Critica della ragion pura

libro del 1781 di Immanuel Kant
Critica della ragion pura
Titolo originaleKritik der reinen Vernunft
Kant Kritik der reinen Venunft 1781.jpg
Prima edizione dell'opera
AutoreImmanuel Kant
1ª ed. originale1781
Generesaggio
Sottogenerefilosofia
Lingua originaletedesco
Seguito daCritica della ragion pratica

La Critica della ragion pura (titolo originale Kritik der reinen Vernunft) è l'opera maggiormente nota di Immanuel Kant. Pubblicata nel 1781, ed in seguito ampiamente rimaneggiata nella seconda edizione del 1787, è suddivisa in due parti:

  • 1. La Dottrina trascendentale degli elementi, che costituisce la prima parte (generalmente più nota della seconda), a sua volta suddivisa in due grandi ripartizioni:
    • Estetica trascendentale
    • Logica trascendentale (composta dall'Analitica trascendentale e dalla Dialettica trascendentale)
  • 2. La Dottrina trascendentale del metodo.
Critica della ragion pura schema (Immanuel Kant).png

Il concetto di criticaModifica

 
Immanuel Kant

Per critica in ambito kantiano si intende quell'atteggiamento filosofico che consiste nell'interrogarsi programmaticamente circa il fondamento di determinate esperienze della conoscenza umana ai fini di chiarirne la possibilità (ovvero le condizioni che ne permettono l'esistenza), la validità (ovvero i titoli di legittimità o non-legittimità che le caratterizzano) e i limiti (ovvero i loro confini di validità).

L'obiettivo centrale della filosofia kantiana, in special modo nella sua fase "critica" è quello di stabilire che cosa possiamo conoscere con certezza. Ripercorrendo le fondamenta del pensiero moderno e riferendosi alla ricerca e alla scoperta di verità certe o presunte tali (come nel caso di Cartesio), Kant intende indicare quali sono i presupposti necessari al fine di garantire un'esperienza certa del mondo, e ad essere più precisi, quali elementi, tipici dell'essere umano, permettono di costruire una conoscenza scientifica del mondo. Non si deve dimenticare che, almeno per la cultura accademica tardo-illuminista tedesca, il termine scienza indica tutto quell'universo dottrinale fondato sulle teorie di autori quali, per esempio, Euclide, Aristotele, Leibniz e Newton.

Nell'istanza critica di Kant risulta quindi centrale l'aspetto del limite: il criticismo infatti si presenta come una filosofia del limite e può venir definito un'ermeneutica della finitudine, ossia come un'interpretazione dell'esistenza volta a stabilire nei vari settori le "colonne d'Ercole dell'umano" e quindi il carattere limitato delle possibilità dell'esperienza. L'impossibilità della conoscenza di trascendere i limiti dell'esperienza configura l'effettiva validità della conoscenza stessa.

È da sottolineare come il criticisimo di Kant sia anche frutto di influenze provenienti da un determinato quadro storico: la rivoluzione scientifica e la crisi delle metafisiche tradizionali portarono indubbiamente alla formulazione di argomentazioni opposte al dogmatismo, interrogativi riguardanti l'ipotetica nascita di una morale indipendente ed altri invece relegati alla sfera sentimentale dell'uomo. Da qui si può facilmente dedurre come il criticismo si sia concentrato sui fondamenti del sapere, della morale e dell'esperienza estetica e sentimentale: argomenti trattati nelle tre opere di Kant (Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica e Critica del giudizio). Da questo punto di vista il kantismo può essere visto come legato all'empirismo inglese che era cominciato già con Locke e che fu difeso dall'Illuminismo nel Settecento: entrambi insistono sui limiti conoscitivi dell'uomo.

Tuttavia il kantismo si distingue dall'empirismo per l'analisi critica che viene effettuata a monte: sulle condizioni di possibilità e i limiti di validità della conoscenza. Quindi mentre gli illuministi lasciarono la ragione come "lume" intoccabile, Kant porta davanti al tribunale della ragione la ragione stessa, per chiarirne in modo esauriente strutture e possibilità.

«[La critica] è un invito alla ragione di assumersi nuovamente il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé, e di erigere un tribunale, che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamento...; e questo tribunale non può essere se non la critica della ragion pura stessa....critica della facoltà della ragione in generale riguardo a tutte le conoscenze alle quali essa può aspirare indipendentemente da ogni esperienza; quindi la decisione della possibilità o impossibilità di una metafisica in generale, e la determinazione così delle fonti, come dell'ambito e dei limiti della medesima, e tutto dedotto da princìpi.[1]»

Le condizioni di possibilità della conoscenza inoltre precedono ogni esperienza empirica, non possono essere raggiunte dai sensi ma devono essere descritte da un'analisi critica svolta dalla ragione.

Per via dello scetticismo humiano che aveva confutato il sapere fondato delle scienze, rendendolo instabile, Kant decide di riesaminare globalmente le fondamenta del sapere delle scienze, cioè la matematica e la geometria (trattate nell'Estetica Trascendentale), la fisica (Analitica Trascendentale) e infine la metafisica (Dialettica Trascendentale). La fondazione del sapere è quindi di fatto affidata al criticismo. La lettura di questo termine ci deve ricondurre ad una doppia esigenza: una di ordine programmatico ed una di ordine metodologico. Programmaticamente, il criticismo è appunto la scoperta delle condizioni di possibilità che permettono la conoscenza; metodologicamente, esso è la capacità di risalire dalla conoscenza che il soggetto ha del mondo per comprenderne i presupposti e le condizioni di possibilità. L'orizzonte metodologico rimanda allo scopo prefissato, e il progetto di ricerca legittima la scelta metodologica. È nell'immagine del mondo, offerta dall'esperienza, che Kant pensa di poter trovare la conoscenza delle strutture fondamentali della ragione umana con cui è resa possibile la conoscenza e la scienza del mondo. Presupposto fondamentale di tutta la ricerca è quindi la coscienza che il soggetto ha del mondo, conoscenza del mondo o meglio immagine del mondo, definita da Kant fenomeno. Il soggetto dunque ha un ruolo centrale nel problema epistemologico e l'esperienza, il limite della conoscenza stessa, non pregiudica una conoscenza necessaria ed universale: per questo Kant può analizzare le condizioni di possibilità e validità di quest'ultima.

Kant si pone in quest'opera le seguenti domande:

  • Com'è possibile la matematica pura?
  • Com'è possibile la fisica pura?
  • Com'è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale?
  • Com'è possibile la metafisica come scienza?

Analisi e organizzazioneModifica

La Critica della ragion pura è la prima e la più grande delle tre critiche scritte dal filosofo. Il termine Critica - dal termine greco κρισις (krisis), dal verbo κρινω (krino): separare, dividere, decidere - è qui inteso nel senso di "analisi".

In particolare la Prima Critica in Kant dichiara tre scopi generali:

  • Chiarire le possibilità e le condizioni che permettono un'esperienza.
  • Chiarire la validità, cioè la legittimità di un'esperienza.
  • Chiarire i limiti, i confini, gli ambiti dell'esperienza.

Con Ragion Pura si intende ogni forma di conoscenza che si ha prima di ogni esperienza, quindi a priori.

In sintesi dunque la Critica della ragion pura analizza l'esistenza, la validità e i limiti della conoscenza a priori, a tal fine Kant pone la ragione d'innanzi ad un tribunale, ossia sottopone a giudizio la ragione (anche se tuttavia la ragione, in tale giudizio, è sia imputato sia giudice, in quanto l'unico mezzo che l'uomo ha per giudicare).

Scomposizione ed esame del titolo dell'operaModifica

  • Critica = analisi delle condizioni di pensabilità e conoscibilità dell'oggetto da parte del soggetto.
  • Della = sta ad indicare la critica sia come data sia come ricevuta: è la ragione che mette in atto la critica della ragione stessa.
  • Ragione = considerata in senso lato come " facoltà che dà i principi della conoscenza a priori" .
  • Pura = perché assolutamente indipendente dall'esperienza tradizionalmente riferita alla materia impura.

Organizzazione e analisi riassuntiva dell'operaModifica

Di seguito sono elencati i principali punti trattati dall'opera:

  • Dottrina trascendentale degli elementi
    • Estetica trascendentale (studio della sensibilità e delle intuizioni pure di spazio e tempo;)
      • Esposizione metafisica (confutazione delle concezioni di spazio e tempo secondo Locke, Newton e Leibniz)
      • Esposizione trascendentale (fondazione delle matematiche su spazio e tempo)
    • Logica Trascendentale
      • Analitica trascendentale (studio dell'intelletto e delle sue forme a priori)
        • Analitica dei concetti (studio della legittimità delle categorie e delle loro caratteristiche)
        • Deduzione trascendentale (giustificazione dell'utilizzo delle categorie per unificare le intuizioni empiriche)
        • Deduzione metafisica
        • Analitica dei principi (studio dell'applicazione delle categorie alle intuizioni empiriche tramite gli schemi temporali)
      • Dialettica Trascendentale (studio della ragione e dell'erroneo utilizzo delle categorie nella formazione delle idee)
  • Dottrina trascendentale del metodo.

La Rivoluzione CopernicanaModifica

Si parla di rivoluzione copernicana di Kant poiché egli attua una rivoluzione in campo gnoseologico pari a quella che attuò Copernico in campo astronomico. Il fisico scoprì che non è la Terra ad essere posizionata al centro dell'universo come sosteneva la teoria tolemaica e postulò quindi che fosse il Sole ad essere al centro e la Terra a ruotargli attorno (teoria eliocentrica).

Kant usa l'immagine di Copernico in ambito filosofico: se vogliamo capire i meccanismi della conoscenza dobbiamo ribaltare il tradizionale modo di considerarla: com'è accaduto per l'apparente movimento del Sole, dobbiamo fare riferimento alla Terra, al soggetto, al modo di funzionamento del suo intelletto e non alla cosa conosciuta. Se insistessimo su quest'ultimo punto di vista ci scontreremmo con lo scetticismo di David Hume che dimostrava incontrovertibilmente che la conoscenza, in specie quella scientifica, non aveva nessuna certezza.

Dall'analisi della ragione, del soggetto conoscente, risulta che una conoscenza valida per tutti gli uomini, universale quindi, e necessaria è invece possibile poiché tutti condividono la stessa dinamica conoscitiva, rappresentata da quelle funzioni trascendentali della nostra mente che sono gli a priori: modi di funzionamento che, in quanto forme prive di contenuto, appartengono allo stesso modo a tutti, e che fanno sì che, quando si elaborano considerazioni circa un oggetto, queste costituiscono un fondamento valido per tutti.

«Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti, in quanto questa deve essere possibile a priori.[2]»

Per approfondire ulteriormente si deve specificare come i giudizi sintetici a priori non derivino ovviamente dall'esperienza: Kant elabora così una nuova teoria della conoscenza considerata come insieme di materia e forma. La materia è la molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili che derivano dall'esperienza, mentre la forma è l'insieme delle modalità fisse attraverso le quali la mente umana ordina tali impressioni. Esse possono essere considerate come dei filtri, delle forme innate che appartengono ad ogni soggetto pensante: quindi per tale caratteristica Kant può affermare come sia possibile l'esistenza di una conoscenza con validità universale.

Diverse sono le implicazioni che Kant compie con questa "rivoluzione copernicana" in filosofia: per prima cosa non è più la mente che si modella sulla realtà, ma è la realtà che si modella sulle forme a priori. In altre parole è il soggetto stesso che attraverso il suo pensiero va a costruire il mondo dell'esperienza. In secondo luogo, la nuova teoria della conoscenza comporta la distinzione tra "fenomeno" e "noumeno": il fenomeno è la realtà che ci appare tramite le forme a priori, esso si manifesta ed è un oggetto reale solo nel rapporto con il soggetto pensante e conoscente. Il noumeno è invece la "cosa in sé", esso esiste ma non si manifesta e non viene percepito ed è una realtà considerata indipendentemente dal soggetto e dalle sue forme a priori.

La conoscenzaModifica

Per Kant la conoscenza non può essere altro che fenomenica. La parola fenomeno nel linguaggio greco significa "ciò che appare". La conoscenza fenomenica dunque è apparente nel senso che appare a ciascuno in modo diverso a seconda della propria sensibilità. L'unico elemento certo della conoscenza fenomenica era il rapporto di causalità che stabiliva per sempre un nesso di necessità causa-effetto tra i fenomeni. Ma dopo la critica di Hume al rapporto di causalità che ne dimostrava la contingenza riducendolo a uno stato d'animo di attesa di un effetto che poteva o che non poteva prodursi in presenza di una causa si pone per Kant la necessità di rifondare teoreticamente quella conoscenza che il progresso scientifico del resto dimostra praticamente di essere efficace: questo non sarebbe possibile se i fondamenti del sapere scientifico, come di tutto il sapere, fossero inconsistenti. Occorre dare alla conoscenza un criterio di validità universale su cui essa possa fondarsi e questo sarà reso possibile dalla scoperta delle strutture trascendentali del nostro conoscere.

Sensibilità, intelletto e ragioneModifica

Secondo Kant tutto il genere umano ha la stessa capacità di conoscere, ovvero possiede le tre facoltà conoscitive di sensibilità, intelletto e ragione.

La sensibilità che ha la facoltà discriminante di selezionare i fenomeni che interessino per la conoscenza e ha quindi il compito di selezionare i dati che vengono forniti dall'esperienza utilizzando i sensi, in modo immediato ed intuitivo: per Kant quindi la conoscenza inizia dall'esperienza.

L'intuizione sensibile del soggetto è insieme passiva quando riceve i dati sensibili, ma è anche attiva quando li inquadra nello spazio e nel tempo (forme a priori).

Lo spazio è inteso da Kant come forma del senso esterno, cioè come modo di ordinare: ad esempio il modo in cui vediamo una casa, un albero o un'altra persona.
Il tempo è invece la forma del senso interno, ossia la rappresentazione a priori a fondamento degli stati interni e del loro disporsi.

Il tempo ordina sia le sensazioni interne sia le sensazioni esterne, lo spazio solo quelle esterne: esso costituisce la maniera universale attraverso cui il soggetto percepisce gli oggetti, infatti è attraverso il senso interno che giungono i dati dall'esterno. È importante sottolineare alcune caratteristiche caratterizzanti le forme a priori qui sopra descritte:

  • Spazio e tempo non derivano dall'esperienza: perché il soggetto faccia esperienza bisogna presupporre già da prima le rappresentazioni di spazio e tempo.
  • Spazio e tempo non sono contenitori poiché se fossero dei recipienti vuoti dovrebbero continuare ad esistere: non si può però concepire un elemento che senza oggetto risulti reale. In questo senso queste forme a priori sono dei quadri mentali a cui il soggetto relaziona i dati provenienti dall'esperienza sensibile.
  • Spazio e tempo hanno una natura intuitiva.

A partire dai dati forniti dalla sensibilità l'intelletto è in grado di fornire giudizi componendo concetti, utilizzando i concetti puri: le categorie.

L'intelletto, secondo grado della conoscenza, produce giudizi e utilizza le categorie. Esse sono i filtri che permettono di organizzare il pensiero secondo una funzione determinante, raggruppante le intuizioni sensibili del soggetto.

Tavola delle categorie
Quantità Qualità Relazione Modalità
Unità Realtà Sostanza ed accidente Possibilità-impossibilità
Pluralità Negazione Causa ed effetto Esistenza-inesistenza
Totalità Limitazione Azione reciproca tra agente e paziente Necessità-contingenza

In ultima istanza interverrà la facoltà della ragione (definita come la seconda fonte di conoscenza discorsiva-attiva) la quale pretende di conoscere andando oltre la sensibilità e di spiegare la realtà nella sua totalità tramite le tre idee di anima, mondo e Dio.

«La ragione umana, anche senza il pungolo della semplice vanità dell'onniscienza, è perpetuamente sospinta da un proprio bisogno verso quei problemi che non possono in nessun modo esser risolti da un uso empirico della ragione... e così in tutti gli uomini una qualche metafisica è sempre esistita e sempre esisterà, appena che la ragione s'innalzi alla speculazione»[3]»

In sintesi le facoltà della conoscenza sono:

  • Intuizione sensibile: conoscenza immediata attraverso i sensi e le forme a priori di spazio e tempo.
  • Intelletto: la facoltà di pensare i dati ricevuti dall'intuizione sensibile attraverso le categorie.
  • Ragione: tenta di spiegare in modo totale e definitivo la realtà - oltre l'esperienza - tramite le idee di anima, mondo e Dio.

Le scienzeModifica

Per Kant l'aritmetica e la geometria sono la base di tutte le scienze:

  • Geometria = spazio
  • Aritmetica = tempo (Il numero è una successione di unità)

Kant ritiene le scienze accettabili in quanto adatte al fenomeno, cioè alla realtà così come la vedono gli esseri umani. Tutti gli esseri umani vedono allo stesso modo, infatti Kant non parla di scienza oggettiva ma di scienza universale.

Il giudizioModifica

Kant per giudizio intende una connessione di concetti che unisce un soggetto ad un predicato.

I giudizi possono essere di più tipi:

  • Analitici: (dal greco ΄'αναλύω: sciolgo) quando il predicato non aggiunge nulla al contenuto del soggetto
  • Sintetici: (dal greco συντίθημι: metto insieme) quando il predicato aggiunge qualcosa al contenuto del soggetto
  • A priori: prescindono dall'esperienza
  • A posteriori: traggono origine e dipendono dall'esperienza.

Nell'introduzione, Kant si pone il problema di definire quali giudizi siano scientifici: giunge quindi a caratterizzare la conoscenza scientifica con tre caratteristiche: universalità, necessità, fecondità. Una disciplina per essere scientifica, infatti, deve essere valida ed esprimere contenuti uguali per tutti gli uomini (universalità), deve essere altresì valida in ogni luogo ed in ogni tempo (necessità) e le considerazioni esposte devono ampliare il patrimonio conoscitivo (fecondità).

Posta questa premessa, Kant analizza le posizioni filosofiche presenti all'epoca, raggruppandole nei due grandi gruppi del dogmatismo e dell'empirismo, ed associando ad ognuno di questi una particolare tipologia di giudizio. Secondo il filosofo, tipici del razionalismo sono i giudizi analitici a priori: si tratta quindi di ragionamenti che godono di necessità ed universalità, ma non della fecondità, poiché il predicato si limita ad esplicare (cioè sciogliere) caratteristiche già presenti nel soggetto.

Gli empiristi (soprattutto l'indirizzo scettico humiano) sfruttano giudizi sintetici a posteriori: sono fecondi, ma non sono universali o necessari, in quanto sono legati all'esperienza, e non sfruttano le forme a priori (che Kant assume uguali per tutti gli uomini ed uniche forme attraverso cui è possibile la conoscenza).

Kant giunge dunque a considerare l'unica forma di conoscenza veramente scientifica: i giudizi sintetici a priori. Questi si basano sulle forme a priori della ragione umana (spazio, tempo e le dodici categorie), da cui derivano necessità ed universalità, aggiungendo nel contempo qualcosa di nuovo al soggetto (fecondità).

La scienza perciò esiste ed è universale, perché alla sua base vi sono i giudizi sintetici e a priori, quindi fecondi, universali e necessari.

La matematica come scienzaModifica

L'aritmetica e la geometria sono considerate da Kant come delle scienze sintetiche a priori per eccellenza

La matematica è anch'essa composta da giudizi, ad esempio 2 + 2 = 4 è un giudizio:

2 + 2 è il soggetto
=4 è il predicato

Il predicato in questo esempio è attività sintetica a priori, sintetica perché aggiunge qualcosa al soggetto, quindi il giudizio è fecondo perché produce un risultato nuovo a partire dal soggetto ed è necessario perché vale per tutti gli uomini, ed è a priori perché prescinde dall'esperienza.

Le matematiche si poggiano rispettivamente sui giudizi fondanti di spazio e tempo, e proprio per questo tali discipline hanno validità anche per la natura.

Estetica trascendentaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Estetica trascendentale.

Per estetica Kant non intende la scienza del bello (che viene trattata nella Critica del giudizio), ma la dottrina della sensibilità. In questa parte dell'opera si studiano infatti le condizioni a priori che rendono possibile l'intuizione sensibile. Kant ritiene che esistano solo due forme pure a priori della sensibilità: spazio e tempo; il primo è la forma dell'intuizione sensibile esterna, il secondo è la forma dell'intuizione sensibile interna. Entrambi sono forme dell'intuizione, non concetti, come Kant sottolinea polemicamente contro Leibniz.

Logica trascendentaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Pensiero di Kant § Logica trascendentale.

Kant distingue la Logica in logica generale che è quella aristotelica e logica trascendentale come quella oggetto della sua trattazione riguardante il nostro modo di conoscere trascendentale nel senso cioè non riferito agli oggetti di conoscenza ma al «nostro modo di conoscerli, in quanto possibile a priori».

A differenza della logica generale questa logica kantiana vuole analizzare le possibilità di conoscere tramite gli a priori riferiti agli oggetti.

La logica trascendentale si compone

  • dell'analitica trascendentale, la pars construens della logica, che è suddivisa in due libri: Analitica dei concetti e Analitica dei principi, in cui si tratta della logica presieduta dall'intelletto;
  • e della dialettica trascendentale, la pars destruens, in cui si tratta della logica della apparenza dove opera la ragione. La ragione non è altro che l'attività dell'intelletto tesa a unificare i dati ma andando al di là dell'esperienza in generale, formando l'idea di anima (come unificazione della totalità dei dati del senso interno), l'idea di mondo (come unificazione della totalità dei dati del senso esterno), l'idea di Dio (come unificazione della totalità dei dati del senso interno ed esterno). Tali idee, di per sé, sono inevitabili, e hanno la funzione di essere principi regolativi, ossia di stimolare sempre più la conoscenza scientifica, ma considerate come fonte di conoscenza metafisica (dell'anima e della sua immortalità, del mondo nella sua origine composizione e finalità, dell'esistenza di un ente perfettissimo, necessario e eterno) non hanno alcuna legittimità. La metafisica, dunque, non è possibile come scienza.

Stile e processo di scritturaModifica

La Critica della Ragion Pura (Kritik der reinen Vernunft) nasce, con piena consapevolezza dell’autore, dal desiderio di rivoluzionare il pensiero metafisico, superando la tradizione classica, ritenuta incapace di giungere ad una verità unica, e attuando una vera e propria “rivoluzione copernicana del pensiero gnoseologico”, tramite un’analisi delle modalità di conoscenza della mente e del soggetto. E’ inevitabile che la stesura di un’opera avente come obiettivo lo sconvolgimento di una duratura e diffusa tradizione filosofica rispecchi, stilisticamente e formalmente, tanto tale obiettivo quanto la personalità dello stesso Kant, essendo la modalità di scrittura di un’opera indicativa e fondamentale per apprendere un pensiero.

Difficoltà nella stesura e nella modalità espositivaModifica

Sorprendentemente Kant, nella lettera inviata a Marcus Herz al termine del 1773, si mostra convinto di poter concludere la critica in soli tre mesi e pubblicarla entro la Pasqua del 1774, avendo già compreso e delineato le singole tematiche del proprio pensiero. Questa convinzione sarà smentita dalla difficoltà espositiva incontrata negli anni successivi, che porterà ad una conclusione da parte sua sentita come provvisoria e insufficiente. Quanto più Kant è convinto di essere vicino al termine dell’opera, tanto più gli si stende dinanzi la strada da percorrere. Ad accrescere le aspettative nella pubblicazione sono gli ambienti letterari ed eruditi tedeschi, che si fanno sempre più pressanti, incitandolo a scrivere nuovamente, ponendo fine al lungo periodo di assenza.

«Ricevo da ogni parte rimproveri per l'inattività in cui sembra che io giaccia da lungo tempo - scrive ora Kant a Herz il 24 novembre 1776- ma davvero non sono mai stato impegnato in modo più sistematico e continuo che a partire dagli anni in cui non ci siamo più veduti. I temi dalla trattazione dei quali potrei sperare di ottenere un plauso momentaneo, mi si accumulano sotto le mani come suole accadere quando ci si è impadroniti di alcuni principi fecondi. Ma vengono tutti trattenuti, come da un argine, da un oggetto principale in rapporto al quale spero di acquistare un merito duraturo: un oggetto di cui credo anche di essere già realmente in possesso, e che ormai non è tanto necessario escogitare quanto semplicemente mettere per iscritto [...]. A seguire imperturbabilmente un piano come questo, ci vuole dell'ostinazione, se proprio lo devo dire, e spesso son stato istigato da difficoltà a dedicarmi ad altri argomenti più piacevoli, ma da questa infedeltà mi hanno ritratto indietro or l'uno or l'altra in parte il superamento di alcuni ostacoli e in parte l'importanza stessa della faccenda. Ella sa che il campo della ragione giudicante indipendentemente da tutti i principi empirici, e cioè della ra-gion pura, si deve poter abbracciare con lo sguardo perché risiede in noi stessi a priori, né può attendere rivelazioni dall'esperienza. Ora, per determinare secondo principi sicuri l'intera estensione di questo campo, le sue ripartizioni, i suoi confini, il suo contenuto, e per porre le pietre di confine così che in futuro si possa sapere con sicurezza se ci si trova sul terreno della ragione o della sofisticheria, occorrono una critica, una disciplina, un canone e un'architettonica della ragion pura, e quindi una scienza formale per cui non si può usare nulla delle scienze già esistenti, e che già nella sua fondazione ha bisogno di espressioni tecniche affatto proprie».[4]

Kant ha ben chiaro il piano sistematico e tecnico della Critica della Ragion Pura, ma non è ancora in grado di dominare in alcun modo l’aspetto letterario del lavoro. Solo nel 1779 abbiamo testimonianze, derivate dall’assidua corrispondenza con Herz, che la stesura dell’opera sia effettivamente cominciata. Al fine di conoscere al meglio le modalità di creazione e sviluppo dell’opera, numerose annotazioni -evidentemente destinate ad una fruizione unicamente individuale, in quanto prive di precisi schemi espositivi e terminologie fisse- permettono di apprendere che Kant, prima di procedere con il manoscritto, si serviva di abbozzi generali, concernenti vaste tematiche, e solo in seguito sviluppava i vari punti del proprio pensiero. E’ lecito, dunque, iniziare con l’idea del tutto e cercare di stabilire in rapporto ad essa il senso dei particolari.

Partendo da abbozzi e appunti generali e non limitandosi ad una terminologia rigida, non aperta ad evoluzioni, il progresso della ricerca non è dunque mai ostacolato dal riguardo per qualche modello adottato precedentemente, ma il contenuto genera e segue ogni volta la forma che più gli conviene. Ciò nonostante, la libertà strutturale delle bozze preparatorie venne meno nel vero manoscritto, che presenta dentro sé una sostanziale maturazione della personalità di Kant.

Lo stesso stile di scrittura da lui scelto, caratterizzato dal rigore dell’analisi concettuale astratta, rappresenta un cambiamento ed un’evoluzione nella personalità dell’autore così come del suo pensiero, continuamente in via di sviluppo.

In gran parte dei lettori prevale tuttavia l’impressione che la forma espositiva scelta piuttosto che agevolare la comprensione e la fruizione del pensiero, le ostacoli, apparendo la naturale espressività di Kant, presente negli scritti antecedenti, irrigidita per via della preoccupazione e attenzione rivolte alla precisione della terminologia, alla suddivisione dei concetti e all’esattezza delle definizioni. Egli stesso rivela in una nota di diario quanto il metodo della sua esposizione abbia una forma svantaggiosa e sia molto diverso dal tono del genio; inteso quest’ultimo, secondo la dottrina in seguito sviluppata nella Critica del Giudizio (Kritik der Urteilskraft), come “il talento (dono naturale) che dà regola all’arte”, possedente capacità intrinseche non acquisibili tramite lo studio e non insegnabili. Tale distanza da uno stile di scrittura del “genio” è però stata deliberatamente presa da Kant, pur consapevole che il libero movimento della mente e della battuta avrebbero incoraggiato maggiormente i lettori rispetto ad un metodo scolastico, all’insegna del desiderio di allettare gli eventuali fruitori unicamente tramite la visione teoretica, unico ideale di fronte al quale ogni altra richiesta passa in secondo piano.

La rinuncia ad uno stile più libero e mediato da espedienti linguistici è, come sostiene nella prefazione dell’opera compiuta, necessaria e inevitabile al fine di poter raggiungere una comprensione complessiva  della filosofia trascendentale, in grado di permettere una visione d’insieme, da cui poi apprendere i singoli elementi.

“Gli espedienti della chiarezza servono nelle parti, ma spesso pregiudicano all’insieme, perché non permettono al lettore di giungere con sufficiente rapidità a una veduta generale del tutto , e coi loro vivaci colori nascondono e rendono irriconoscibili l’articolazione e la struttura del sistema, che è pure quello che più importa, a chi voglia poterne giudicare l’unità e la bellezza.”[5]

Continua evoluzione del pensieroModifica

A tale organizzazione dell’opera, esteriormente chiara, dotata di uno schema precisamente tracciato in tutti i suoi tratti, si aggiungono dubbi e questioni concernenti i concetti trattati, che risultano sottoposti a definizioni dinamiche, non a premesse statiche, nel corso del libro. I concetti mutano, si evolvono e maturano a seconda del luogo in cui compaiono nella progressiva costruzione sistematica dell’insieme. Per comprendere e non fraintendere la grandezza dell’opera, risulta dunque necessario abbandonare la convinzione che il significato di un determinato concetto portante sia esaurito alla prima definizione, favorendo una visione più ampia, legata strettamente al processo evolutivo della filosofia di Kant, che si rivela costantemente in fieri e in fase di progresso.

«La sua esposizione - narra Jachmann (filologo tedesco del 1900) - era sempre perfettamente adeguata all'oggetto, ma non era un discorso imparato a memoria bensì un'effusione sempre nuovamente pensata dello spirito [...]. Anche il suo insegnamento metafisico, a parte la difficoltà intrinseca dell'oggetto per il pensatore principiante, era limpido e avvincente. Nell'impianto e nella definizione di concetti metafisici Kant mostrava una arte particolare: al cospetto dei suoi ascoltatori avanzava in certo qual modo dei tentativi di riflessione filosofica sull'oggetto, come fosse egli stesso agli inizi; aggiungeva a poco a poco nuovi concetti determinanti, perfezionava via via spiegazioni già addotte prima, per sfociare alla fine nella precisazione completa dei concetti ormai sviscerati ed elucidati da ogni lato; e in tal modo non solo faceva conoscere l'oggetto all'ascoltatore molto attento, ma anche introduceva quest'ultimo al pensare metodico. Chi non aveva appreso da lui tale andamento della sua lezione e prendeva subito la sua prima spiegazione come fosse quella giusta e affatto esauriente senza stare a seguirlo oltre con impegno, finiva col raccogliere solo delle mezze verità, e di ciò mi hanno convinto parecchie informazioni desunte dai suoi uditori»[6]

E proprio come nelle lezioni universitarie a Königsberg, anche nella Kritik der reinen Vernunft le definizioni di termini come giudizi sintetici, giudizi analitici, trascendentale, seguono un percorso di sviluppo che rende impossibile accettare come conclusa una prima definizione. E’ proprio questa capacità e possibilità di mutamento la sola situazione naturale e necessaria, poiché testimonia il processo vivente del continuo progredire del sapere stesso. A partire da tale propulsione progressiva interiore l’evoluzione del pensiero evidente nella prima critica continua a svilupparsi nelle opere successive, permettendo a Kant, fra i sessanta e i settanta anni, di vivere un ininterrotto crescere su se stesso.

Traduzioni italianeModifica

Complete
  • Critica della ragione pura, traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo Radice, Laterza, 1909-1910. - II ed. riveduta, Laterza, 1919-1921; ed. riveduta da Vittorio Mathieu, Laterza, 1959.
  • Critica della ragione pura, Introduzione, trad. e note di Giorgio Colli, Torino, Einaudi, 1957. - nuova ed. riveduta con le varianti, Milano, Adelphi, 1976.
  • Critica della ragion pura, traduzione di Pietro Chiodi, Collezione Classici della filosofia n.1, Torino, UTET, 1967.
  • Critica della ragione pura, a cura di Anna Maria Marietti, Collana Classici moderni, Milano, BUR, 1998.
  • Critica della ragion pura, traduzione di Costantino Esposito, Collezione Il pensiero occidentale, Milano, Bompiani, 2004, ISBN 978-88-452-3323-4.
Parziali
  • Critica della ragion pura: estratti, trad., introduzione e note di Gustavo Bontadini, Brescia, La Scuola Editrice, 1958. - XII ed., Brescia, Scholé, 2020, ISBN 978-88-284-0185-8.
  • Critica della ragion pura, traduzione di Barnaba Maj, scelta, introduzioni e note di Italo Cubeddu, Firenze, Le Monnier, 1981.

NoteModifica

  1. ^ Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 5-11 (A XI-XII).
  2. ^ Immanuel Kant, Critica della ragion pura, A 12
  3. ^ Immanuel Kant, Critica della ragion pura, seconda edizione 1787, B 21
  4. ^ Ernst Cassirer, Vita e dottrina di Kant, Castelvecchi, 2016, pag 127-128
  5. ^ Ernst Cassirer, Vita e Dottrina di Kant, Castelvecchi, 2016, pag 133-134
  6. ^ Ernst Cassirer, Vita e Dottrina di Kant, Castelvecchi, 2016, pag 135

BibliografiaModifica

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  • Ernst Cassirer, Vita e Dottrina di Kant, Castelvecchi, 2016, ISBN 978-88-3290-025-5

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