Daodejing

Dàodéjīng (Pinyin), Tao Tê Ching (Wade-Giles) «Libro della Via e della Virtù»
Mawangdui LaoTsu Ms2.JPG
AutoreLǎozi (Pinyin), Lao Tzŭ (Wade-Giles)
1ª ed. originale
GenereSaggio
Lingua originalecinese

«Raggiungi il vuoto estremo e conserva una rigorosa tranquillità»

(Cap.XVI)
Laozi

Il Daodejing (道德經T, 道德经S, Pinyin: Dàodéjīng, Wade-Giles: Tao Te Ching «Libro della Via e della Virtù») è un testo cinese di prosa talvolta rimata, la cui composizione risale a un periodo compreso tra il IV e il III secolo a.C.

Il libro è di difficile interpretazione. A ciò si aggiunge il sospetto che le tavolette dalle quali era composto, mal rilegate, si slegassero frequentemente, in modo tale che blocchi di caratteri si mescolassero nel tramandarlo: da qui il sorgere di numerose questioni critiche e interpretative. Il testo permette di affrontare diversi piani di lettura e d'interpretazione.

L'opera è stata composta in una fase storica non ben delineata. Per secoli gli studiosi l'hanno attribuita al saggio Laozi (老子, pinyin: lǎozi), ma, in primo luogo, non vi è attestazione storica dell'esistenza dell'uomo, nemmeno lo storico cinese Sima Qian si dice certo del personaggio, inoltre il testo ha subito numerosi rimaneggiamenti sino al primo periodo Han (206 a.C.-220 d.C.). Tuttavia, l'esistenza del testo non è attestata prima del 250 a.C.

Il periodo tra il 403 a.C. e il 256 a.C., chiamato degli Stati combattenti, fu un'epoca durante la quale i vari sovrani cinesi si dichiaravano guerra continuamente. Età violenta ma che, nonostante ciò, risultò essere l'apice della creatività del pensiero cinese. La tradizione racconta che Lao Zi decise di allontanarsi dalla corte Zhou perché, stanco delle lotte e del disordine, desiderava tranquillità. Partì con il suo bufalo e arrivò al confine del suo stato dove venne fermato dal guardiano del valico, chiamato anche Yin del valico (关尹, pinyin: Guān Yǐn). Il guardiano riconobbe Lao Zi e gli disse che non poteva andarsene prima di aver lasciato un segno tangibile della sua saggezza. Fu in questa occasione che Lao Zi compose il Tao Te Ching. Finito di scrivere, Lao Zi se ne andò e di lui non si seppe più niente.

Struttura del testoModifica

Il Daodejing è un testo relativamente breve, che consta di 5 000 caratteri: per questo motivo è noto anche come 五千文 (wǔ qiān wén) o "[Classico] dei cinquemila caratteri".[1] Il testo è suddiviso in ottantuno capitoli o "stanze" di lunghezza diversa, all'interno dei quali si ritrovano numerosi passaggi in rima, costituiti da veri e propri versi ritmati. Il numero non è casuale, è infatti sacro per il taoismo, certamente frutto di una divisione artificiosa fatta durante o dopo la Dinastia Han.[2] Difatti in uno scavo nella località di Mawangdui della provincia dello Hunan, furono trovati vari manoscritti Taoisti scritti ad inchiostro su seta, tra questi due versioni del testo di Laozi. Esse sono probabilmente le più antiche a noi pervenute e sprovviste della suddivisione in 81 capitoli, inoltre sono sostanzialmente diverse: vi è un'inversione del corpo del testo. Ciò ha alimentato le discussioni sulle possibili variazioni incorse del tempo.[3]

Alla luce di questi elementi è facile capire perché siano state prodotte differenti versioni ad opera di sinologi competenti e di chi si è avventurato nella traduzione dell'opera.

Il testo tratta argomenti molto eterogenei nelle diverse stanze: si tratta molto spesso di aforismi, massime e precetti che vengono proposti in un linguaggio oscuro e criptico in cui abbondano metafore e termini di significato ambiguo, spesso di difficile traduzione. Per questo motivo sono possibili diverse interpretazioni degli stessi passaggi.[1]

Per le sue caratteristiche compositive il Daodejing si differenzia da altri importanti testi filosofici cinesi, quali i Dialoghi, in cui la stragrande maggioranza degli aneddoti riportano veri e propri frammenti di dialogo tra il maestro e i suoi discepoli, o il Zhuāngzǐ, l'altro grande testo della tradizione taoista che invece è strutturato in veri e propri capitoli narrativi.

L'eterogeneità del contenuto non offre coordinate spazio-temporali o riferimenti specifici, rendendone difficile la datazione e la collocazione geografica: ciò, assieme al linguaggio usato, permette un'ampia varietà di interpretazioni del testo i cui insegnamenti sono stati applicati alle tematiche più disparate.

Il titoloModifica

  • Dào/Tao letteralmente ha il significato di "via". Si può pensare a essa come forza fondamentale generativa e costantemente mutevole. L'eterno divenire che pervade l'universo.
  • Dé/Te traducibile con "virtù". Tuttavia in origine questo termine non riguardava la sfera morale, piuttosto è l'influenza che si irraggia dalla Via, è la Forza Spirituale in senso magico; Te è potenza magica. Solo in seguito la "buona condotta" in senso naturalistico diventa la "buona condotta" in senso etico. Ma comunque spesso i due significati si confondono e sovrappongono. Difatti "Il Santo" a cui è rivolto il libro è colui che si identifica e si abbandona alla Via; il suo obbiettivo principale è coltivare il Te, forza vitale e potenziale magico. Lo fa con una profonda ascesi, una vita all'insegna della morigeratezza; resta dunque inattivo e passivo evitando ogni sforzo teso a raggiungere un qualche fine. Il suo fine è il Wu wei il Non-agire praticato con un'intenzione cosciente: atteggiamento dettato dalla certezza che il corso naturale delle cose (la Via) lo favorirà. Qui si cela la potenza magica.
  • Jīng/Ching qui usato nei significati di canone o "grande libro" o "classico".

Il titolo dell'opera si può quindi tradurre come "il classico della Via e della virtù".

Durante l'epoca Dinastia Han il libro circolava con il titolo di Laozi, lo stesso del presunto autore.[3]

ContenutiModifica

Il primo capitolo del Daodejing si apre con la seguente affermazione: "Il tao che può essere detto non è l'eterno tao". Una delle interpretazioni di questa frase, alla luce di altri passaggi del testo che ritornano su questo argomento, è che vi sia una dimensione dicibile del tao che però non arriva a sfiorare la vera natura di esso, che per definizione sfugge a qualunque tentativo di "presa" mediante il discorso e il linguaggio.

Nel secondo capitolo si afferma che il tao è al di là degli opposti, un'essenza che la dualità non comprende. Gli opposti (per es. il bene e il male) servono solamente per orientarsi, ma qualunque saggio sa che non esistono. Lo yin e lo yang (prodotti del tao) non esistono puri ma sono sempre in reciproca proporzione e il loro intreccio dà vita alle "10 000 cose" (tutte le cose) che non sono altro che un'interazione fra opposti.

Infatti il tao è "uno stile di vita, la via maestra che si riflette sia nel macrocosmo (l'organizzazione perfetta dell'universo) sia nel microcosmo (lo stile di vita di ognuno di noi, l'arte di compiere ogni attività)"[4].

Wu (o Wu wei)Modifica

Nel capitolo 11 Laozi parla di un vaso e dice che la sua utilità non sta nell'argilla usata per produrlo, bensì nel vuoto che può essere riempito. Questa constatazione ci fa entrare nell'ottica del wu (無, cinese semplificato: 无), da intendersi come nothing, nessuna cosa, quel vuoto che non è mancanza ma è il nulla, potenziale matrice di ogni cosa. Esso stesso è identificato con la Via. In questa visione è più importante ciò che non è detto, ciò che si legge fra le righe, ciò che non si sente. È in quest'ottica che si comprende anche la brevità del Tao Te Ching.

La condizione ideale in cui "la virtù" (il Te) può dispiegarsi al meglio è in modo spontaneo, seguendo la "via" (il Tao), non intraprendendo nessuna azione particolare ma appunto abbandonarsi (praticando il non-agire Wu wei, azione-senza-azione Wei wu wei)[5] alla "via", identificata spesso nel libro con l'immagine dell'acqua.

Acqua come immagine della ViaModifica

«La bontà dell'acqua consiste nel fatto che si reca senza profitto ai diecimila esseri senza lottare. Essa si reca nel posto ( il più basso) che ogni uomo detesta. Ecco perché è molto vicina alla Via» [2](capitolo XVIII)

L'acqua rappresenta tutto ciò che c'è di buono e di propizio. La sua debolezza è intrinseca eppure senza fretta scava le valli e frantuma le rocce. Essa segue il suo corso naturale nello scendere a valle senza sforzo, si reca da tutti gli esseri viventi senza eccezione e nel posto più basso. Questo simboleggia "la bontà" delle cose comuni, il posto più discreto, più basso è il migliore e il più conforme alla Via. In questo senso l'acqua rappresentante la Via ci insegna, che le piccole cose e con esse la morigeratezza, l'umiltà e la discrezione sono profittevoli, virtuose ed auspicabili. Riguardo a questi concetti, riferendosi al "Santo" (di cui parleremo più avanti), vi è un passo molto esplicativo:

«Egli non si esibisce, e perciò risplende. Egli non si afferma, e perciò si manifesta. Egli non si vanta, e perciò riesce. Egli non si gloria, e perciò diventa il capo. Infatti, appunto perché non lotta, non c'è nessuno nell'impero che possa lottare con lui.» (capitolo XXII)[2]

E ancora:

«Pratica il Non-agire, bada a non fare niente, assapora il senza sapore; considera il piccolo come grande, il poco come molto!» (capitolo LXIII)[2]

L'eterno divenire della ViaModifica

 
Diagramma taoista della creazione dall'originale unità del Tao attraverso lo yin-yang e i trigrammi dell'I-Ching

L'immagine dell'acqua veicola anche un altro importante significato: il cambiamento, il mondo è concepito non in maniera statica ma dinamica. Qui si apre una stretta parentela con le idee fondamentali di un altro testo (anch'esso oscuro) che funge da pilastro della cultura cinese: I-ching (Il libro dei Mutamenti) un libro di aforismi e divinazione in cui ogni cosa è rappresentata da dei simboli (esagrammi). Essi sono formati da un'alternanza di linee continue _____ (Yang) e spezzate __ __ (Yin), le combinazioni di tre linee formano otto trigrammi, questi ultimi vanno a creare i 64 esagrammi. Questi esagrammi a loro volta non sono permanenti ma mutano in un'alternanza di Yin (buio, freddo, femminilità, passività) e Yang (luce, caldo, mascolinità, attività).[6] Questa alternanza è la Via (il Tao). Tutto nella via è mutevole, temporaneo, costantemente incostante; ben raffigurato da un'alternanza di ossimori: l'immobilità del non-agire e il dinamismo della Via.

Infatti:

«La Via è costantemente inattiva, eppure non c'è niente che non si faccia [...] Se a questo potessero attenersi i re vassalli, i diecimila esseri accorrerebbero spontaneamente. Il cielo e la terra si unirebbero per far cadere una dolce rugiada, che il popolo riceverebbe spontaneamente in parti uguali senza che nessuno debba prendersene cura. In verità diventerebbero anch'essi privi di desideri. Essendo privi di desideri, diventerebbero tranquilli, e l'impero si consoliderebbe da solo.» (capitolo XXXVII)[2]

L'allusione all'impero è caratteristica del periodo intorno al 300 a.C. degli Stati combattenti (che va dal 453 a.C. al 221 a.C.) durante il quale lo scopo dell'alta politica era l'unificazione della Cina.

Difatti sul finire degli Stati combattenti erano ormai avvenute ovunque riforme feudali e le divisioni territoriali erano viste come un grave impedimento ad ulteriori sviluppi economici e culturali. Sono quindi molti e famosi i pensatori (Confucio, Mencio, Xunzi, Han Fei e Li Si) che durante i periodi "delle primavere e degli autunni" e degli Stati combattenti si interrogarono sul tema dell'unificazione vista come tendenza inevitabile dello sviluppo storico.[3]

Il Santo e il governoModifica

Il governo è un ulteriore elemento centrale del libro. Infatti il Tao-te-ching si rivolge principalmente al "Santo", ma questo santo è il Principe: colui che guida la nazione. Il libro vuole dare regole alla comunità degli uomini affinché seguano la Via. In questo senso è figlio di idee totalitarie elaborate dalla scuola dei Legisti, una tendenza politica del terzo secolo a.C. diretta contro la feudalità e un sistema di privilegi e istituzioni rituali. Lo strumento di cui necessita il Principe per imporre la propria autorità assoluta è la Legge, una legge che opera inesorabilmente come la Via. Un principio che si basa sulla considerazione che la natura dell'uomo è malvagia o abbietta e soltanto con la Legge, che si impone con pene severe, si può costringerlo a una "buona condotta" e con lui tutta la nazione.

«Se non si esaltano gli uomini di talento, si ottiene che il popolo non lotti. Se non si dà valore ai beni difficili da ottenere, si ottiene che il popolo non rubi. Se non gli si mostra ciò che potrebbe bramare, si ottiene che il cuore del popolo non sia turbato. Ecco per quale ragione il Santo, nella sua opera di governo, svuota il cuore (degli uomini) e riempie il loro ventre, indebolisce la loro volontà e rafforza le loro ossa, in modo da ottenere che il popolo sia costantemente ignaro e senza desideri, e coloro che sanno non osino agire. Egli pratica il Non-agire, e in questo caso non c'è nulla che non sia ben governato.» (capitolo III)[2]

Le misure del Principe mirano quindi allo svilimento del popolo, a tenerlo in salute ma culturalmente ignorante, ingrassarlo ma non arricchirlo, perché la ricchezza favorisce i prodotti culturali. Gli onori causano ambizioni e l'oro cupidigia, l'oro e gli onori sono ricompense a sforzi, attività e passioni che non si armonizzano con la Via. Nell'applicazione politica il Taoismo è quindi anti-culturale, i piaceri che solleticano i sensi intralciano l'uomo, ogni sforzo morale e culturale non è che un ostacolo all'ordine naturale delle cose. Difatti il Santo, il "vero Taoista", si scaglia anche contro le regole formali dell'etichetta rituale e della buona condotta morale il cui studio è senza fine: «Abolisci lo studio e sarai senza preoccupazioni.»[2] Tutto questo, al contrario delle idee militariste della scuola Legista, è però accompagnato dal pacifismo: la guerra porta solo miseria e non è conforme al non-agire.

«Colui che assiste un signore degli uomini per mezzo della via, non fa violenza all'impero con le armi. Questo modo di agire provoca un contraccolpo. Là dove gli eserciti si accampano crescono spine e cardi. A grandi guerre seguono anni di carestia. [...] che sia risoluto, ma non altero. Che sia risoluto per necessità. Che sia risoluto senza violenza.» (capitolo XXX)[2]

Edizioni italianeModifica

  • Il libro della via e della virtù, traduzione di Julius Evola[7], Lanciano, Carabba, 1923. - Edizioni Arktos, 1982; Edizioni Mediterranee, 1992; Mimesis, 2017.
  • Il libro della norma e della sua azione, a cura di Rosanna Pilone, Collana BUR, Milano, Rizzoli, 1962.
  • Tao Tê Ching. Il libro della via e della virtù, a cura di J.J.L. Duyvendak. Traduzione di Anna Devoto, Oscar Mondadori, 1978.
  • Il tao-te-king, traduzione di P. Siao Sci-yi, Roma-Bari, Laterza, 1989.
  • Il libro della virtù e della via. Il Te-tao-ching secondo il manoscritto di Ma-wang-tui[8], a cura di Lionello Lanciotti, Milano, SE, 1993.
  • Tao. Il libro della via e della virtù, traduzione di A.G. Teardo, Stampa Alternativa, 1994.
  • Lao Tzu-Lieh-Chuang Tzu, I padri del taoismo, traduzione di L. Wieger-P. Nutrizio, Luni, 1994.
  • Il libro del Tao. Tao-teh-ching, Cura e trad. di Girolamo Mancuso, Roma, Newton Compton, 1995.
  • Tao te Ching (Il libro della virtù e della vita), traduzione di C. Lamparelli, a cura di B. Browne Walker, Milano, Mondadori, 1995.
  • Laozi. Genesi del «Daodejing»[9], A cura di Attilio Andreini. Saggio introduttivo di Maurizio Scarpari, Collana Biblioteca, Torino, Einaudi, 2004, ISBN 978-88-06-17066-0.
  • Tao Te Ching, traduzione di Augusto Shantena Sabbadini, Collana UEF n.2269, Milano, Feltrinelli, 2011, ISBN 978-88-07-72269-1.
  • Daodejing. Taoismo: ricerca indie (2012-2017). Traduzione, a cura di Davide Ziliani. Religioni e Spiritualità>Altre religioni , Appunti, Cremona, Youcanprint, 2019, ISBN 978-88-278-5993-3.
  • Daodejing. Il canone della Via e della Virtù, traduzione di M. Biondi, A cura di Attilio Andreini, Collana Piccola biblioteca. Classici, Torino, Einaudi, 2018, ISBN 978-88-06-23015-9.

NoteModifica

  1. ^ a b Attilio Andreini, prefazione a cura di M. Scarpari, in Laozi: genesi del Daodejing, Torino, Einaudi, 2004, p. VIII.
  2. ^ a b c d e f g h Lao-tzu, Tao Te Ching Il Libro Della Via E Della Virtù, in J.J.L. Duyvendak (a cura di), Gli Oscar, traduzione di Anna Devoto, 1 edizione Oscar Mondadori novembre 1978, Mondadori.
  3. ^ a b c 7000 anni di Cina, pp. p.60 e pp.21-22, ISBN 88-366-0016-6.
  4. ^ Leonardo Vittorio Arena, L'innocenza del Tao, 2010, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, pag 20
  5. ^ Wu Wei: the Action of Non-Action, su taoism.about.com (archiviato dall'url originale il 6 settembre 2015).
  6. ^ I Ching, ISBN 978-88-459-1130-9.
  7. ^ Evola licenziò un'altra versione nel 1959
  8. ^ traduzione di testi scoperti a Mawangdui
  9. ^ traduzione di testi scoperti nel 1993 a Gudian

BibliografiaModifica

  • Anne Ching, Storia del pensiero cinese. Volume primo. Dalle origini allo «studio del Mistero», Collana Piccola Biblioteca.Ns, Torino, Einaudi, 2000, ISBN 978-88-06-15157-7.
  • Attilio Andreini-Maurizio Scarpari, Il daoismo, Bologna, Il Mulino, 2007.

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