Dialetto arianese

dialetto romanzo parlato nel territorio di Ariano Irpino
Arianese
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Tutti li cristiàni nàscinu libbr'e ttal'e qquali pi ndinità e ddiritti. Tutti quanti tiéninu cap'e ccusciénzia e ss'avéssra trattà l'unu cu l'ato cumi si fussru frati.
Ariano – Regno di Napoli in prospettiva.jpg
Il Tricolle di Ariano nel 1703

Il dialetto arianese, tipico del territorio di Ariano Irpino, è una particolare varietà del vernacolo irpino, appartenente a sua volta alla grande famiglia dei dialetti italiani meridionali. Come tutti gli idiomi romanzi discende direttamente dal latino volgare, una lingua di ceppo indoeuropeo penetrata nel territorio in epoca romana.

Cenni geograficiModifica

Le caratteristiche della parlata arianese appaiono piuttosto atipiche rispetto alle tipologie dialettali frequenti nel resto dell'Irpinia in virtù della posizione geografica dell'area territoriale[1], collocata all'altezza di una sella appenninica lungo il margine settentrionale del Sannio irpino, a ridosso dei territorio dauno-pugliese. Di conseguenza, se da un lato la parlata arianese ha potuto così resistere relativamente meglio alla contaminazione campana in generale e napoletana in particolare[2] (Napoli divenne capitale del Regno fin dal secolo XIII), dall'altro lato è rimasta esposta in qualche misura alle influenze dialettali pugliesi (e più precisamente daune)[1], piuttosto evidenti soprattutto a livello fonetico[3]. Per motivi analoghi si osserva anche un certo influsso dei dialetti irpini (e dell'arianese in particolare) sui vernacoli parlati lungo il versante pugliese dei monti della Daunia, i cosiddetti dialetti dauno-irpini[4], e finanche (sia pur solo superficialmente) sulle isole linguistiche ivi presenti[5]. Si rimarca infine la presenza di un qualche contatto con l'area beneventana[6], attribuibile principalmente dalla vicinanza geografica oltre che alle vicende storiche alto-medievali.

Cenni storiciModifica

Cospicuo fu il rilievo storico della contea di Ariano che, in epoca medievale, si estendeva su ambo i lati degli Appennini[7], tanto che sotto il dominio normanno assurse a grancontea (nell'ambito del vasto ducato di Puglia e Calabria) e si espanse fino alle porte di Benevento da un lato e fino alle soglie del Tavoliere dall'altro[8]. Fondamentale fu anche il ruolo svolto dalle grandi direttrici di traffico, quali la medievale via Francigena e la moderna strada regia delle Puglie oltre agli antichi percorsi della transumanza: il tratturo Pescasseroli-Candela (cui è imputabile anche un modesto influsso lessicale abruzzese[9]) e il tratturello Camporeale-Foggia.[10]

 
La via Francigena in direzione Puglia sul pianoro della Sprinia, a mezza costa tra la valle del Miscano e la dorsale delle Tre Fontane.

Pertanto i contatti e gli interscambi con la vicina Puglia furono sempre assai frequenti; in particolare, nel 1421 si verificò un intenso afflusso di profughi provenienti da Trani[11], i quali si insediarono nel quartiere rupestre che da essi prese il nome (Tranesi) per esercitarvi l'arte ceramica, apportando peraltro anche un significativo contributo all'evoluzione stilistica della maiolica arianese. Ed è proprio su alcune mattonelle in ceramica smaltata di produzione locale (datate 1772 e raffiguranti scene di caccia grossa) che si riscontrano le prime attestazioni scritte del dialetto arianese, consistenti in una complessa serie di locuzioni gergali velatamente licenziose o allusive e come tali non sempre agevolmente interpretabili[12].

È inoltre significativo che fino al 1930 la città fosse nota con l'eloquente denominazione di "Ariano di Puglia"[13], resa ufficiale a decorrere dal 1868[14] ma già in uso da diversi secoli presso gli scrittori[15], benché il vernacolo locale abbia sempre privilegiato la semplice forma originaria "Ariano", attestata fin dal lontano 798.[16]

FonologiaModifica

Fra i tratti salienti della parlata locale vi è la pronuncia delle vocali "e" / "o" che sono preferenzialmente chiuse, soprattutto in sillaba libera[17] (per effetto di un parziale isocronismo sillabico di matrice adriatica, interpretabile anche come possibile esito di primitivi frangimenti vocalici del tipo -èi- / -òu-[18]), mentre nel resto dell'Irpinia prevale nettamente il timbro aperto[19]. Pertanto si dirà: "téne séi róte nóve" (="ha sei ruote nuove"), laddove nell'irpino standard si ha invece "tène sèi ròte nòve".

Diverso è anche il modo di pronunciare la vocale tonica "a" che in Ariano tende verso la "e"[20] (forse in conseguenza di antichi frangimenti del tipo -àe̯- / -e̯à-[18]) mentre altrove si mantiene inalterata, specialmente in sillaba libera o finale[21]; così ad esempio la parola "fare" si pronuncia /fæ:/ in arianese, /fa:/ nell'irpino standard.

Si consideri altresì l'anomala alternanza tra gli ausiliari "avere" ed "essere" nei tempi composti:

  • à ritto: hai detto;
  • è dditto: ha detto;

mentre il primo costrutto potrebbe essere derivato dal banale troncamento di un primitivo "*ài ritto", il secondo potrebbe invece essersi originato da un antico "*à dditto", laddove il successivo passaggio "*à" > "è" sarebbe riconducibile a un influsso pugliese[17]; infatti nel resto dell'Irpinia si dice ovunque "à ddittə"[22]. In altri casi l'uso delle vocali toniche "a" / "e" nella pronuncia di un verbo ausiliare è invece liberamente intercambiabile e indipendente da fattori esterni: così ad esempio si potrà dire "àggiu capito" oppure "èggiu capito" (="ho capito"), senza che vi sia alcuna differenza di significato tra le due espressioni[23].

Sono comunque piuttosto evidenti le differenze che contraddistinguono la parlata arianese dai dialetti diffusi nei piccoli paesi limitrofi, ove si tende spesso a conservare le tipiche cadenze irpine in modo ancora più genuino[22] (ne è un esempio il vernacolo montecalvese), sebbene anch'essi appaiano più o meno diversi gli uni dagli altri, talvolta alterati da una componente gergale di solito poco appariscente ma in qualche caso assai ben marcata (un esempio è dato dal gergo ciaschino, parlato un tempo nella vicina Baronia)[24].

Radicalmente diversi, nonostante i continui e frequenti interscambi[25][26], sono invece gli idiomi in uso presso le comunità appartenenti alle minoranze linguistiche locali, quali gli albanesi di Greci (un tempo presenti anche in Ariano[27]), i francoprovenzali della Valmaggiore (anch'essi infiltratisi fin nella città di Ariano[28]) nonché gli antichi schiavoni; questi ultimi, a differenza degli affini croati del Molise, hanno perso la loro individualità linguistica dopo aver però influito in modo determinante sulla storia e sulla cultura di Ginestra degli Schiavoni, Sant'Arcangelo Trimonte (in passato nota come Montemale o Montemalo) e Villanova del Battista (l'antica Polcarino degli Schiavoni)[29], tre comunità legate fin dagli albori alla diocesi di Ariano.[30]

Peraltro talune differenze vernacolari, sia pure piccole, si avvertono perfino tra una zona e l'altra dello stesso comune; così ad esempio la parola "dietro" viene tradotta in dialetto come "addréto" in taluni settori del territorio arianese, mentre "arréto" in altri (da notare però come entrambe le forme presentino la tipica "e" tonica chiusa). Una tale varietà di sfumature è favorita dall'ampia diffusione degli insediamenti rurali sparsi su di un agro assai vasto (il più esteso della Campania[31]) e alquanto impervio[32]. Non di rado le sottili divergenze lessicali e fonetiche tra le varie località del contado hanno offerto facili spunti alla satira politica locale.[33][34]

(AI)

«Tutti abbràzzano lu cafone:
"Tu si lu meglio cumparone;
T'aggia rà la libertà,
ma porta sàrcine sempe qua".»

(IT)

«Tutti abbracciano il contadino:
"Tu sei il miglior compare mio;
Voglio darti la libertà,
ma porta sempre roba qua".»

(N. Di Gruttola, 1946.[35])

MorfologiaModifica

 
La linea Salerno-Lucera nel mezzo del dominio linguistico italo-meridionale

Per quanto attiene all'ambito morfologico, le divergenze più marcate si manifestano non tanto tra il versante occidentale (tirrenico) e quello orientale (adriatico) della catena appenninica, quanto piuttosto tra il settore nord e il settore sud dell'intera area linguistica meridionale. Uno dei principali elementi di demarcazione tra i due settori è dato dalla cosiddetta "linea Salerno-Lucera"[36], ossia da un fascio trasversale di isoglosse che dai monti Picentini si dirige verso il promontorio del Gargano, giungendo così a separare non soltanto il dominio sannitico (a nord) da quello irpino (a sud) ma, più in generale, le aree ove ancora penetrano influssi del ceppo italo-mediano da quelle influenzate piuttosto dal sistema estremo-meridionale. Poiché il territorio arianese è situato proprio lungo la linea Salerno-Lucera, ne deriva che il dialetto locale mostra, anche sotto questo profilo, un carattere di transizione, a volte evidenziando un'impronta marcatamente meridionale e irpina, altre volte discostandosene invece più o meno vistosamente. Ad esempio, sono prettamente meridionali (e dunque irpini):

  • il passaggio "cj" > "zz" ("fazzo", ="faccio"; "strazzà", ="strappare"), analogo ai tipi siciliani fazzu, strazzari e ben diverso invece dalle forme napoletano-abruzzesi facciə e straccià (Napoli e l'Abruzzo sono situati infatti a nord della linea Salerno-Lucera);
  • la conservazione del nesso "ngj" ("cangià", ="cambiare"; "mangià", ="mangiare"), anche in questo caso similmente al siciliano (canciari, manciari) e diversamente dalle tipologie napoletano-abruzzesi cagnà e magnà; da notare che, sotto questo aspetto, il dialetto arianese è l'ultimo a mostrare quel nesso, poiché già a partire dalla limitrofa Montecalvo (pochi chilometri più a nord) si hanno forme del tipo cagnà e magnà.

Sono invece tipicamente mediano-sannitici, e dunque differiscono dal tipo irpino-meridionale:

  • l'imperfetto indicativo delle coniugazioni superiori strutturato in modo simile all'italiano ("putevo", ="potevo"; "vulevo", ="volevo"), ben diverso dalle forme sud-irpine ed estremo-meridionali potìa, volìa;
  • l'elemento clitico della prima persona plurale: esso assume infatti la forma "ci" come in italiano e non "ngi" come nell'Irpinia meridionale e in parte dell'estremo sud. Ciò comporta notevoli conseguenze anche in campo sintattico, poiché ad esempio la frase sud-irpina "ngi vuléa pròpio!" è solo apparentemente simile all'espressione arianese "n'ci vuléva pròpio!"; in realtà il significato è esattamente opposto: la prima asserzione significa infatti "ci voleva proprio!", la seconda invece "non ci voleva proprio!".[22]

SintassiModifica

Una caratteristica tipica del comprensorio, ossia di un'area corrispondente grosso modo al territorio dell'ex circondario di Ariano di Puglia, consiste nell'uso della congiunzione "ancora" in senso predittivo, come ad esempio nella frase: "Accòrt'a lu tauro, ancora ti tózza" (="Attento al toro, potrebbe incornarti"). In realtà tale tipo di costrutto si ritrova, in forme più o meno analoghe, anche in molte tipologie dialettali della vicina Puglia, ma non ha praticamente riscontri nel resto della Campania né tantomeno nella lingua italiana.[37]

Comune a tutto il comprensorio è anche l'insieme di modalità in cui può configurarsi l'imperativo negativo alla seconda persona singolare: in alternativa al costrutto ordinario del tipo <negazione + infinito> (ad esempio "nun ti ni ncarricà!, ovvero "non occupartene!"), può aversi infatti una proposizione esclusiva con verbo all'indicativo (ad esempio "senza ca trimiénti!", ossia "non guardare!," letteralmente "senza che guardi!") o perfino un costrutto del tipo <negazione + gerundio>, come ad esempio nella frase "nu lu ddicenno!" (="non dirlo!", letteralmente "non dicendolo!"); anche quest'ultima modalità, pressoché inesistente nelle restanti parlate della Campania e nell'italiano, è invece predominante in gran parte della Puglia ed è ampiamente diffusa anche nella Lucania.[38]

Ad ogni modo sono assai numerosi i fenomeni sintattici che, almeno a grandi linee, sono condivisi dalla generalità dei dialetti meridionali[39]; a puro titolo di esempio si citano l'accusativo alla greca (ad es. "lu faccistuorto": "colui che ha il viso torvo") e l'accusativo con preposizione (ad es. "mica avissi vist'a Ppašcale?": "per caso hai visto Pasquale?")[40] quest'ultimo diffuso anche nel siciliano.[41]

GrammaticaModifica

 
"La téglia" (=il tiglio, dal latino tĭlia), maestoso albero monumentale presso l'antico santuario della Madonna di Valleluogo. Si noti la conservazione del genere femminile latino in arianese, ma non in italiano.

Condivisa da tutto il contado (ma non dal resto dell'Irpinia)[22] e con analogie anche in diverse altre aree appenniniche[39] è la declinazione dell'articolo determinativo. In particolare, la forma singolare maschile è sempre "lu", a differenza dell'italiano che distingue tra "il" e "lo"; tuttavia, così come accade in altri dialetti meridionali, quando si tratta di cose non numerabili ne consegue il raddoppiamento fonosintattico della consonante iniziale del sostantivo:

  • lu cuccio: il coniglio;
  • lu viccio: il tacchino;
  • lu razzo: il braccio;
  • lu zuóppo: lo zoppo;
  • lu zinno: l'angolo;
  • lu squiccio: lo schizzo;
  • lu ffierro: il ferro;
  • lu llardo: il lardo;
  • lu fforte: il piccante;

l'articolo singolo femminile è sempre "la", esattamente come in italiano:

  • la jatta: la gatta;
  • la cerza: la quercia;
  • la lama: la frana;

l'articolo plurale, maschile o femminile che sia, è sempre "li" , a differenza dell'italiano che distingue tra "i", "gli" e "le"; tuttavia, così come accade in altri dialetti meridionali, quando l'articolo è femminile ne consegue il raddoppiamento fonosintattico della consonante iniziale del sostantivo:

  • li ciucci: i somari;
  • li chiuppi: i pioppi;
  • li zappielli: i sarchielli;
  • li mbriachi: gli ubriaconi;
  • li strazzati: gli straccioni;
  • li zuócculi: gli zoccoli;
  • li ccàsire: le case;
  • li ccosse: le gambe;
  • li qquatrare: le ragazze.

Altri elementi accomunano invece il dialetto arianese non soltanto a tutta l'Irpinia ma anche a diverse regioni circostanti, come ad esempio l'impiego degli articoli indeterminativi "nu" (maschile) e "na" (femminile), il cui uso si estende dal Molise alla Calabria[42]:

  • nu buccaccio: un barattolo;
  • nu malivizzo: un tordo;
  • nu surdillino: un ceffone;
  • nu rinucchio: un ginocchio;
  • na stizza: una goccia;
  • na pircóca: una pesca;
  • na ciammarruca: una chiocciola;
  • na lavina: una pozzanghera.

Analoghe considerazioni valgono per il sistematico troncamento dell'ultima sillaba dell'infinito verbale, fenomeno questo diffuso dall'Umbria alla Lucania[43] (seppur non in modo uniforme: nel dialetto napoletano, ad esempio, la sillaba finale in taluni casi si conserva[44]). Alcuni esempi:

  • juscià (soffiare), pajà (pagare), fatià (lavorare), rancicà (graffiare, letteralmente "brancicare");
  • viré (vedere), sapé (sapere), caré (cadere), tiné (avere, letteralmente "tenere");
  • vénce (vincere), strùre (distruggere), còglie (raccogliere), sórie (sgorgare, letteralmente "sorgere");
  • ascì (uscire), raprì (aprire), mpaccì (impazzire), ì (andare, letteralmente "ire").

Il troncamento dell'infinito si consocia inoltre, come in molti altri dialetti meridionali[45], al frequente trapasso dalla 4ª alla 3ª coniugazione latina con conseguente arretramento dell'accento tonico:

  • sàglie (salire), sènte (sentire), vólle (bollire), pàrte (partire); diverso è il caso di fùje (fuggire), verbo appartenente già in origine alla 3ª coniugazione latina ("fŭgere") trapassato invece alla 4ª in italiano.

Notevole è poi lo sviluppo della metafonesi, comune, oltre che a svariati altri dialetti centro-meridionali, anche a quelli di talune aree interne della Sicilia[39]. Tale fenomeno si esplica nel mutamento della vocale tonica di una parola (a causa dell'influsso di altra vocale successiva) nel passaggio dal singolare al plurale, dal maschile al femminile oppure tra le varie persone dei verbi. Di seguito alcuni esempi:

  • quiro (quello) opposto a quéra (quella)
  • vaglione (ragazzo) opposto a vagliuni (ragazzi);
  • prèvite (prete) opposto a priéviti (preti);
  • róssa (rossa) opposto a russo (rosso).
  • ròssa (grande, al femminile) opposto a ruósso (grande, al maschile)
  • accòglio (raccolgo) opposto ad accuógli (raccogli)
  • avéssa (dovrei / dovrebbe) opposto ad avissa (dovresti).

Nella generalità dei casi la metafonia è stata innescata dalle vocali finali latine -i- / -u-, a prescindere da eventuali terminazioni consonantiche.[39]

EvoluzioneModifica

   
Esempio di evoluzione semantica: la parola "càrpino", che dappertutto indica una specie arborea (a sinistra, un comune esemplare di càrpino, dal latino carpinus), nel dialetto arianese è invece sinonimo di abbeveratoio (a destra, il "càrpino" della Tetta, in località Sant'Antonio). La trasmigrazione del significato del termine potrebbe essersi indotta a partire da una qualche fontana locale detta "del càrpino".

Analogamente agli altri dialetti meridionali, anche l'arianese trae origine dalla sovrapposizione del volgare latino parlato dagli antichi Romani sui dialetti oschi in uso presso le popolazioni sannitiche stanziate nel territorio. Tuttavia la completa latinizzazione, benché precoce, dovette essere preceduta da una breve fase di diglossia, come attestato dall'esistenza di toponimi perfettamente bilingui; un esempio notevole è dato dal vicus di Aequum Tuticum (citato per la prima volta nel 50 a.C.[46]), il cui toponimo è composto da una parola latina ("aequum" = "pianura", "campo aperto") e da un termine osco ("tuticum" = "pubblico", "appartenente al touto", ossia al popolo)[47].

Numerosi tra i fenomeni linguistici che caratterizzano la parlata dialettale costituiscono in effetti dei tratti assai antichi (un esempio è dato dalla già citata metafonesi), mentre altri mutamenti fonetici sopravvennero in epoche successive. Ne è una dimostrazione la parola "vòsco" (="bosco d'alto fusto"), di probabile origine ostrogota (bôsk nell`antico germanico)[48], la quale mostra sì il passaggio da "b" > "v" (tipico degli altri dialetti meridionali e del siciliano)[39] ma non la metafonesi, il che garantisce che a quell'epoca tale fenomeno si era già interamente compiuto e dunque non poteva produrre più alcun effetto sulle parole sopraggiunte tardivamente. Una conferma in tal senso è data dalla contrapposizione tra "sant'Antuono" (="sant'Antonio Abate", morto nel IV secolo e venerato fin dalla tarda antichità) e "sant'Antonio" (="sant'Antonio di Padova", morto e canonizzato nel XIII secolo).

Naturalmente anche il passaggio "b" > "v" deve essere avvenuto in una determinata fase storica oltre la quale ha cessato di produrre ogni effetto. Ad esempio si può certamente affermare che tale trasformazione si è avuta dopo che nel dialetto arianese era penetrata la parola "vrénna" (significante "crusca" e derivante dall'antico-francese bren, a sua volta di origine celtica ossia pre-latina)[49] ma prima che vi si introducesse la parola "buttéglia" (la quale, parallelamente all'italiano "bottiglia", deriva dal francese moderno bouteille che a sua volta trae origine dal latino buttĭcula ossia "piccola bótte").[48]

Altre trasformazioni fonetiche sono poi avvenute in epoca moderna. Ne è prova il fatto che ad esempio la parola "nnóglia" (derivata dal francese andouille alla fine del medioevo e indicante il "salame pezzente")[50] ha subìto l'assimilazione "nd" > "nn", segno che tale fenomeno si è compiuto non prima che il termine entrasse a far parte del lessico dialettale; del resto ancora nel secolo XV il toponimo de "La Manna" era attestato come "Amando" o "Amandi"[51] (lo stesso accadeva per Il vicino comune di Panni, citato come "Pandi" o "Panda"[4]). Ciò significa che ad esempio il termine dialettale "tanno" (che significa "allora", dal latino "tam") in origine non doveva rimare con "quanno" (="quando", dal latino quando) poiché quest'ultima parola deve essere stata pronunciata [quando] (o [quand]) fino al momento dell'avvenuta assimilazione del gruppo consonantico "nd". Peraltro talune aree dialettali dell'estremo sud peninsulare e della Sicilia (le stesse ove è presente la minoranza greca[52]) non sono state affatto raggiunte dal fenomeno[53], ma anche nel dialetto arianese esso ha già cessato di produrre effetti, tanto che i termini penetrati in epoche posteriori non ne hanno più risentito (ad es. "nduvinà" dall'italiano "indovinare").

Tuttavia proprio nell'epoca attuale si stanno verificando alcune altre modifiche fonetiche[3], le quali perdipiù non sono ancora giunte a compimento: un esempio è costituito dal passaggio "nt" > "nd", tant`è vero che la frase italiana "quanti ne siete?" può essere trascritta in dialetto sia "quanti ni site?" sia "quandi ni site?". Di fatto la pronuncia fluttua liberamente fra le due forme in quanto l'innovazione "quandi" non si è ancora definitivamente affermata mentre la vecchia forma "quanti" è considerata tuttora accettabile. È comunque pacifico che il passaggio "nt" > "nd" sia da ritenersi tardivo e logicamente consequenziale rispetto al suddetto passaggio "nd" > "nn", tanto che lo stesso areale di diffusione nell'ambito dei dialetti centro-meridionali è, seppur di poco, più ristretto[54].

In ogni caso l'evoluzione della parlata è sempre avvenuta in modo progressivo e senza salti bruschi; è sufficiente infatti un confronto con la traduzione in dialetto (operata nel 1875 dall'arianese Giovanni Vincenzo Albanese) della sesta novella della prima giornata del Decamerone di Giovanni Boccaccio per accorgersi che le parole e le locuzioni vernacolari ottocentesche risultino ancora perfettamente intelligibili, benché alcune di esse appaiano ormai piuttosto desuete.[32]

LessicoModifica

 
La Ravece, antica e rinomata varietà italiana di olivo, conserva il proprio nome dialettale arianese.

In quanto alla componente lessicale, occorre innanzitutto chiarire che le parole derivanti dal sostrato osco, ossia dalla lingua pre-latina parlata dalle antiche popolazioni italiche (Sanniti, Irpini, ecc.), sono relativamente poco numerose[40]. Vi sono comunque alcuni vocaboli associati fin dalla più remota antichità alla tecnica agro-pastorale, come ad esempio la parola "stiero" (="letame"), che non può essere derivata dal latino stĕrcus altrimenti si sarebbe dovuto avere [stierco] (così come da pŏrcus è derivato "puorco"); ciò fa presupporre l'esistenza di una forma osca *sterux parallela al latino "stercus" e comunque ricollegabile a una radice indoeuropea *(s)ter-, il cui significato fondamentale doveva essere "sporco"[55].

Altri termini sono sopravvissuti poiché di frequente uso nella toponomastica, uno degli ambiti lessicali più stabili: un esempio è dato dalla parola "pišcóne" (="macigno") derivato da una radice osca pestlúm[56] che si ritrova in numerosi toponimi di area sannitica quali ad esempio Pescolamazza (poi divenuto Pesco Sannita), Pescocostanzo, Pescopagano, Pescosolido, Pescolanciano, Pescorocchiano e svariati altri[57]. Di origine pre-romana sono anche i nomi dei fiumi Ufita (derivante dalla stessa radice osca di "Aufidena", l'attuale Alfedena, e "Aufidus", l'odierno Ofanto[58]) e Cervaro (citato da Plinio il Vecchio nella forma italica "Cerbalus"[59] e non in quella latina "Cervārius"[60]).

Inoltre, seppur estremamente rare, non mancano parole di derivazione osca ma di matrice ancor più arcaica, riconducibili cioè a un sostrato linguistico preitalico e dunque preindoeuropeo (un'antica lingua non indoeuropea, l'etrusco, è attestata nell'Agro campano fino al V secolo a.C.). Di remotissima origine preindoeuropea sono, ad esempio, i termini "mórra" (="gregge"), "ràlito" (="avena selvatica") e "témpa" (="zolla"): in quanto alla prima parola, strettamente legata alla tradizione della transumanza, il suo significato originario doveva essere "mucchio" (e in particolare: "mucchio di pietre"[61]; tale ultima accezione, piuttosto frequente in altri idiomi regionali[62], si conserva localmente nel derivato "murrécina"); il secondo termine, corrispettivo metatetico del tipo calabro-lucano gàlatru/gàlatra e lontanamente affine al basco garagar (="orzo")[63], deriva invece da una primitiva radice *gar (="cereale", "pianta monocotiledone")[64]; la terza parola, che in origine doveva significare "rupe"[65], nelle sue varie forme è ampiamente diffusa nella toponomastica dall'Abruzzo fino alla Sicilia, ma con sporadiche sopravvivenze anche nella penisola iberica e nei Carpazi.[66]

Esempi di ridondanza lessicale: "muscillo" (in alto) e "caccione" (in basso). Mentre la lingua italiana fa largo uso dei diminutivi (gattino, cagnolino), nel dialetto arianese prevale l'utilizzo di termini specifici per indicare i cuccioli degli animali domestici. Anche le interiezioni sono differenziate: "frustellà" per mandar via il gatto, "passellà" per scacciare il cane.

Ad ogni modo la stragrande maggioranza del lessico dialettale attuale è costituito da latinismi, il che è normale per un idioma romanzo. Alcuni di essi sono andati perduti nel corso dei secoli, ma tantissimi si conservano, specialmente negli ambiti più tradizionalisti come quello contadino. Eccone alcuni esempi:[67][68][69][70]

  • «caso» (formaggio) da cāseus;
  • «làina» (sfoglia) da lăgana[71];
  • «lóta» (fango) da lŭta[71];
  • «jilàma» (brina) da gelāmen;
  • «nuzzo» (nòcciolo) da nŭc(l)eus;
  • «rólla» (porcile) da harul(l)a;
  • «caggióla» (gabbia o voliera) da caveola;
  • «stila» (asta di attrezzo) da hastīle;
  • «sirràcchio» (sega a lama libera) da serrāculum;
  • «nzito» (innesto) da insitus;
  • «pitaturo» (roncola) da putatōrium;
  • «fungi» (funghi) da fungi;
  • «àccio» (sedano) da ăpium;
  • «ciraso» (ciliegio) da cerasus;
  • «cucózza» (zucca) da cucŭtia;
  • «jéta» (bietola) da blēta;
  • «làssina» (senape selvatica) da lāpsana;
  • «fràscino» (frassino) da frāxinus (da cui il toponimo "Frascineta");
  • «cuorno» (corniolo) da cо̆rnus (da cui il toponimo "Curneta", erroneamente trascritto "Orneta")[72];
  • «saùco» (sambuco) da sabūcus, esso stesso toponimo;
  • «milogna» (tasso) da mēles;
  • «sórice» (topo) da sōrex;
  • «pica» (gazza) da pīca;
  • «tàuro» (toro) da taurus;
  • «àino» (agnello) da agnus (evidentemente in latino classico la "g" e la "n" erano pronunciate separatamente, non essendosi ancora realizzata l'assimilazione che si ritrova invece nella parola italiana "agnello"[73]).

Alquanto sporadici sono invece i termini di origine greca, peraltro non tutti pervenuti contemporaneamente: la fonologia consente infatti non soltanto di riconoscere agevolmente le parole di diretta derivazione greca (ad esempio, "vasinicóla" discende direttamente dal greco basilicón e non dal derivato latino basĭlicum, che è invece all'origine dell'equivalente italiano "basìlico"[74]), ma anche di distinguere tra vocaboli greco-antichi di probabile irradiazione magno-greca (ad esempio "cìcino", significante "orcio", nonostante che derivi dalla stessa radice del termine italiano "cigno", in greco kŷknos) e parole greco-bizantine sopraggiunte tardivamente (ad esempio "chìchilo", ossia "fusillo elicoidale", dalla cui radice greca kŷklos è stata poi coniata la parola italiana moderna "ciclo")[75]. In effetti alla fine del secolo IX i Bizantini, partiti dalla Puglia, riuscirono a occupare per diversi anni il principato di Benevento[76]; dovette essere proprio allora che si affermò il toponimo "Sant'Eleuterio", chiaramente bizantino e sinonimo di "San Liberatore" (toponimo anch`esso, ma di origine latina e appioppato a tutt'altra parte dell'agro comunale)[11].

Esempio di sinonimia etimologica nell'ambito della toponomastica: contrada San Liberatore (in alto) e contrada Sant'Eleuterio (in basso); le due località distano circa 15 km l'una dall'altra.

Non manca qualche termine derivato dall'arabo (una lingua semitica, dunque non indoeuropea) pervenuto attraverso le incursioni dei Saraceni provenienti soprattutto dall'insediamento musulmano di Lucera; ad esempio "taùto" che vuol dire "bara" (dall'arabo tabút)[77] oppure "zirro" che significa "barile per olio" (dall'arabo zir).[48][69]

Frequenti invece le parole germaniche, apportate dapprima dagli Ostrogoti e poi anche dai Longobardi; un esempio significativo è rappresentato da "la Uardia" (="la Guardia", dal gotico Vardia[78]), nome del più antico quartiere cittadino situato proprio ai piedi del Castello; un altro toponimo è costituito da "Gaudiciello"[72], derivante dalla parola longobarda waud avente il significato di "bosco"[79] con l'aggiunta però di un diminutivo tipicamente latino (dunque Gaudiciello = "boschetto"). Rare e posteriori sono invece le parole di origine anglosassone, come ad esempio "fenza" (="recinzione"), dall'inglese (the) fence, risalente a sua volta al latino defensa (="difesa") attraverso il francese défence[68][80].

Numerosi sono poi i prestiti lessicali da altri idiomi romanzi. In particolare, le dominazioni angioina e aragonese hanno contribuito ad apportare talune parole di origine rispettivamente provenzale e catalana, ad esempio "ualano" (="bovaro", "bifolco", dal sostantivo provenzale galàn che significava "giovane garzone"[81]) o "addunà" (="accorgersi", dal catalano adonarse di identico significato[68][82]). A più riprese, dall'epoca della conquista normanna fino alla dominazione borbonica, sono inoltre sopraggiunti molti influssi della lingua francese, compresi diversi vocaboli come ad esempio "rua" (="vicolo", da rue, a sua volta derivante dal latino ruga), "ciampata" (="pedata", da jambe, discendente del latino gamba), "sciarabballo" (="calesse", da char-à-bancs, letteralmente "carro a banchi"), "nciarmà" (="congegnare", da en-charme, le cui origini risalgono al latino carmen, ossia "sortilegio")[68][83]. In conseguenza del lungo assoggettamento del regno di Napoli alla corona di Spagna, nel corso dei secoli XVI-XVII è divenuta infine preponderante l'influenza spagnola, riscontrabile non soltanto in alcune strutture sintattiche, quali l'uso dei verbi "stà" (="stare", "essere“) e "tiné" (="tenere", "avere") che ricalcano rispettivamente quelli di estar e tener[40], ma anche nel lessico. Sono comuni, infatti, termini come "rubbricà" (=seppellire, dal verbo lobregar a sua volta risalente al termine latino lugubris[84]) oppure "abbušcà", che può significare secondo i casi “guadagnare” o “prendere schiaffi” e che deriva dallo spagnolo buscar[85].

Si potrà notare come la parola "abbušcà" mostri un'inflessione fonetica chiaramente napoletana. In effetti quasi tutte le parole derivate da idiomi stranieri sono pervenute non direttamente dalle rispettive lingue madri, ma per tramite di altre parlate regionali di più alto rango, soprattutto il napoletano, ma anche il beneventano, il capuano e il salernitano[39] (Ariano è stata soggetta per tre secoli al ducato di Benevento e per ben cinque secoli al regno di Napoli, tuttavia in una fase intermedia si imposero anche i principati di Capua e Salerno).

Del resto le stesse considerazioni valgono anche per i termini latini pervenuti a posteriori: si noti ad esempio la differenza tra "scopa" nel significato di "arnese per spazzare" e "šcopa" nel senso di "gioco di carte", il quale ultimo mostra nella fonetica la chiara derivazione napoletana[69]. Tuttavia, nei periodi storici caratterizzati da maggiore accentramento (e in particolare all'epoca della dominazione normanna[86]), è anche accaduto che talune parole penetrassero nel dialetto arianese direttamente dalla lingua d'origine; è il caso di "pàccio" (="pazzo") che deriva non dal basso-campano pazzə (che è invece all'origine della parola italiana "pazzo"), ma direttamente dall'antico-francese page ossia "paggio" (i paggi avevano una pessima nomea, da cui il detto "être effronté comme un page")[87]. Diverso è invece il caso di "pazzià" (="scherzare") che deriva, questo sì, dalla parlata napoletana.[69]

Peraltro, in ambiti più specifici, non sono mancate infiltrazioni lessicali da altri idiomi dialettali di minor prestigio culturale ma più strettamente legati a determinati campi di attività; ad esempio la parola "zurro" (="caprone"), tipico termine vernacolare molisano legato al gergo della transumanza[10], si è sovrapposta al suo sinonimo "zìmmaro" che costituiva invece un prestito del latino regionale della Magna Grecia[88] (chímaros, dalla cui forma femminile chímaira è stata inoltre tratta la parola italiana chimera). Parimenti legato al mondo della pastorizia, ma di ambito essenzialmente pugliese[89], è invece il termine "jazzo" (="ricovero per il bestiame"). E ancora dalla Puglia è sopraggiunta la parola "quarata", un astruso termine idiomatico che compare nelle locuzioni "jì a quarata" (="andare alla malora") e "mannà a quarata" (="mandare a quel paese"); in realtà Quarata era l'antico nome vernacolare di Corato, una cittadina legata fin dai tempi remoti alla provincia e diocesi di Trani[90], il territorio da cui, agli inizi del Quattrocento, si sviluppò un intenso flusso migratorio diretto verso il borgo extramurario di Ariano che dei Tranesi stessi avrebbe preso il nome[11].

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, il dialetto è stato poi contaminato (ma al tempo stessoin arricchito) da moltissimi vocaboli di origine italiana, i quali comunque sono anch'essi banalmente distinguibili da quelli derivati direttamente dal latino (ad es. "lu cerchio", che significa "il cerchione", rispetto a "lu circhio" che invece significa "il cerchio"). D'altra parte si evidenzia anche un influsso inverso, ossia del dialetto sull'italiano parlato localmente, il quale pertanto mostra caratteri differenziati rispetto all'italiano standard.

Numerisissimi sono infine i termini dialettali caduti in disuso nel corso dei secoli; di alcuni di essi rimangono tracce nella toponomastica (ad esempio Monte de l'Asino, unica sopravvivenza vernacolare della parola "asino"), nei cognomi (ad esempio Franza, ossia "Francia", dal faetano Fransa), negli scritti antichi; notevole tra questi ultimi è l'esempio di quatraro (="fanciullo"[91]) attestato da Dante Alighieri[92] di cui, come già si è detto, si conserva la sola forma femminile[93].

ProverbiModifica

 
"Si tutti l'auciélli canuscèssro lu ggrano, a la Puglia nun si mitesse" (="Se tutti gli uccelli conoscessero il frumento, nemmeno in Puglia si potrebbe mietere") è un antico detto contadino sotto forma di periodo ipotetico dell'irrealtà. La morale della massima è un invito a non sopravvalutare le capacità dei propri avversari.

Il vasto patrimonio di proverbi dialettali costituisce un significativo retaggio della cultura popolare, di matrice essenzialmente contadina e ricca di tradizione (il villaggio agro-pastorale de La Starza, il più antico della Campania[94], risale al neolitico medio), ma povera di risorse materiali (Da rint'a nu vosco nun s'acchia na frasca = "Dal sottobosco non si colgono fronde") e soggetta alle stravaganze della natura (L'èriva ca nun vuó, a l'uortu nasce = "L'erbaccia che non gradisci, spunta proprio nel tuo orto") e ai capricci del clima (Natale cu lu sole, Pasqua cu lu cippone = "Se a Natale splende il sole, a Pasqua si accenderà il fuoco"). Al riguardo, la cronica carenza di vestiario adeguato, legna da ardere e scorte di viveri (Saccu vacante, nun si manténe mpalato = "Quando il sacco è vuoto non si regge in piedi") rendeva assai difficile affrontare la stagione invernale (Roppu Natale, fridd'e ffame = "Dopo il Natale soggiungono il freddo e la fame"); in particolare, erano temute le ondate di freddo, specie se precoci (Aùsto, capu di viérno = "Agosto è l'inizio dell'inverno") o tardive, queste ultime peraltro assai deleterie anche per l'agricoltura (Tannu la virnata è sciuta fóre, quann'éia Santu Libbratore = "Allora l'inverno è davvero finito, quando è la ricorrenza di San Liberatore", ovvero il 15 Maggio). Viceversa, nonostante l'intenso lavoro manuale (La zappa téne la pónta d'óro = "La zappa ha la lama d'oro", ossia pesante ma preziosa), le fasi di calura erano tollerate senza patemi e anzi il soleggiamento era considerato benefico sotto ogni aspetto (Andó trase lu sole, nun trase lu miérico = "Dove penetra il sole, non entra il medico"). D'altra parte le condizioni meteorologiche influivano direttamente sullo svolgimento della giornata lavorativa, che poteva essere preclusa dalla pioggia (Quannu lu tiempu chiove, statti rint'e nun ti move = "Quando c'è la pioggia, resta dentro e non muoverti"), ma non dalla bruma (Negli'a la matina, accónzit'e ccammina = "Nebbia al mattino, preparati e vai al lavoro").[95][96]

Tuttavia, più ancora degli eccessi climatici, ad incutere davvero paura erano le possibili carestie, le quali a loro volta potevano essere foriere di conflitti (La fame caccia lu lupo da lu vosco = "La fame induce il lupo a uscir dal bosco") specialmente quando le disparità sociali erano troppo marcate (Lu sazzio nun crér'a lu rijùno = "Chi è già sazio non crede a chi è digiuno"). Non essendo concepibile affrontare una fase critica contando sul supporto degli amici (Li megli'amici li ttiéni nda la sacca = "I migliori amici sono i soldi che hai in tasca") né sull'acquisto di merce a buon mercato (Lu sparagno nun porta uaragno = "Il risparmio non si tramuta in un guadagno"), si tentava piuttosto di accumulare provviste nei periodi di abbondanza (Stipa ca truóvi = "Metti da parte se vorrai trovare") per poi evitare ogni forma di sperpero (Quannu staj la ràscia, mitti la chiàv'a la càscia = "Quando c'è abbondanza, chiudi a chiave la credenza"); fondamentale era anche la prevenzione dei furti (Chi si uarda li puórci suj, nunn'éia chiamato purcaro = "Chi sorveglia i propri maiali, non è considerato un porcaio") per mezzo di un cauto riserbo nei confronti degli estranei (Chi ti sape, ti rapre = "Chi troppo ti conosce, accede alle tue ricchezze") e con l'ausilio di sistemi di difesa passiva predisposti per tempo, prima che fosse troppo tardi (Ropp'arrubbato, li pporte di fierro = "Dopo il furto, le porte blindate"). Regole ferree imponevano inoltre l'equa distribuzione del lavoro (Nu póc'a ppiruno nun sap'a ffort'a nnisciuno = "Un po' per ciascuno non dispiace a nessuno") e delle poche risorse disponibili (Chi mangia sulo, si strafóca = "Chi mangia da solo finisce per strozzarsi"). I pochi ricchi erano comprensibilmente invidiati per i loro facili sperperi (Andó staj la munnezza, staj la ricchezza = "Dove c'è immondizia, c'è ricchezza"), così come i potenti di turno erano temuti per le loro angherie (Só ccangiati li sunaturi, ma la musica éia sempe la stessa = "Cambiano gli orchestranti, ma la musica è sempre uguale"); del resto le classi più indigenti, seppur al riparo da qualsiasi rischio di confisca o esazione fiscale (Tre só li putiénti: lu papa, lu rré e chi nun téne niénte = "Tre sono i potenti: il papa, il re e i nullatenenti"), rimanevano pur sempre le più vulnerabili ai soprusi (Lu cane mózzic'a lu strazzato = "Il cane morde proprio gli straccioni").[95][96]

 
Immagine d'epoca raffigurante un asino da soma mentre arranca lungo l'antico tracciato della strada nazionale delle Puglie, nel rione San Rocco; uno scenario desueto ma rievocato dal proverbio La ciuccia bbóna si ver'a la nchianata (="Un bravo somaro lo si riconosce in salita").

Frequenti erano poi i dissapori all'interno delle famiglie, benché i bambini suscitassero simpatia per la loro schiettezza (Quannu lu pìcculo parla, lu ruóss'è pparlato = "Ciò che i piccini dicono, l'hanno sentito dire dai grandi"). Sovente però i genitori tendevano ad accusare i figli per l'eccessivo spreco di risorse (Crisci figli, crisci puorci = "Allevare figli equivale ad allevare maiali"), senza peraltro ricevere ricompensa alcuna per tutto l'affetto dimostrato (La figlia mupa la capisce la mamma = "La fanciulla taciturna è ben compresa da sua madre") e per i tanti sacrifici patiti (Nu patr'e na mamma càmpan'a cciéntu figli, ciéntu figli nun càmpan'a nu patr`e na mamma = "Un padre e una madre accudiscono cento figli, mentre cento figli non riescono ad accudire un padre e una madre"); d'altro canto i modelli educativi erano improntati alla massima severità (Mazz'e ppanelle fanno li figli belli = "Pane e bastonate rendono i figli disciplinati"), così come la struttura patriarcale della famiglia e la stessa configurazione gerarchica della società erano ritenute imprescindibili (Andó tanta ualli càntano, nun face mai juorno = "Laddove ci son troppi galli a cantare non si fa mai giorno"). Proverbiali erano anche i dissidi nell'ambito del vicinato (Megli`a ttiné nu mal'amico, ca nu malu vicino = "Meglio avere un cattivo amico che un cattivo vicino di casa"), sebbene il ricorso alla violenza fosse vivamente deprecato (Chi vóle la morte di l'ati, la sója staj addrét'a la porta = "Chi desidera la morte altrui ha la sua dietro l'angolo"). Nei rapporti interpersonali era invece ritenuta assai efficace la forza di volontà (Chi téne faccia tosta si mmarita, e cchi no rumane vecchia zita = "Chi ha faccia tosta si marita, chi non ce l'ha rimane zitella"), che per di più doveva essere espressa direttamente e non per interposta persona (Chi vóle vaje e chi nun vóle manna = "Chi vuole va di persona, chi non vuole manda altri"), ma senza troppo affrettarsi (Mal'a cchi si ferma nta la prima taverna = "Mai alloggiare nella prima taverna"), senza tentare scorciatoie improbabili (Allonga la vija e vatténn'a ccàsita = "Allunga pure la strada ma torna sicuro a casa") e senza rincorrere desideri irrealizzabili (A cchiange lu muórto só llàcrime perse = "Piangere per i defunti è solo uno spreco di lacrime"). Infine, proprio in virtù della caducità dell'esistenza terrena (La vita éia n'affacciata di finesta = "La vita è fugace come uno sguardo dalla finestra"), ci si aspettava che una volta intrapreso un determinato percorso di vita lo si portasse a termine senza ripensamenti (Chi lassa la via vecchia pi la nóva, sape quero ca lassa ma nun sape quero ca tróva = Chi abbandona la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova") anche dinanzi alle prevedibili difficoltà (Li rróse càruno e li spine rumànuno = "Le rose sfioriscono ma le spine persistono").[95][96]

NoteModifica

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  12. ^ Guido Donatone, La Maiolica di Ariano Irpino, Cava dé Tirreni, Edizione Del Delfino, Adriano Gallina, 1980, p. 202 (tavola 42-b). Le piastrelle sono custodite nel museo Sigismondo Castromediano di Lecce.
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  20. ^ Tale fenomeno si riscontra anche a Lacedonia, altro comune irpino situato anch'esso ai confini con la Puglia.
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  29. ^ Archeoclub d'Italia (sede di Casalbore), Progetto itinerari turistici Campania interna - La Valle del Miscano, a cura di Luciano Disconzi, Regione Campania (Centro di Servizi Culturali - Ariano Irpino), vol. 1, Avellino, 1995, p. 165.
  30. ^ A decorrere dal 1997 il comune di Sant'Arcangelo Trimonte è però passato all'arcidiocesi di Benevento; all'uopo vedasi Acta Apostolicae Sedis n° 90 (1998), pp. 58-60 e 239-240.
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  60. ^ La forma latinizzata Cervarium, riferita al nome di un insediamento in Apulia, compare solo tardivamente in Procopio di Cesarea (B.G. 3.18), nel VI secolo d.C.
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  62. ^ Il termine mora (con una sola "r", ma con il medesimo significato di "mucchio di pietre") compariva anche nell'antico toscano; vedi Dante Alighieri, Purgatorio, Canto III.
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  70. ^ Luigi Castiglioni e Scevola Mariotti, Vocabolario della Lingua Latina, Torino, 1966.
  71. ^ a b In origine le forme lăgana e lŭta erano neutri plurali (collettivi), ma per via della desinenza -a sono stati assimilati come femminili singolari.
  72. ^ a b Nicola D'Antuono, Locorum nomina - Ariano et contorni - Cenni di toponomastica rurale, Ariano Irpino, 2002.
  73. ^ La mancata assimilazione del gruppo consinantico g-n è attestata anche in altri dialetti meridionali; si consideri ad esempio la forma «àvunu» (="agnello") della Calabria settentrionale. Giovanni Alessio, I dialetti della Calabria, 1963-1964, p. 48.
  74. ^ Luciano Pignataro, La pizza: Una storia contemporanea, Hoepli, 2. La pizza napoletana, ISBN 9788820386962.
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Voci correlateModifica