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Cosa fatta capo ha ("una cosa fatta non può essere disfatta" e ha come suo effetto il "capo", l'inizio di nuovi avvenimenti) è un'espressione proverbiale che mette in evidenza come un'azione ormai compiuta non possa esser mutata da discussioni e temporeggiamenti che non possono cambiare una decisione che, buona o cattiva, è stata messa in atto. [1] [2]

Indice

OriginiModifica

 
Francesco Saverio Altamura, Matrimonio medievale: le nozze di Buondelmonte

La storica frase molto antica risale all'episodio dell'offesa fatta da un personaggio storico fiorentino del primo Duecento Buondelmonte de' Buondelmonti alla famiglia degli Amidei. Buondelmonte per riparare a una zuffa avvenuta con gli Amidei [3] aveva promesso di sposare una ragazza della loro famiglia ma poi aveva rotto il fidanzamento perché si era nel frattempo innamorato di una donna di casa Donati. Il mancato matrimonio fu visto come una terribile offesa dagli Amidei, i quali giurarono di vendicarsi.

Gli Amidei tennero consiglio sul da farsi «e benché alcuni discorressero i mali che da quella cosa dovessero seguire, il Mosca Lamberti disse, che chi pensava assai cose, non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella trita e nota sentenza: Cosa fatta, capo ha» [4] nel senso che una risoluzione per quanto drastica era sempre meglio di una paralizzante immobilità nell'indecisione.

L'avvenimento è ricordato da Dante Alighieri che giudica severamente Mosca Lamberti accusandolo con la sua sentenza di aver dato l'avvio alla vendetta degli Amidei che causarono tra i cittadini partigiani dei Buondelmonti e quelli sostenitori degli Amidei, una divisione dalla quale si sviluppò quella tra Guelfi e Ghibellini:

«gridò: "Ricordera' ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, 'Capo ha cosa fatta',
che fu mal seme per la gente tosca".

E io li aggiunsi: "E morte di tua schiatta";
per ch'elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.» [5]

Giovanni Villani racconta quasi benevolmente le vicende relative all'uccisione di Buondelmonte ritraendolo come «molto leggiadro e bello cavaliere.» spinto dall'amore a sposare un'altra donna [6].

NoteModifica

  1. ^ Accademia della Crusca
  2. ^ Treccani.it
  3. ^ Durante un banchetto, un giullare burlone tolse all'improvviso un piatto davanti a Buondelmonte dei Buondelmonti e a Uberto degli Infangati: il primo non accettò lo scherzo e se la prese a male e allora un terzo convitato, Odarrigo (o Arrigo) de' Fifanti, noto sobillatore di risse, accusò villanamente Uberto della scomparsa del piatto. Questi rispose a tono ("Tu menti per la gola!") , accusando Oddo di essersi intromesso nella discussione per prendersi il piatto; questi reagì a sua volta lanciando in faccia a Uberto un tagliere pieno di carne. Finito il banchetto, mentre si sparecchiava, si scatenò una rissa durante la quale Buondelmonte aggredì Odarrigo con un coltello e lo ferì al braccio. (in Enrico Faini, Il convito del 1216. La vendetta all’origine del fazionalismo fiorentino, pp.9-36
  4. ^ Opere di Niccolò Machiavelli cittadino e segretario fiorentino, Volume 1, 1813, p.67
  5. ^ Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVIII, vv. 103-108
  6. ^ Giovanni Villani, Nova Cronica, V, 38

BibliografiaModifica

  • Historia antica di Ricordano Malispini gentil'huomo fiorentino. Dall'edificazione di Fiorenza per insino all'anno MCCLXXXI. Con l'aggiunta di Giachetto suo nipote dal detto anno per insino al 1286. Nouamente posta in luce. In Fiorenza, nella stamperia de i Giunti, 1568 (poi anche 1598)
  • Carlo Lapucci, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Garzanti 1990
  • Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica