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Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'Aquila.
Cronache Aquilane
L'Aquila 1575.jpg
Topografia dell'Aquila in una pianta del 1575, opera di Girolamo Pico Fonticulano
AutoreBuccio di Ranallo, Niccolò da Borbona, Bernardino da Fossa e altri
1ª ed. originaleXIII secolo - XVIII secolo
Generecronache
Lingua originalelatino, italiano
L'impianto urbano della Aquilana civitas in una topografia seicentesca anteriore al terremoto del 1703

Le Cronache aquilane costituiscono un cospicuo filone storiografico e letterario, prevalentemente medievale, che si concentrò sulla narrazione delle vicende della storia civica dell'Aquila, utilizzando, a seconda dei casi, il latino o il volgare, ed esprimendosi sia in poesia sia in prosa. Questa tradizione, solo in parte tramandataci, esibisce tali caratteri di originalità e specificità da distinguersi nettamente nel panorama civico e letterario del Regno di Napoli.

Il corpus cronachistico sopravvissuto riguarda sostanzialmente l'epoca tardo medievale della storia cittadina, dalla fondazione nel XIII secolo fino al XV. In un solo caso viene lambita l'età moderna, con una cronaca che si spinge fino ai primi decenni del XVI secolo. Nella sopravvivenza del corpus, ha avuto un ruolo importante il lavoro di recupero svolto, nell'ambito delle Antiquitates Italicae Medii Aevi di Ludovico Antonio Muratori, dall'erudito settecentesco Anton Ludovico Antinori, religioso oratoriano e vescovo.

Precursore del genere fu il cronista medievale Buccio di Ranallo da Poppleto, fiorito nel XIV secolo, ma il corpus documentario delle antiche Cronache aquilane fu incrementato e reso copioso dall'opera di numerosi epigoni. Tra le cronache successive a quella di Buccio, sono state tramandate quelle di Niccolò da Borbona (XV secolo), a copertura del periodo 1362-1424, Francesco di Angeluccio di Bazzano, che scrisse del periodo 1436-1485, Anonimo dell'Ardinghelli e Bernardino da Fossa, entrambi cronisti per gli anni 1254-1423, e Alessandro de Ritiis (XV secolo), che scrisse sul periodo dal 1347 al 1497.

A chiudere questo filone è la cosiddetta Cronaca basiliana dal nome del suo estensore, Vincenzo di Basilii di Collebrincione, la più recente compilazione tra quelle conosciute, che prende sinteticamente in carico il periodo dal 1476 al 1529. Si tratta di anni cruciali, posti a cavallo di quel crinale storico che segnala convenzionalmente il passaggio dal Medioevo all'età moderna, particolarmente significativi per l'Italia e per L'Aquila, segnati come furono dalle guerre di conquista dell'egemonia sulla penisola.

La fioritura di questo genere pone L'Aquila in una posizione peculiare rispetto alle tradizioni civiche del resto del Regno di Napoli e accompagna un periodo che può essere considerato come l'età aurea della storia aquilana, per la prosperità economica e per lo status di autonomia di cui la città poteva allora godere.

È significativo notare infatti come l'ultima opera conosciuta, la Cronaca basiliana, sia anche quella che, con la sua narrazione, accompagna la storia dell'Aquila verso gli anni che avrebbero segnato l'epilogo di quello statuto di autonomia, con la conclusione delle Guerre d'Italia e l'assorbimento della città nell'orbita della dominazione spagnola.

Indice

Il corpus delle cronache aquilaneModifica

 
La Fontana delle 99 cannelle, del 1272, tradizionalmente legata all'atto di fondazione della città. I 99 mascheroni, coi loro getti, simboleggerebbero gli altrettanti castelli che diedero vita alla città dell'Aquila.

Caratteri distintiviModifica

La consuetudine cronachistica si presenta come un tratto distintivo della tradizione culturale aquilana, in grado di porre la città in posizione eccezionale e quasi unica nella capacità di costruire la propria identità civica[1], rispetto alle altre città del Regno di Napoli le quali - come è stato opportunamente notato - non furono generalmente in grado di esprimere «una storiografia cittadina paragonabile per quantità e qualità a quella del resto d'Italia»[2]. Nel Regno di Napoli, infatti, sarà solo l'Aquila a sapersi dotare, dalla metà del Trecento, di «una vera e propria cronaca cittadina [...] a opera di Buccio di Ranallo e dei suoi continuatori»[2].

Opere principaliModifica

La mole originaria dei documenti doveva essere molto più vasta di quella del corpus tramandato[3]. Lo testimonia l'enorme ampiezza di riferimenti nei 54 volumi degli Annali e della Corografia di Anton Ludovico Antinori[3].

Il repertorio delle cronache sopravvissute copre principalmente il periodo tardo medievale compreso tra il XIV e il XV secolo, arrivando, solo in un caso, a toccare il primo trentennio del XVI secolo. Di questo arco di tempo, nella storia della città dell'Aquila, si occupano le seguenti opere:

1. La Cronaca di Buccio di Ranallo da PoplitoModifica

La Cronaca di Buccio di Ranallo da Popplito parte all'incirca dalla fondazione della città (intorno al 1253) e giunge fino al 1362. Si tratta di un poema in versi scritto in quartine di 1256 versi alessandrini monorìmi. Vi si trovano intercalati 21 «vigorosi sonetti politici»[4] finalizzati alla pacificazione dei contrasti intestini tra le fazioni cittadine.[4][5]
Nella sua cronaca, Buccio di Ranallo tratta molti degli eventi salienti dei suoi tempi, quali la prima e seconda fondazione della città e il succedersi delle dinastie reali nel meridione. La cronaca è di notevole importanza sia per la veridicità dei fatti raccontati sia per la qualità della sua vivace e appassionata narrazione.[5]

Per queste sue caratteristiche, infatti, Buccio (dietro la cui figura, secondo un'ipotesi di Vincenzo De Bartholomaeis, si nasconderebbe la figura di un giullare) è stato definito come

«il primo cronista che narrò con tono appassionato e con ritmo di epica solennità le vicende di quel comune rustico sorto tra le aspre montagne di Abruzzo da un potente sforzo di volontà compiuto dall'oppresso ceto contadinesco»

(Leopoldo Cassese[6])

La lingua di Buccio "[...] nella sua rozzezza, attingeva ai serbatoi più genuini della dialettalità municipale, del resto alimentata da una città che non aveva ancora inaugurato in modo permanente i contatti con la cultura contemporanea"[7]. La sua opera non rimase isolata ma fu proseguita da una folta schiera di epigoni, continuatori e imitatori. E fu proprio in mano ai suoi seguaci che lo strumento linguistico locale conobbe una significativa evoluzione, divenendo una risorsa « [...] più agile e disinvolta, ormai intonata alle gentilezze del toscano»[7].

 
Ritratto di Federico II di Svevia

Il poema narra in 1256 strofe tetrastiche di alessandrini (il verso ufficiale della didascalia settentrionale) gli avvenimenti della storia Aquilana, partendo dalle vicende che precedettero la prima fondazione nel 1254 dai famosi 99 castelli circostanti, e terminando con i fatti del maggio del 1362. In questi termini si svolge il filo di una ricostruzione storica, che ha per tema la lotta delle forze del nascente Comune contro i feudatari di stabilimento imperiale (dapprima di Federico II di Svevia, poi di Carlo I d'Angiò); intorno a questo nucleo di interesse prevalente trova poi modo di innestarsi il complesso di vicende che dalla seconda metà del XIII secolo, alla prima del XIV caratterizzarono la storia del sud Italia. Dai primi tentativi di edificazione della città dagli abitanti di Amiternum (l'antica città romana sabina presso San Vittorino), verificatisi nel momento critico della lotta imperiale e papale tra papa Gregorio IX e Federico II, si passa agli sforzi più consapevoli degli Aquilani, tesi al raggiungimento di una costituzione comunale, nell'ambito di quel generale risveglio delle autonomie locali, che s'avverte nel Regno di Napoli, all'indomani della morte di Federico (1254), e si conclude con la costituzione dell'originario Comune rustico, presso la località di Acculi (l'area attuale del Borgo Rivera con la fontana delle 99 cannelle), che divenne Municipio riconosciuto dal Privilegium concesso da Corrado IV di Svevia, figlio di Federico, nel 1254.

La città inizia a svilupparsi dall'attuale Quarto di San Giovanni di Lucoli, e nella parte nord-est, in località La Torre, il cuore dell'attuale Quarto di Santa Giusta. Nel 1256 la diocesi viene trasferita dalla vicina Forcona nella nuova cattedrale in Piazza del Mercato, durante il regno di Manfredi di Svevia nel 1258-59, che rivendica nel Mezzogiorno la tradizionale politica accentratrice dei Normanni e degli Svevi, L'Aquila, per la sua stessa natura fi tradizione municipalista con un collegio comunale, si oppone fieramente a questa politica, e pertanto viene attaccata e distrutta nel 1259. La città verrà ricostruita nel 1265-67 per volere del nuovo sovrano Carlo I d'Angiò, che insieme agli Aquilani sconfisse Corradino di Svevia nella battaglia di Tagliacozzo. La politica di lealismo che la monarchia intese restaurare nei confronti del clero e dei nobili, il fiscalismo gravoso, l'arbitrio degli ufficiali, dovettero essere avvertiti in Aquila, il cui notevole sviluppo economico e sociale avrebbe richiesto un'adeguata evoluzione delle forme costituzionali, nei confronti della monarchia.

 
Ritratto di papa Celestino V, di cui Buccio ricorda il ritorno delle reliquie nel 1317 a L'Aquila

Buccio avverte il nesso storico di questi elementi, svelando in forma polemica e spregiudicata gli interessi mondani celati all'ombra della politica della Chiesa, denunciando i soprusi dei burocrati angioini, gli intrighi degli appaltatori che assicurano la continuità della politica finanziaria statale, nei confronti delle collettività produttrici, ma soprattutto additando nella potenza delle consorterie nobiliari, il maggior pericolo per la libertà del Comune. Infatti il tema centrale della Cronica è la lotta delle fazioni, poiché ogni elemento nuovo dei mercanti e degli arrivisti è visto da Buccio come fonte del sovvertimento del vecchio ordine; questo sovvertimento può mostrarsi con tentativi di restaurazione degli antichi privilegi, oppure cercando di monopolizzare con la politica demagogica le nascenti risorse dell'attività commerciale e artigianale, dato che in quel tempo nacque il Collegio delle Arti Nobili, con sede nell'ancora esistente palazzetto dei Nobili.
Sotto re Roberto d'Angiò, definito "re Mercante" da Buccio, i nobili minacciarono la collettività, e il dissidio tra politica oligarchica e necessità del Comune, che si individuano nello sviluppo artigiano nella regolamentazione dei rapporti col ceto rurale, si acuisce al punto da rendere precaria la stabilità della forma istituzionale vigente di governo.
In questo contesto Buccio traccia uno spietato ritratto di Pietro Lalle I Camponeschi, da non confondere col nipote Pietro Lalle Camponeschi, il quale con il sui potere ha occupato il Comune, gestendo la cosa pubblica. Tuttavia non mancano chiari riferimenti storici, come la congiura contro il tribuno della plebe Niccolò di Sinizzo, l'incoronazione papale del 28 agosto 1294 di frate Pietro da Morrone presso la basilica di Santa Maria di Collemaggio, e la tremenda pestilenza del 1348, seguita da un forte terremoto del 1349, che distrusse gran parte della città.

2 e 3. Cronaca delle cose dell'Aquila di Antonio di BoetioModifica

Antonio di Boethio (o di Boezio, detto anche Antonio di Buccio di San Vittorino), con la sua Cronaca delle cose dell'Aquila, copre il periodo 1363-1381, esprimendosi nella stessa forma metrica utilizzata da Buccio di Ranallo. Questa cronaca va ad aggiungersi al poema, in ottava rima e cinque canti, che lo stesso Antonio di Buccio scrisse sulla Venuta di Re Carlo di Durazzo nel Regno (1378-1382).

Entrambe le cronache di Antonio di Boezio furono pubblicate dall'erudito settecentesco Anton Ludovico Antinori, incorporate nel VI volume della Antiquitates Italicae Medii Aevi di Ludovico Antonio Muratori.

4. Catalogus pontificum AquilanorumModifica

Il Catalogus pontificum Aquilanorum ab anno 1254 ad annum usque 1472 copre l'intervallo di tempo dal 1254-1472. La sua compilazione è frutto dell'opera di due autori rimasti anonimi. Anche il Catalogus fu incorporato nel VI volume delle muratoriane Antiquitates Italicae Medii Aevi, per opera dell'Antinori, che ne rinvenne una copia nell'Archivio capitolare di San Massimo[8]. Un'altra copia è conservata alla Biblioteca Vaticana[8].

5. Diaria di Iacopo DonadeiModifica

I Diaria rerum suis temporibus Aquilae et alibi gestarum (1407-1414) furono scritti in prosa latina da Jacopo Donadei, che fu vescovo dell'Arcidiocesi dell'Aquila, in pieno clima scismatico d'Occidente, dal 31 agosto 1391 al 6 gennaio 1431[9][10].

Anche la pubblicazione della cronaca del Donadei si deve a monsignor Anton Ludovico Antinori che ne inviò il manoscritto a Roma, nelle mani di Giovanni Cristofano Amaduzzi affinché lo pubblicasse. Amaduzzi lo mandò in stampa nel 1783, in ottavo, con premessa e notizie biografiche dell'Antinori, inserendolo nel quarto e ultimo volume del suo Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta[11], con il titolo di Jacobi Donadei Episcopi Aquilani Diaria rerum suis temporibus Aquilae et alibi gestarum, ab anno 1407 ad annum 1414[12]. Una seconda edizione si deve a Leopoldo Palatini in lacopo Donadei e i suoi diari, nel «Bullettino della Società di storia patria "Anton Ludovico Antinori" negli Abruzzi», a. XIII (1901), 2, pp. 11-32 (note biografiche e premessa alle pp. 1-9).

6. Delle cose dell'Aquila dall'anno 1363 all'anno 1424 di Niccolò di BorbonaModifica

 
Fortebraccio, protagonista degli scontri tra Aragonesi e Angioini, perse la vita nell'assedio dell'Aquila del 1424.

La cronaca Delle cose dell'Aquila dall'anno 1363 all'anno 1424 di Niccolò di Borbona, in prosa volgare, si ferma all'episodio dell'assedio della città da parte di Andrea Fortebraccio (Braccio da Montone), e della sua morte, eventi che si iscrivono nell'ambito delle lotte fra Angioini e Aragonesi sul suolo italiano.

Fu quest'opera, assieme a quella più antica di Buccio di Ranallo, una delle fonti primarie a cui attinse dichiaratamente Alessandro de Ritiis (v. oltre) nella sua Chronica civitatis Aquilae della metà del XV secolo.[6][13].

7. Annali della Città dell'Aquila (dalle origini al 1424)Modifica

Gli Annali della Città dell'Aquila coprono il periodo storico che va dalla fondazione della città fino all'anno 1424. L'opera fu raccolta dall'erudito Angelo Leosini (1819-1881) che, progettandone la pubblicazione, la ricopiò da fonti manoscritte di proprietà della famiglia Dragonetti[14]. Leosini non riuscì nel suo intento e l'opera vide la luce solo dopo la sua morte, in due volumi (1883-1886), per le cure del nipote Giuseppe che ne aveva riordinati i contenuti dopo averla ritrovata tra le carte lasciate dallo zio[14]. A causa di un errore in buona fede del nipote, che la credette opera di suo zio, la pubblicazione ricevette il titolo fuorviante di Annali della città di Aquila, opera postuma del Prof. Angelo Leosini, ordinata da Giuseppe Leosini[14] (stab. tip. R.Grossi, 1883-1886). Questa serie di circostanze ha fatto sì che gli Annali vengano spesso erroneamente attributi ad Angelo Leosini, un errore in cui incorre anche l'Enciclopedia Italiana, vol. III, p. 794[14].

8. Cronaca della Guerra braccesca di Niccolò Ciminello di BazzanoModifica

Il poema di Niccolò Ciminello di Bazzano sulla cosiddetta guerra braccesca del 1423-24, l'offensiva di Braccio Fortebraccio da Montone contro L'Aquila, fu scritto in ottava rima e in undici canti.

Il poema del Giminello fu a lungo creduto di autore incerto. Il primo a esprimersi a favore di una probabile attribuzione fu Girolamo Bivera. A questa opinione aderì Anton Ludovico Antinori che pubblicò l'opera nel VI Tomo delle Antichità del medio Evo. Il ritrovamento del manoscritto originale, avvenuto poco dopo, quando la pubblicazione dell'opera era già in fase avanzata, confermò con certezza l'attribuzione proposta da Bivera e dall'Antinori. Quest'ultimo ne poté comunque dar conto in una nota aggiunta in coda all'opera[15].

Il poema fu utilizzato verso la metà del XVI secolo da Angelo Pico Fonticulano, che lo tradusse in prosa latina con il titolo di Bellum Braccianum (o De bello Bracciano)[15]. Quest'opera fu poi ripubblicata nel 1630 per l'editore Cacchi dell'Aquila e, nel XVIII secolo, da Pietro Burmanno, che la inserì nella sua grande collezione degli scrittori di cose italiane[15].

9. Cronaca delle cose dell'Aquila dall'anno 1436 al 1485 di Francesco d'Angeluccio di BazzanoModifica

La Cronaca delle cose dell'Aquila dall'anno 1436 al 1485 fu opera di un mercante e uomo politico cittadino, Francesco d'Angeluccio di Bazzano, che la redasse in prosa volgare, animato dall'intento di compilare un repertorio di eventi notevoli, annotati per ciascun anno (1436-1485). Francesco d'Angeluccio si era già cimentato, nel 1436, nella trascrizione della Cronaca del precursore Buccio[3]. L'autore è un mercante, che fu parte attiva della vita amministrativa della città, nella quale ricoprì incarichi pubblici come quello di sindaco/console dell'Arte della Lana o come la partecipazione in organi del comune, testimoniata da un suo intervento il 5 novembre 1467[3].

La sua opera è di modesto valore letterario e di incerta forza narrativa, ma la materia di cui si occupa è tratta dalla piccola quotidianità e lascia emergere una cronaca viva e dettagliata, che offre un interessante spaccato delle relazioni e delle tensioni sociali che agitavano la città, fino negli eventi più tesi, come la grande nevicata del 1465, o addirittura più drammatici e tragici, come i terremoti che squassarono la città del 1461-1462, o l'imperversare della peste che colpì L'Aquila nel 1478[3].

10. Chronica civitatis Aquilae di Alessandro de RitiisModifica

La Chronica civitatis Aquilae (1437-1497) fu scritta in latino medievale tra il 1493 e il 1497, opera di Alessandro de Ritiis. Il suo manoscritto originale ha ricevuto la prima edizione critica nel 1941 e nel 1943, a opera di Leopoldo Cassese, direttore dell'Archivio di Stato dell'Aquila[16] Altra opera del De Ritiis è la Chronica Ordinis (o Chronica Franciscanae Religionis).

Si tratta di manoscritti compitati in una scrittura corsiva minuscola la cui leggibilità, già ardua, è resa ancor più problematica dal ricorso a frequenti abbreviazioni. Notevole è comunque il loro valore storico-documentario[6][17] soprattutto quello della Chronica civitatis Aquilae, redatta tra il 1493 e il 1497,[18] la più preziosa fonte della storia civile, politica, religiosa e sanitaria della città aquilana nel periodo storico a cui si riferisce:[19][20] ingiustamente trascurata da molti studiosi, il suo grande valore, secondo Cassese e Maria Rita Berardi, risiede nella circostanza che l'autore è testimone oculare o addirittura parte attiva di alcuni degli eventi che in essa sono registrati.[6][18] La tradizione a cui attinge dichiaratamente De Ritiis è quella del cronista Buccio di Ranallo e dei suoi epigoni, come Niccolò (Nicola) da Borbona, che egli forse conobbe di persona[6][13].

Altre opere del corpusModifica

A questo primo corpus possono aggiungersi:

11 e 12. Trascrizioni in prosa di san Bernardino da Fossa e dell'«Anonimo dell'Ardinghelli»Modifica

Sono le traduzioni in prosa delle Cronache di Buccio di Ranallo e di Antonio di Buccio di San Vittorino, che sono ascritte ai nomi del cosiddetto «Anonimo dell'Ardinghelli» (1254-1423), e la trascrizione di quella del beato Bernardino da Fossa

13. Cronachetta anonima delle cose dell'Aquila dal 1055 al 1414Modifica

 
Il Forte spagnolo, simbolo della fine dell'età aurea e dell'autonomia civica aquilana, con l'avvento del dominio spagnolo.

La cosiddetta Cronachetta anonima delle cose dell'Aquila dal 1055 al 1414 è conservata in un manoscritto del Cinquecento.

Di essa non si conosce con certezza l'epoca di realizzazione: potrebbe essere una compilazione di XVI secolo ma non si può escludere che essa sia più antica, qualora la si voglia considerare come successiva copia apografa di un precedente originale quattrocentesco.

14. La Cronaca basiliana di Vincenzo di Basilii di CollebrincioneModifica

La Cronaca basiliana, l'unica, tra quelle conosciute, che si estenda fino al Cinquecento, fu descritta da Vincenzo di Basilii di Collebrincione. Costui, mercante come il suo predecessore Francesco d'Angeluccio di Bazzano, prende sinteticamente in carico gli anni dal 1476 al 1529.

Senza attenersi a un rigido ordine cronologico, la Cronaca basiliana racconta di eventi e fatti cittadini dei quali l'autore fu spettatore e diretto testimone.

La narrazione si arresta al 1529, una data significativa, dato che essa segna anche la fine della lunga stagione dell'autonomia aquilana: in quell'anno Filiberto di Chalons, Principe d'Orange, fa il suo ingresso in città e sottopone l'Aquila al pesantissimo prelievo di un «taglione di centomila ducati», che la città riuscirà a onorare solo con molta fatica[21]. L'onerosissima taglia servì a finanziare la costruzione del Forte spagnolo, un edificio che assurse così a un valore emblematico: frutto di un'odiosa vessazione fiscale, divenne anche emblema e simbolo materiale dell'epilogo di quello statuto di autonomia civica di cui la città aveva potuto godere fino all'avvento degli Spagnoli.

La cronaca diretta di Vincenzo di Basilii risulta utilissima non solo per le consuete notizie sulla vita civica e sugli eventi meteorologici, sismici e pestilenziali, ma anche perché, facendosi più precisa e circostanziata dal 1495 in poi, cioè nel periodo delle Guerre d'Italia, essa fornisce anche una preziosa testimonianza di quella turbolenta fase di instabilità politica che si concluse con l'avvicendamento, nel Regno di Napoli, tra il dominio aragonese e i vicereami francesi e spagnoli[21].

NoteModifica

  1. ^ Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, pp. 32-33
  2. ^ a b Giovanni Vitolo, Tra Napoli e Salerno: la costruzione dell'identità cittadina nel Mezzogiorno medievale, p. 73
  3. ^ a b c d e Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 33, nota 27
  4. ^ a b Claudio Mutini, BUCCIO di Ranallo, in Dizionario biografico degli italiani, XIV, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1972.
  5. ^ a b Voce «Buccio di Ranallo» del Grande dizionario enciclopedico UTET, 1967
  6. ^ a b c d e Leopoldo Cassese, Gli antichi cronisti aquilani, da Buccio di Ranallo ad Alessandro de Ritiis, in «Archivio storico per le provincie napoletane», n. s. anno XXVII, 1941, v. LXI
  7. ^ a b Gianni Oliva, Carlo De Matteis, Letteratura delle regioni d'Italia: Abruzzo, 1986, p. 25
  8. ^ a b Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 44
  9. ^ Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 41
  10. ^ Per un probabile refuso tipografico, Alfonso Dragonetti ne riporta erroneamente la morte al 1421 (cfr. Le vite degli illustri aquilani, p. 112). La data di morte è riportata correttamente a pag. 242, quando parla del successore Amico Agnifili.
  11. ^ Giovanni Cristofano Amaduzzi, Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta, apud Gregorium Settarium [apud Antonium Fulgonium], Romae (1773-1783)
  12. ^ Alfonso Dragonetti, Le vite degli illustri aquilani, L'Aquila, 1847 pp. 48, 111-112, (da Internet Archive) rist. anast. Arnaldo Forni editore
  13. ^ a b Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 57
  14. ^ a b c d Italo Zicàri, Antinori, Anton Ludovico, in Dizionario biografico degli italiani, III, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1961.
  15. ^ a b c Alfonso Dragonetti, Le vite degli illustri aquilani, Francesco Perchiazzi editore, L'Aquila, 1847 (da Internet Archive) rist. anast. Arnaldo Forni editore pp. 89-90, 91 (nota 1), 129 (nota a)
  16. ^ Leopoldo Cassese, Gli antichi cronisti aquilani, da Buccio di Ranallo ad Alessandro de Ritiis, in «Archivio storico per le provincie napoletane» n. s. anno XXVII, 1941, v. LXI (pp. 165-216) e La «Chronica civitatis Aquilae» di Alessandro de Ritiis, in «Archivio storico per le provincie napoletane» n. s. anno XXIX, 1943, v. LXIII (pp. 185-268)
  17. ^ Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 54
  18. ^ a b Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 56
  19. ^ Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 55
  20. ^ Leopoldo Cassese, La «chronica civitatis Aquilae» di Alessandro de Ritiis, in «Archivio storico napoletano» n. s. anno XXIX, 1943, v. LXIII
  21. ^ a b Maria Rita Berardi, I monti d'oro: identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell'Aquila medievale, p. 62-63

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica