Apri il menu principale

Delitto dell'Olgiata

Il delitto dell'Olgiata fu un omicidio avvenuto il 10 luglio 1991 in una villa dell'Olgiata, zona esclusiva situata a nord di Roma, la cui vittima fu una nobildonna, la quarantaduenne contessa Alberica Filo della Torre.

Il caso è rimasto irrisolto per una ventina d'anni[1], soprattutto a causa della scarsa accuratezza delle indagini[2].

A distanza di quasi venti anni, nel 2011, la prova del DNA ha identificato il colpevole in Manuel Winston, un cameriere filippino, ex-dipendente della famiglia, che ha poi confessato l'accaduto il 1º aprile 2011[3]. All'imputazione e alla confessione ha fatto séguito la condanna a 16 anni di reclusione, inflittagli il 14 novembre seguente e confermata il 9 ottobre 2012.

Indice

La nobildonna Alberica Filo della TorreModifica

 
Alberica Filo della Torre in una foto apparsa sui giornali dell'epoca

Donna ricca della buona società romana, dedita al sostegno ed al supporto di opere benefiche, Alberica Filo della Torre era nata a Roma il 2 aprile 1949, apparteneva al ramo dei conti di Torre Santa Susanna della nobile famiglia napoletana Filo ed era stata sposata in prime nozze con Don Alfonso de Liguoro dei principi di Presicce, matrimonio dichiarato nullo dalla sacra rota, e in seconde nozze, a Roma il 28 luglio 1981, con l'imprenditore ed ex A.D. della Vianini, Pietro Mattei[4]. Era madre di due figli, Manfredi e Domitilla.

La mattina del delitto la contessa si trovava nella sua abitazione dell'Olgiata, mentre il marito era a lavoro. Nella villa erano presenti i due figli, due domestiche filippine (tra cui Violeta Alpaga, colei che rinverrà il cadavere della donna), la babysitter inglese Melanie Uniacke e quattro operai che stavano adibendo l'abitazione per ospitarvi la festa d'anniversario di nozze dei coniugi Mattei, prevista proprio per quella sera[5].

Il delittoModifica

Tra le 07.00 e le 07.30, la villa comincia ad animarsi: la cameriera comincia a preparare il giardino per la festa della sera, mentre gli operai sistemano il barbecue. Nel frattempo si svegliano anche la contessa e i due bambini, secondo la testimonianza della cameriera Alpaga[6]: è lei stessa, infatti, a portare la colazione alla donna verso le 07.45, prima di tornare in cucina.

Sempre secondo la teste, la contessa scenderà al piano inferiore verso le 08.30 per poi rientrare in camera un quarto d'ora più tardi. Dalla sua stanza la contessa non uscirà viva. Verso le 09.15 la domestica e la piccola Domitilla bussano una prima volta alla porta della stanza chiusa dall'interno, ma non ottengono risposta.

Più tardi, verso le 10.30-11.00, secondo la stessa testimonianza, Violeta Alpaga e la bambina tornano a bussare alla camera, anche stavolta senza risultato, nonostante il ricorso al telefono interno. Infine, trovata una seconda chiave, le due riescono a entrare nella stanza dove rinvengono il corpo della donna riverso verso terra, con le braccia aperte in una posizione di resa e con la testa avvolta in un lenzuolo insanguinato.[6].

Avvertite le forze dell'ordine, i primi ad arrivare sono i carabinieri circoscrizionali, seguiti da quelli del nucleo operativo. Sono le 12.00-12.30 circa. Il caso verrà affidato al pubblico ministero Cesare Martellino e al suo collaboratore Federico De Siervo. [7].

Le indaginiModifica

Si scopre subito che la contessa è stata prima tramortita con un colpo da corpo contundente (si ipotizzerà uno zoccolo) e successivamente uccisa mediante strangolamento[8]. Dalla stanza risulteranno mancare alcuni gioielli, presumibilmente trafugati dall'assassino.

Gli inquirenti, anziché al movente della rapina, si concentrano inizialmente sull'ipotesi del delitto passionale, ma l'idea è destinata a morire nel giro di una giornata[5].

La pista internaModifica

Per i carabinieri, invece, l'assassino doveva essere qualcuno che la vittima conosceva e di cui si fidava, qualcuno in grado di entrare nella villa, e muoversi pressoché indisturbato, nonostante l'affollamento di quella mattina.

Trovandosi il marito della vittima già in ufficio durante il delitto[9], i primi sospetti si incentrano su Roberto Jacono, figlio dell'insegnante di inglese dei bambini di casa Mattei, un giovane con alcuni problemi psichici che viene inquisito per alcune macchie di sangue rinvenute sui suoi pantaloni; sarà l'esame del DNA a scagionarlo.

Dopo Jacono, i sospetti si spostano su Manuel Winston, un cameriere filippino licenziato poco tempo prima, ma anche lui è scagionato dalle analisi del DNA, che non conseguono risultati certi. Nell'autunno del 1991, visto l'apparente arenarsi delle indagini, il PM decide di mettere il caso in stand-by.

La pista dei fondi neri del SISDEModifica

Nell'ottobre del 1993 uno scandalo che coinvolge anche l'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il cosiddetto scandalo SISDE, riporta in auge il delitto dell'Olgiata: l'indagato per costituzione di fondi privati tramite i fondi riservati del SISDE, Michele Finocchi, era un amico della famiglia Mattei-Filo della Torre.

La pista sembra promettente: volando a Zurigo, infatti, il PM scopre alcuni conti bancari intestati ad Alberica[8]. Il costruttore Pietro Mattei finisce sotto i riflettori ma anche questa pista si rivela un insuccesso, che frustra di nuovo gli sforzi degli inquirenti.

Nel 1996 un nuovo procuratore aggiunto, Italo Ormanni, va a occuparsi del caso. Gli investigatori, tramite rogatorie finanziarie internazionali, cercano di venire a capo dell'intricato assetto di conti finanziari intestati alla contessa che portano a scoprire ingenti trasferimenti di denaro dalla Svizzera al Lussemburgo ma le indagini si fermano anche su questo versante[2]. Gli inquirenti accertano, infatti, che non sussiste alcuna anomalia nei conti della contessa e del marito, come pubblicamente dichiarato dal PM Cesare Martellino nel corso di interviste rilasciate a La Repubblica ed a Rai Uno. [7].

Le riaperture del casoModifica

La riapertura nel 2007Modifica

Nel gennaio 2007, però, il caso viene riaperto a seguito di un'istanza di Pietro Mattei, vedovo della contessa, che chiede ulteriori analisi del DNA alla luce delle nuove tecniche investigative su tutti i reperti ed in particolare sul lenzuolo che venne utilizzato per strangolare la vittima e sull'orologio della stessa.[9]. Accolta detta istanza, le nuove analisi svolte dai consulenti tecnici del PM non portano ad alcun risultato, così che il PM Ormanni nel maggio del 2008 richiede una nuova archiviazione. Pietro Mattei si oppone nuovamente all'archiviazione, ed il GIP Cecilia Demma, accogliendo l'istanza, dispone lo svolgimento di ulteriori analisi. L'anno seguente il nuovo PM Francesca Loy affida al RIS il compito di analizzare l'orologio e il lenzuolo alla ricerca di tracce di DNA dell'assassino[10]. Proprio sull'orologio e sul lenzuolo, già analizzati senza alcun esito dai precedenti consulenti tecnici, vengono trovate dal RIS tracce evidentissime di Manuel Winston. Inoltre il PM Francesca Loy, riesaminando tutti gli atti dell'indagine, si avvede che l'assassino avrebbe potuto essere assicurato alla giustizia subito dopo il delitto se soltanto a suo tempo fossero state ascoltate tutte le registrazioni delle telefonate del Winston. La Procura, infatti, a suo tempo aveva disposto l'intercettazione delle telefonate del Winston, ma aveva omesso di ascoltare la registrazione del colloquio dello stesso con un ricettatore, al quale intendeva vendere i gioielli trafugati alla contessa. Quella registrazione, che costituiva una prova schiacciante della sua colpevolezza, è rimasta inascoltata per vent'anni negli archivi della Procura, quando ad occuparsi del caso erano i PM Italo Ormanni (procuratore aggiunto) e Cesare Martellino.

2011: la svolta definitiva nelle indaginiModifica

Il 29 marzo 2011, la prova del DNA sui reperti accerta, in modo che gli inquirenti considerano definitivo, la presenza di tracce biologiche di Manuel Winston, il cameriere filippino licenziato poco tempo prima del delitto, già indagato inizialmente. Le tracce del suo DNA vengono ritrovate sul lenzuolo utilizzato per strangolare la vittima.

Il sospettato, arrestato subito dopo il risultato degli esami in base al pericolo di fuga, confessa il 1º aprile[3][11]. Nel processo che ne deriva, Manuel Winston viene condannato a 16 anni di reclusione. Pena confermata anche in secondo grado.

Nel 2013 i familiari di Alberica Filo della Torre hanno presentato un esposto al Consiglio superiore della magistratura, chiamando in causa l'allora procuratore aggiunto Italo Ormanni e il pubblico ministero Cesare Martellino. Pietro Mattei e i suoi figli si sono dichiarati "indignati per la superficialità con cui, per 20 anni, sono state svolte le indagini, costellate di errori di ogni genere", precisando di aver chiesto la riapertura dell'inchiesta nel 2006 e di non essersi mai rassegnati "alle frettolose richieste di archiviazione formulate dal PM Italo Ormanni prima nel 2006 e poi nel 2008 [12]

IncongruenzeModifica

Molti sono i piccoli "gialli" e le incongruenze che hanno fatto da contorno a questo delitto:

  • La domestica Violeta Alpaga dichiarò che la piccola Domitilla aveva avuto l'idea di far scendere la contessa per mostrarle un tostapane che non funzionava. La bambina, interrogata a tal proposito, negò però di aver avuto tale idea[6].
  • Michele Finocchi, agente del SISDE, assiduo frequentatore della villa, è uno dei primi ad arrivare sul posto. La circostanza apparirà strana due anni più tardi, quando l'uomo si renderà latitante a seguito dello scandalo dei fondi neri del servizio segreto civile. Si sospetterà una relazione tra i fondi neri del SISDE e gli ingenti saldi dei sei conti correnti svizzeri intestati alla contessa, sui quali erano depositati svariati miliardi di lire[8]. Si pensò che questo collegamento fosse il motivo della presenza di Finocchi la mattina del delitto. In realtà, si accerterà che Finocchi si recò presso la villa dopo il decesso della contessa solo perché era un amico della famiglia.
  • Il telefono cellulare, che fece la sua comparsa nella vicenda dell'indagine nel 2010, non avrebbe potuto portare, a detta degli inquirenti, a risvolti clamorosi nell'inchiesta. Dopo tanti anni non sarebbe stato possibile controllare le chiamate.

La condanna per diffamazione di Bruno Vespa e di altri giornalistiModifica

Il marito ed i figli della contessa hanno promosso molte azioni giudiziarie a tutela della memoria della loro congiunta, offesa da numerosi articoli di stampa. Ne sono derivate numerose sentenze di condanna per diffamazione[7].

Nel 2009, Bruno Vespa è stato condannato a mille euro di multa per diffamazione nei confronti di Pietro Mattei, con sentenza definitiva della Cassazione: la condanna faceva riferimento a una puntata del programma televisivo Porta a Porta, risalente al 2002, in cui Vespa aveva accostato Mattei all'omicidio per via dei presunti fondi neri del SISDE.

Il Tribunale di Roma, prima sezione civile, Giudice dott.ssa Donatella Galterio, con sentenza dell'11 dicembre 2015 n. 24849, ha condannato Bruno Vespa ed Ester Vanni al risarcimento di complessivi euro 45.000 in favore di Pietro, Manfredi e Domitilla Mattei, prossimi congiunti della contessa Alberica Filo della Torre, per avere diffuso, nel corso della trasmissione "Porta a Porta" del 1º agosto 2011, immagini del cadavere della stessa contessa così come venne rinvenuto dagli inquirenti nel luogo del delitto. Il Tribunale ha ritenuto che "la divulgazione delle suddette immagini non possa ritenersi né assorbita dal pubblico interesse, posto che a nessuna ulteriore esigenza informativa rispondeva l'esibizione del corpo discinto e martoriato della vittima ... né conformata al rispetto del concorrente parametro della continenza delle modalità espressive, inteso come indispensabile contemperamento del diritto di cronaca e la tutela della riservatezza (Cass. 17.2.2011 n. 17215), essendo le fotografie del cadavere all'evidenza esorbitanti, in ragione del contenuto raccapricciante, rispetto alla finalità informativa perseguita".

La Fondazione Alberica Filo della TorreModifica

Il 30 gennaio 2012 è stata costituita, su iniziativa dei congiunti, Pietro Mattei, Domitilla Mattei e Manfredi Mattei, La Fondazione Alberica Filo della Torre che si prefigge lo scopo di ricordare la lotta per la verità e la giustizia. La Fondazione si occupa di tutela legale e sostegno formativo a coloro che non possiedono i mezzi necessari. In tal senso nel 2012 è stato stipulato un accordo con l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" di Roma per l'erogazione di una Borsa di Studio per una tesi all'estero e nel 2017 è stato stipulato un Accordo Quadro con l'Università degli Studi Roma Tre per il supporto e lo sviluppo del corso di Specializzazione in Indagine Forense. Inoltre è costituito un comitato scientifico che si occupa di vagliare opportunità a cui dedicare le competenze acquisite. La Fondazione opera attraverso atti di liberalità e attraverso i conferimenti dei membri della stessa.[13].

Il Tribunale civile di Roma con sentenza del 21.4.2014 ha condannato in primo grado i consulenti tecnici d'ufficio Pascali Vicenzo Lorenzo, Arbarello Paolo e Vecchiotti Carla per negligenze nell'espletamento degli esami dei reperti relativi l'omicidio della contessa, liquidando un risarcimento complessivo di oltre euro 150 mila attribuito, su richiesta dei prossimi congiunti della contessa, alla Fondazione Alberica Filo della Torre al fine di essere impiegato in attività benefiche

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro. Il delitto dell'Olgiata: il giallo della porta chiusa. 2011, LA CASE, ISBN 9788890589645.
  • Andrea Jelardi, Bianco, Rosso e...Giallo - Piccoli e grandi delitti e misteri italiani in venticinque anni di cronaca nera (1988-2013), Kairòs, Napoli 2014, ISBN 978-88-98029-87-7

Voci correlateModifica