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1leftarrow blue.svgVoce principale: Dialetti d'Abruzzo.

Teatino
Terramanë, terramà
Parlato inItalia Italia
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Il dialetto teramano (terramanë o terramà a seconda dei luoghi) è una varietà della lingua napoletana o napoletano-calabrese (da non confondersi con il dialetto napoletano) parlata nella città italiana di Teramo e in alcuni centri della sua provincia.

È da premettere innanzitutto che l'area teramana è la più settentrionale del dominio dei dialetti a vocale finale indistinta (il cosiddetto scevà, indicato con e o ə) ed è, insieme a quella ascolana, la saldatura con l'area della 3º zona laziale-umbro-marchigiana a finale piena, che giunge fino alle frazioni meridionali dell'Aquila, alla Marsica occidentale, al Basso Lazio, e, sul versante adriatico, presso il fiume Aso.

Il teramano appartiene, come tutti gli altri dialetti dell'area adriatica, alla famiglia abruzzese orientale, quella cioè della metafonesi parziale solo da -i: il dialetto della città, nonché quelli delle aree site un po' più a nord ma specialmente a sud, presenta i maggiori legami di affinità con il pescarese cittadino e rurale, per le vicende storiche che hanno accomunato le due zone, che per secoli hanno fatto parte di un'unica area amministrativa, quella dell'Abruzzo Ulteriore; per cui malgrado la maggiore vicinanza geografica con Ascoli Piceno e la sua provincia, le parlate teramane tendono a differenziarsi abbastanza visibilmente da esse, salvo che per il lessico, e a produrre, nell'area della Val Vibrata, i fenomeni linguistici più svariati ed interessanti, frutto di continue sovrapposizioni linguistico-fonetico-lessicali.

Il dialetto di TeramoModifica

Il tratto fonetico qualificante, che contraddistingue questo dominio, comprendente oltre al capoluogo i centri limitrofi di Campli, Bellante, Mosciano Sant'Angelo, e in misura minore Sant'Omero, Tortoreto e Basciano, è il frangimento vocalico, che determina una serie di esiti a seconda della vocali originarie latine:

• le originarie chiuse é, ó si sono frante in à: nàve per "néve", quàllë per "quéllo", persàne per "persona", mentre "e" ed "o" aperta non si frangono;

• di riflesso, si è avuta la palatalizzazione di à, trasformatasi quasi in una è aperta, sollecitata da necessità strutturali, e che può essere resa con un segno grafico intermedio tra la "a" e la "e", ossia æ (in uso nell'alfabeto scandinavo, ad es. næve per "nave", lætte per "latte"); invece è solo nell'area meridionale della provincia Castelli, Bisenti, Arsita, Castiglione Messer Raimondo, Castilenti, così come nei centri contigui della confinante provincia di Pescara (Elice e Città Sant'Angelo) che la "a" viene resa con una vera e propria è aperta (pijètë per "presa", magnè per "mangiare");

• passando poi ad esaminare le originarie è aperte, che come detto non si frangono, per la spinta appena esaminata di "a" trasformatasi in "æ/è", è possibile registrare una certa tendenza - specie nella parlata dei più anziani, mentre presso le recenti generazioni è in via di regresso, anche per l'influsso dell'italiano standard - a pronunciarle in maniera non propriamente "chiusa" ma comunque con sfumature "medie", tendenti talvolta al chiuso (bélle per "bèllo", apérte per "apèrto", cérte per "cèrto", ecc.): questo fenomeno è assente nei soli centri di Castelli e Bisenti perché qui le "e" aperte sono distinte dalle "e" chiuse anche nel parlato italiano.

I dialetti della provinciaModifica

Quadro d'insiemeModifica

Il quadro fonetico delle parlate teramane tuttavia è molto complesso, poiché vi è un'area compatta che trasforma é chiusa in ò anziché in "a" (fòmmënë per "femmina" sigaròttë per "sigaretta", ecc). Essa è compresa tra Giulianova e Roseto degli Abruzzi sulla costa e abbraccia pressoché tutta la Val Vomano, (ben rappresentativa è la parlata di Montorio al Vomano), nonché si riscontra in molti centri montani, come Fano Adriano, Crognaleto, Pietracamela, Isola del Gran Sasso. A Castelli e Bisenti essa si ricongiunge con le parlate della provincia di Pescara (famiglia pennese), dove tale fenomeno dev'essere sopraggiunto successivamente, in quanto - come accennato nel paragrafo precedente - la é nella pronuncia italiana viene mantenuta chiusa, o comunque aperta solo leggermente, e comunque tenuta distinta dai parlanti dalla "è" aperta originaria (lo stesso dicasi per le "o" aperte e chiuse).

GiulianovaModifica

Molto interessante a tal proposito è il dialetto di Giulianova: questo centro infatti rappresenta da un lato la punta più settentrionale di penetrazione del frangimento di é in ò, che deve aver percorso la Val Vomano e, giunto sulla costa, aver risalito fino quasi alla foce del fiume Salinello, e dall'altro l'estrema propaggine meridionale dell'apocope dei finali di parola in -ne, -no e -ni, fenomeno tipicamente marchigiano diffuso fino ad Ancona, per cui si ha ad es. pallò per "pallone", per "cane", per "bene", ecc. Esso, presente pure a Bellante e, per influsso del giuliese e soprattutto forse nei più giovani, si può avvertire sporadicamente pure a Mosciano Sant'Angelo, il cui nome in dialetto può suonare a seconda dei luoghi tanto come Musciànë quanto come Mëscià : i dialetti di entrambe le località sono comunque rientranti nel "teramano" propriamente detto, in quanto é chiusa volge in à anziché in "ò". Altro frangimento significativo è quello di ù in ì (brìttë per "brutto", chjìsë per "chiuso" sichìrë per "sicuro", per "tu", da qui il noto detto-scioglilingua "tìttili tìtti tì" per "tienitelo tutto tu"). Esso è presente a Giulianova e Roseto sulla costa, e da lì penetra nei rispettivi centri limitrofi (Mosciano, Bellante Notaresco, ecc.), e può essersi originato tanto dall'interno verso la costa quanto il contrario.

AtriModifica

Ad Atri e Pineto invece ricompaiono i frangimenti in "a" (dumànëchë, sàrë), ma a Scerne di Pineto, per l'influsso del rosetano, sono ancora presenti quelli in "o", o forse risultano mischiati. In particolare poi ad Atri le originarie ó chiusa ed ù si trasformano in é (pallénë per "pallone", culérë per "colore", faégnë per "faugni", festa locale, e si tratterebbe di una fase palatalizzata del teramano, ad es. culàrë): tutto ciò in aggiunta al fenomeno della palatalizzazione di "a" in "è", già analizzato per Teramo, e alla conseguente tendenza allo "scurimento" delle originarie "è" in "é", e ancora, dell'influsso della maggiore chiusura vocalica delle "e" presente nella non lontana area vestina (da Città Sant'Angelo in giù), determina, nella coscienza dei parlanti atriani, nonché pinetesi e silvaroli, una forte tendenza a pronunciare tutte le "e" con suono intermedio tra l'aperto (originario) ed il chiuso (indotto), in ogni caso senza distinzione tra "e" aperte e chiuse. Anche per le "o" si tende ad avvertire una apertura media, pur risultando tale fenomeno più evidente a Roseto e Giulianova, specie tra i più giovani, nella cui parlata non mancano addirittura realizzazioni chiuse fortemente ipercorrette. Tutto ciò dipenderebbe anche dal fatto che Atri in passato costituisse un'unica diocesi con Penne, e dunque vi sarebbero stati inevitabilmente dei contatti maggiori con l'area vestina, ove appunto le vocali sono pronunciate più chiuse.

L'area teramana insomma dev'essere stata uno dei centri di irradiazione dei frangimenti vocalici, al punto che essi sono ancora riscontrabili presso le ultime generazioni, che si presentano anche "orgogliose" di questo tratto fonetico.

I dialetti della parte settentrionaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Dialetti abruzzesi settentrionali.

Mentre, come s'è visto, il confine tra le parlate "teramane" e quelle "pescaresi-pennesi" è molto labile, trattandosi di dialetti della medesima famiglia linguistica, lo stesso non è certamente da dire riguardo ai rapporti tra l'area linguistica teramana e quella ascolana, benché quest'ultima venga comunque ascritta per maggiore semplicità, nel dominio abruzzese: ne deriva che numerosi centri della parte settentrionale della provincia di Teramo presentino maggiori affinità con le parlate dei territori al di là del confine regionale, che perciò non coincide con quello linguistico.

Area ascolanaModifica

I comuni e le frazioni che possono essere perciò fatti rientrare nell'area linguistica ascolana possono essere ordinati in questa maniera, partendo da quello più affine in assoluto all'ascolano a quelli via via più distanti: Sant'Egidio alla Vibrata, Ancarano, Valle Castellana, Villa Lempa di Civitella del Tronto, Torano Nuovo, Controguerra.

 
Torano Nuovo, chiesa di San Massimo in Varano

In queste località vigono gli elementi tipici del dialetto ascolano: la metafonesi sannita dittongata in e in per -u e -i finale nel caso di vocali aperte (biéllë, ciéndë, buónë, ecc.), e in ì e in ù per le vocali chiuse (gërìttë per "giretto", rùscë per "rosso", ecc.); l'assenza totale di frangimenti vocalici, l'apocope dei suffissi -ne, -no ( per "cane", balcó per "balcone", cuntadì per "contadino", ecc.); la mancanza di caduta della -a finale, che però in alcuni centri si verifica nei vocaboli dove la consonante che precede la a è a sua volta preceduta da una vocale (spésë "spesa" a Controguerra); la caduta della vocale atona "o" all'interno di parola, che non viene scurita in "u" come nel resto della regione, per cui "portare" mentre in Abruzzo diviene purtà nell'ascolano e in Val Vibrata diviene invece përtà, con la "e" appena pronunciata.

Area di transizioneModifica

È possibile poi individuare un'area propriamente transitoria tra ascolano e teramano, che comprende innanzitutto Nereto, comune che a lungo fu possedimento ed enclave ascolana nel regno borbonico, e che perciò soprattutto sul piano fonetico-morfologico-lessicale risente dell'ascolano, perché infatti la -a finale tende a conservarsi ancora in molti vocaboli, e rimane la distinzione tra "e" ed "o" chiuse ed aperte; tuttavia la cadenza presenta influssi più propriamente abruzzesi rispetto alle località del primo gruppo. Condizioni simili presenta Civitella del Tronto, dove tra l'altro è in uso la forma teramana va bbònë ("va bene"), che convive con quella ascolana e marchigiana in genere va bbè;

 
La fortezza di Civitella del Tronto

Relativamente a Corropoli, Colonnella, Sant'Omero, Martinsicuro ed Alba Adriatica presentano una pronuncia vocalica già aperta come a Teramo e parte centro-meridionale della provincia (buòna sèra, un calzòne).

 
Corropoli

La pronuncia delle vocaliModifica

Come si è già accennato, una caratteristica molto vistosa della parlata di Teramo e provincia risulta essere la pronuncia aperta delle vocali, nel senso che non si ha coscienza, nel parlato italiano, della distinzione tra "e" ed "o" chiuse ed aperte. Ne consegue un sistema definibile come "pentavocalico", ossia composto da cinque vocali ("a", "è" solo aperta, "i", "ò" solo aperta e "u"), che determina l'insorgere di un fenomeno tipico di altre aree italiane a vocali aperte, ossia l'ipercorrettismo: accade cioè che per reagire all'apertura indistinta di tutte le vocali la popolazione tende - in maniera variabile a seconda dell'età, del sesso e della località - a chiudere anche quelle "e" ed "o" che in italiano standard sono aperte.

L'apertura delle vocali è riscontrabile nella maggior parte dei comuni della provincia di Teramo, specie nella parte centrale e costiera, dove a nord si arresta a Martinsicuro senza valicare il fiume Tronto - malgrado anche l'antico dialetto sambenedettese presentasse vocali aperte - e a sud scende a Montesilvano e alla parte settentrionale di Pescara. È possibile perciò desumere che l'apertura vocalica si sia irradiata da Teramo città in epoca molto antica, al punto che le uniche aree immuni sono le seguenti: • quella settentrionale, corrispondente alla Val Vibrata e ai Monti della Laga (da Valle Castellana a Nereto), dove vigono condizioni "ascolane", fatta eccezione per i centri costieri (Martinsicuro e Alba Adriatica) e quelli dell'immediato entroterra (Corropoli), che presentano una pronuncia aperta come a Teramo; • quella centrale montana, nei piccoli centri posti lungo la SS80 che collega Teramo all'Aquila (Crognaleto, Fano Adriano e rispettive frazioni): si presume che l'apertura delle vocali non abbia interessato queste zone per via del loro forte isolamento, anche se alcuni paesi di questo comprensorio presentano una pronuncia aperta, come è il caso di Pietracamela; • quella meridionale al confine con la provincia di Pescara, dove vige l'isocronismo sillabico parziale, cioè la chiusura delle vocali aperte in sillaba libera ("béne", "cósa"): tuttavia, analogamente alle aree prima esaminate, a centri con tali caratteristiche, cioè Castelli e Bisenti, se ne affiancano altri in cui le vocali assumono un unico suono aperto, come Arsita e Castilenti.

La pronuncia aperta delle vocali si può riscontrare anche in località adriatiche del Molise (Petacciato e Montenero di Bisaccia), e soprattutto nell'estremo meridione (Sicilia, Calabria, Salento): ovviamente nessuna di tali aree può essere entrata in contatto con il teramano, per cui è palese parlare di uno sviluppo del tutto autonomo, prodotto semmai dai frangimenti vocalici, ancora radicati nel territorio, la cui dirompenza, unita ad eventuali influssi di dominazioni straniere, ha avuto ripercussioni anche nella pronuncia italiana; inoltre le aree di transizione ascolano-teramane allo stato attuale non presentano frangimenti, ma le condizioni vocaliche farebbero supporre che in passato essi vigessero anche in tali aree.

La varietà di italiano regionaleModifica

La parlata del capoluogo ha finito per diffondersi un po' in tutti i centri della provincia, specialmente nelle aree interne: lo stesso non può dirsi per la costa, in cui da Tortoreto in su si fanno sempre più forti gli influssi ascolano-sambenedettesi, già storicamente presenti nella Val Vibrata, mentre nella zona centro-meridionale (Atri-Pineto-Silvi) si ha piuttosto una marcata influenza della parlata della non distante area metropolitana di Pescara - Montesilvano, soprattutto nel gergo giovanile: ne è un esempio l'espressione "marinare la scuola", che mentre a Roseto e Giulianova è resa ancora come a Teramo, ossia fare cùppe, a Pineto invece viene volta già in fare filone, come nella sottostante area pescarese/chietina e il resto dell'Abruzzo e dell'Italia centro-meridionale in genere.

Il registro linguistico della varietà locale italiana teramana viene spesso scambiato da chi viene da altre aree d'Abruzzo per quello di una parlata marchigiana, al punto che gli anziani pastori di Scanno utilizzavano per gli abitanti di Teramo e provincia l'appellativo di "marchìttë" in senso spregiativo. Infatti l'area teramana, situandosi al limite settentrionale dell'Abruzzo, risente di un discreto influsso piceno (marchigiano meridionale) nell'andamento prosodico del parlato: ciò risulta evidente soprattutto nella modulazione delle frasi interrogative, nel senso che le domande vengono rese con un'intonazione della frase in senso ascendente, in maniera cioè abbastanza simile all'ascolano; anche la parlata giovanile tende ad assumere caratteristiche tali da essere considerabile ad orecchio come accento "intermedio" tra quello dell'area metropolitana pescarese e quello ascolano. Ciò è riscontrabile pure nel lessico, poiché sono in uso diversi vocaboli ed espressioni molto popolari nelle Marche, specie ad Ascoli Piceno e provincia, come mi dà gušto per "mi piace", frechino per "bambino", abboccare per "finire in carcere", buffo per "debito", è piovuto invece della forma "ha piovuto", che invece è tipica della maggior parte dell'Abruzzo.

BibliografiaModifica

  • Ernesto Giammarco, Abruzzo dialettale, Istituto di Studi Abruzzesi, Pescara, 1973;
  • Giuseppe Savini, La grammatica ed il lessico del dialetto teramano, due saggi di Giuseppe Savini, aggiuntevi poche notizie sugli usi, i costumi, le fiabe, le leggende del medesimo popolo teramano, Torino, E. Loescher, 1881;
  • Alfonso Sardella, Lu languazazze: raccolta di vocaboli dialettali teramani, Mosciano S. Angelo, Tipografia 2000, anno 2001;
  • Duilio Shu, Il dialetto di Mosciano Sant'Angelo, con presentazione di Carla Marcato, Artemia edizioni, Mosciano Sant'Angelo 2012.

Voci correlateModifica