.[20][21] Esisteva un sistema di valutazione delle conigliette per cui guadagnavano punti di merito o di demerito in base alla qualità del lavoro svolto e al comportamento tenuto nel club. I punti di merito erano poi convertiti in denaro, mentre raggiunti i 100 punti di demerito scattava il licenziamento. Lavoravano in turni da 8 ore al giorno e nella maggior parte dei club erano pagate su base settimanale, tranne le addette ai cocktail che venivano pagate per ogni ora di lavoro.[79]

Le ragazze erano responsabili per il loro aspetto fisico e prima di cominciare il turno dovevano essere controllate dalla Bunny Mother. Inizialmente venne vietato loro di frequentare i clienti o i colleghi al di fuori del locale, pena il licenziamento immediato,[79] tuttavia nel 1975 questa regola venne eliminata da Hefner in seguito alle richieste delle conigliette[83]. I clienti non potevano toccarle, ma potevano ballarci assieme, intrattenere brevi discussioni e farsi immortalare con loro in foto.[79] Inoltre, alle ragazze non era permesso bere alcolici durante le ore di lavoro.[79] Una sarta era disponibile a qualunque ora per aiutare le ragazze con le loro uniformi e per aggiustare eventuali danni.[79] I costumi erano fatti su misura per ogni coniglietta nel club in cui lavoravano e si componevano di due elementi principali: una parte frontale, già cucita a coppe di diverse taglie, e una posteriore che la sarta doveva unire in modo che il costume si adattasse perfettamente al corpo della ragazza.

CriticheModifica

Il trattamento ricevuto dalle conigliette fu reso pubblico nel 1963 nell'articolo "A Bunny's Tale" scritto dalla giornalista Gloria Steinem per la rivista Show[84][85] e ristampato nel 1983 nel suo libro Outrageous Acts and Everyday Rebellions[86]. Steinem lavorò per qualche tempo come coniglietta nel Playboy Club di New York e descrisse nel suo articolo le condizioni di sfruttamento e le richieste di natura sessuale che venivano fatte e che erano al limite della legge.[87] Dall'articolo è stato tratto l'omonimo film TV del 1985 con Kirstie Alley nel ruolo di Gloria Steinem.

Sulle pagine di Playboy l'articolo fu definito come il più "rumoroso" fra i vari exposé dedicati alle conigliette, ma con un contenuto "non così rumoroso",[20] piuttosto un miscuglio di mezze verità, insinuazioni e frasi totalmente false[21].

NoteModifica

Annotazioni
  1. ^ Nota come Ilse, Ilze o Ilsa.[1]
  2. ^ In precedenza l'Anchorage (oggi Clermont Lounge) fu noto come Atlanta's Playboy Club. Playboy intentò causa al locale nel 1966 obbligando i gestori a cambiarne il nome.[32]
  3. ^ Hyderabad (2014), Mumbai (2016) e Nuova Delhi (2017)
  4. ^ Per il party inaugurale del 12 aprile 2016 furono scelte Rafaela Prado, Luana Benetton e Bruna Carolina Luppi.[70] A fine 2016 le conigliette ufficiali erano Ariennes Kawahira Gasparotto, Bruna Tavares e Luana Benetton.[71] Nel gennaio 2018, in occasione di un'edizione speciale di Playboy Brasil, erano in cinque: Katiely Kathissumi, Ariennes Kawahira Gasparotto, Bruna Tavares, Renata Kárelin e Brenda Olivieri.[72]
Fonti
  1. ^ a b (EN) Tori Lynn Adams e Michele Sleighel, Our Strong Suit, in Playboy, vol. 67, n. 1, Inverno 2020, pp. 214-215, ISSN 0032-1478 (WC · ACNP). URL consultato il 12 gennaio 2020.
  2. ^ (EN) Katie Warren, A Playboy Bunny is not the same as a Playboy Playmate, in Business Insider, 9 febbraio 2019.
  3. ^ (EN) Victor Lownes, The day the bunny died, L. Stuart, 1983, pp. 39-40.
  4. ^ Scott, p. 53.
  5. ^ (EN) Bruce Handy, A Bunny Thing Happened: An Oral History of the Playboy Clubs, in Vanity Fair, maggio 2011.
  6. ^ (EN) Julee Wilson, Zelda Wynn Valdes: Black Fashion Designer Who Created The Playboy Bunny Outfit, in Huffington Post, 7 febbraio 2013. URL consultato il 29 giugno 2018.
  7. ^ (EN) Dominique Norman, The Influential Designer Behind the Playboy Bunny Uniform, in The Observer, 10 maggio 2017. URL consultato il 29 giugno 2018.
  8. ^ (EN) Tanisha C. Ford, Zelda Wynn Valdes: A fashion designer who outfitted the glittery stars of screen and stage, in The New York Times. URL consultato il 1º settembre 2020.
  9. ^ Scott, p. 54.
  10. ^ (EN) Great opportunity for the 30 most beautiful girls in Chicagoland, in Chicago Tribune, 4 gennaio 1960, p. 62.
  11. ^ (EN) The Playboy Club, in Playboy, vol. 7, n. 8, agosto 1960, pp. 40-44.
  12. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 8, n. 7, luglio 1961, p. 33.
  13. ^ (EN) The Miami Playboy Club, in Playboy, vol. 8, n. 9, settembre 1961, pp. 65-67.
  14. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 8, n. 9, settembre 1961, p. 59.
  15. ^ (EN) The New Orleans Playboy Club, in Playboy, vol. 9, n. 3, marzo 1962, pp. 52-55.
  16. ^ a b (EN) The Bunnies of Dixie, in Playboy, vol. 13, n. 8, agosto 1966, pp. 102-112, 116, 155-156.
  17. ^ a b (EN) The Bunnies of Missouri, in Playboy, vol. 14, n. 3, marzo 1967, pp. 112-121, 146-151.
  18. ^ a b (EN) The New York Playboy Club, in Playboy, vol. 10, n. 4, aprile 1963, pp. 76-84.
  19. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 10, n. 3, marzo 1963, p. 51.
  20. ^ a b c d e f g (EN) The Bunnies, in Playboy, vol. 10, n. 7, luglio 1963, pp. 90-101, 119-123.
  21. ^ a b c (EN) The Bunnies of Chicago, in Playboy, vol. 11, n. 8, agosto 1964, pp. 86-99, 140-144.
  22. ^ (EN) Playboy's Playmates: The First 15 Years, Playboy Press, 1983, pp. 3-5.
  23. ^ (EN) Bunny Hug, in Playboy, vol. 9, n. 8, agosto 1962, pp. 60-65.
  24. ^ (EN) Playboy Bunnies, Playboy Press, 1972, p. 126.
  25. ^ (EN) Playboy Bunnies #2, Playboy Press, 1979, p. 3.
  26. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 11, n. 2, febbraio 1964, p. 39.
  27. ^ a b (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 11, n. 8, agosto 1964, p. 31.
  28. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 11, n. 9, settembre 1964, p. 57.
  29. ^ a b c (EN) The Big Bunny Hop, in Playboy, vol. 12, n. 6, giugno 1965, pp. 95-104, 200-201.
  30. ^ (EN) The Bunnies of Hollywood, in Playboy, vol. 14, n. 12, dicembre 1967, pp. 194-203, 289-292.
  31. ^ (EN) Cat Auer, The Rabbit in paradise, in Playboy, vol. 66, n. 2, primavera 2019, pp. 210-214, ISSN 0032-1478 (WC · ACNP).
  32. ^ (EN) At the club, in VIP - The Playboy Club Magazine, estate 1966.
  33. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 13, n. 3, marzo 1966, p. 33.
  34. ^ (EN) Jasmine Heyward, When Boston had a Playboy Club, in Boston.com, 28 settembre 2017.
  35. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 13, n. 6, giugno 1966, p. 153.
  36. ^ (EN) Bunny from Britain, in Playboy, vol. 14, n. 5, maggio 1966, pp. 110-117.
  37. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 12, n. 10, ottobre 1965, p. 49.
  38. ^ (EN) Ian McGillis, Montreal Playboy Club lives again in former Bunny's novel, in Montreal Gazette, 5 aprile 2019.
  39. ^ (EN) Playboy Club News, in Playboy, vol. 15, n. 7, luglio 1968, p. 43.
  40. ^ (EN) The Lake Geneva Playboy Club-Hotel, in Playboy, vol. 16, n. 5, maggio 1969, pp. 134-144, 148, 208-209.
  41. ^ (EN) Vickki Dozier, From the Archives: Hugh Hefner's Lansing Playboy Club, in Lansing State Journal, 10 aprile 2015. URL consultato il 28 agosto 2021.
  42. ^ (EN) Paul John Caña, For Members Only: The Splashy Opening and Slow Collapse of the Playboy Club in Manila, in Esquire, 24 agosto 2020. URL consultato il 7 ottobre 2020.
  43. ^ (EN) Jenn Selby, Kate Moss’ Playboy cover revealed for 60th anniversary edition, in The Independent, 2 dicembre 2013. URL consultato il 12 gennaio 2020.
  44. ^ (EN) FAQ'S, su explayboybunny.com. URL consultato il 26 aprile 2012.
  45. ^ (EN) The Bunny Costume, su historywired.si.edu, History Wired. URL consultato il 2 settembre 2020 (archiviato dall'url originale l'8 agosto 2002).
  46. ^ (EN) Playboy Bunny Costume, su americanhistory.si.edu, National Museum of American History. URL consultato il 2 settembre 2020.
  47. ^ (EN) Subject Files, circa 1945-1987 and related records, 1920-1930 (PDF), Smithsonian Instution Archives, p. 70.
  48. ^ (EN) Kevin Jones, A Colony of Colors: The Iconic Playboy Bunny, su blog.fidmmuseum.org, FIMD Museum Blog, 28 settembre 2017. URL consultato il 12 gennaio 2020.
  49. ^ (EN) Costumes, su chicagohistory.org, Chicago History Museum. URL consultato il 26 aprile 2012 (archiviato dall'url originale il 25 maggio 2006).
  50. ^ (EN) Ryan Nakashiima, Playboy Resurrects Nightclub in Vegas, in Washington Post, 1º ottobre 2006.
  51. ^ (EN) Roberto Cavalli is working on his very own Bunnies, in Vogue UK, 30 giugno 2005.
  52. ^ (EN) Ruth La Ferla, Redesigning Bunnies, From the Tail Up, in The New York Times, 3 novembre 2005. URL consultato il 12 gennaio 2020. Ristampato in (EN) Playboy Bunnies are revamped, in Taipei Times, 7 novembre 2005. URL consultato l'11 ottobre 2020.
  53. ^ (EN) Samantha Rea, Where have all the Playboy Bunnies gone?, in Las Vegas Sun, 14 settembre 2015. URL consultato il 27 luglio 2019.
  54. ^ (EN) New Playboy club to open in London, in The Telegraph, 19 ottobre 2010. URL consultato il 27 luglio 2019.
  55. ^ (EN) Ella Alexander, Marchesa redesigns Playboy bunny costumes, in Vogue UK, 21 April 2011 (archiviato dall'url originale il 24 aprile 2011).
  56. ^ (EN) Fancy hopping in as a Playboy bunny?, in The Sydney Morning Herald, 12 novembre 2010. URL consultato il 4 agosto 2020.
  57. ^ (EN) Kate O'Keeffe, Playboy Bunnies Land in Macau, in The Wall Street Journal, 22 novembre 2010.
  58. ^ (EN) Playboy Club Cancun Brings Exciting Nightlife and Gaming to One of the World's Most Popular Travel Destinations, in PR Newswire, Chicago, 2 dicembre 2010. URL consultato il 10 marzo 2016.
  59. ^ (EN) Wilson Ng, Playboy Club Sands Macao has closed down, in Places and Foods, 2 ottobre 2013. URL consultato il 29 dicembre 2015.
  60. ^ (EN) Phil, Mexican Ministry closes six casinos including Playboy Cancun, in G3 Newswire, 30 aprile 2014. URL consultato il 29 dicembre 2015.
  61. ^ (DE) May Von Bastian, Sexy Häschen ohne Job Pleite! Playboy-Club macht dicht!, in Express, 17 maggio 2013. URL consultato il 19 gennaio 2020.
  62. ^ (EN) Nyay Bhushan, Playboy Club to Open in India, in The Hollywood Reporter, 1º novembre 2011. URL consultato il 12 gennaio 2020.
  63. ^ (EN) Rebecca Adams, Playboy Bunny Costume Gets A New Sari-Inspired Look For India, Huffington Post, 22 dicembre 2012.
  64. ^ (EN) Playboy denied licence to open beach club in India's party state of Goa, in Guardian, 16 aprile 2013. URL consultato il 19 gennaio 2020.
  65. ^ (EN) Shawn McCreesh, The Bunnies Are Back, in The New York Times, 6 settembre 2018. URL consultato il 7 ottobre 2020.
  66. ^ (EN) Lois Weiss, NYC Playboy Club bunnies to hang up tails and ears after just one year, in New York Post, 14 novembre 2019. URL consultato il 12 gennaio 2020.
  67. ^ (PT) Barbara Duffles, Coelhinhas da Playboy param o Mercadão de São Paulo, in globo.com, 9 dicembre 2008. URL consultato il 31 agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 20 dicembre 2008).
  68. ^ (PT) Coelhinhas da 'Playboy' se vestem de mamãe Noel em prol de campanha, in globo.com, 15 dicembre 2014. URL consultato il 31 agosto 2020.
  69. ^ (PT) Felipe Pinheiro, Coelhinhas da "Playboy" têm cartilha e devem se comportar nas redes sociais, in Universo Online, 11 aprile 2016. URL consultato il 31 agosto 2020.
  70. ^ (PT) Veja fotos da festa de lançamento da edição da 'Playboy' que traz Luana Piovani na capa, in globo.com, 13 aprile 2016. URL consultato il 18 dicembre 2020.
  71. ^ (PT) Victória Xavier, Conheça as novas coelhinhas da Playboy Brasil, in OFuxico, 24 novembre 2016. URL consultato il 18 dicembre 2020.
  72. ^ (PT) Capa da 'Playboy' de verão terá cinco coelhinhas, in globo.com, 4 dicembre 2017. URL consultato il 18 dicembre 2020.
  73. ^ (TH) Playboy Bunny 2016, su playboy.co.th, Playboy Thailand, 17 dicembre 2015. URL consultato il 6 giugno 2021 (archiviato dall'url originale il 7 dicembre 2019).
  74. ^ (FR) Loic Salmon, Le premier Playboy Club d'Asie a ouvert ses portes à Tokyo, in La Revue du Liban et de l'Orient arabe, n. 901-916, 1976, p. 42.
  75. ^ Ranma ½, vol. 5, cap. 44, novembre 1988; Ranma ½, vol. 10, cap. 101, aprile 1990; Ranma ½, vol. 29, cap. 310, luglio 1994; Ranma ½, vol. 34, cap. 363, agosto 1995 (i capitoli 44 e 101 sono stati trasposti negli episodi 26 e 45 della serie animata). Il vestito da coniglietta compare, inoltre, nell'episodio 56 della serie animata, una storia originale non presente nel manga.
  76. ^ Dragon Ball, vol. 1, cap. 10-11, settembre 1985; Dragon Ball, vol. 2, cap. 12-16, gennaio 1986 (i capitoli sono stati trasposti negli episodi dal 6 al 9 della serie animata).
  77. ^ (JA) Hajime Kamoshida, Seishun buta yarō wa Bunny Girl senpai no yume o minai (青春ブタ野郎はバニーガール先輩の夢を見ない?), illustrazioni di Keeji Mizoguchi, Dengeki Bunko, 2014, ISBN 978-4-04-866487-5.
  78. ^ (EN) Aldbury: Be here now, su Hertfordshire Life. URL consultato il 3 maggio 2017 (archiviato il 3 maggio 2017).
  79. ^ a b c d e f g (EN) The Playboy Club Manual, su explayboybunnies.com, Ex Playboy Bunnies, luglio 1968.
  80. ^ Scott, p. 70.
  81. ^ Scott, p. 90.
  82. ^ Scott, p. 26.
  83. ^ (EN) Patty Farmer, Will Friedwald, The Day the Bunnies Walked Out, in Playboy, vol. 64, n. 6, novembre/dicembre 2017, pp. 163-166, ISSN 0032-1478 (WC · ACNP).
  84. ^ (EN) Gloria Steinem, A Bunny's Tale (PDF), in Show, maggio 1963, pp. 90-93, 114-115 (archiviato dall'url originale il 18 dicembre 2014).
  85. ^ (EN) Gloria Steinem, A Bunny's Tale Part II (PDF), in Show, giugno 1963, pp. 66-68, 110-116 (archiviato dall'url originale il 28 dicembre 2013).
  86. ^ (EN) Gloria Steinem, I Was a Playboy Bunny (PDF), in Outrageous Acts and Everyday Rebellions, New York City, Plume Books, 1995 [1983], pp. 32-75 (archiviato dall'url originale il 27 ottobre 2011).
  87. ^ (EN) Interview With Gloria Steinem, su youtube.com, ABC News, 7 agosto 2011.

BibliografiaModifica

  • Joe Goldberg, Big Bunny: The Inside Story of Playboy, New York, Ballantine Books, 1967.
  • Josh Robertson, 50 Years of the Playboy Bunny, San Francisco, Cronicle Books, 2010, ISBN 978-0-8118-7226-3.
  • Kathryn Leigh Scott, The Bunny Years, Simon and Schuster, 2011 [1998], ISBN 978-1-4516-6327-3.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica